
Questa è una filastrocca scritta per Alida, quando aveva sei anni. La scrissi su un foglio di carta durante l’attesa dal medico.
La principessina Alida
I
Nacque un giorno dalla neve,
nel gennaio più freddo e greve,
una bimba fra le grida
che la mamma chiamò Alida.
Venne un drago di cristallo,
venne l’elefante Verde,
venne un demone cavallo,
tutto il fumo poi disperde.
La capanna diroccata
in castello è trasformata,
poi la paglia tutta in oro
in cinghiale un bel castoro.
Può mai dirsi tanta gioia,
tra la fame e i tanti stenti,
dai natali di una bimba
sol patate fra li denti?
“Questo è proprio ‘no miracolo”,
me lo disse tale oracolo,
ricordò la mamma Cesca
con in bocca già una pesca.
Fece eco la su’ nonna,
“so’ finiti i tempi duri!!
voglio l’orlo sulla gonna
salto come li canguri!”.
Nel frattempo la bimbina
tirò fuori la manina
e con fare impertinente
salutò tutta la gente!
Figurarsi lo stupore
alla vista di tal gesto,
al bisnonno lo tremore
per minuti fece arresto.
Giunse presto una folata
rese l’aria raggelata,
una voce portò il vento
“questo giorno è un gran portento”.
Poi si chiusero le porte
e si diede il via alle danze,
cosce dritte e gambe storte
baci e abbracci fra le panze.
Dopo mesi la Sor Cesca,
presa l’aria principesca,
si cullava fra le frasche
e gli zampilli de le vasche.
Era estate e nella sera
svolazzava la falena,
con la luna come sfera
che brillava tutta piena.
Di sei mesi la bambina
attendeva la mattina,
con gli occhioni dritti al cielo
nella notte senza velo.
Quando un sibilo sinistro
annunciò una litania,
“Sono Ermete Trismegisto,
lo signor de l’Alchimia!”.
“Finalmente ho il risultato,
la mia perla del Creato,
son riuscito a generarti
grazie a tutte le mie arti!”
Formulato tal segreto
si coprì col suo mantello
per sparire giù sul greto
fra le acque del ruscello.
Dopo questo incantamento
neanche un alito di vento,
giunse il sonno finalmente
all’Alida soavemente.
Sulle volte del castello
lottan serpe contro bruto,
il drago col suo fuocherello
contro il demone cornuto.
II
Passan lesti i primi anni
molte gioie e pochi inganni,
per la nobile creatura
perla rara e gemma pura.
Nella corte i frizzi e i lazzi,
alternati al duro studio,
per le stanze e fra gli arazzi,
sono fonte di tripudio.
Grande gioia, è il compleanno,
si festeggia l’anno sesto,
giusto il dì di capodanno
con baldoria e gran rinfresco.
Fuori infuria la tempesta,
mentre impazza il girotondo.
balla pure la fantesca
con la gente del bel mondo.
Giunse il lampo dopo il rombo,
nel salone un gran rimbombo,
poi si spense ogni lampione
fra la gran concitazione.
“Che succede, tutto è spento!”,
sora Cesca andò gridando
“può causare un po’ di vento
tale furia dell’Orlando?”.
Ma nel dire poi si tacque
con il farsi delle acque,
urla il principe di Svezia
“mi par d’essere a Venezia!”.
Ma una voce venne fuori
dalla grande oscurità,
“Son risorta dagli orrori
a reclamare Sua Maestà”.
“Son la Strega della Notte,
pipistrelli chiamo a frotte,
consegnatemi l’Eletta
o scateno mia vendetta!”
Tutto il corpo dei gendarmi
strinse attorno alla fanciulla,
“Qua nessuno che si allarmi,
tutti i bimbi nella culla!”
Ma di colpo fu gran gelo
e alla strega cadde il velo,
e il suo volto mascherato
mostrò tutto insanguinato.
Nel salone fu il terrore,
un’immane baraonda,
tutti in fuga e senza onore
come nave che s’affonda.
Poi fu il grido della mamma,
giunse al culmine del dramma,
“S’osi tu toccar mia gioia
di tua testa sarò boia!”.
Dunque mosse un gran gendarme
più di tutti coraggioso,
che sguainando tosto l’arme
corse in bocca al tenebroso.
Roteando l’alabarda
menò colpo alla vegliarda,
ma tagliò le candelore
ché di lei restò vapore.
In un tratto il bel soldato,
dopo giusto qualche passo,
cadde come congelato
giù di botto come un sasso.
“Questa è opera del Male!”
gridò forte un commensale,
mentre l’ombra alla piccina
strinse forte la manina.
Se la prese la vecchiaccia,
la tirò con sé alla notte
e di lor non vi fu traccia,
nelle tenebre corrotte.
III
Vennero gli anni del Gran Pianto,
dalla Reggia ogni incanto,
lentamente andò sparendo
ché regnava un sol lamento.
Fu lanciata grande sfida.
perlustrato il gran reame,
la scomparsa dell’Alida
diede luogo a fosche trame.
Si diceva come vero
fosse chiusa in un maniero,
nelle Terre Sventurate
da nessuno visitate.
Ma giammai un cavaliere
giunse con testimonianza,
e notizie veritiere
a lenire la lagnanza.
Sol di lacrime nutriva
la piangente comitiva,
disperata è sora Cesca,
angosciata la fantesca.
Nel momento più di stallo,
giunse in sogno d’un gran mago
rilucente di cristallo
maestoso il grande drago.
La sua fiamma rosso fuoco
rossa linea tratteggiava
sulla mappa un tale loco
chiaramente illuminava.
Tosto in groppa e col turbante
montò Verde l’elefante,
“vola e sfreccia mio destriero,
direzione Gran Maniero!”
IV
Nel frangente la piccina
chiusa dentro la prigione,
ritraeva la manina
dalle sbarre del portone.
Sorvegliata mane e sera
nella fetida galera,
da una cagna purulenta
tutto annusa, tutto addenta.
Una bestia tutta denti,
denti aguzzi assai lucenti,
cui la bimba fa pernacchie,
lei non teme belve e racchie!
Il mostro ringhia e gli occhi sgrana,
occhi rossi come brace,
mentre Alida alla befana
fa linguacce senza pace.
“Brutta strega non spaventi
hai li muscoli cadenti,
hai la faccia consumata
e il cammino da sciancata!”
“Poi hai preso una cagnetta,
che sembrava un amorino,
della stirpe del lupetto
l’hai mutata già in mastina!”.
Dopo i calci alla mansarda
venne giù la gran vecchiarda,
“a ‘sta bimba sì insolente
con ‘ste pinze cavo un dente!”
“Click click giù dalla scale!
zac zac sulle ossicine,
le farò sì tanto male
che vedrà tante stelline!”
Ma la nobil principessa
che tutt’era fuor che fessa,
ribatté con aria dura
“Io di te non ho paura!”.
Fece tante di pernacchie
alla strega e alla sua cagna,
poi condite da sputacchie
e pose fine a quella lagna.
S’adirò la fattucchiera
d’una tale vil maniera,
che perfino la bestiaccia
ebbe tema di sua faccia.
Ed allora spinse il cane
dritto contro quella cella
affinchè rendesse vane
quelle smorfie della bella.
Con un ringhio assai molesto.
mise in mostra la sua rabbia,
e si fiondò come ossesso
quel demonio alla sua gabbia.
Ma la dolce e pia fanciulla
ch’era tutto fuorché grulla,
l’ammansì con la manina
come fosse una gattina.
Fece questo grazie a un dono,
dell’Ermete Trismegisto,
l’animale le fu prono
come mai lo s’era visto.
Poi le disse “Sull’attenti!”
ma con voci assai suadenti,
“corri a prendere la chiave
giusto sotto quella trave!”.
Con un balzo assai ferino
obbedendo alla sua bella,
prese in bocca quel bottino
e lo pose nella cella.
Così fece quella cagna
noncurante della lagna,
della vecchia inviperita
che bramava quella vita
Tosto aperto quel cancello
corse in fuori la fanciulla,
ed in groppa al can fratello
disse: “addosso a quella grulla!”.
Fu mandata a gambe all’aria
quella strega millenaria,
e al suo grido “vade retro!”
giunse un morso sul di dietro.
Poi fuggirono dal castello
per la porta principale,
grazie al sacro grimaldello
e furon soli nel viale.
V
Nel frangente Ermete il mago
sorvolava il Grande Lago,
che le acque del castello
poi lambiva in un ruscello.
Posto in groppa al suo elefante
scorse il cane con l’Alida,
“presto plana fra le piante,
che tra poco sarà sfida!”.
Indi scesero in picchiata
dopo rapida virata,
pronti nel menar fendenti
col bastone fra li denti.
Figurarsi la sorpresa
alla vista di quel mago,
che laggiù nella distesa
si poneva in fondo al lago.
Disse Alida: “lo conosco,
non mi pare un tipo losco”.
Lui gridò: “tu stammi dietro,
alle spalle almeno un metro!”.
Nel frattempo la vecchiarda
fuoriuscita dal maniero,
roteava un’alabarda,
contro il cielo tutto nero.
E il suo corpo macilento
si spezzava con tormento,
per dar spazio alla figura
che celava sua natura.
Un demonio spaventoso
fuoriusciva sibilante,
da quel corpo ormai corroso
con sembianze da gigante.
“La fanciulla bramo avere,
il suo sangue dovrò bere,
e tu mago, sporca razza,
sarai sterco in tua corazza”
Quella voce tenebrosa
si spargeva per la selva,
nella parte sua più ombrosa
nel timore d’ogni belva.
In risposta dal bastone
dritto in certa direzione,
si formò una grossa rete
manovrata dall’Ermete.
Le si avvolse tutto intorno
allo demone tiranno,
che tentava col suo corno
di sfuggire a quell’inganno.
Ma la coda sua ad uncino
con fendente repentino,
mosse il diavolo abilmente
che l’aveva assai tagliente.
Liberatosi e furente
spalancò l’orrenda bocca,
con un far sì repellente
da non dirsi in filastrocca.
Mosse il morso velenoso
verso il mago valoroso,
che rivisse nell’istante
la sua vita come infante.
Ma d’un tratto s’udì un canto
quasi un suono ultraterreno,
poi mutatosi di tanto
in un grido di veleno.
Stava a bocca spalancata
giusto in mezzo alla vallata,
quella bimba impertinente
a sfidare l’Indecente.
La potente vibrazione
più potente d’un ciclone,
spazzò via l’aberrazione
per un’altra dimensione.
Tutto il bosco respirava
come fosse liberato
e la luce ritornava
risplendente nel Creato.
“Ohibobò” blaterò il mago,
“è da tempo che t’indago,
ma da vero e pio credente
tu sei figlia del Potente!”.
Le rispose la fanciulla
“sono anch’io maravigliata,
ma è dai tempi della culla
che non faccio una cantata!”.
Tra un abbraccio e una risata
si compose la brigata,
per far rientro nel maniero
dopo più di un anno intero.
V
Ecco in marcia il bel Quartetto
l’elefante e il Gran Vecchietto,
poi l’Alida e la cagnetta
ora docile vedetta.
“Direzione Gran Maniero!”
urla intrepido il Megisto.
“a nessuno parrà vero
come incanto di Mefisto!”
S’appressava il buon Natale
nella casa ormai regale,
ma non eran dì di festa
per la causa funesta.
“Dove sei o mia piccina
manca tua di tenerezza,
quella dolce tua manina
che faceva la carezza”.
