
Ormai l’Italia è diventato un paese affetto da palese disturbo bipolare grazie a una “sinistra” che è passata da Pasolini a tal Lorenzo Tosa, in preda a schizofrenie che la vedono da un lato legittimare ogni forma di perversione su “OnlyFans”, e dall’altro cassare e denunciare ogni istanza pecoreccia non legittimata dal nuovo regime woke. Ora la nuova problematica di grido sarebbe causata da questo gruppo di mariti porcelloni a cui piace far bisboccia goliardicamente (un gruppo facebook chiamato “Mia Moglie”)… apriti cielo! Ecco scatenarsi la cagnara post-murgiana, capitanata lancia in resta dal generale Tosa al comando di un’orda scatenata di Erinni pronte a far scalpo di questi dannati (che poi sarebbero più o meno gli stessi destinatari che mantengono florida l’economia dell’industria della perversione legittimata ; cito: “in definitiva, OnlyFans è una piattaforma che, piaccia o meno, offre nuove possibilità di emancipazione. In un mondo in cui le donne sono ancora spesso limitate da strutture di potere tradizionali, OnlyFans rappresenta uno spazio dove è possibile superare queste barriere e costruire una carriera autonoma. E mentre il dibattito continua, migliaia di donne stanno costruendo una carriera autonoma e redditizia attraverso le loro scelte. Un modo di raggiungere il successo che, pur nella sua particolarità, merita di essere rispettato per la sua autenticità”. Firmato: Matilde Manucci. Insomma, siamo dentro un processo pulsionale collettivo figlio di una patologia sociale che produce contemporaneamente scandalo e morale, indignazione e fascinazione. È come se il corpo sociale vivesse in un eterno cortocircuito: da un lato la repressione morale travestita da civiltà, dall’altro la compulsione alla trasgressione trasformata in merce, legittimata e perfino celebrata come “emancipazione”. Ciò che si manifesta non è altro che l’incapacità di elaborare un’etica che non sia immediatamente fagocitata dal mercato o ridotta a dispositivo di controllo. Ogni gesto, sia esso “scandaloso” o “virtuoso”, viene catturato da una macchina simbolica che lo rende al tempo stesso oggetto di consumo e bersaglio di indignazione.
Questa bipolarità non riguarda soltanto la politica o i media, ma è il riflesso di una condizione antropologica: l’uomo contemporaneo sembra oscillare senza tregua tra la necessità di mostrarsi libero e il bisogno di sottoporsi a una norma, tra la rivendicazione di autenticità e l’angoscia di una libertà che, in realtà, non sa reggere. Ne deriva una sorta di “moralismo pornografico”, dove la pornografia è non tanto l’esplicito quanto l’eccesso di esposizione, e il moralismo non è etica ma il bisogno compulsivo di giudicare, di inscrivere l’altro dentro categorie consolatorie. L’individuo non cerca più un fondamento, ma una continua conferma del proprio ruolo in questo gioco di specchi: indignarsi, consumare, indignarsi ancora. In fondo, l’osceno oggi non è più ciò che si nasconde, ma ciò che si mostra troppo: e l’indignazione che lo accompagna non è che l’altra faccia della stessa pulsione. In termini lacaniani, si potrebbe dire che ciò che osserviamo è la messa in scena del godimento (jouissance) come nuova forma di legittimazione sociale. La pulsione non viene più repressa — come nella tradizione borghese ottocentesca — ma nemmeno realmente liberata. Viene invece canalizzata, gestita, mercificata, resa prodotto. OnlyFans non è trasgressione in senso stretto, ma dispositivo simbolico che consente alla pulsione di circolare entro un perimetro regolato, un recinto che promette libertà ma in realtà garantisce controllo e profitto. L’indignazione pubblica, speculare a questa dinamica, rappresenta l’altra faccia del godimento: la comunità, attraverso il moralismo, “gode” nel denunciare, nello scovare il colpevole, nel punire il trasgressore. È il godimento dell’Altro che si fa Legge, la dimensione superegoica che ci comanda di godere e contemporaneamente di vergognarci di quel godimento. Il risultato è che viviamo immersi in un ciclo pulsionale infinito: ciò che scandalizza alimenta la stessa macchina che dovrebbe reprimere, e ciò che viene represso torna sotto altra forma, mascherato da emancipazione o da libertà individuale. L’osceno e il moralismo diventano così due modalità complementari della stessa struttura sociale, che non conosce più il limite simbolico ma solo la ripetizione compulsiva. In questo senso, l’Italia “bipolare” non è un’eccezione: è piuttosto un laboratorio in cui le contraddizioni del tardo capitalismo, fra emancipazione proclamata e controllo capillare, si mostrano con maggiore evidenza. Se guardiamo questa dinamica da una prospettiva politica, appare chiaro come la cosiddetta “nuova sinistra” abbia smarrito il terreno di un’analisi reale dei rapporti di potere, sostituendola con una gestione simbolica della morale. Invece di interrogarsi sulle condizioni materiali — lavoro, precarietà, disuguaglianze — essa si concentra sul presidio del linguaggio, sul controllo dei comportamenti, sul perpetuo scandalo.
In termini lacaniani, potremmo dire che ha preso il posto del Padre non più come garante di un limite simbolico, ma come Super-Io digitale, che impone di godere di certi dispositivi (le piattaforme, le narrazioni di emancipazione) e contemporaneamente di indignarsi contro chi ne devia l’uso. Questa schizofrenia ideologica è figlia di una verità rimossa: che l’economia del desiderio non si governa con decreti morali né con slogan identitari. Eppure, proprio nel tentativo di farlo, la “nuova sinistra” si riduce a funzionare come apparato di legittimazione del mercato: da un lato celebra l’illusione di emancipazione individuale (la carriera su OnlyFans come libertà), dall’altro produce il teatro dell’indignazione che serve a disciplinare le masse, a canalizzare le frustrazioni in forme spettacolari di denuncia. Così il politico si dissolve nell’amministrazione del godimento, e la società intera si scopre incapace di distinguere tra emancipazione reale e mera cattura pulsionale. È il trionfo di una moralità pornografica, dove tutto è esposto, consumato, denunciato, ma nulla realmente trasformato
Non rimane che lasciarsi alla visione postprandiale delle vecchie commedie italiane, nella calura agostana che lascia vagolare i Tosa di turno entro il perimetro ristretto della cronaca.
PS il gruppo incriminato è stato cancellato dalla nuova censura.


La sinistra di Schlein ha smesso di fare politica. Oggi è un salottino woke, con Carolina Capria a fare la Giovanna d’Arco del moralismo pret-à-porter (vedi su Instagram, le varie ospitate in tv). Schizofrenia pura: libertà se paghi la piattaforma, censura se sgarri dal copione.
È un nuovo cabaret dell’indignazione continua. Intanto il lavoro è precario, le pensioni sono basse, ma loro preferiscono gridare “vergogna!” e additare sempre i maschi. È la stessa ipocrisia che ci rifila Veltroni col suo cinema da catechismo civile.
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Il consenso come nuova frontiera della morale democratica: ecco una di quelle affermazioni che suonano bene, come i cori da stadio o le pubblicità dei biscotti integrali. Ma sotto il suono progressista si cela un paradosso inquietante.
Perché se il consenso diventa la misura della morale, allora la verità si vota, la giustizia si sonda a campione e l’etica si scrive nei trend di Twitter. A quel punto, il filosofo abdica al sondaggista, e la coscienza cede il passo all’approvazione sociale. Siamo nel regno del “mi piace, quindi è giusto”.
Ma la morale, quella vera, nasce spesso contro il consenso, non con esso. Socrate fu messo a morte per questo. Cristo non ha fatto sondaggi prima di salire sul Golgota. E Kant, che pure non era un tipo molto rock, parlava di imperativo categorico, non di ‘piattaforma partecipativa’.
Ironia della sorte: in nome della democrazia, il consenso eretto a morale assoluta finisce per produrre una nuova forma di conformismo, lucidata e civile, ma non meno opprimente. Un totalitarismo soft, che ti chiede di essere d’accordo col sorriso.
In definitiva: non tutto ciò che è condiviso è giusto, e non tutto ciò che è giusto sarà mai condiviso. La vera frontiera della morale, oggi, è forse il coraggio di disobbedire con grazia, non di annuire col pollice alzato.
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