
Voci narrano di un paese dell’entroterra siculo, Vignafiorita, arroccato tra i monti peloritani e raggiungibile solo attraverso impervie e tortuose mulattiere, in cui, fino a tempi non troppo remoti, aveva luogo una singolare e alquanto inedita festa patronale. Col farsi dell’estate, il 21 giugno, alle prime luci dell’alba, tra rintocchi di campane, fuochi e botti d’ogni risma, sul sagrato della chiesetta della Santissima Maria e Addolorata, ogni anno veniva trainata da uno stuolo di devoti una statua di santo. Questa vedeva luce a fatica, dopo un anno di segregazione negli antichi sotterranei della chiesa, ove era confinata per cagioni di decoro e di rispetto alle superne effigie dell’altare e delle navate.
Come estratta da un immane forcipe, la sagoma santa, trainata da una cordata di devoti in costume da satiro, finiva con lo sbucare dal grazioso portico in ferro battuto quasi all’improvviso, nell’indetermi- natezza nitida di quegli abbagli mattutini, fra le ali di folla vibranti di soggezione. Ne veniva fuori un simulacro imponente, una caricatura sconcertante sostenuta da un gigantesco fercolo, quella di uno smisurato monaco pazzo in saio marrone posto in un’assurda posa da “sciatore”, con i pugni chiusi paralleli alle tempie e le gambe in perenne trazione. Un monaco dal viso contratto in una smorfia d’odio, i denti serrati e gli occhi sbarrati e iniettati d’un ancor più inconcepibile luminescenza di sclerotica, sinistre fattezze che rimandavano a quelle d’un forsennato che avesse brama di luce e fame d’aria, a un prigioniero torturato e voglioso di vendetta più che a un pio servitore di Dio.
A quella allucinata visione, pian piano lo stupore, la concitazione e il trambusto dei fedeli in trepidante attesa, lasciavano prender spazio all’angoscia del mormorio, al vociare sparuto che andava via via spegnendosi in una cappa di rispettoso e inquetante silenzio, in miracolosa assonanza con il subitaneo scemare degli spari e dei rintocchi delle enormi campane, che ora risuonavano lontane e remote, come scampoli di mulinelli di fuliggine per gioghi di correnti appena abbozzate.
San Bastardo campeggiava nell’agghiacciante mutismo di uomini, animali e cose.
Anche se era ritenzione di pochi interminabili attimi, quella repentina sordità finiva con l’assumere le caratteristiche di un orrore senza giustificazione, dunque intollerabile.
«C’avissi a veniri na motti subitanea a me cugnatu!»
«’Na paralisi a lu risgraziatu ri me cucinu!»
Distanti, urlate a squarciagola, le prime sporadiche e solitarie imprecazioni, montando una a una, determinavano un crescendo di improperi, fino a divenire dileggio furente, coro, baccanale, orgia della contumelia. Erano le cosiddette “malanove”, ovvero maledizioni da augurare, preconizzando malattie e financo la morte per nemici, amici, parenti, fratelli, sorelle, padri, madri, nonni, zii e badanti. Come una polveriera, allora il sagrato cominciava a ribollire di bestemmie e insulti d’ogni tipo, di maledizioni auspicate al prossimo in una sorta di Babele del Dileggio, mentre il fercolo, riprendendo a muoversi avanzando a fatica verso la piazza, pareva animarsi d’un furore antico e mefitico. Lì attendeva, come un alveare brulicante, la cenciosa calca di paesani e forestieri, mattanza di gente corrosa e consumata dall’attesa, nella spa- smodica urgenza d’urlare la propria malanova nella speranza che potesse essere presto esaudita.
San Bastardo s’avanzava fra occhi iniettati di sangue, bocche sdentate, colli che parevano esplodere, mani callose, salive, scaracchi, urla, tastate, graffi, spintoni, dita negli occhi, strilli rochi e strazianti; egli s’ergeva sulle plebi numinoso di radiosa malvagità, pregno d’una radiazione malefica, carismatico.
«Fammi soffriri ’u maritu tradituri!» «C’avissiru a cascari tutti li renti a lu chiancheri!»
«Facci moriri lu picciriddu nta la panza di ’dda gran buttana!»
«Na botta ri vilenu a li cani ri ma soggiru!»
Così, a spasmi e strattoni, come un corpo improprio per un lungo budello, procedeva il fercolo, mentre la ridda inferocita, concitata e tumultuosa, s’accalcava disperatamente alla statua.
Del resto, San Bastardo, una volta preso l’abbrivio, non avrebbe più arrestato la sua corsa e una volta giunto alla “Calata della Pietrasanta” non ci sarebbe stato modo di recuperare per quelli rimasti troppo indietro. Il momento antecedente a quello della ripida discesa era quindi una sorta di ultima spiaggia per i più anziani e bisognosi.
Come da tradizione la statua veniva trainata anche in discesa, in una progressiva accelerazione culminante nell’arrivo alla Piazza della Misericordia, laddove s’apparava il tripudio finale di fuochi, immancabile suggello finale alla copertura della sacra effigie mediante la “Coperta del Diavolazzo”.
Tutto ciò, la brevità di questo rituale, sconcertava. Finiva col lasciare interdetti i più, financo quelli che erano riusciti pienamente a sfogarsi: l’attesa trepidante di un anno, macerando dentro ogni sopruso o torto subito, pareva così vanificarsi nello spazio d’un nonnulla, d’una deflagrazione monca. In ogni caso lo si sapeva; quello era il portato d’un rituale che si perdeva nella notte dei tempi e per certi aspetti la “Copertura di San Bastardo” rappresentava per gli abitanti di Vignafiorita la calata di un sipario di rassegnazione e di definitiva tumulazione delle invidie e dei dissapori.
Questo antefatto, in chiave novellistica, si rendeva necessario per riferire di quel che successe in quell’anno (pare il 1898 in base a sparute e raffazzonate fonti), anno in cui qualcosa andò storto.
La leggenda racconta di un improvviso arresto del carro di San Bastardo, dovuto, pare, a un enorme “mazzacane”, un sasso enorme finito chissà come nel bel mezzo della Calata della Pietrasanta durante la fase della vorticosa discesa, con relativa rottura del mozzo delle ruote anteriori e successivo ribaltamento del carro.
Pare che la statua di San Bastardo con il pesantissimo fercolo, rovinando addosso alle genti, abbia finito col provocare decine di vittime, trascinandole nella fragorosa corsa fino al piano. Il Bufardaci, a tal proposito, riporta a proposito della conseguente rottura della statua e ai successivi tumulti, «Ch’essa, spezzatasi in tre tronconi, fu a colpi di martello ridotta a brani minuti, e ne lo gran tramestìo de la foga e del delirio, per bona parte a cagion de la concupiscienza de le sacre reliquie, furon calpestati li corpi de li vivi e puro quelli de li morti».
La mancanza del rito della copertura deve poi aver contribuito alla successiva biblica catastrofe. Almeno così riferiscono le fonti orali. Si racconta di violenze inenarrabili, di lotte a scontri all’ultimo sangue, di scene di isteria collettiva e persino di atti di cannibalismo. Il paese fu successivamente messo a ferro e fuoco, e con l’arrivo di un emissario pontificio furono distrutti o trasferiti in Vaticano tutti gli archivi contenenti i documenti, gli atti di nascita e di morte custoditi nella parrocchia.
Di Vignafiorita non rimane più nulla.
Sul sito dove si pensa fosse ubicato il paese, adesso regnano piccoli lembi di bosco di roverella e di leccio, nonché la cosiddetta macchia mediterranea, con predominanza di eriche, cisto, corbezzoli e ginestre.
FINE
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