
Pubblico un racconto tratto dal mio libro “Racconti Molesti”. La visione di un possibile futuro. Alcuni si riconosceranno. A costoro comunico. Erano mie visioni di decenni fa, oscure, tetre. Adesso sono mutate, adesso vedo luce.
I tanti volti di Ingrid
I
- In realtà non ci aveva fatto mai caso e da quella sera cominciò a pensarci sul serio. Scartò una scatola di biscotti e bevve un succo di frutta alla pera. Continuava a fissare il monolite nero ormai disattivato. Aveva appena giocato a uno dei videogame più complessi di sempre, “Hybrid”, un gioco di ruolo con forti elementi stealth. Aveva creato un personaggio femminile molto avvenente, l’aveva chiamata Ingrid (occhi color nocciola, gambe poderose, un succinto costumino color carne), l’aveva munita d’una clava al braccio destro e d’un’accetta al sinistro. Ormai ci giocava da mesi e, avendo acquisito dimestichezza col gameplay, poteva già disporre d’una discreta mappatura degli sterminati territori di Lindor. Del resto, la complessa personalità di Ingrid era frutto dell’ideale connubio fra i dialoghi e le scelte da intraprendere che avrebbero modificato in maniera sostanziale gli sviluppi del gioco. Forse c’era qualcosa da rivedere nel sistema di puntamento delle telecamere, ma, tutto sommato, si trattava di dettagli trascurabili. Dormire. Il letto. Domani sarebbe stata una giornata complessa. Rimaneva come un tarlo e in forma di molesta insidia, quell’interrogativo persistente: una volta spenta la playstation, cosa succedeva a Ingrid?
- Al mattino, sono in treno in direzione Lecce. Rientro a Bologna dopo alcuni giorni trascorsi nell’abbacinante luce del barocco, al seguito di dirigenti spenti, privi di brio, che consegneranno il turismo alla mediocrità dell’imprenditoria locale. Inforco la bici e mi immergo nella soffice spuma di nebbia. Le quattro e mezza, il tragitto verso casa, la notte negata; sono il doppelganger d’un Ninetto Davoli senza cracker, né panieri. Fischio canzoni partigiane per un contesto marziano e penso che alla fine ricorderò i miei solitari viaggi, le trattorie, gli spaghetti e le Peroni, assieme a quello smagato senso della prospettiva di un domani morente.
È come citofonare a qualcuno alle cinque del mattino per parlare di tecniche dell’abigeato.
Così mi sento rispetto alla città, a questa nebbia oppressiva, all’indefesso aprirsi della vita lavorativa che mortifica perfino i buoni odori e le fragranze che intuisco crepitare dal forno di Gino.
- Aprì la porta di casa. Quattro mandate. Gli parve estranea, come disabitata, o meglio occupata da qualcun altro o da qualcos’altro. Notò il paradosso del disadorno proprio laddove campeggiavano alcuni quadri appesi alle pareti, a lui parve, senza una ragione, e anche le fotografie dislocate sulle mensole gli si mostrarono spettrali, come raggelate dalle sinistre luci dell’alba. Posò chiavi e telecomando sul portacenere di marmo all’ingresso e concentrò le sue attenzioni sulla PS4 e sull’igneo stadio silente in cui pareva versare. Vide una testa maciullata, una bambina dalle gambe malate, il volto di Ingrid tumefatto. Vide una ruota di fuoco, sentì l’angoscia del Limbo degli Inattivi e l’urlo di Isvara che squarciava mondi e universi simmetrici, e dunque il silenzio di istanti eterni, privi di una logica che potesse essere definita vagamente umana.
- Faccio colazione all’ora di pranzo mentre il cielo pare addensarsi in un turbine di grigio, minaccioso, a pressare su tetti e pareti, imponente, al di sopra degli sbuffi irriverenti dei comignoli che paiono bestemmie inutili, affronto del riparo. Continuo a girare il cucchiaino nella tazza schiumante di latte e genero una catena di mulinelli su cui sbriciolo i brandelli d’un cornetto ai frutti di bosco. Simulo “La caduta dei dannati” di Rubens, un esercizio cretino in cui alle tenebre giustappongo il biancore di latte e zuccheri, tirocinio quanto mai utile al fine d’una teurgia dell’inanimato. Impellente, giunge la disperata ricerca della mia stilo; scavo dentro al mio marsupio, la trovo e scrivo su un tovagliolino, quasi di getto, quanto segue:
A me pare evidente che siamo il prodotto dei nostri pensieri, di atteggiamenti e azioni vissute in questo enorme simulatore che è l’Universo. Esattamente come in una sorta di videogame in cui il Player è l’unico a confutare il “Game Over”; egli, è l’Onnipotente, l’Osservatore, il “facitore” di una trama che è stata concepita da altre menti per renderlo Pantocratore, e Onnisciente. A tali margini di consapevolezza non può giungere il protagonista della trama, l’uomo, l’Eroe, il quale vive la tragedia del suo proprio mondo, simultaneamente a tanti altri Sé, nell’epopea del pixel. Ovviamente tutto ciò, la simultaneità degli universi paralleli dei players (chessò, tutti i monoliti playstation in cui si sta giocando in questo preciso istante, magari lo stesso gioco con sviluppi di trama infiniti e cangianti), è un’immagine concreta di ciò che potrebbe essere “il Sistema”. Siamo mortali dal punto di vista corporeo, ma essenzialmente indistruttibili dal punto di vista della coscienza. Il tema è la Coscienza. Questo lo avevano perfettamente inteso e teorizzato i popoli dei Veda.
Guardo intensamente il barman (Brahman), lo fisso nei suoi occhi da mucca; ma il suo non è sguardo mansueto. Guarda fuori, oltre le vetrate. Fissa il cielo.
- Rientrò in casa fra le brume delle quattordici. Realizzò che quella tenebra non era reale e che non poteva esserci giornata così oscura e fuligginosa, neanche per il funesto inverno padano. Osservò ancora il monolite silente. Ingrid era intrappolata lì dentro. Sentì l’inanità delle cose morte, dell’informe, fu pervaso dalla consistenza dell’inerte, da tutto ciò che anelava alla vita, agli affetti, agli amori e che premeva contro la membrana della carne. Istintivamente portò il dito indice al pulsante di accensione e dopo qualche minuto la schermata con la mappa di Lindor si mostrò in tutto il preziosismo dei suoi dettagli; fu sufficiente schiacciare il pulsante centrale del joystick per veder comparire il conturbante volto di Ingrid e la poderosa e sensuale sua figura.
Uccido mostri, troll, ibridi, costrutti, orchi, creature elementali, streghe dell’acqua, necrofili, vampiri, folletti, megere, mutaforma, spiriti della foresta, berserker, lupi mannari, dragonidi, basilischi, viverne, arpie, grifoni, sirene, ciclopi, giganti dei ghiacci, hym, dame bianche, wraith, stermino ogni essere o creatura che intralcia il mio percorso, e la Missione, la ricerca di Lyl, mia figlia. Il mio corpo è coperto di chiazze di sangue scuro, bave verdognole, grumi di plasma guasto e di interiora, umori e schizzi d’ogni genere, scarti di placente eviscerate dal ventre di mostruose madri. Il mio volto è furente e ogni mia fibra freme di rabbia e vendetta. Tu sei pervaso dalla brama, sento il tuo sguardo feroce sulle mie cosce, vorresti possedermi, penetrare ogni mia fibra; ti eccita il vedermi insozzata dal sangue degli ilici. Ma io, come Sofia, non conosco la natura del mio sesso, genero per immanenza, mi incarno quale Venere spietata e vendicatrice. Sono Achamoth. Guardami bene in faccia: giungo dal trentesimo eone e cerco mia figlia…
- Mi sveglio in preda alle convulsioni. Era vivido, era reale. Era lei. La camera da letto è invasa da una sorta di melassa grigia, di composta gelatinosa entro cui immergo i piedi alla ricerca delle pantofole. Pian piano conquisto la dimensione del lavandino e sciacquo la mia faccia gonfia. L’acqua è gelida, la mia barba ispida. Ogni cosa è intrisa di umido, di vivido vapore acqueo, come in un bagno turco venefico, mortale, concepito da un architetto freddo e privo di anima, al servizio di un satrapo sadico e dedito alla violenza. Eliminare messi ed ambasciatori. Questa frase mi accompagna per tutta la serata. Entro ed esco dai bar affollati ove ogni sorta di bocca addenta, mastica, macina, rumina nella ciarla, fra il chiacchiericcio isterico, con la forchettina in plastica a mo’ di bacchetta; entro ed esco alla ricerca di una grazia che non trovo, di uno sguardo complice nella notte aliena.
- E’ tutto un mulinar di forchettine! Una vocina esile, querula, sussurra molesta alle mie orecchie. E’ quella di un vecchio bimbo ciccione con occhi da cinese e dal marcato accento romagnolo. Ride e ghigna. Mi segue, mi tampina, ansima, non riesce a tenere il mio passo.
- Ih, ih… guarda su, guarda su! Altro che forchettine!… Guarda su!… Ih, ih – e indica col ditone il cielo che continua a mulinare, vorticoso nella notte, segnala l’enorme, osceno, inconcepibile gorgo. – Ih, ih, ih, altro che forchettine! Di plastica poi!,- e mi tallona coi suoi passettini da bimbetto. Mi fermo a un crocevia e riesco a distinguere a malapena il semaforo che lampeggia fra le nebbie, come la polena di un vascello in acque limacciose. Mi volto ed esclamo: – Vattene via! Lasciami in pace! – ma lui insiste e comincia a sghignazzare come un ossesso. E’ allora che mi decido a correre, vinco il mio imbarazzo e fuggo fra i portici non senza guardarmi alle spalle. Lo vedo sparire nel niente, al pari della strada, dell’edicola, del negozio di calzature.
- Tornò a casa e si affrettò a chiudere tutte le persiane. Non voleva che l’oscenità pulsante fosse visibile. Possibile che nessuno si accorgesse di ciò che stava accadendo? Che nessuna tv ne parlasse, nessun giornale, niente e nessuno? Eppure era un fenomeno del tutto anomalo, mai visto prima. Si rimise a letto e alla sua mente apparve, senza una ragione apparente, un fotogramma dello sceneggiato tv “La Freccia Nera”. Ricordò che da piccolo, la guardava nella mitica tv “Phonola” a casa dei nonni, col braciere che si alternava alla stufa elettrica, sdraiato su raggelati divani assieme a cuginette, zie e fratellini. Case siciliane ghiacciate negli inverni dei Settanta e illuminate dalla tv in bianco e nero e dai lucori delle stufette. Tutti in una stanza; intorno, il gelo degli enormi e bui stanzoni dell’antica dimora pareva farsi carne da morto e pressare come una sostanza viva, cosciente della sua disumana anomalia. Suo nonno era l’unico a sfidare l’Artide e andava a letto alle diciannove, su, nei misteriosi “piani di sopra”, ove regnava la tenebra; spazi dominati dal refolo sinistro, teatro di sonorizzazioni aliene, di rumoristiche afferenti ad un concreto che la nostra mente non può né concepire, né esplorare. Portava con sé una candela. Ricordò ancora la ballata e quella musica che lo sconvolgeva fino a renderlo quasi impotente, seppur volitivo e disposto a non cedere; ripensò alla sensazione fisica di quello stringer di pugni e serrar di mascelle che preparavano all’allucinata battaglia che pareva imminente.
- “Nel verde cuore della foresta
gente libera fabbrica frecce
frecce nere per chi veste i colori
tinti nel sangue di tante vittime
di Daniel Brackley e dei ciechi suoi schiavi.
Ma quattro frecce hanno su scritto un nome,
quattro nomi di quattro furfanti,
quattro vendette per mille ingiustizie:
Nick Appleyard, la tua ha già colpito.
Tre ne restano, e non falliranno,
Bennet Hatch, tu hai ucciso saccheggiato e distrutto,
Sir Olivier, tu ricorda Harry Shelton
Daniel Brackley, tu sei il più infame di tutti
e giustizia presto sarà fatta”.
- Mi risveglio ancora. E’ l’alba di una giornata senza luce. Mi alzo dal letto e accosto la mia faccia alla finestra. Le guance rosse e screziate del personaggio di ieri notte si materializzano sui vetri sotto forma di aloni. Ogni cosa, flora e fauna, dentro e fuori, sembra gocciolare in un liquefarsi di vita amorfa; in strada, poi, tutto è ricoperto da una sottile membrana di vapore acqueo che funge da filtro tra essere e essere, cosa e cosa, macchine, case e passanti. Entro nel caffè e osservo la nuova barista. E’ lei. Ingrid mi serve il cappuccino mentre con gli occhi mi fa cenno di guardare al cielo, alla Cosa. Io le faccio capire che non posso, che non devo. Lo faccio con una gestualità animalesca, scrollo le spalle, quasi grugnisco, ma lei continua a fissarmi con i suoi occhi verdi e piazza di fianco alla tazza un regale cornetto alla crema; indi lo schiaccia, pressa e scava con unghie laccate di nero, ne stupra la forma per poi leccare tutto ciò che ne fuoriesce. Io insisto con gesti ancestrali, sospiri, gemiti trattenuti che non posso guardare l’Oscenità. Ma lei continua a leccarsi le dita, le infila dentro al cappuccino, produce osceni mulinelli.
- Accade, sta accadendo, guarda, girati, il cielo, è alle tue spalle.
- Non posso.
- Allora bevi e lecca le mie dita.
Faccio per alzarmi e andare via, ma lei mi afferra per il braccio e bisbiglia alle mie orecchie con voce metallica: ” Il principio terra costituisce la sfera dell’Uovo di Brahma. Dentro essa stanno Kaligni, le zone infere, le zone intermedie, la terra e il cielo fino al mondo di Brahma. Di là dall’uovo di Brahma, ci sono i cento Rudra. Gli uovi di Brahma sono innumerevoli”.
- Decise di affrontare il problema. Acquistò provviste per almeno una settimana. Rientrò in casa con la ferma intenzione di andare avanti nel gioco. Le tapparelle erano rigorosamente chiuse, giorno e notte, per evitare ogni sorta di influenza esterna, e lo schermo in pausa da qualche ora: occorreva tenere accesa la console al fine di non consentire all’Oscenità di impadronirsi della vita di Ingrid. Una sorta di materia oscura, di nero fumo inodore, pareva debordare dalla tv spandendosi per i pavimenti dall’abitazione…Gli uovi di Brahma sono innumerevoli… Salì sulla groppa del suo drago dalle rilucenti scaglie colorate – Pistis il suo nome, – e prese il volo verso le inesplorate Terre di Julius ove lo attendeva una dura battaglia. In quelle lande occorre essere in possesso di peculiarità di un certo tipo; gli infausti territori richiedono requisiti di livello pari a “40” e al contempo lo sblocco di alcune armi speciali, ma non disponendo del tempo necessario a livellare il personaggio, si cimentò comunque nell’impresa, forte del suo risicato “38” e dello sblocco di alcune facoltà magiche. Arrivò nelle Terre di Julius dopo molte leghe percorse sul dorso di Pistis, e grande fu il suo scoramento quando apprese di dover abbandonare il fidato protettore sulle soglie di una selva dai colori grigi e violacei. Percorse i primi tratti di sottobosco con fare guardingo, la forza dei suoi quadricipiti non fu fiaccata dalla natura impervia del terreno; in compenso ebbe il corpo presto cosparso di graffi e ferite per via degli aculei dei rovi che parevano vivere, come i canini d’un essere informale. Vide il suo corpo. Vide i costumi succinti. Era Ingrid dagli occhi color di nocciola.
- Il telefono, mia madre. Ne approfitto per mangiare; minestre già pronte, roba biologica che si ritrova in ogni supermercato. Riscaldo le pietanze sui fornelli elettrici. E’ pomeriggio. Mia madre mi parla di questioni per lei importanti; apprendo che è morta, dopo ben quindici anni, una determinata pianta grassa (la chiama per nome, deduco “Ciccina” o qualcosa del genere) e che viceversa la nonna gode ancora di ottima salute (assonanza pianta-nonna in cui colgo una sincera afflizione per la prima e una blanda confutazione circa lo stato della seconda). Riferisce anche di certi tramonti e della mitezza di questo autunno che non accenna a lasciare spazio ai rigori di novembre. Mi informa inoltre che il pacco con le marmellate dovrebbe essere spedito entro breve, giustificandosi alquanto per il ritardo causato da ragioni da imputare esclusivamente allo zio, da sempre concentrato sugli affari e molto poco incline a risolvere le impellenti questioni di famiglia. Metto ovviamente il telefono in viva voce e compio lo sciagurato gesto automatico di dare una sbirciata al cielo fra le fessure delle persiane. E sempre lì l’anomalia turbinante, l’occhio cieco dello sconfinato Tremendo. Per qualche istante credo di non riconoscere la voce di mammà, ogni famliarità mi appare allucinante e perfino le mie mani sembrano appartenere ad altro. Barcollo e divento preda di quel senso di estraneità che non ho mai provato ma che purtuttavia avverto come connaturato alla stessa mia ragione d’esistenza. Quel che resta di mia madre informa di gatti e lettiere, di firme notarili da apporre, di maglioni da tirare fuori da un certo qual determinato cassetto dell’armadio posto in aree pressoché inaccessibili, e io avverto la disgraziata urgenza del pensionato farsi sostanza, materia, deiezione, matassa vorticante entro un contesto spaziale parallelo, adiacente, ma al contempo distante miliardi di anni luce da questo ulteriore baratro che sembra costituire la morfologia della vita, o quantomeno della mia, di vita. Ci salutiamo giacché adduco una motivazione qualsiasi, falsa, corrotta, empia nel suo essere viziata dal niente, e ritorno ai fornelli. E’ il momento della zuppa di cereali e farro, è il momento dell’olio dello zio.
II
- Qualcosa stava nascosto, un essere acquattato protetto dalle irti frasche, una sorta di coniglio selvatico. Ingrid dapprima lo catturò, poi vinta la sterile ma furibonda resistenza della piccola bestia, divorò le sue calde e fumanti carni e ne sputò parte delle interiora. Nella dura notte della selva che suggeriva temperature rigide a dispetto delle nudità del corpo, si diresse con la bocca ancora sanguinante verso una ripida scarpata resa appena visibile dai raggi lunari che penetravano fra le sinistre chiome dei boschi di betulle. Ingrid pareva un terrificante, spettrale vampiro, per quella miscela di azzurro, argento e rosso vermiglio che caratterizzava il quadro dello scenario. Nei pressi dei resti di un’abitazione rurale, sentì vibrare e fremere il suo corpo a seguito dell’attivazione del suo sesto senso, il myrht. Un frammento rosso della gonna di Lyl stava fra le spine di un arbusto dalle fattezze antropomorfe e, poco più avanti, le tracce di alcune orme parevano fresche, calpestate da poche ore; era quello il percorso da seguire. La vibrazione del joystick, segnale di pericolo imminente, lo indusse a prendersi una pausa, a fare alcuni passi per sgranchirsi le membra intorpidite. Gli parve d’esser seguito da occhi, da scintillanti occhi rossi di animale ancestrale, da una fiera chimerica fuori dalla portata del visibile. Li vide brillare per un istante allo specchio, proprio dietro le sue spalle. Fuori, in cielo, l’anomalia si era fatta vibrazione sorda, fonte sonora indefinita. Le stesse fondamenta della casa parevano fondersi in questo fremito indefinibile, disumano che pareva il rantolo ciclopico di un’entità proveniente da un altro eone. Tornò a sedersi e a perlustrare la zona. Vide distante, una fioca luce vermiglia che pareva roteare nell’orizzonte indefinito di quella notte tetra…
- Verso le 19 mi rendo conto di essermi addormentato. Il gioco adesso è in pausa. Il volto di Ingrid pare pulsare nella fissità della sua immagine congelata da qualche ora. Cerca di comunicare con me, di dirmi che in questo interludio sono accadute infinite cose, che la fissità apparente è solo uno stadio, un momento critico da superare. Lo sento. Parliamo una lingua non verbale e le parole sono solo una traduzione maldestra di immagini e sensazioni che vanno ben oltre il livello sensoriale. Nell’afferrare la bottiglia d’acqua alla mia destra, constato che la mia mano è quella di una donna, mentre la sinistra è la mia solita mano, munita di grosse e tozze dita da marinaio. E’ una metamorfosi quella in atto, riguarda differenti stati dei mio io, differenti sessi. Ingrid accarezza il mio volto con dita affusolate.
Non aprire la finestra. Non aprirla.
- Fuori dalla finestra vide distintamente la luce fioca. Adesso il gorgo era pulsante irrealtà di color rosso rubino. Dalla sua camera osservò la sterminata selva. Nessuna traccia della città. Lui lo sapeva. Si precipitò giù dalla tromba delle scale, non senza aver fatto prima scorta di barrette al cioccolato e di svariate confezioni di integratori. Il portoncino si aprì miracolosamente dal citofono. Lo scatto fu sinistro, folgorante. Fuori gli immani fusti di piante carnivore si contorcevano in terribili convulsioni e assordanti scricchiolii. A colpi d’ascia si creò un varco nello spaventoso e carnale dimenarsi della vegetazione che pareva agonizzare e godere al contempo. La foresta era tutto uno stridere sovracuto, un impercettibile frinire di metallo carnale che si faceva legge superna, legittimazione di regole, chimiche e criteri altri.
Un che di fanciullesco vibrava in quegli arbusti sferzati dalla sua accetta, che si ritiravano a seguito dello sconcertante fremito, come i tentacoli di un essere privo di forme a noi geometricamente tollerabili. Si fece strada in un ruscello di sangue e linfa, fra le agonie spaventose della foresta animata, in direzione di quel rosso pulsante. Il ricordo di Lyl corrodeva le sue budella, lo spingeva a procedere noncurante della fatica.
Giunse ansimante e provato nei pressi di una collina rocciosa. La fitta e intricata vegetazione concedeva adesso qualche spazio, anzi, pareva lentamente ritirarsi nelle tenebre oppressive. Dietro la collina, il rumore sordo e sinistro, proveniente dalle stesse viscere di quel luogo alieno, segnava il tempo morto d’una clessidra lesionata. Solo allora realizzò che Lyl non era sua figlia, e che quel corpo sinuoso da valchiria non poteva essere il suo.
- Sto impazzendo. A questo punto devo cominciare a considerare seriamente questo come un fatto. Non riconosco più le mie fattezze. I miei contorni allo specchio sono fuori fuoco, continuamente. Aleggia un’ombra di donna. La mia bocca, la sento turgida. I miei seni sono rotondi. Ecco. Torno in me per qualche istante. E’ una continua metamorfosi intermittente, senza soluzioni. Non serve sdraiarsi a letto. Non basta chiudere gli occhi. Lei è il mio doppelganger. Non c’è un dentro, non c’è un di fuori. La densità materica mortifica le mie fauci. Un impasto ferroso. La mia lingua sa di metallo. Oddio, il terribile cucchiaio ficcato in gola dal medico di base! Ero piccolo e avevo la febbre. Il terrore senza forma della Minaccia Ferrosa! Un mondo contiguo denso di metalli liquidi e freddi, una realtà tangenziale che mi era di presso, l’angosciante paura di questo strabordare di essenze prive di connotazione nel mio letto da febbricitante. Forse tutto è cominciato con quella visita medica.
- Interludio: La Visitina del Dottorino
Dorme dorme Giulianino, presto arriva il dottorino.
Ma che strano poi che è, pare umano, ma il cucchiaio è la sua carne.
E che fa ‘sto dottorino? Questi infila (lo cucchiaro) nella gola del bambino.
Poveretto Giulianino, non potrà giammai scordare, quel sapore di ferroso che da altri mondi vièn!
Per la gola! Per la gola! Viene indotta la sostanza! Per la gola! Per la gola! Dritta dentro nella panza!
No, no, no, fa Giulianino, no, no, no fa con la testa, mentre zia, nonni e cugini sono tutti in deferenza, in attesa del parere, dell’esimio gran dottore.
Questi finge noncuranza, mima professionalità.
Ma Giuliano guarda il grigio di metallo dei suoi occhi e sente crescere quel mondo come un mostro nella panza…che si espande, che si espande, fuori pure dalla stanza.
Il cucchiaio nella gola mostra oceani di grigio, altri mondi senza un cielo, senza un sopra e senza un sotto.
Tutto sembra liquefarsi, come in forme minerali, ma viventi senza vita, d’un sentire tutti eguali.
Ha finito dottorino? Chiede ingenua la zietta. Pronto pronto, signorina, gli risponde senza fretta.
Il ragazzo ha male in gola, che l’ho visto col cucchiaro, ma domani stara bene, gran cautela, gran riparo!
Giace inerte Giulianino, morta in cuore la speranza, di chi ha visto da piccino, d’altri mondi folle danza.
- Alla sommità di quel colle scorse una piccola dimora. Un frammento di palazzo, che pareva una capsula piombata giù dagli abissi del firmamento. Era un intero appartamento, la sommità d’un terzo o quarto piano di una palazzina bolognese costruita negli anni Cinquanta, sradicata dal suo contesto e catapultata lì con innaturale simmetria. Pareva il gheriglio di una realtà estranea a quel contesto, un pezzo di costrutto logico nell’entropia. Si voltò indietro a osservare il groviglio immane di vegetazione che continuava a muoversi in maniera minacciosa, e poi i bagliori bianchi nel cielo violento e scuro. Diresse lo sguardo verso la stanza da dove proveniva il bagliore rosso con intervalli di emissione e intermittenze. Aprì la porta dell’appartamento e dovette chinarsi, giacché l’entrata era quasi conficcata sul terreno, così come tutta la parte anteriore della facciata. Percorse appena l’angusto corridoio facendosi strada nel terriccio, quando gli apparvero i contorni regolari del soggiorno e della cucina, talmente rispondenti ad una logica domestica da risultare disturbanti. Il confronto con le anomalie di quel mondo era insostenibile. Vomitò sul parquet. La casa parve riconoscerla, e familiari erano le caratteristiche morfologiche di quei luoghi, così come le suppellettili, disposte con gusto consapevole e senso della simmetria maniacale. I bagliori rossi provenivano dalla cucina e parevano in sincrono con il rombo sordo, anch’esso intermittente, proveniente dall’esterno. Si aqquattò come una felina. Le sue cosce affusolate, la muscolatura elastica, rispondevano in maniera sorprendente. Attivò il suo sesto senso e subito alle narici si presentarono nuovi odori, miscele e aromi. Annusò il pavimento e la fessura della porta chiusa attraverso la quale i bagliori parevano evocare presenze, caos, agitazione, mentre tutto viceversa taceva, tutto fuorché quel sordo rombo che vibrava assieme alle tenebre.
Aprì la porta di scatto e si trovò di fronte allo schienale di una poltrona in pelle. Poco più innanzi, una tv e una consolle. Lo schermo. L’emanazone dei bagliori rossi. Cautamente si mosse, con circospezione. Fece il giro alla sinistra del bracciolo verde. Seduta stava una donna. Anzi no. Vide se stesso travestito da donna, un se stesso catatonico, dal ghigno disumano.
III
Diario minimo. Appunti dall’Anno 0
(primi giorni…)
Trascorsi molti anni dai fatti che vi ho compulsivamente narrato, morta la mamma, morta la nonna, morti lo zio e la pianta grassa, eccomi in questo presente che a voi apparirà moderatamente futuristico. Ho una moglie che assomiglia a Ingrid e una figlia che assomiglia a Ingrid. Si chiamano Brigida e Cornelia. Possiamo definirci una bella famiglia, unita e felice.
All’epoca mi fu diagnosticato un disturbo schizoide della personalità e venni ricoverato per qualche mese. Ciò non impedì alla Cosa di palesarsi in ogni parte del pianeta e con caratteristiche differenti in base alla cultura, al livello di tecnologizzazione della varie nazioni e di tutte le aree densamente popolate. L’Italia fu devastata dalle bombe e in particolare Bologna venne ferita a morte da tutta una serie di attentati. Tuttavia il paese si risollevò e trovò la forza, nella tragedia di superare le barriere che dal dopoguerra lo invischiavano in feudali logiche di corporativismi e mafie.
Adesso l’Italia è un paese moderno e dalla patente “bio”, e il suo PIL registra livelli mai raggiunti negli ultimi lustri, pari quasi a quelli dell’Etiopia. Io sono diventato PL, che in sostanza sta per “livellatore della personalità”; praticamente aiuto a superare i disturbi relativi al little crunch, ovvero a sublimare il rischio di collasso nei soggetti più fragili, dato che il rapporto tra i vari livelli del reale, nel connubio con ciò che qualche decennio fa sarebbe stato definito come “virtuale”, può ancora determinare stati di forte shock nei soggetti più anziani.
Ma in genere il nostro lavoro è destinato a scomparire, giacché le nuove generazioni saranno perfettamente inserite nel cosiddetto “Programma Pneuma”, un complesso sistema in grado di preparare soma e psiche alla nuova coscienza della realtà.
Nei decenni passati, i danni alla psiche, i disturbi delle personalità venivano “curati” tramite costose sedute terapeutiche e psicofarmaci di vario genere. Tuttavia, il graduale palesarsi della Cosa, indussel’umanità a prendere atto in breve tempo che tali disturbi altro non erano che preveggenza e sentore, contatto con la singolarità…
(giorni successivi)
Questo processo ineluttabile collocava per la prima volta l’intera storia dell’uomo entro ambiti extradimensionali, li costringeva a vivere nella consapevolezza fisica di una realtà disposta a ventaglio. Tutto ciò venne “mostrato”, diffuso, secondo una tecnica del tutto nuova: il Virtex. Queste entità energetiche trovarono il modo di generare una struttura comunicativa in grado d’essere recepita anche da creature sotto-dimensionali. Dapprima furono connesse alcune tra le menti più fervide del pianeta, in grado di costruire i macchinari adatti. Tali uomini furono scelti fra i pochissimi in grado di realizzare in maniera indotta questi generatori di Virtex.
Successivamente le macchine presero a funzionare a pieno regime, diffondendo quelle che potremmo definire le immagini (il termine è inappropriato, trattasi di strutture vibrazionali complesse) delle realtà attive esterne alla nostra tridimensionalità (si badi mondi reali, concreti, pulsanti di vita). Tale forma comunicativa veniva messa in atto secondo principi che potremmo assimilare, per semplificare, a quelli della antiche rivelazioni del passato.
E così la realtà creata dal pensiero e dall’immaginazione, le presenze notturne, le qualità medianiche, i sogni lucidi caratterizzati da brusche interruzioni, come da spina elettrica improvvisamente estratta (molti sognavano in maniera “lucida”, consapevoli cioè di stare vivendo un sogno simulato, indotto) cominciarono pian piano a rivelarsi per ciò che erano tramite il Virtex. Si manifestavano, in buona sostanza, come inferenze, dettagli di una fisicità per noi assurda e inconcepibile, ma dotata di coscienza.
Fu chiaro che la “crepa” (così fu definito lo stadio anomalo di contatto con l’extradimensionale) poteva prodursi fin dall’infanzia, grazie a dei traumi apparentemente banali, a malattie, a ritualità inconsce, a tutto ciò che condusse alle straordinarie visioni dei santi o degli illuminati, alle dottrine, alle religioni, alle guerre durante il corso della storia umana PV (pre-Virtex).
Ma soprattutto fu chiara una cosa: l’umanità realizzò per trasmissione diretta e non mediata (non con l’ausilio di simboli e linguaggi), che questi processi di conoscenza erano prodotti da entità sovradimensionali e che buona parte dei miti riguardavano sempre e soltanto rivelazioni di realtà parallele e concrete, di vite altre pulsanti. Inoltre furono azzerati a seguito dell’induzione da Virtex, tutti gli schermi cerebrali relativi alle antropomorfizzazioni del cervello. Vennero meno, per così dire, le naturali limitazioni strutturali del mentale, necessarie alla diffusione e alla prosperità della nostra specie su questo pianeta. Così la mente di ciascun homo sapiens sapiens potè finalmente aprirsi al Reale (nessun uomo prima era in grado di fruire la realtà, se non cogliendo necessariamente e in maniera associativa delle icone che lo riportassero a interpretare i segni come essenze antropomorfe)
Fu un altro gigantesco passo avanti nella storia della specie, forse il più importante.
I millenni trascorsi nell’adorazione di divinità, i tempi remoti avvolti da una nube di mistero, furono soggetti a un disvelamento rapido e stupefacente (la cultura tantrica kashmira parlava appunto di disvelamento, millenni prima). In breve tempo ci apparve la natura della realtà squadernata, aperta, come un frutto acerbo spaccato fra le mani.
Fu un’esperienza sbalorditiva e man mano che questa cosa si estendeva a macchia d’olio, divenne subito chiaro che il limite di ogni sofferenza, di ogni nevrosi era proprio quello relativo al limite in sé, giacché questo sentire poneva l’essere – ogni essere,- in una posizione di ascolto e ricezione pressoché assoluta, quantomeno per le capacità del nostro organismo senziente.
La ritualità ancestrale, questa sorta di disperata mimesi, di emulazione della Cosa, sopravvisse nelle tradizioni dei popoli, e di esse e in esse si nutrì, nel turbine delle fondazioni e delle eclissi degli imperi. Ciò fu chiaro alle masse dell’Era Tecnologica, e all’apprendimento per “induzione”, dal momento che fu annichilito il “Velo di Maya” dello spazio tempo. Questa trasposizione fu un’importante chiave di volta per ogni essere umano, perché questo paradosso veniva fruito per la prima volta come dato esperienziale, senziente e non come concetto. Era come liberarsi di tutta la filosofia antica e contemporanea in un respiro! Il Virtex era in grado di ridestare alcuni stadi percettivi silenti ma compresenti in ogni essere vivente. Fu chiaro da subito che il predominio dell’intelligenza non era il criterio necessario alla vita e alla natura espressiva del Creato. Anzi, per taluni aspetti, questa qualità poteva rappresentare una sorta di avvelenamento. I Dogi, così chiamammo le entità sovradimensionali a partire dall’Era della Coscienza, la definivano con un termine che per noi umani fu tradotto con “Interferenza”, ma che nell’uso comune fu chiamata Antivirtex.
Fu naturale dunque attivare una sorta di azzeramento di calendari e criteri temporali in funzione di questa nuova dimensione telepatica della conoscenza che prese via via ad attraversarci. E così fu inaugurato l’ANNO 0, funzione simbolica di un temporalità che oramai pareva promanare per ogni dove, in ogni direzionalità…
(giorni ancora successivi)
Quanto vi scrivo è uno degli ultimi lasciti della memoria, della capacità associativa di relazione tra suoni e parole, di scrivere e leggere discernere nella giungla dei segni alfabetici che fra breve saranno semplici granelli di sabbia nell’oceano della materia. Ogni barriera linguistica, ogni credo, ogni ideologia viene a sciogliersi, a liquefarsi come burro fuso, dolcemente. I Dogi irradiano le nostre vite d’una sostanza che potrei definire una sorta di melassa, di nettare che tracima e cola da un assurdo orlo, inconcepibile, posto altrove ma al contempo qui. Come posso dire…come l’addensarsi tridimensionale di un quadro del Beato Angelico…come assaporare il disegno di una pesca…
(dentro l’anno zero)
Passeggiare è… è uno spettacolo! La gente sta ancora a bocca aperta, sbalordita a fronte di tutto questo miracolo perenne. Il processo cerebrale, la natura stessa del pensiero… tutto è come inghiottito e risputato, sì risputato…gli orologi girano, girano, girano, ma sono sempre le sei del mattino… una meravigliosa aurora all’orizzonte perenne, meravigliosa aurora… meravigliosa…
Mia figlia è un oceano di luce… schizza da tutte le parti assieme a me, per ogni dove, senza una prospettiva… viaggiamo velocissimi ma al contempo siamo fermi, immobili… e ogni nostro gesto… come dire… è perenne, eterno…
(dentro l’anno zero)
… oh il sorriso di mia moglie… i suoi denti bianchissimi… le labbra come un ruscello rosa…
(dentro l’anno zero)
… luce dentro e… fuori…
(dentro l’anno zero)
La bellezza di quella che chiamate materia oscura…
(dentro l’anno zero)
… i nostri corpi essenza di sancrito, numeri e lettere… ci stiamo… trasformando…
(dentro l’anno zero)
Questa è una storia dell’umanità che non può essere narrata. Non ora. Non qui.
