“I Devoti di San Bastardo”, un mio racconto pubblicato nel libro “Novelle Crudeli” con il disegno di Claudia Scavone

Voci narrano di un paese dell’entroterra siculo, Vignafiorita, arroccato tra i monti peloritani e raggiungibile solo attraverso impervie e tortuose mulattiere, in cui, fino a tempi non troppo remoti, aveva luogo una singolare e alquanto inedita festa patronale. Col farsi dell’estate, il 21 giugno, alle prime luci dell’alba, tra rintocchi di campane, fuochi e botti d’ogni risma, sul sagrato della chiesetta della Santissima Maria e Addolorata, ogni anno veniva trainata da uno stuolo di devoti una statua di santo. Questa vedeva luce a fatica, dopo un anno di segregazione negli antichi sotterranei della chiesa, ove era confinata per cagioni di decoro e di rispetto alle superne effigie dell’altare e delle navate.
Come estratta da un immane forcipe, la sagoma santa, trainata da una cordata di devoti in costume da satiro, finiva con lo sbucare dal grazioso portico in ferro battuto quasi all’improvviso, nell’indetermi- natezza nitida di quegli abbagli mattutini, fra le ali di folla vibranti di soggezione. Ne veniva fuori un simulacro imponente, una caricatura sconcertante sostenuta da un gigantesco fercolo, quella di uno smisurato monaco pazzo in saio marrone posto in un’assurda posa da “sciatore”, con i pugni chiusi paralleli alle tempie e le gambe in perenne trazione. Un monaco dal viso contratto in una smorfia d’odio, i denti serrati e gli occhi sbarrati e iniettati d’un ancor più inconcepibile luminescenza di sclerotica, sinistre fattezze che rimandavano a quelle d’un forsennato che avesse brama di luce e fame d’aria, a un prigioniero torturato e voglioso di vendetta più che a un pio servitore di Dio.

A quella allucinata visione, pian piano lo stupore, la concitazione e il trambusto dei fedeli in trepidante attesa, lasciavano prender spazio all’angoscia del mormorio, al vociare sparuto che andava via via spegnendosi in una cappa di rispettoso e inquetante silenzio, in miracolosa assonanza con il subitaneo scemare degli spari e dei rintocchi delle enormi campane, che ora risuonavano lontane e remote, come scampoli di mulinelli di fuliggine per gioghi di correnti appena abbozzate.
San Bastardo campeggiava nell’agghiacciante mutismo di uomini, animali e cose.
Anche se era ritenzione di pochi interminabili attimi, quella repentina sordità finiva con l’assumere le caratteristiche di un orrore senza giustificazione, dunque intollerabile.
«C’avissi a veniri na motti subitanea a me cugnatu!»
«’Na paralisi a lu risgraziatu ri me cucinu!»

Distanti, urlate a squarciagola, le prime sporadiche e solitarie imprecazioni, montando una a una, determinavano un crescendo di improperi, fino a divenire dileggio furente, coro, baccanale, orgia della contumelia. Erano le cosiddette “malanove”, ovvero maledizioni da augurare, preconizzando malattie e financo la morte per nemici, amici, parenti, fratelli, sorelle, padri, madri, nonni, zii e badanti. Come una polveriera, allora il sagrato cominciava a ribollire di bestemmie e insulti d’ogni tipo, di maledizioni auspicate al prossimo in una sorta di Babele del Dileggio, mentre il fercolo, riprendendo a muoversi avanzando a fatica verso la piazza, pareva animarsi d’un furore antico e mefitico. Lì attendeva, come un alveare brulicante, la cenciosa calca di paesani e forestieri, mattanza di gente corrosa e consumata dall’attesa, nella spa- smodica urgenza d’urlare la propria malanova nella speranza che potesse essere presto esaudita.
San Bastardo s’avanzava fra occhi iniettati di sangue, bocche sdentate, colli che parevano esplodere, mani callose, salive, scaracchi, urla, tastate, graffi, spintoni, dita negli occhi, strilli rochi e strazianti; egli s’ergeva sulle plebi numinoso di radiosa malvagità, pregno d’una radiazione malefica, carismatico.
«Fammi soffriri ’u maritu tradituri!» «C’avissiru a cascari tutti li renti a lu chiancheri!»

«Facci moriri lu picciriddu nta la panza di ’dda gran buttana!»
«Na botta ri vilenu a li cani ri ma soggiru!»
Così, a spasmi e strattoni, come un corpo improprio per un lungo budello, procedeva il fercolo, mentre la ridda inferocita, concitata e tumultuosa, s’accalcava disperatamente alla statua.
Del resto, San Bastardo, una volta preso l’abbrivio, non avrebbe più arrestato la sua corsa e una volta giunto alla “Calata della Pietrasanta” non ci sarebbe stato modo di recuperare per quelli rimasti troppo indietro. Il momento antecedente a quello della ripida discesa era quindi una sorta di ultima spiaggia per i più anziani e bisognosi.
Come da tradizione la statua veniva trainata anche in discesa, in una progressiva accelerazione culminante nell’arrivo alla Piazza della Misericordia, laddove s’apparava il tripudio finale di fuochi, immancabile suggello finale alla copertura della sacra effigie mediante la “Coperta del Diavolazzo”.
Tutto ciò, la brevità di questo rituale, sconcertava. Finiva col lasciare interdetti i più, financo quelli che erano riusciti pienamente a sfogarsi: l’attesa trepidante di un anno, macerando dentro ogni sopruso o torto subito, pareva così vanificarsi nello spazio d’un nonnulla, d’una deflagrazione monca. In ogni caso lo si sapeva; quello era il portato d’un rituale che si perdeva nella notte dei tempi e per certi aspetti la “Copertura di San Bastardo” rappresentava per gli abitanti di Vignafiorita la calata di un sipario di rassegnazione e di definitiva tumulazione delle invidie e dei dissapori.

Questo antefatto, in chiave novellistica, si rendeva necessario per riferire di quel che successe in quell’anno (pare il 1898 in base a sparute e raffazzonate fonti), anno in cui qualcosa andò storto.
La leggenda racconta di un improvviso arresto del carro di San Bastardo, dovuto, pare, a un enorme “mazzacane”, un sasso enorme finito chissà come nel bel mezzo della Calata della Pietrasanta durante la fase della vorticosa discesa, con relativa rottura del mozzo delle ruote anteriori e successivo ribaltamento del carro.
Pare che la statua di San Bastardo con il pesantissimo fercolo, rovinando addosso alle genti, abbia finito col provocare decine di vittime, trascinandole nella fragorosa corsa fino al piano. Il Bufardaci, a tal proposito, riporta a proposito della conseguente rottura della statua e ai successivi tumulti, «Ch’essa, spezzatasi in tre tronconi, fu a colpi di martello ridotta a brani minuti, e ne lo gran tramestìo de la foga e del delirio, per bona parte a cagion de la concupiscienza de le sacre reliquie, furon calpestati li corpi de li vivi e puro quelli de li morti».

La mancanza del rito della copertura deve poi aver contribuito alla successiva biblica catastrofe. Almeno così riferiscono le fonti orali. Si racconta di violenze inenarrabili, di lotte a scontri all’ultimo sangue, di scene di isteria collettiva e persino di atti di cannibalismo. Il paese fu successivamente messo a ferro e fuoco, e con l’arrivo di un emissario pontificio furono distrutti o trasferiti in Vaticano tutti gli archivi contenenti i documenti, gli atti di nascita e di morte custoditi nella parrocchia.
Di Vignafiorita non rimane più nulla.
Sul sito dove si pensa fosse ubicato il paese, adesso regnano piccoli lembi di bosco di roverella e di leccio, nonché la cosiddetta macchia mediterranea, con predominanza di eriche, cisto, corbezzoli e ginestre.

FINE

IL LIBRO POTETE TROVARLO QUI: https://www.ibs.it/novelle-crudeli-dall-orrore-dal-libro-francesco-cusa/e/9788898644032

Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.

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