Quanta ignoranza alberga oggi nelle fasce medio-alte della cultura italiana. Ne vedo ovunque gli effetti: critici mediocri e intellettuali di seconda mano sempre pronti a battezzare come nuove tendenze pratiche assolutamente vetuste, provetti maestri del maquillage teorico, artisti falliti che sublimano nella critica la frustrazione di un fallimento che li divora dall’interno. Se nel 1968, negli Stati Uniti, l’Amleto lasciava il palcoscenico per vendere arachidi tostate nell’auditorio, oggi assisto al trionfo del patetico in ogni ambito. La dabbenaggine dei critici contemporanei non è nemmeno più colpevole: è strutturale. È l’esito naturale di una cultura che ha sostituito lo studio con la vigilanza morale, l’analisi con l’allarme, la storia con l’emergenza permanente. Critici e giornalisti che non leggono, non ricordano, non confrontano: reagiscono. Ogni gesto viene trattato come evento epocale, ogni provocazione come trauma collettivo, ogni banalità come “svolta”. È un infantilismo teorico travestito da responsabilità civile. Nella cultura woke, lo scandalon è diventato il vero motore simbolico. Si produce indignazione come un tempo si producevano recensioni. Si grida allo scandalo per cose che negli anni Sessanta erano già state praticate, metabolizzate, superate. Performance, rotture di linguaggio, ibridazioni, attacchi all’istituzione artistica, dissoluzione dell’opera, corpo come campo di battaglia: tutto già visto, già discusso, già criticato. Ma oggi viene riesumato come se fosse una rivelazione, purché accompagnato dal giusto sigillo morale. Il punto non è che si ripetano gesti vecchi. Il punto è che li si ripete senza saperlo, con la presunzione di chi crede di inventare ciò che ignora. E qui la responsabilità è interamente dei critici: incapaci di genealogia, allergici alla memoria, pronti a battezzare come “nuove tendenze” ciò che è semplice archeologia mal digerita. Il loro entusiasmo non nasce dalla comprensione, ma dall’utilità ideologica del gesto: se serve a confermare il frame dominante, allora diventa “necessario”, “urgente”, “storico”. Così lo scandalo non è più una frattura reale, ma un rituale. Non destabilizza nulla, non mette in crisi nessun linguaggio: rafforza il recinto. Si finge trasgressione ciò che è perfettamente integrabile, si chiama radicalità ciò che è già previsto dal sistema di legittimazione. Il critico non rischia mai: certifica. Non espone il pensiero, timbra il comportamento. Negli anni Sessanta, quando davvero l’Amleto scendeva dal palcoscenico per vendere arachidi, lo faceva contro il pubblico, contro l’istituzione, contro la critica. Oggi lo stesso gesto verrebbe accompagnato da un comunicato, una call, un panel di spiegazione e un premio. Il teatro della rottura si è trasformato in una pedagogia dell’obbedienza, e lo scandalo — svuotato di ogni pericolo — serve solo a rassicurare una comunità già perfettamente d’accordo con se stessa. Arrivo sempre allo stesso punto: questa cultura non produce più nulla perché ha paura di tutto. Ha paura del giudizio vero, del conflitto reale, dell’asimmetria dell’intelligenza. Ha paura di riconoscere il talento quando non è addomesticabile, di ammettere che esistono opere che non chiedono permesso, che non vogliono essere “contestualizzate”, che non cercano assoluzioni preventive. Meglio allora rifugiarsi nello scandalon prefabbricato, nell’indignazione a basso costo, in un teatro morale dove tutti recitano la parte giusta e nessuno rischia niente. Il critico contemporaneo — soprattutto quello medio-alto, istituzionalizzato — non è più un mediatore tra opera e mondo, ma un guardiano del recinto simbolico. Non distingue, sorveglia. Non valuta, allerta. Non interpreta, segnala. E ogni segnalazione è un atto di obbedienza travestito da vigilanza. Così l’arte smette di essere un luogo di pericolo e diventa un dispositivo educativo, una palestra di buone intenzioni, un laboratorio di posture corrette. Nella cultura woke, lo scandalo ha definitivamente perso il suo significato originario — inciampo, ostacolo, pietra d’urto. Non è più ciò che fa cadere, ma ciò che raduna; non divide, ma compatta; non apre una frattura, ma conferma l’appartenenza. Lo si invoca continuamente proprio perché non lo si regge più. Lo scandalo viene simulato per evitare il pensiero. Il paradosso è che tutto questo continua ad avvenire lavorando su materiali vecchi di sessant’anni. Gesti, pratiche, rotture che allora avevano senso perché rompevano davvero — contro il pubblico, contro l’istituzione, contro la critica — oggi vengono riproposti come novità da critici che ignorano completamente la loro genealogia. Non c’è trasgressione, c’è solo amnesia. E quando l’amnesia si traveste da radicalità, diventa ridicola. Alla fine resta una cultura che si proclama avanzata ma è regressiva nella memoria, progressista nel lessico ma conservatrice nei comportamenti, scandalizzata in superficie e anestetizzata in profondità. Una cultura che ha bisogno di gridare allo scandalo perché non è più capace di sopportarlo davvero. E in cui l’Amleto non scende più dal palcoscenico per vendere arachidi contro tutti, ma viene invitato a farlo — purché lo faccia nel modo giusto, con le parole giuste, davanti al pubblico giusto. Non è più tragedia: è pedagogia morale.
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Pubblicato da Francesco Cusa
Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers.
Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri.
Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria.
Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera.
Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto.
Collaborazioni:
Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.
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