
La cosa che ormai mi fa sorridere è questa: quando dico “signori, io sono un fallito”, scatta immediatamente la consolazione automatica — “ma cosa dici, ma tu sei un grande, sei un artista…”.
No.
Tecnicamente io non produco quasi nulla che il sistema riconosca come tale. Faccio qualche concerto, qualche evento sporadico. Scrivo libri che leggono in pochi e che non compra quasi nessuno. Non c’è richiesta, non c’è circuito, non c’è mercato.
Quindi sì, nella grammatica del mondo in cui viviamo, sono un fallito.
Non perché non faccia, ma perché ciò che faccio non genera valore secondo i parametri dominanti. Non interessa. Non serve. Non circola.
Il fatto di essere un insegnante di conservatorio — che pure non rinnego e non disprezzo — non cambia la questione. Non è quello il punto. Io non sono mai stato un uomo “da posto”. Non sono mai stato uno da stabilità, da ruolo definito, da funzione istituzionale. Sono sempre stato, piuttosto, un animale da palcoscenico, da performance, da esposizione diretta. Il mio luogo è sempre stato la scena, non la struttura.
Sono peraltro sempre stato una persona onesta intellettualmente, e spietata soprattutto con me stesso (nei limiti dell’umano consentito). Uno dei miei modelli, in questo senso, è Michel Leiris ne L’âge d’homme: ossia il dire-scrivere le cose fino in fondo, anche quando ci si espone in maniera brutale, totale, assoluta.
E allora lo dico senza enfasi, senza romanticismi, senza la retorica dell’artista incompreso: dichiaro serenamente il mio fallimento.
Non quello tragico, non quello poetico, non quello pieno di pathos.
Ma quello che si dà come esito, come forma compiuta di un processo.
Non una caduta, ma una configurazione.
Non un evento eccezionale, ma una condizione che si stabilizza.
Il punto in cui ciò che si è fatto incontra il modo in cui il mondo decide di leggerlo — o di non leggerlo.
E qui viene il punto più interessante: quando un negozio chiude, nessuno entra per dirgli “ma no, ma dai, continua, è un bel negozio”. Nessuno si sente in dovere di consolare il commerciante o, peggio, come accade a un artista (definizione di comodo), di accusarlo di vittimismo. Nessuno gli dice che “in fondo il valore c’è”. L’esito, in quel caso, è semplicemente registrato.
Perché invece, quando si tratta di un artista, scatta questa necessità quasi compulsiva di negarlo?
Forse perché il fallimento artistico mette in crisi un’illusione condivisa: quella per cui il talento, la dedizione, la coerenza dovrebbero automaticamente produrre riconoscimento, visibilità, successo. Non è così.
E qui si apre una questione più ampia.
Il fallimento non è un accidente. È una categoria strutturale del nostro modo di organizzare il valore. Esiste perché esiste un sistema di misura. Esiste perché qualcuno decide cosa conta e cosa no. In altri termini: non fallisce chi non fa, ma chi non rientra nei criteri che stabiliscono cosa sia un risultato.
Questo significa che il fallimento, così come lo intendiamo, non è una verità ontologica ma una convenzione. Una convenzione potente, certo, perché produce effetti reali — economici, sociali, simbolici — ma pur sempre una convenzione.
E tuttavia, proprio perché è una convenzione, è anche inevitabile. Io vivo dentro questo sistema, non fuori.
Quindi il mio fallimento è, allo stesso tempo, relativo e reale.
Alla soglia dei sessant’anni, poi, il discorso si sposta inevitabilmente su un piano di bilancio. E un bilancio, per definizione, non è un’opinione: è una somma.
La somma dice: circa ottanta dischi incisi, sedici libri pubblicati, anni di attività concertistica in Italia, in Europa, nel mondo, formazione di collettivi, creazione di metodologie musicali e di conduction istituzione di un blog, di etichette discografiche, di società di edizioni musicali, ecc. Non una promessa, ma un percorso compiuto. Non un tentativo, ma una traiettoria che, per un periodo significativo, ha trovato ascolto, interlocutori, spazio.
E poi una progressiva rarefazione.
Meno chiamate. Meno circuiti. Meno ascolto. Uno stallo.
Questo non lo leggo in chiave emotiva, ma descrittiva.
Si può discutere sulle cause, ma il dato resta: ciò che produco oggi non trova collocazione adeguata nel sistema.
Chiamarlo “boicottaggio” può sembrare eccessivo, ma descrive almeno un effetto.
E dentro questo si inserisce un elemento ulteriore: un paese senza memoria artistica, che non stratifica, non consolida, non riconosce continuità.
In un sistema così, anche percorsi lunghi diventano invisibili.
Il punto è l’accettazione del dato.
Non c’è bisogno di essere commiserati, né di essere consolati.
C’è solo da registrare una condizione.
E qui si aggiunge un paradosso: quando vengo chiamato a suonare, a presentare i miei libri, a fare performance sui miei testi, il pubblico partecipa in maniera totale. C’è ascolto, c’è coinvolgimento. E questo, paradossalmente, non mi consola. Mi crea una forma di frustrazione, perché rende ancora più evidente lo scarto tra ciò che accade lì e ciò che non accade fuori. Rotture rispetto alla monotonia, la non continuità.
Quando mi chiamano a suonare, spesso è anche quello: una forma di svendita. Pochi soldi, condizioni minime, imbarazzi.
Fallimento va detto così, senza rabbia.
E aggiungo un’ultima cosa: a quasi sessant’anni non mi interessa più di cosa possa pensare la gente. Non mi interessa il giudizio. Non mi interessa nemmeno come verrà letto questo scritto. Non ho più nulla da perdere.
Proprio per tali ragioni, tutto ciò non fermerà la mia attività produttiva di un niente. Anzi, probabilmente la aumenterà. Perché non si crea per essere considerati. Questa è la differenza. Sono due fasi diverse dell’essere artista: quella in cui si misura il proprio lavoro attraverso il riconoscimento e quella in cui si continua a produrre indipendentemente da esso. Attenzione a non confondere i piani. So che quel che scrivo accomuna tanti altri creativi in crisi. Io non mi nascondo e ci metto come sempre la faccia.
Ad oggi, 2 maggio 2026, questa è la situazione.
Se cambierà, ne darò notizia. Che questo scritto possa arrivare a chi è in in grado di recepirne l’intimo contenuto profondo.
