
Preciso subito la mia posizione: sono assolutamente a favore della causa palestinese e ritengo che ciò che sta avvenendo da parte di Israele sia a tutti gli effetti un genocidio. Non si tratta dunque di un esercizio di equidistanza né di un’analisi “neutrale”: la mia riflessione muove da un atto di solidarietà verso un popolo che da decenni subisce occupazione, violenza sistematica, segregazione e privazione dei diritti fondamentali. Proprio per questo, mi preme analizzare i meccanismi attraverso i quali la propaganda e il potere drenano, neutralizzano o distorcono l’indignazione collettiva, trasformando la tragedia di un popolo in spettacolo mediatico, con il rischio di svuotarne la forza politica e morale. È interessante notare come, già nelle teorie classiche della psicologia delle folle, manifestare indignazione non equivale affatto a trasformarla in potere reale. Le Bon osservava che la folla tende ad accettare idee semplificate e segue i “leader” che esercitano prestigio più che ragionamento — il sentimento diventa contagioso, ma l’intelletto cala. Analogamente, Canetti descrive il comando come un atto simbolico di potere: controllare le emozioni collettive significa disporre del corpo sociale, sospendendo un’autorità che non deve agire ogni volta ma può farlo. In questo schema, la protesta diventa terreno di esercizio del dominio stesso: un gesto rituale che il potere assorbe e neutralizza. Così, anche quando la piazza si ribella, il suo “sfogo” può essere già incorporato nel dispositivo dominante — come una scarica controllata che non tocca la sostanza del conflitto.
L’indignazione come spettacolo
C’è un meccanismo che si ripete con stupefacente regolarità nella storia politica e culturale: la produzione organizzata di scandalo e indignazione che, paradossalmente, non libera energie critiche ma le incanala e le rende innocue. Flaiano ammoniva già negli anni Sessanta: “In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco”. La battuta, se riletta oggi, diventa una diagnosi. La società dello spettacolo – come la chiamava Guy Debord – trasforma ogni accadimento in un arco narrativo che assorbe e neutralizza la forza originaria del gesto. L’indignazione non è repressa: viene coltivata, amplificata, teatralizzata, fino a svuotarsi di reale efficacia.
Psicologia delle folle e strategie del potere
La psicologia delle folle, da Gustave Le Bon in poi, ci insegna che l’emozione collettiva è altamente manipolabile: basta una cornice narrativa, un simbolo, un nemico dichiarato. Sun Tzu, nell’Arte della guerra, sottolinea che il miglior stratega è colui che riesce a orientare il campo di battaglia prima ancora che la battaglia cominci.
Trasposto nel presente: il potere non reprime l’indignazione, ma la dirige. Trasforma la protesta in rito, il rito in merce, la merce in legittimazione.
Il caso palestinese come paradigma
Un esempio evidente si trova nell’ambito della causa palestinese. Lì dove l’urgenza riguarda vite umane, corridoi umanitari, accesso a cure e beni primari, l’indignazione occidentale viene spesso veicolata verso atti performativi di alto rendimento mediatico. Il paradosso è che questi atti finiscono per spostare il focus dalla tragedia reale al destino di chi li compie, riducendo la causa a teatro riflesso. L’attenzione si concentra sulla “sopravvivenza spettacolare” dei protagonisti della protesta, mentre la sofferenza quotidiana di milioni di persone diventa subalterna, paradossale rumore di fondo, cornice.
Così facendo, la protesta non rafforza la causa ma la indebolisce, privandola della sua urgenza immediata e trasformandola in racconto indiretto, filtrato da figure e attori terzi che, perfino nei più nobili intenti, finiscono per assurgere a ruolo di protagonisti.
Il dispositivo propagandistico
La propaganda non funziona solo tramite menzogne, ma soprattutto attraverso il drenaggio. La logica è semplice: trasformare un potenziale detonatore di coscienza in un contenitore innocuo, spettacolare, monetizzabile. Walter Lippmann, ne L’opinione pubblica (1922), lo aveva chiarito: la massa non reagisce ai fatti, ma alle immagini mentali dei fatti. Chi controlla queste immagini governa l’indignazione. Il risultato è triplice:
1. Rituale – l’atto simbolico placa l’ansia sociale, dando l’impressione di partecipazione.
2. Capitalizzazione – il gesto produce ritorno in termini di fondi, visibilità, posizionamenti politici.
3. Distrazione – la scena sottrae energia alle pratiche realmente incisive (diplomazia, pressione politica costante, azione umanitaria concreta).
Guerra e priorità capovolte
Il passo successivo è prevedibile: una volta esaurita la bolla mediatica, il discorso politico ritorna a insistere sul “clima di guerra”, giustificando nuovi finanziamenti per armamenti a discapito di spese mediche e sociali. È un copione già scritto: il ciclo dell’emergenza serve a ridefinire i bilanci statali, legittimando la militarizzazione e marginalizzando le politiche di cura.
Israele e il nodo storico-simbolico
Affrontare la questione israeliana senza considerare la stratificazione storica e simbolica significa produrre solo slogan. Dalla guerra dei Sei Giorni in poi, il conflitto israelo-palestinese non si spiega unicamente con dinamiche geopolitiche: esso è nutrito da un immaginario biblico, da una mitologia fondativa che trasforma la politica in teologia applicata.
Chiamare Israele “democrazia” senza distinguere la sua natura etno-religiosa equivale a mascherare un nodo complesso. La critica, dunque, non può limitarsi a negare o affermare l’esistenza di uno Stato: deve interrogare i codici simbolici che lo fondano e i poteri che se ne avvalgono.
Strategie per non farsi drenare
Che fare allora? La prima esigenza è praticare un’indignazione informata: trasformare l’emozione in conoscenza, la protesta in strategia.
La funzione drenante del potere non si sconfigge con l’ennesimo grido virale, ma con la capacità di distinguere tra effetto e risultato, tra presenza scenica ed efficacia politica. È qui che si gioca la vera partita: non permettere che l’indignazione venga svuotata, travestita e rivenduta, ma trasformarla in energia capace di produrre cambiamento reale.
Ciò che colpisce, osservando retrospettivamente, è la disattualità di certe pratiche di protesta. Già nel 2005, nel pieno di un mondo che stava rapidamente digitalizzandosi, esse apparivano come residui di un immaginario politico novecentesco: cortei, sit-in, ecc. Gesti di grande forza simbolica, ma che spesso finivano per assumere la forma di rituali ripetuti più che di strategie consapevoli.
Questa distanza non significa – e sarebbe assurdo pensarlo – che la dimensione fisica della morte e della distruzione in Palestina sia meno reale, meno atroce, meno degna di attenzione. Al contrario: proprio perché il sangue continua a scorrere, è tanto più evidente quanto certe forme di protesta rischino di rimanere sospese in una sorta di “teatro d’altri tempi”.
Il punto non è negare la realtà, ma registrare uno scarto: da un lato, il livello materiale della sofferenza palestinese, drammaticamente attuale; dall’altro, la persistenza di modalità espressive che sembrano non essersi accorte del mutamento degli strumenti tecnologici, informativi e persuasivi che oggi determinano la percezione globale.
Ecco allora il paradosso: mentre il mondo assiste a un genocidio, molte delle forme scelte per denunciarlo sembrano provenire da un calendario ormai scaduto. Questa frattura fra la violenza del presente e la ripetizione di gesti del passato rende ancora più urgente la ricerca di linguaggi, strategie e immaginari capaci di reggere la sfida di oggi.
