Hamas, Israele e le paturnie della sinistra italiana

Quando l’orrore irrompe sullo scenario delle opulente società mediatiche, si genera il cortocircuito che fa saltare la fragile struttura del dispositivo che le regge. Con l’attacco compiuto da Hamas durante il rave in Israele, ecco la violenza fare irruzione entro la bolla di Reale degli eletti di Schengen, quella stessa medesima violenza tenuta debitamente fuori dagli argini dell’egemone società occidentale. Tale densità irriducibile (l’attacco a dei civili, la crudeltà non contemplata fuori dallo scenario dei mercenari della guerra) diventa così prorompente e tracima oltre l’orlo tollerabile della diga che compone l’Immaginario dell’opinione pubblica. A poco serve ricordare che negli stessi luoghi geografici (a testimonianza che ogni confine è oramai psicologico e non più geografico), tale orrore è ordinario in Palestina, e non fa parte del rimosso che, viceversa, è attivo come tabù nelle cosiddette “società della sorveglianza”.

A subire maggiormente il trauma dei fatti del recente attacco via terra di Hamas è, naturalmente, la sinistra italiana, o ciò che ne rimane, folgorata dalle contraddizioni che la compongono; su tutte lo iato che nevrotizza le scelte di politica internazionale rispetto a quelle ideologiche: semplificando, la linea politica di Bruxelles e dei mercati che si contrappone alla tradizionale vicinanza alla “questione palestinese” (Davos vs kefiah).

Altre contraddizioni laceranti possono facilmente essere individuate: appoggio alla reazione di Israele come atto di risposta a un attacco e posizione pro Ucraina nei rispetti della reazione russa dopo gli attacchi nel Donbas, plauso agli atti repressivi delle forze dell’ordine durante il lockdown e condanna della polizia per i fatti di Torino, per non dire delle adesioni alle politiche attuate a danno dei disobbedienti (il famigerato green pass) che vanno a contrapporsi con le storiche battaglie sindacali per il lavoro.

Sono tutti aspetti correlati che, nell’apparente diversità dei contesti, accomunano la galassia DEM-progressista, ormai in rotta verso il buco nero (l’objet petit a) ove si annulleranno catarticamente tutte le derive della dialettica tra significanti e significato.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

Rispondi