

Stanotte ero a San Pietro Clarenza. O meglio: ero nel San Pietro Clarenza del sogno. Quel paese dove sono nato e vissuto esisteva ancora, ma solo come nucleo iniziale di qualcosa di immensamente più grande.
Tutto ruotava attorno all’arrivo di una gigantesca scultura in pietra raffigurante un elefante. Il paese si preparava a celebrarne l’inaugurazione. Questo enorme elefante doveva essere collocato nella piazza principale.
Comincio a percorrere la strada del paese che conosco da sempre.
Ma man mano che avanzo, il luogo si trasforma.
Le dimensioni cambiano.
Le facciate delle case diventano facciate di palazzi ciclopici. Le strade si dilatano. Gli scorci si aprono su spazi immensi. Le proporzioni umane scompaiono completamente.
È come se un piccolo paese etneo si fosse trasformato nella capitale di una civiltà impossibile.
Ogni svolta rivela una nuova meraviglia.
Piazze immense.
Colonnati interminabili.
Statue gigantesche.
Monumenti alti come montagne.
Architetture che sembrano fondere insieme il barocco siciliano, l’India, Roma imperiale, le grandi cattedrali europee e una visione futuristica del mondo.
Non saprei davvero descriverlo.
Ricordo soltanto una sensazione di stupore continuo.
Continuo a fotografare.
Scatto immagini ovunque.
Eppure conosco quei luoghi.
Li conosco come se vi fossi già stato mille volte.
Alla fine della strada si apre una piazza enorme.
Probabilmente la più grande che abbia mai visto in un sogno.
Lì sono installate decine di sculture monumentali.
E al centro deve essere collocato l’elefante.
Un elefante di pietra immenso.
Non una statua, ma una presenza.
Una sorta di divinità urbana.
Rimango letteralmente allibito davanti a quella bellezza.
È uno di quei sogni nei quali l’architettura diventa più importante delle persone.
Le persone quasi scompaiono.
Resta solo la magnificenza dello spazio.
Poi incontro mio fratello.
E il sogno cambia completamente.
Compare un pallone.
Comincia una partita improvvisata.
E lì riemerge qualcosa che appartiene davvero alla mia storia.
Nel sogno torno a essere il giocatore che ero stato da ragazzo.
Mi esibisco in palleggi, tunnel, dribbling e numeri di alta scuola con una naturalezza assoluta.
Non c’è alcuno sforzo.
Non c’è sorpresa.
I movimenti riescono perfettamente.
Il controllo del pallone è totale.
Ogni gesto trova il suo tempo esatto.
Non ho la sensazione di fare qualcosa di straordinario: ho la sensazione di ritrovare una capacità che mi apparteneva davvero e che nel sogno ritorna intatta.
Prima la meraviglia dell’architettura.
Poi quella del corpo.
Prima l’immensità delle pietre.
Poi l’intelligenza del movimento.
E, come spesso accade nei sogni, entrambe le cose convivono senza contraddirsi: la città impossibile e il gesto perfetto appartengono alla stessa evidenza.
E lì, credo, mi sveglio.
Considerazione
Anche in questo sogno ritorna un elemento che incontro spesso: la capacità della mente di costruire luoghi che non esistono e tuttavia possiedono una coerenza assoluta.
Io conosco quelle strade.
Conosco gli slarghi.
Conosco le prospettive.
Conosco perfino ciò che si trova dietro l’angolo successivo.
Eppure nulla di tutto questo esiste.
Oppure esiste da qualche altra parte.
La sensazione non è quella di immaginare, ma di ricordare.
Come se il sogno non inventasse affatto quei luoghi, ma mi consentisse temporaneamente di visitarli.
Ed è forse questa la cosa più impressionante: non la bellezza delle architetture, ma la familiarità con cui le attraverso. Come se appartenessero a una geografia che conosco da sempre e che, al risveglio, mi viene immediatamente sottratta.
