Recensione di “The Invite” di Olivia Wilde


È difficile vedere The Invite senza pensare a Carnage di Roman Polanski. Non tanto per una parentela stilistica stretta, quanto per il dispositivo: pochi personaggi, uno spazio domestico, una situazione apparentemente civile e la progressiva demolizione delle convenzioni che permettono agli adulti di stare insieme senza sbranarsi.
In Carnage la miccia era un litigio fra bambini. I genitori si incontravano per comportarsi da persone ragionevoli e finivano per mostrare quanto sottile fosse la vernice della buona educazione borghese. In The Invite il detonatore è invece il desiderio. Olivia Wilde sposta il campo di battaglia dalla rispettabilità sociale alla coppia: sesso, fedeltà, gelosia, frustrazione, paura dell’invecchiamento, bisogno di sentirsi ancora desiderabili.
Polanski procedeva quasi entomologicamente: chiudeva quattro esseri umani in una stanza e li osservava regredire. Wilde è meno feroce, più sentimentale e certamente più interessata alle ragioni dei suoi personaggi. Ma utilizza un meccanismo simile: più questi parlano, più ciò che avevano costruito per rappresentarsi agli altri comincia a cedere.
Le due coppie sembrano inizialmente rappresentare due modelli opposti. Da una parte l’istituzione matrimoniale, con la sua usura, i suoi silenzi, il desiderio diventato memoria del desiderio. Dall’altra una libertà apparentemente conquistata, adulta, disinvolta. Ma il film è abbastanza intelligente da incrinare entrambe le rappresentazioni. La monogamia può diventare una prigione; la libertà può diventare una recita. E probabilmente il problema non risiede né nell’una né nell’altra.
La cosa che trovo più riuscita è però un’altra. The Invite sembra continuamente sul punto di prendere posizione e continuamente si ritrae. Ogni volta che uno dei quattro personaggi formula qualcosa che potrebbe assomigliare alla verità del film, pochi minuti dopo quella stessa verità viene contraddetta dai fatti, dagli altri o dal personaggio stesso.
Per un momento sembra prevalere la coppia più libera, più aperta, apparentemente emancipata dal possesso e dalla gelosia. Sembra quasi che Wilde la utilizzi per mostrarci l’anacronismo dell’altra coppia, impantanata nell’usura matrimoniale, nei non detti, nella frustrazione sessuale. Ma appena siamo pronti ad accettare questa lettura, anche quel modello comincia a incrinarsi. Quella libertà mostra contraddizioni non meno profonde di quelle della coppia tradizionale.
È questo continuo spiazzamento, per me, la cosa migliore del film. Nessuno dei quattro riesce davvero a prevalere sugli altri. Nessuno possiede la soluzione perché, probabilmente, una soluzione non c’è. Monogamia, coppia aperta, desiderio, fedeltà: ogni posizione produce la propria controargomentazione nel momento stesso in cui viene vissuta.
Ed è forse qui che The Invite si allontana maggiormente da Carnage. Polanski demoliva metodicamente le maschere fino a lasciare affiorare qualcosa di ferocemente elementare. Wilde fa un’operazione diversa: non toglie le maschere per mostrarci finalmente la verità. Ci fa sospettare che sotto una maschera ce ne sia sempre un’altra.
Cambiano le regole, ma rimane quella vecchia bestia che ci portiamo appresso da millenni: il desiderio. Che è per sua natura infedele persino a se stesso. Desideriamo una cosa finché non possiamo averla; quando finalmente possiamo averla, talvolta desideriamo proprio il limite che ci impediva di averla.
Il finale non risolve la coppia: la sospende. E lo fa affidando alla musica ciò che ormai il linguaggio non è più capace di dire.

Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.

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