Il furto, oggi, non ha più nulla a che vedere con la necessità. È diventato una forma di estetica, un gesto che appartiene più al teatro dell’immagine che alla sopravvivenza. Non si ruba per vivere: si ruba per apparire vivi. È questo il punto più grottesco e più rivelatore della nostra epoca: il desiderio non nasce più dall’uomo, ma dalla vetrina. E la vetrina decide tutto. Prendiamo i maranza – ma la verità è che oggi il furto oscilla continuamente tra la necessità concreta e la fascinazione contemporanea – che brandiscono il cappello da 1400 euro come fosse un talismano: il loro furto non è un’esigenza, è una liturgia. Non sottraggono un oggetto: cercano un’iniziazione. Vogliono il “segno”, non il respiro del reale. È una forma povera di magia, un tentativo disperato di appartenere allo spettacolo. Non si può più leggere tutto questo con Marx in mano. Marx leggeva il furto dentro la necessità materiale; oggi, invece, esso nasce dalla necessità di esistere nell’immagine. Marx descriveva un uomo privato dei mezzi; il nostro è un uomo privato della rappresentazione. Qui non si soffre la fame, qui si soffre l’inconsistenza. Manca la rappresentazione, non il pane nella civiltà degli obesi e del fitness. È un’inedita forma di miseria, molto più sottile e più feroce, perché subdola e post-pasoliniana.
Debord, con lucido cinismo, aveva già indicato la deriva: “La merce è divenuta spettacolo.” Siamo diventati tutti spettatori e comparse allo stesso tempo. Baudrillard lo sapeva: il valore è evaporato, resta solo il segno. I brand sono le nuove araldiche. La felpa firmata è la nuova armatura dei senza identità. E dietro tutto questo, dietro il gesto puerile del rubacchiare uno status che non ti appartiene, c’è una domanda muta e terribile: “Mi vedi ora? Esisto?” Il furto diventa così un dispositivo metafisico, un tentativo di riparare la frattura. Non rubi ciò che ti serve: rubi ciò che ti manca nell’immagine. Rubare diventa un modo per essere. Clément Rosset, che amava stanare le illusioni come insetti notturni, aveva capito perfettamente la dinamica: “L’uomo non ama la realtà, ama gli ornamenti della realtà.” E noi, oggi, siamo un popolo che si nutre di ornamenti e muore di sostanza. Il capitalismo contemporaneo non crea più affamati, crea affascinati. Sedotti. Ipnotizzati. Un’umanità che non ruba per vivere, ma per competere nella grande lotteria dell’apparenza.
Il cappello rubato non copre il freddo: copre l’angoscia di non essere nessuno.
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Pubblicato da Francesco Cusa
Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers.
Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri.
Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria.
Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera.
Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto.
Collaborazioni:
Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.
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Una opinione su "Il nuovo proletariato estetico: anatomia di una nuova povertà"
Ho studiato la storia del marketing ed è assurda la velocità, nel tempo, con cui l’uomo ha imparato a desiderare. Dalla nascita del consumo di massa in poi non si è più trattato solo di vendere qualcosa, ma di costruire il bisogno. Oggi, i social media manager studiano economia, psicologia e storytelling insieme. Attualmente io sto studiando queste materie e anche IA, per l’uso dei social. Con l’arte il gioco, almeno in origine, invece è un altro: non nasce per creare il bisogno di possedere, ma per creare uno sguardo diverso sul mondo. Poi certo arriva il mercato dell’arte, che spesso copia pari pari le logiche del branding. Andy Warhol lo aveva capito benissimo: veniva dalla grafica pubblicitaria e ha trasformato le icone del consumo (zuppa Campbell, CocaCola, divi) in quadri, creando proprio questo cortocircuito tra prodotto e opera. In pratica il marketing ti spinge verso un oggetto studiando il tuo comportamento; l’arte ti spinge verso te stesso. Se poi senti il bisogno di avere quell’opera, non è solo perché qualcuno ha fatto una campagna pubblicitaria perfetta, ma perché quell’immagine ti ha toccato in profondità. Anche se bisogna calcolare l’effetto ipnosi da social… 😅
Ho studiato la storia del marketing ed è assurda la velocità, nel tempo, con cui l’uomo ha imparato a desiderare. Dalla nascita del consumo di massa in poi non si è più trattato solo di vendere qualcosa, ma di costruire il bisogno. Oggi, i social media manager studiano economia, psicologia e storytelling insieme. Attualmente io sto studiando queste materie e anche IA, per l’uso dei social. Con l’arte il gioco, almeno in origine, invece è un altro: non nasce per creare il bisogno di possedere, ma per creare uno sguardo diverso sul mondo. Poi certo arriva il mercato dell’arte, che spesso copia pari pari le logiche del branding. Andy Warhol lo aveva capito benissimo: veniva dalla grafica pubblicitaria e ha trasformato le icone del consumo (zuppa Campbell, CocaCola, divi) in quadri, creando proprio questo cortocircuito tra prodotto e opera. In pratica il marketing ti spinge verso un oggetto studiando il tuo comportamento; l’arte ti spinge verso te stesso. Se poi senti il bisogno di avere quell’opera, non è solo perché qualcuno ha fatto una campagna pubblicitaria perfetta, ma perché quell’immagine ti ha toccato in profondità. Anche se bisogna calcolare l’effetto ipnosi da social… 😅
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