
Il catanese è sempre stato “moderno” in un certo qual modo, da sempre ha fatto del tempo una ragione essenziale, in controtendenza con l’immagine classica di una Sicilia lenta, pigra e oziosa. Egli spesso rinuncia a consonanti superflue e scorcia senza problemi. Ad esempio. Quando si fa tardi e la discussione si prolunga inutilmente, in un particolare, non definibile, ma purtuttavia ineluttabile momento saliente della questione, cala come una mannaia la seguente sentenza: “avanti, Savvo, BOAOTTI!” (“Orsù, Salvo, abbiamo chiacchierato fin troppo in merito a questa problematica, ritengo opportuno dunque il porre fine al nostro interminabile botta e risposta, essendo giunti a un evidente punto di stallo che finirebbe col sottrarre a entrambi delle preziose ore di sonno”).
Il catanese elimina dunque ben due consonanti (le due “N” di “bonanotti”), confidando sulla musicalità della frase che, pur contratta, finisce col riprodurre la medesima parola (“BOAOTTI” viene spesso pronunciato mentre si va già via, giunge come una eco significante “di per sé”, come se non fosse più nemmeno una parola, ma un gesto fonico autosufficiente, una specie di congedo che si compie mentre si compie l’azione stessa dell’andarsene). Non si dice BOAOTTI per comunicare qualcosa: lo si dice perché ormai non c’è più nulla da comunicare. È la lingua che prende atto del limite del discorso e lo chiude con un colpo secco, elegante nella sua brutalità.
In questo senso il catanese è davvero moderno: taglia, abbrevia, elimina il superfluo non per povertà, ma per eccesso di consapevolezza. Sa che a un certo punto le parole eccedono la cosa, la dilatano inutilmente, la consumano. BOAOTTI interviene lì, come una cesura. Non è solo “buonanotte”: è “basta così”, “oltre non si va”, “il tempo è finito”.
E infatti arriva sempre quando il tempo è già stato superato, quando la conversazione ha oltrepassato quella soglia invisibile oltre la quale non si aggiunge più nulla, ma si continua a parlare per inerzia, per abitudine, per paura del silenzio. Il catanese, invece, quel silenzio lo chiama. Lo anticipa. Lo impone.
È una parola che contiene un’intera filosofia: la misura. Ma una misura non moralistica, non pedagogica — una misura pragmatica, quasi musicale.
