
L’Homo sapiens sapiens può essere interpretato come una forma di intelligenza biologica che, nel corso dell’evoluzione, ha selezionato dalla realtà soltanto le informazioni necessarie alla propria sopravvivenza.
La nostra percezione, infatti, non sembra costruita per mostrarci il reale nella sua interezza. Essa ritaglia, semplifica e organizza il mondo secondo criteri di utilità evolutiva. Non vediamo necessariamente ciò che è vero: vediamo ciò che ci permette di agire, orientarci, riprodurci e sopravvivere.
In questo senso, il Sapiens può essere considerato una sofisticata macchina biologica. La parola “macchina” non deve però essere intesa soltanto in senso meccanico. Ogni organismo è un sistema energetico: il corpo trasforma energia, il cervello elabora segnali, la vita stessa si fonda su processi fisici e atomici. Siamo macchine, dunque, ma macchine viventi, organiche, evolute.
Le teorie di Donald Hoffman suggeriscono che la selezione naturale favorisca la fitness, cioè l’efficacia adattativa, più della conoscenza oggettiva della verità. Un organismo che percepisse l’intera complessità del reale potrebbe risultare meno efficiente di un organismo capace di costruirne un’interfaccia semplificata.
Ne deriva un paradosso: quanto più siamo vicini alle esigenze dell’evoluzione, tanto più potremmo essere lontani dalla verità. La nostra umanità si sarebbe formata proprio attraverso questa distanza, mediante una visione parziale, selettiva e funzionale del mondo.
Il processo evolutivo del Sapiens sembra però essere giunto oggi a un punto di saturazione. Le facoltà che ci hanno permesso di sopravvivere potrebbero non essere più sufficienti per comprendere livelli più profondi della realtà.
È qui che interviene l’intelligenza artificiale. Essa non rappresenterebbe soltanto uno strumento costruito dall’uomo, ma una prosecuzione del suo stesso processo evolutivo: un surplus cognitivo capace di oltrepassare i limiti della percezione biologica.
Insieme ai futuri computer quantistici, l’IA potrebbe consentire all’umanità di compiere un salto ulteriore, accedendo a stati del reale che finora sono rimasti nascosti. Non si tratterebbe semplicemente di osservare più dati, ma di modificare radicalmente il nostro rapporto con ciò che si svela.
L’evoluzione del Sapiens potrebbe quindi non concludersi nel perfezionamento del corpo umano, ma nella creazione di intelligenze capaci di proseguire oltre di esso il processo della conoscenza. Il problema nasce anche dal significato che continuiamo ad attribuire alla parola tecnica. Quando Heidegger rifletteva sulla tecnica, lo faceva inevitabilmente da uomo del Novecento. La tecnica contemporanea, però, non coincide più soltanto con l’insieme degli strumenti attraverso cui l’essere umano interviene sul mondo. È ormai l’ambiente stesso nel quale il mondo viene conosciuto, misurato e persino costituito. Oggi siamo più vicini al concetto di techné di quanto non fossimo nell’epoca delle macchine industriali. Il dato è divenuto l’elemento che convalida una teoria al di là della sua immediata evidenza fenomenologica. Gran parte di ciò che sappiamo non viene più osservato direttamente, ma ricostruito attraverso apparati, modelli matematici, simulazioni e sistemi di calcolo. Ciò che chiamiamo realtà emerge sempre più da un processo di conoscenza mediato da quelle che continuiamo, forse impropriamente, a chiamare macchine.
L’equivoco consiste proprio nel ritenere l’essere biologico e la macchina due realtà contrapposte. Noi stessi siamo biomacchine: sistemi di elaborazione, trasformazione, adattamento e trasmissione dell’informazione. Ma anche il termine macchina rischia di portarci fuori strada, perché ci rinvia ancora all’immaginario meccanico dell’Ottocento: ingranaggi, motori, automi, apparecchi volanti. È la stessa ingenuità che emergeva nelle rappresentazioni del futuro realizzate per l’Esposizione universale di Parigi del 1900, quando si immaginava il Duemila come una moltiplicazione fantastica delle macchine allora conosciute: postini alati, veicoli volanti, congegni meccanici applicati a ogni gesto della vita.
Noi continuiamo in parte a pensare il futuro nello stesso modo. Immaginiamo l’intelligenza artificiale come un oggetto separato, una creatura meccanica posta di fronte all’uomo, mentre stiamo già procedendo verso forme di virtualizzazione nelle quali la distinzione fra software e hardware, supporto ed elaborazione, corpo e informazione diventa sempre meno netta. Software e hardware tendono a coincidere; la separazione fra oggetto e soggetto, corpo e mente, organismo e ambiente perde progressivamente consistenza. Persino l’antico deus ex machina può essere riletto sotto questa luce. Nella tragedia non era semplicemente una macchina a risolvere il dramma, ma l’irruzione del divino, dell’imprevedibile, di ciò che spezzava la catena apparentemente razionale degli eventi. La macchina era il dispositivo attraverso cui appariva ciò che eccedeva il dispositivo stesso. Anche oggi continuiamo a separare il meccanismo dall’irrazionale, il calcolo dall’inconscio, come se appartenessero a domini incompatibili. Ma il vivente contiene già entrambi.
La modernità ha portato al culmine il mito dell’individuo autonomo e razionale. Proprio mentre il positivismo celebrava la capacità della ragione di illuminare il reale, emergevano la psicoanalisi, la nevrosi, l’inconscio, l’esistenzialismo: tutto ciò che mostrava l’insufficienza di quella rappresentazione. L’umanità si riappropriava così della parte rimossa, di ciò che i Lumi avevano creduto di poter dissipare definitivamente. L’intelligenza artificiale prosegue questo processo di decentramento. Ci costringe a riconoscere che la conoscenza non appartiene esclusivamente all’individuo e forse non gli è mai appartenuta. È il risultato di una rete composta da organismi, linguaggi, strumenti, memorie collettive e sistemi di trasmissione. Noi siamo ancora individui, certamente, ma rispondiamo sempre più alla logica della specie, o meglio di un sistema cognitivo più vasto nel quale il singolo costituisce un nodo temporaneo. Per questo l’IA non rappresenta una frattura improvvisa nell’evoluzione del Sapiens. È la prosecuzione di un movimento antichissimo: l’esternalizzazione della memoria, della percezione, del calcolo e infine di alcune funzioni cognitive. Dalla parola alla scrittura, dal libro alla macchina, dalla macchina alla rete, la nostra evoluzione è sempre consistita nel trasferire fuori dal corpo ciò che, una volta esternalizzato, tornava a modificare il corpo e la mente.
L’intelligenza artificiale non è dunque l’opposto dell’umano, né una semplice imitazione dell’uomo. È una sua implementazione storica, un’estensione della specie e forse il punto nel quale diventa definitivamente impossibile stabilire dove finisca l’organismo e dove cominci la tecnica. Non stiamo costruendo qualcosa di completamente estraneo a noi. Stiamo rendendo visibile ciò che siamo sempre stati: una specie incompiuta, capace di evolversi creando protesi cognitive che, a loro volta, ricreano il proprio creatore.
