La simulazione democratica e i paradossi della partecipazione

Non voto. Non voto da decenni. Le ragioni le ho già espresse più volte qui nel mio blog. Non è disinteresse, è coerenza intellettuale. Qui non siamo davanti a temi universali o immediatamente comprensibili, ma a questioni tecniche, giuridiche e costituzionali di altissimo livello, su cui si confrontano magistrati e specialisti del diritto. Eppure la politica, in modo strutturalmente inadeguato, scarica sui cittadini la responsabilità di esprimere un sì o un no su materie complesse. Il risultato è inevitabile: si vota per appartenenza, per riflesso politico, per umore, non per il merito dei quesiti. Non è una colpa individuale, è un problema di sistema. Questi referendum tecnici, che non riguardano direttamente la vita quotidiana di tutti ma ambiti specialistici, rappresentano il segno evidente del fallimento della delega parlamentare. La delega esiste per questo: affidare a chi ha competenze e responsabilità istituzionali la gestione della complessità. Quando invece tutto viene ridotto a una scelta binaria, significa che la politica ha rinunciato al proprio ruolo. Semplice. Il risultato è una partecipazione solo apparentemente democratica, che svuota il senso stesso della decisione collettiva. Questioni articolate vengono ridotte a un sì o un no difficilmente consapevole. Non è un problema nuovo: Bakunin vedeva nella delega una forma di dominio, Kropotkin denunciava le istituzioni che sostituiscono la competenza con l’obbedienza, Malatesta ricordava che non esiste libertà dove la decisione è separata dalla comprensione. Eppure oggi l’astensione viene condannata automaticamente, come se fosse un deficit civico, invece che un possibile indicatore di un meccanismo che non funziona.

Non sopporto le ipocrisie, non ho mai amato la retorica. La prova è sotto gli occhi di tutti: il voto diventa festa, rivendicazione politica, richiesta di dimissioni del governo. Il referendum si trasforma in giudizio complessivo sull’esecutivo. Della questione giuridica non resta nulla. E allora diciamolo chiaramente: questi non sono strumenti di “alta democrazia”, ma dispositivi che certificano la crisi della rappresentanza. Poi c’è la Costituzione. Intoccabile, sacra, inviolabile — a parole. Nei fatti è stata modificata più volte: nel 2001 con il Titolo V, nel 2012 con il pareggio di bilancio, nel 2020 con il taglio dei parlamentari. Non è un feticcio, è un testo politico, quindi modificabile. Ma allora va trattato come tale, non come oggetto retorico da sventolare quando conviene. Il punto più grave è un altro. Durante il COVID-19 la Costituzione è stata compressa nella sua applicazione concreta: libertà di movimento, di lavoro, di riunione limitate in modo esteso e prolungato attraverso strumenti emergenziali. Non una violazione formale, ma uno svuotamento sostanziale. E lì non si sono viste le stesse mobilitazioni indignate che oggi si agitano attorno a un referendum. Un altro dato dovrebbe far riflettere: in alcune aree ad alta densità mafiosa il voto si è allineato in modo sorprendentemente compatto. In contesti storicamente segnati da dinamiche di controllo del consenso, un risultato così uniforme non può essere liquidato senza interrogativi. In questo quadro si inserisce un ulteriore elemento: una destra talmente inadeguata nell’azione di governo da offrire, paradossalmente, alla sinistra — che fino a quel momento non aveva alcuna reale prospettiva – l’occasione perfetta per riorganizzarsi. Un errore strategico che ha spostato il confronto politico dai contenuti alla delegittimazione reciproca. Il risultato è un discorso pubblico sterile, fondato più sulla denigrazione che sulla costruzione. E allora delle due l’una: o la Costituzione è un principio serio, sempre, oppure è un oggetto retorico da usare a intermittenza. Io non voto. Non parteggio per centrodestra o centrosinistra. Mi sembrano le due facce della stessa semplificazione: trasformare la complessità in slogan e la partecipazione in allineamento.

E nel frattempo… nel 2026, siete ancora lì ad apporre con la matita su un foglio di carta la vostra preferenza. Costo: centinaia di milioni di euro. Le elezioni politiche in Italia costano circa 380 milioni nel 2018, circa 400 milioni nel 2022: seggi, personale, sicurezza, stampa, logistica. Un apparato enorme per sostenere un meccanismo tecnicamente novecentesco. Vivete in un mondo in cui pagate con lo smartphone, firmate contratti digitali, gestite conti online, affidate dati sensibili a sistemi informatici ogni giorno. Eppure il voto resta fermo: carta, matita, cabina. Altrove no. In Estonia si vota online dal 2005, e oggi oltre il 50% degli elettori utilizza il voto digitale, attraverso sistemi basati su identità elettronica e crittografia avanzata. Non è futuro, è amministrazione. Allora la domanda è semplice: perché il momento più delicato della democrazia resta ancorato a un rituale analogico? Davvero è un limite tecnico, o è una scelta politica? Perché modernizzare il voto significherebbe ridefinire accesso, controllo, partecipazione, cioè alterare equilibri consolidati. E forse, semplicemente, non conviene. Questa non è democrazia. È rappresentazione. Un dispositivo che simula il conflitto per evitare il pensiero.

Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.

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