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Dopo alcuni anni il mio romanzo “Vic” continua a nutrirsi di svariate interpretazioni intorno alla sua trama e alla complessità della sua struttura. È stupefacente constatare quante cose siano emerse e quante altre, probabilmente, ancora potrebbero affiorare nel prossimo futuro relativamente a quest’opera in perenne divenire. Sono particolarmente grato all’amico e filologo Dario Consoli per questa analisi così pertinente e ricca di spunti. Prima di lasciarvi alla lettura della sua recensione, sento il bisogno di rimarcare alcune sue intuizioni che pochi finora avevano decriptato, prima di Dario.
1) In questo romanzo si ritrovano classiche strutture ritmiche, per esempio molti endecasillabi (a caso, p. 29: “Poter tornare a casa nel pallore / sghembo delle lampade e di quel mesto / illuminar del disadorno senza / sentire quello strazio, quella nenia…”), come dicevo in un’ambientazione d’invenzione e piena di influenze culturali e al tempo stesso vividamente informata da quanto possiamo sentire come “mezzogiorno” del mondo occidentale, al tempo stesso micro e macromondo.
2) Fondamentale anche il rapporto con il femminile, anzitutto con il personaggio di Sally, cioè Alexandra (“Colei che protegge l’uomo”), donna fondamentale che mi ha fatto ripensare alla Annie del primo Woody Allen. Dato che si parla di nomi, noto en passant che Vic è nome monosillabico come il nome d’arte di Cusa, Frank, e come questo comincia con suono labiodentale, particolarmente evocativo e musicale, e termina con il beat secco di una velare. Ma il personaggio è come uno stuntman che somiglia all’autore solo di spalle, come è noto.
3) Della poesia ultima, spirituale e metafisica si diceva: c’è un soggetto che percepisce e un soggetto che è percepito, e diventa soggetto del racconto oggetto del racconto stesso, soprattutto in un punto particolarmente importante, al capitolo 27 (numerologicamente: 3×9), laddove si cita la “Cosa Pulsante”. E c’è anche questa vita di provincia, la parte più comica e dannata, di cui non svelo nulla.
4) L’ultimo personaggio femminile, la Linda che appare e poi sembra dover scomparire altrettanto velocemente: è un punto importante, che apre all’altro linguaggio della grande cultura di Cusa che, oltre quella ritmica, cinematografica e linguistico compositiva, ha anche una conoscenza di filosofia e di pratica yogi, il che aiuta a capire questa compresenza dei due universi che, proprio in questa cittadina di questo Sud, questo Cotrone, trovano l’anello che non tiene, il buco nel cielo di carta – dove riusciamo a scoprire, a liberare l’ingranaggio di questa realtà che sembra illusoria, o che sembra una realtà, e non sappiamo cosa sia, se non a chi sia dato di contemplare l’ottavo e ultimo stadio, nella fusione tra osservante e osservato.
“Vic” di Francesco Cusa, romanzo di un mondo da scrivere
Romanzo di potente concezione, con struttura articolata e a sorpresa fino all’ultima pagina, capace di dischiudere strutture metriche classiche entro una prosa sferzante e immaginosa, “Vic” di Francesco Cusa è una storia di provincia del Sud che si fa metafora del cosmo.
Come in una Macondo più spietata e disseccata, i vissuti di Vic – alla fine che importa se veri, o se solo sognati? -, anima morta e al contempo illuminata, che agisce comicamente e profetizza in visione, si accendono nel corto circuito con le ombre dei suoi trapassati, in viluppi elettrici che animano il breve agitarsi delle scene umane e delle relative passioni: osceni incontri erotici, amicizie ineffabili, liti e maneggi nell’Italietta dei bar, delle amministrazioni locali e dei festival musicali si susseguono, in un crescendo blasfemo e straziante, tra i molti incipit di un romanzo cornice in perpetuo ricominciamento.
Da leggere immaginando di illuminarlo con le luci di David Lynch e l’ironia di Woody Allen, ma con contrappunti della commedia erotica all’italiana, questo libro non abbandonerà la vostra memoria, ma saprà nidificarla con le arpie della poesia estrema: quella che interroga il senso tragico della vita, il suo sbattere alle soglie di un “Oltre” non verificabile tramite i sensi materiali, ma “Cosa Pulsante” di ferita e divina entità.
In questo romanzo si ritrovano classiche strutture ritmiche, per esempio molti endecasillabi (a caso, p. 29: “Poter tornare a casa nel pallore / sghembo delle lampade e di quel mesto / illuminar del disadorno senza / sentire quello strazio, quella nenia…”), come dicevo in un’ambientazione d’invenzione e piena di influenze culturali e al tempo stesso vividamente informata da quanto possiamo sentire come “mezzogiorno” del mondo occidentale, al tempo stesso micro e macromondo.
Fondamentale anche il rapporto con il femminile, anzitutto con il personaggio di Sally, cioè Alexandra (“Colei che protegge l’uomo”), donna fondamentale che mi ha fatto ripensare alla Annie del primo Woody Allen. Dato che si parla di nomi, noto en passant che Vic è nome monosillabico come il nome d’arte di Cusa, Frank, e come questo comincia con suono labiodentale, particolarmente evocativo e musicale, e termina con il beat secco di una velare. Ma il personaggio è come uno stuntman che somiglia all’autore solo di spalle, come è noto.
Sally è l’unico personaggio femminile amato; si suddivide poi in tre parti, possiamo dire, perché di lei c’è un doppio Doppelgänger: Luisella (lui + Sally = Luisella?) ma poi alla fine c’è anche Linda, bellissimo personaggio, donna infermiera taumaturga che lo curacon l’amore,
ad Vici intellegendam operam.
Della poesia ultima, spirituale e metafisica si diceva: c’è un soggetto che percepisce e un soggetto che è percepito, e diventa soggetto del racconto oggetto del racconto stesso, soprattutto in un punto particolarmente importante, al capitolo 27 (numerologicamente: 3×9), laddove si cita la “Cosa Pulsante”. E c’è anche questa vita di provincia, la parte più comica e dannata, di cui non svelo nulla. Tragico ed esilarante all’inizio, l’io vile di Vic subisce poi una catarsi, conseguendo un’evoluzione che sorprende e interroga il lettore.
Il libro ruota su tre temi: il primo è il sesso che da subito emerge, con dei rapporti che hanno urgenza conoscitiva, gnoseologica; il che è sempre una risposta al secondo tema, ed è quello della morte – improvvisa, irrazionale, scandalosa – di molti personaggi che solo in apparenza così scompaiono, perché poi ritornano e fanno parte del ricco sistema della vita spirituale del protagonista; un terzo tema è quello dello scandalo: dello scandalo dell’esistenza così com’è, comica e profonda, com’è appunto nella vita di provincia di questo paesello italiano, che si intuisce potrebbeessere siciliano o calabrese: Cotrone.
Nel baretto in cui avvengono ulteriori congressi carnali e altre epifanie di personaggi, vedo lo scandalo dell’esistenza che è sempre votata all’impermanenza e alla morte. La saggista e psicologa Daniela Marra ha giustamente osservato, recensendo “Vic”, che in questo libro i morti sono più vivi dei vivi.
L’ultimo personaggio femminile, la Linda che appare e poi sembra dover scomparire altrettanto velocemente: è un punto importante, che apre all’altro linguaggio della grande cultura di Cusa che, oltre quella ritmica, cinematografica e linguistico compositiva, ha anche una conoscenza di filosofia e di pratica yogi, il che aiuta a capire questa compresenza dei due universi che, proprio in questa cittadina di questo Sud, questo Cotrone, trovano l’anello che non tiene, il buco nel cielo di carta – dove riusciamo a scoprire, a liberare l’ingranaggio di questa realtà che sembra illusoria, o che sembra una realtà, e non sappiamo cosa sia, se non a chi sia dato di contemplare l’ottavo e ultimo stadio, nella fusione tra osservante e osservato.
Per la mia esperienza di lettore, soprattutto di letteratura modernafino agli ultimi anni del Novecento, l’ultimo grande scrittore che ho riconosciuto è stato Gesualdo Bufalino. Da allora, non mi era capitato di rimanere tanto stupito leggendo un’opera contemporanea. Perché questo libro, al di là della piacevolezza, è un romanzo potente che resta nella memoria e vi lavora dentro, anche a distanza di anni dalla prima lettura. E quando lo riprendo mi accorgo che non riesco a interpretarlo con i semplici strumenti della ragione, il che significa che bisogna trovare un’altra strada per farlo. È anche un romanzo estremamente divertente, con personaggi che sembrano abitare in una provincia un po’ italiana e un po’ no, anche sudamericana: il mondo della provincia in cui si nascondono tante anime smarrite, ferite, appunto come tanti Vic, e che poi sono anime autentiche a cui la letteratura, almeno dall’Ottocento in poi, ha affidato i destini più significativi, dal romanticismo in poi, qui con la mediazione supplementare del cinema. In un contesto spiazzante alla Lynch, con un turpiloquio che ricorda il raffinatissimo Catullo, turpissimo quando si deve. E, come dicevo sopra, con tanto di endecasillabi classici discioltinella prosa.
Dal citato capitolo 27, alla p. 117:
La verità è che stavolta l’Ipotetico Editore era nel giusto. Ilproblema è, e sarà sempre, quello di tracciare un confine netto tra fantasia e realtà. Dov’è finito quell’essere sublime? Giacché tanto più vera mi appare infatti Linda adesso che non c’è più. […] Mi sento in trappola, o meglio, non riesco a prendere più le cose per il giusto verso. Coesistono in me (ormai penso di averlo inteso dopo anni di introspezione) due universi, due realtà antitetiche, una sorta di geocentrismo e teocentrismo in costante simbiosi: il mondo reale (il Big Bang, l’universo materico, Cotrone, mia madre, il bar Il Bussolotto, il jazz, i culi, ecc.) quale emanazione di un Primo Motore, dal fuori da me, e il mondo fantastico (gli spettri, l’Ipotetico Editore, Linda, mia madre zombie, […] ecc.)che si propaga dall’intimo del mio sentire irraggiando l’Ovunque:in mezzo, fuori, dentro, ovunque vigila la “Cosa Pulsante”.
Per concludere, proverò a rispondere alla domanda ultima che l’autore pone al lettore di questo romanzo-mondo: Vic esiste o non esiste nel mondo reale? Per me direi che esiste eccome, maaggiungendo la doverosa postilla: Don Abbondio, esiste o non esiste? E Sancho Panza? Sono personaggi che probabilmente non sono mai esistiti, ma sono stati visti, peraltro con umanissimi difetti, da un’anima di poeta – e non ce li ricorderemmo se non fossero nati così. E, al tempo stesso, nati subito vivi e presenti nell’eternità del gesto di Iside, nel gesto dell’opera d’arte.
Dario Consoli
