
Dovevo andare in un’altra parte della Sicilia. Non ricordo quale. Era una strada che conosco bene, una strada che ho già percorso in altri sogni. Taglia in due le montagne, con discese enormi, interminabili, e curve che sembrano portare sempre più in basso.
Decido di affrontarla in scooter.
Sono già a metà percorso. Sto attraversando una discesa ripidissima in mezzo alle montagne quando il motorino comincia a non camminare più. Perde forza, rallenta, finché si spegne del tutto, come se fosse finita la benzina.
Continuo a scendere per inerzia. A un certo punto incontro un uomo. Lo fermo e gli chiedo se, in fondo a quella enorme discesa, ci sia un distributore.
Lui mi dice di accostare, di parcheggiare il motorino e di non preoccuparmi.
Ha la barba, i capelli brizzolati, una tuta da lavoro. Lo conosco perfettamente, nel sogno, anche se non saprei dire chi sia.
Mi conduce verso un ingresso scavato dentro la montagna.
Dentro la montagna vive un’intera comunità di persone. Hanno scelto di vivere lì sotto, in una specie di abitazione sotterranea fatta di stanze, corridoi, bagni, cucine. Una situazione stranissima, quasi claustrofobica. Ci sono ragazzi che vanno e vengono, come se tutto fosse perfettamente normale.
Uno di loro va a prendere una bottiglia di benzina.
La cosa mi sorprende, perché io il serbatoio lo sentivo pieno.
Mentre parlo con quell’uomo, uno dei ragazzi apre il serbatoio del motorino. Da dentro esce un liquido acquoso, chiaro.
“Evidentemente ti hanno messo acqua nel motore”, mi dice.
Svuotano tutto. Poi versano la benzina nuova.
Io ringrazio, saluto tutti, ma mi rimane addosso una strana angoscia per quel luogo così costipato dentro la montagna. Mi viene quasi da chiedere: perché avete scelto di vivere qui sotto, con tutto lo spazio che c’è fuori?
Riparto.
Dopo un altro tratto arrivo nella zona della Marina. Per proseguire devo attraversare un tratto di mare. E allora lo scooter, senza alcuna spiegazione, diventa acquatico.
Attraverso il mare sopra il motorino, ma mi bagno completamente. Continuo finché non torno su una strada normale. Solo allora capisco che quella strada, quella costa, quel quartiere sono in realtà una qualche parte di Catania.
Arrivo finalmente a destinazione, perché devo fare un concerto.
Ma a quel punto il motorino è diventato una macchina. Dentro ho caricato pezzi di batteria, aste, piatti, borse.
Mi trovo in un centro storico che è Catania, ma non è la Catania reale. È una Catania che conosco bene nei sogni. Un posto in cui ho già suonato tante volte.
C’è una scalinata stretta e sopra una vecchia insegna, tutta scolorita, corrosa dal tempo. Non ricordo bene il nome del posto. Era qualcosa tipo “La Repubblicana”, o qualcosa del genere. Una scritta antica, quasi illeggibile.
Prendo alcuni pezzi della batteria e salgo le scale, lasciando il resto sotto.
Arrivo sopra e trovo Andrea Beneventano, che mi aspetta per suonare in duo.
Il locale è stranissimo. Sembra un ristorante americano degli anni Quaranta, elegantissimo, quasi irreale. C’è già una batteria montata, c’è il pianoforte.
Io gli dico: “Ah, ciao Andrea. Ma non sapevo che ci fosse già la batteria qua. Ho lasciato un sacco di roba sotto.”
E lui, tranquillissimo: “Sì. Tanto mangiamo prima di suonare.”
Allora mi ricordo dei pezzi che ho lasciato giù e riscendendo incontro dei ragazzi che mi salutano. Perché quello è un posto dove, nei sogni, io suono abitualmente.
Poi risalgo.
Mi preparo a mangiare e a suonare con Andrea in questo ristorante assurdo, lussuoso, fuori dal tempo.
E lì, credo, mi sveglio.
