Il Canto XIII di Ezra Pound

In questo periodo mi sto occupando soprattutto di poesia e filosofia e, andando avanti nei Cantos di Pound, mi accorgo che le due cose finiscono continuamente per confondersi. Nel XIII compare Kung, Confucio, e apparentemente non succede quasi nulla. Un maestro, alcuni discepoli, domande, risposte, piccoli episodi. Eppure Pound sta ponendo una questione enorme: prima di costruire una società bisognerebbe forse costruire l’uomo che dovrà abitarla.

L’idea che più mi ha colpito è semplicissima: se non possiedi un ordine dentro di te, difficilmente riuscirai a produrne intorno a te. Individuo, famiglia, comunità, Stato: per Confucio il movimento procede dall’interno verso l’esterno. Non si aggiusta il mondo per decreto. E soprattutto non basta sapere. Il sapere che non modifica il comportamento è soltanto accumulo.

Il movimento è: individuo → famiglia → rapporti umani → comunità → governo → civiltà.

Non sono regolette di buona educazione. Sono la microfisica della civiltà. L’erudizione da sola non serve. Un uomo può conoscere libri, rituali, storia, poesia e restare uno stupido.

Il Canto XIII non dice:imponi ordine al caos. Dice qualcosa di più raffinato: trova una forma nella quale le cose possano essere pienamente ciò che sono. È molto vicino a ciò che succede nell’improvvisazione musicale migliore: la libertà non è assenza di forma. La forma rende possibile la libertà.

Poi c’è una questione che trovo tremendamente attuale: le parole devono tornare a coincidere con le cose. Se chiamiamo giustizia qualcosa che giustizia non è, maestro chi non sa insegnare, governante chi non sa governare, abbiamo già cominciato a distruggere la realtà. Prima ancora della corruzione delle istituzioni esiste una corruzione del linguaggio.

Dopo Sigismondo Malatesta del Canto IX, uomo di guerra, desiderio, violenza e bellezza capace di trasformare quella smisurata energia nel Tempio, Pound sembra dunque spostare la domanda: ma chi governa l’energia dell’uomo? Kung risponde: l’uomo stesso, se è riuscito a darsi una forma.

Ed è forse questo che mi interessa di più, anche musicalmente. L’ordine non come contrario della libertà, ma come sua condizione. Una forma non serve a imprigionare ciò che accade: serve a permettergli di accadere. È quello che cerco anch’io quando compongo e, ancora di più, quando improvviso. Non eliminare il caos. Dargli una forma senza ucciderlo.

Forse Pound attraversa Omero, Provenza, Rinascimento e Cina proprio per questo: non sta cercando una cultura da celebrare. Sta cercando, fra le macerie delle culture, di capire che cosa renda ancora possibile una civiltà. E questa è una delle grandi architetture nascoste dei Cantos.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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