Il Confessionale Vuoto (per una “chiesa” senza fedeli)

C’è qualcosa di equivoco nel bisogno di esporsi. Lo si scambia facilmente per vanità, mentre può essere una forma di dissipazione: mettere in circolo un’immagine di sé affinché venga consumata, fraintesa, derisa, magari detestata. Un avatar mandato avanti al posto del corpo. Una finzione con funzione di scarico.

Il gioco, tuttavia, diventa interessante soltanto quando smette di essere innocuo. Finché si conserva il decoro non accade niente. Il decoro è una delle tante tecniche inventate per attraversare la vita senza esserne contaminati. Anche la dignità, talvolta, non è che paura ben vestita.

Si provoca una reazione e la reazione arriva. Quasi sempre prevedibile. C’è qualcosa di pavloviano nella vita sociale: basta offrire agli altri il dettaglio giusto e ciascuno torna docilmente alla propria parte. Il moralista ammonisce, l’ironico dileggia, l’amico diagnostica, l’intelligente spiega. Poi tutti tornano a casa persuasi di aver compreso qualcosa.

Il rischio è che l’esperimento divori lo sperimentatore. A forza di fabbricare maschere si finisce per non sapere più se esista un volto che le precede. E sarebbe troppo comodo chiamare «autenticità» ciò che rimane. L’autenticità è diventata una parola pubblicitaria. Forse non esiste alcun nucleo autentico da liberare, ma soltanto strati successivi di finzioni, alcune necessarie, altre ridicole, altre ancora dolorosamente efficaci.

Qui si apre la vecchia frattura fra fitness e verità. Vivere richiede adattamento; cercare la verità richiede spesso il contrario. L’organismo vuole conservarsi, l’identità vuole confermarsi, il gruppo vuole riconoscersi. Ma la conoscenza comincia talvolta con un piccolo tradimento di tutte e tre le cose.

Per questo l’abbandono non ha nulla di rassicurante. Le Baccanti non praticavano una tecnica di benessere. Il rito iniziatico esigeva disorientamento, perdita della posizione, perfino una morte simbolica. Non si entra nel bosco per ritornarne identici. Se si ritorna identici, era una passeggiata.

E tuttavia persino l’abbandono può diventare una posa. Si può organizzare minuziosamente la propria perdita di controllo, contemplarla, descriverla, trasformarla in estetica. È forse la contraddizione più difficile: voler perdersi continuando a osservare il modo in cui ci si perde. Gettarsi nell’abisso e, durante la caduta, prendere appunti.

La letteratura conosce bene questa indecenza. Leiris porta il coltello verso di sé; Proust trasforma la propria decomposizione in metodo; Baudelaire cerca nel fango qualcosa che non sia semplicemente fango. Non c’è redenzione garantita. Il fiore può nascere dal male, ma può anche non nascere affatto. Resta il male, e sarebbe infantile protestare.

Forse è questa la ragione per cui i morti risultano talvolta interlocutori migliori dei vivi. Non chiedono coerenza. Non si offendono. Non hanno bisogno di vincere la conversazione. Soprattutto hanno già perduto ciò che rende quasi ogni discussione tra vivi una piccola lotta per la conservazione: la posizione, il prestigio, il personaggio.

Leggere significa allora frequentare questi morti senza trasformarli in arredamento. Dante non come citazione, Proust non come distintivo, Baudelaire non come posa. Entrare nella Commedia come se l’Inferno fosse realmente lì. Entrare nella Recherche accettando che qualcosa possa risultarne umiliato. Altrimenti la cultura diventa suppellettile: oggetti raffinati disposti intorno a un’identità che non desidera essere disturbata.

Rimane un paradosso abbastanza miserabile da essere vero: si desidera essere compresi e si costruiscono continuamente le condizioni del fraintendimento. Si cerca l’abbandono mantenendo aperta una via di fuga. Si disprezza il personaggio e intanto lo si alimenta. Si vorrebbe oltrepassare il proprio nome, mentre il mondo continua ostinatamente a chiamarci con quello.

Quale iniziazione è ancora possibile, oggi, se non la perdita del decoro, della dignità, della reputazione, della rassicurante coerenza con se stessi? Accontentarsi di ciò che la vita ci ha regalato, perfino del dono del talento, significa in fondo accettarne il verdetto. L’iniziazione comincia quando si smette di amministrare ciò che si è ricevuto e si osa dissiparlo.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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