Monreale rende omaggio a Francesco Cusa: Accademico Honoris Causa, riconoscimento della Città e ritratto di Pippo Madè. Le preziose parole di Tommaso Romano

Ci sono giornate che non rappresentano un punto di arrivo, ma un incoraggiamento a proseguire il cammino. Quella vissuta ieri a Monreale resterà certamente una delle più significative della mia vita. Un premio ai miei sessant’anni e ai miei quaranta di carriera.

Ho avuto il privilegio di ricevere il diploma di Accademico Honoris Causa dell’Accademia Siculo-Normanna, un’istituzione che negli anni ha conferito questa prestigiosa onorificenza a personalità come Antonino Zichichi, Pietro Grasso, Renato Guttuso, Dacia Maraini, Pippo Baudo, Roberto Andò, Sigfrido Ranucci, Pippo Madè e a tanti altri protagonisti della cultura, della scienza, dell’arte e delle istituzioni italiane.
Entrare, con il mio lavoro di musicista, compositore e scrittore, in questo prestigioso albo d’onore è motivo di profonda emozione, ma soprattutto di responsabilità.
Desidero ringraziare l’Accademia Siculo-Normanna, il presidente Nicola Giacopelli, il Consiglio di Presidenza e il Senato Accademico per aver ritenuto il mio percorso artistico e culturale degno di un riconoscimento tanto importante.

Un sentito ringraziamento va anche al Comune di Monreale, città straordinaria che custodisce uno dei patrimoni artistici più preziosi del Mediterraneo e che mi ha accolto con un calore, una generosità e una sensibilità che difficilmente dimenticherò. Ricevere un riconoscimento istituzionale in un luogo così ricco di storia, arte e spiritualità ha conferito a questa giornata un significato ancora più profondo.

Tra le emozioni più grandi porterò con me il magnifico ritratto che il Maestro Pippo Madè ha voluto dedicarmi.
Conosco e ammiro da molti anni la sua opera, una delle più originali e riconoscibili del panorama artistico italiano. Ricevere un lavoro realizzato dalla sua mano non significa soltanto entrare in possesso di un’opera d’arte: significa ricevere lo sguardo sublime di un autentico Maestro. In quel ritratto non c’è soltanto la mia immagine, ma l’interpretazione che un grande artista ha voluto dare della mia persona, della mia musica e del mio percorso umano. È un dono che conserverò con immensa gratitudine e che considero uno degli omaggi più preziosi che abbia mai ricevuto.

Un momento di straordinaria intensità è stato poi l’intervento dello scrittore e filosofo Tommaso Romano.
Le sue parole hanno superato la semplice presentazione del mio libro, trasformandosi in una riflessione sulla cultura siciliana, sulla libertà dell’espressione artistica e sul valore della letteratura come luogo di verità. Ha collocato il mio lavoro all’interno di una tradizione che attraversa secoli di storia, da Micio Tempio a Giuseppe Bonaviri, da Vitaliano Brancati alla grande lezione etnoantropologica di Giuseppe Pitrè, riconoscendo nella mia scrittura il tentativo di restituire dignità letteraria a una lingua viva, popolare, ironica, spesso provocatoria, ma sempre profondamente umana.
Tra le tante parole che mi hanno colpito, ne porterò dentro una in particolare, quando ha definito il nostro lavoro «un’esperienza autenticamente letteraria e autenticamente civile».
È un’affermazione che considero non soltanto un riconoscimento, ma un impegno per il futuro.

Un ringraziamento speciale desidero rivolgerlo anche a Claudia Scavone, che con il suo straordinario talento ha saputo dare un volto e una dimensione visiva al libro. Come ha sottolineato Tommaso Romano, le sue illustrazioni non accompagnano semplicemente il testo: ne fanno parte, diventandone elemento essenziale e inscindibile. E ovviamente a Rosario Lo Cicero Madè, instancabile vulcano palermitano sempre il lotta per la giustizia e la verità. Un grazie anche all’Assessore sport e spettacoli dott. Salvo Giangreco, all’Assessore all’istruzione prof.ssa Patrizia Roccamatisi, al Sindaco Ing. Alberto Arcidiacono, a Biagio Cigno presidente Auser Monreale circolo “Biagio Giordano”.

Un abbraccio all’attore Roberto Fabbricatore per aver letto e interpretato i mie versi.
Grazie infine a tutti coloro che hanno condiviso con noi questa giornata, agli amici presenti, agli organizzatori e a chi continua a seguire il mio percorso con affetto e fiducia,

In un tempo in cui arte, musica e letteratura sembrano spesso costrette ai margini, vivere momenti come questo significa ritrovare il senso più autentico del nostro lavoro: continuare a creare, a raccontare e a cercare la verità attraverso la libertà dell’espressione.
Grazie. Porteró questa giornata nel cuore.

Ricevere questi riconoscimenti da Monreale, da un’istituzione culturale palermitana e da persone che hanno saputo guardare al mio lavoro senza pregiudizi territoriali, mi emoziona ancora di più.
Per questo desidero ringraziare anche Catania, la città in cui sono nato, Bologna, la città che mi ha adottato e nella quale sono cresciuto artisticamente, e San Pietro Clarenza, il paese della mia famiglia e delle mie radici.
Non perché mi abbiano tributato onorificenze come queste – non è mai accaduto – ma perché, in fondo, ogni artista continua a portare con sé i luoghi da cui proviene, indipendentemente dai riconoscimenti ricevuti.
Mi piace pensare che il valore della cultura stia proprio in questo: riuscire a superare i confini, le appartenenze e i campanili. Ieri Monreale mi ha fatto sentire a casa. E questo, credetemi, vale più di molte parole.

Vi lascio alle parole del professore Tommaso Romano sul mio libro “Rime Sboccate” edito da Aurea Nox®- Casa Editrice di Grazia Velvet Capone.
“Questo è un dato importante cioè quello di poter riscoprire un senso di comunità anche di intenti, rispetto all’arte, alla letteratura, al fare libertà attraverso scrivere e dipingere.
Questo è stato sempre anche il segno di Pippo Madè: quello di aver attraversato stagioni complesse, difficili, ma anche esaltanti, attraverso una fedeltà alla pittura che è anche fedeltà a una visione.
In questo libro si incontrano due autori che finalmente non sono più soltanto catanesi o palermitani, smentendo le cretinaggini che io ho sempre combattuto, di questa pseudo tensone tra le due città. A cominciare dal calcio. Sono stupidaggini di proporzioni colossali, essendo noi siciliani. Io non amo molto pensare alla Sicilia come soltanto ombelico del mondo, la Sicilia è certamente un luogo privilegiato, ma è anche un luogo del mondo, con le sue contraddizioni.
Giustamente Bufalino diceva delle “cento Sicilie”. Perché? Perché noi abbiamo veramente un pantheon, uno spettro molto ampio di parlare, di modi di essere e letterature che si incontrano e si scontrano, ma che danno alla Sicilia un tessuto originale.
Io non faccio parte di coloro che dicono che noi siamo sempre stati dominati. Storicamente sono sciocchezze, perché il mondo non viveva secondo il nazionalismo che viviamo da qualche secolo. L’impostazione era totalmente diversa. I governi si succedevano, e questo valeva per Federico II, per Ruggero e valeva anche per quelli meno illuminati. Ma questa è la storia dell’Europa, è la storia del mondo.
Da un lato c’è un certo vittimismo che il siciliano fa suo; dall’altro, un’esaltazione altrettanto eccessiva. Il Gattopardo, nelle sue diverse accezioni, mette in evidenza proprio questo. Fortunatamente, nella dimensione dell’ironia e del paradosso, che è propria di questo libro, anche le grafiche e le illustrazioni della Claudia Scavone fanno emergere i luoghi e i caratteri di cui abbiamo parlato.
Come abbiamo sentito e come voi leggerete, un libro innanzitutto si legge: si acquista e si legge. Non faccio pubblicità, ma si fa così. Che cos’è, appunto, questa operazione?
Non è intanto, per Francesco Cusa, una nuova operazione. Assolutamente. È il segno di una sorta di eterno ritorno a temi che si sono manifestati nel tempo, perché la sua bibliografia, così ampia e così qualificata, lo pone tra gli autori più importanti della vita culturale isolana. Ma è anche un operatore culturale, ma non soltanto questo.
Tutto viene fuori dalla scaltrezza letteraria, intendendo la scaltrezza nel significato più nobile, scaltrezza come capacità di riprendere in modo assai convincente una tradizione che non è semplicemente licenziosa, legata ai bassifondi della cultura o a ciò che potrebbe apparire come un dato discorsivo del peggio del popolo che si esprime in determinati contesti.
Cusa riprende quello che è il vero sostrato che risale da quando Sofocle chiamava la Sicilia terra illustre, tenendo conto di ciò che è stato Dante tanto caro a Pippo Madè: e cioè ciò che è accanto a una cosiddetta cultura colta cosiddetta, esiste una cultura popolare, che è una cultura dei chiassi, dei vicoli, del sottofondo e del sottobosco, non del sottobosco letterario, ma del sottobosco di chi non ha voce e che poi si esprime.
Pensate, dato che Francesco è catanese, a quello che ha raccontato uno dei più grandi scrittori del Novecento siciliano e italiano: Giuseppe Bonaviri. Arrivò quasi al Nobel, ha avuto massimi riconoscimenti, era un poeta e scrittore, pur essendo medico, che aveva una radice profondamente popolare e questa la rivendicava.
Questa è la sua diversità. Già nel libro “Il sarto della strada lunga” emerge la sua capacità di leggere non solo il natio borgo, ma anche l’universo. Dal natio borgo, Bonaviri legge meglio l’universo.
Giuseppe Bonaviri fece anche l’apologia dei poeti che non avevano nessun tipo di scuola o nessun tipo di erudizione di tipo intellettuale. Erano i poeti si incontravano nella contrada di Camuti e declamavano al vento le loro poesie.
È un’operazione profondamente identitaria vera. Perché identitaria vera come questo libro? Perché non esiste solo la cosiddetta cultura o letteratura degli strati cosiddetti egemoni, molto spesso artificiosi e artificiali. Esiste anche ciò che la gente riesce a esprimere attraverso con il paradosso, l’ironia e tutto ciò che nel linguaggio diventa anche eros. Si esprime attraverso un eros profondo.
È un eros profondo, presente negli autori ai quali abbiamo fatto riferimento. Pensiamo a Lampedusa, ma anche a Brancati. Brancati, senza tutto ciò di cui stiamo parlando, non sarebbe niente, non esisterebbe nella forma che conosciamo.
Stiamo dunque parlando di qualcosa che attraversa i secoli, da Micio Tempio in poi, ma già ancora dalla corte di Federico II e poi successivamente fino alla tradizione umanistico-rinascimentale, che nessuno conosce se non attraverso qualche ripresa della musica rinascimentale che, grazie agli istituti che l’hanno studiata in questi decenni, abbiamo avuto modo di riscoprire.
La Sicilia è dunque un mosaico. Perché un mosaico? Perché è la somma di esigenze diverse, esattamente come questa esigenza espressiva, come questa esigenza della parola che ritrova la verità, che ritrova la verità nel proprio farsi. Nella prassi, non nell’oscurire, dicevo prima all’avvocato Cannizzo che ringrazio, prima poco fa salendo fin qui, sul famoso Monte, l’aurea, pensavo proprio a questo. Che cos’è, in fondo? È l’ascesa, ma anche la discesa. Torneremo agli inferi così come siamo andati alla cima. E gli inferi, in qualche modo, sono tutto questo.
Il linguaggio che noi troviamo mette a confronto tra colti e incoltri, tra coloro che sanno, o fanno finta di sapere, e coloro che invece usano una saggezza dell’espressione immediata, quasi terminale, nella quale si ritrova una verità del linguaggio senza artifici.
Questo è un libro senza artifici: ciò che spesso pensiamo in silenzio, o diciamo nei conciliaboli con un amico o un’amica, diventa materia letteraria.
Una materia letteraria che rifà la gente. Diceva Giusti, un libro è meglio che niente, soprattutto se il libro ci fa entrare nelle realtà vive. Entra in dialogo con le realtà vive. Attraverso che cosa? Attraverso il linguaggio licenzioso, il linguaggio che usiamo molto spesso anche quando dobbiamo sopperire alla mancanza di gioia o quando i problemi si amplificano. Rientriamo in questa dimensione.
In quella dimensione ritroviamo forse il nostro linguaggio che ci è più proprio, perché magari non trasferiremmo mai su una pagina da pubblicare. Ecco qui sta anche il coraggio e la determinazione di Francesco Cusa.
Le immagini che non sono immagini a corredo, ma fanno parte, le illustrazioni della Claudia Scavone, che fanno parte del libro e della sua stessa concezione. Il libro è concepito per essere visto, gustato e anche apprezzato nella sua interezza. Ecco che allora nell’ambito di una tradizione composita, questo libro fa la sua bellissima figura e compie dunque la propria operazione. Finalmente si scrive in maniera politicamente scorretta, carissimo Senatore. (Si rivolge al Sen. Carmine Mancuso presente)
Siamo stati soggiogati dal politicamente corretto, molto spesso anche nel linguaggio poeticamente corretto. Questo libro è politicamente scorretto nel senso che liberamente fa un’operazione di verità e libertà, aperta alla possibilità di dire tutto.
Come diceva Mordini, esiste una verità del linguaggio. E la verità del linguaggio è tutto ciò che noi siamo, tutto ciò che esprimiamo. Il resto sono simboli, miti e immagini. Certamente. Ma anche questi simboli e questi miti vengono trasferiti nel linguaggio che adoperiamo. Diamo loro nomi e cognomi, aggettivazioni, costruiamo metafore.
Tutto questo è presente nel libro, così come vi è presente la libertà espressiva che appunto è una qualità reciproca dei due autori, soprattutto del Cusa poeta. Con la rima baciata, la rima libera.
Il libro recupera, attraverso la libertà, ciò che altrimenti sarebbe difficile esprimere. Perché molto spesso, a proposito dei poeti, era questo l’obiettivo recuperare attraverso la rima ciò che era difficile cogliere in altro modo. Insomma, con tutto il rispetto che nutro per Montale, e io ne ho molto ovviamente, e nessuno di noi può dire il contrario, egli avrebbe mai scritto queste cose? No. Ma perché era incapace? Stiamo parlando di un grandissimo poeta, adesso non vorrei farvi capire cose che non voglio dire, ma perché Montale aveva un’altra visione e apparteneva a un’altra scuola, compreso Luzi, non avrebbero mai scritto queste cose e tuttavia tutto questo è un’assenza nella loro produzione.
Arrivare a dire determinate cose attraverso il paradosso e l’ironia è invece una precisa scelta poetica.
Ho citato Longanesi e Maccari. Sono stati tra i pochi autori capaci di interpretare liberamente tutto questo. Il libro si iscrive dunque in una tradizione, perché la tradizione non è solo quella colta, non è soltanto quella della cosiddetta grande poesia. È anche tutto ciò che “ditta dentro”, direbbe Dante.
“Ditta dentro” nel senso che noi siamo anche etnoantropologia. La lezione di Pitrè e di Salomone Marino non è stata ancora ben capita, è stata studiata ma non è ancora stata ben capita fino in fondo.
Perché l’esigenza di questo grande Maestro, di cui ci riempiamo la bocca con il nome di questo grandissimo maestro, ma molti non hanno letto niente, o quasi niente, della sua opera. Pitrè era uno che andava ed entrava nello specifico delle comunità, aveva corrispondenti in tutta la Sicilia e riceveva da loro anche questo tipo di poesia: una poesia licenziosa, di poesia legata alla terra e alle vicende umane.
La vicenda umana ha sempre avuto come protagonisti sempre gli uomini e le donne che hanno vissuto sinceramente e realmente, non quelli imprigionati in una rappresentazione falsa e ipocrita dell’esistenza.
Questo libro propone dunque un’espressione differente, di libertà. È un libro di verità e di libertà, nel quale si recuperano anche espressioni che spesso abbiamo dimenticato. Anch’io ne avevo dimenticate alcune, non per una contrapposizione tra catanesi e palermitani, ma semplicemente perché come siciliani le avevamo dimenticati e la poesia le aveva dimenticate.
Ed è un altro merito di questo libro.
Come vedete, c’è certamente il sorriso e c’è certamente il divertimento, leggendo e ascoltando, ma esiste molto di più. Esiste molto di più rispetto a questo retroterra al quale ho fatto cenno, che conferisce al volume, alla raccolta e alle immagini un significato profondo che resterà.
Questo lavoro resterà non soltanto come esperienza di Cusa e Scavone, ma come un’esperienza autenticamente letteraria e autenticamente civile, civile nel senso più alto del termine: di quel fare leggenda al quale facevo riferimento prima, attraverso la letteratura al quale ci riferivamo prima.
Da leggere anche nel formato che ci è stato proposto, come un album. Non soltanto perché contiene delle immagini, ma perché è un album da sfogliare, su cui riflettere e attraverso il quale comprendere, sorridendo, che esiste anche il dramma ed esiste anche la saggezza.
Perché spesso soltanto sorridendo si riesce a comprendere il dramma.
E questo è lo strumento privilegiato che gli autori ci hanno dato”.

Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. 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