
Questo è una delle poesie più ostiche da interpretare. Intanto ecco il testo.
Formando di disio nuova persona
Uno è morto, l’altro alla malora
Et quant au troisième
Il est tombé dans le
De sa femme, on ne le reverra pas,
sumne fugel othbaer:
«Notò che c’eran due centimetri
Di colore, e calcolò,
Speronando, l’età
Della corazzata.» «Non chiamata più
Dannata Porta-ghesa, ma
L’alleata più antica d’Inghilterra.» «Soste in zone
tranquille,
Se possibile, agli uomini si deve dar cibo e riposo,
Gli ufficiali invece…»
Dieci milioni di microbi nella faccia,
«Rischio che si corre
Due volte circa all’anno in ricerche tubercolari, Dr.
Spahlinger…»
«J’ai obtenu» disse M. Curie, o un altro scienziato
«Una bruciatura guarita in sei mesi»,
E continuò a sperimentare.
L’Inghilterra di là nel buio pesto,
La Russia di là nel buio pesto,
Gli ultimi ruderi della civiltà…
Ed elessero un Principe dei Pensatori
poiché c’eran tanti mai principi,
Ed elessero un Monsieur Brisset
Che affermava l’uomo disceso dalla rana;
Poi da un portinaio picchiatello
Per poco non facevano un deputato,
Per protestare contro il terremoto di Messina.
Quell’anno cantava il Bucintoro,
1908, 1909, 1910, c’era
Una vecchia lavandaia che battendo sull’asse,
Circa il 1920, con voce stridula,
Cantava «Stretti!» e quella fu l’ultima,
Fino a quest’anno, ’27, Hotel Angioli, Milano,
Con un’aria Clara d’Ellébeuse,
Dagli occhi lacuali e di Volpe,
Con un’aria «Benette joue la Valse des Elfes»
Nel salotto di quell’albergo commerciale,
Due signorine con aria di provincia:
«No, noi siamo mercanti Croati, con commercianti,
Non c’è nulla d’insolito nella nostra storia.»
«No, non per vendere, per comprare.»
E lui era editore di musica,
Quel tipo che riportò una testa ristretta, indiana,
Disossata, unta, dalla Bolivia, disse:
«Sì, v’andai. Non ho potuto capire il mercato,
Dopo molto che avevamo rifuse le lastre,
Ricevemmo un’ordinazione, 200 copie, Perù,
O qualche stazione del Cile.»
Egli vi portò «Floradora» in fogli,
E riportò una mummia, testa rossa.
Con un’aria Clara d’Ellébeuse, cantando «Stretti».
Sed et universus quoque ecclesiae populus,
Tutti accorsero a costruire il duomo,
V’andarono come un uomo solo, senza capitani,
E la proporzione perfetta s’incorporò;
«Da Glelmo ciptadin» — dice la pietra — «per so amore,
E tua fo l’opra Nicolao scolptore»
Quale si sia il significato.
E scrissero di anno in anno,
Raffinarono il criterio,
O sorsero col profondarsi delle cime;
Brumaire, Fructidor, Pétrograd.
E tovarisch steso nel vento
E il sole sovrastava il vento,
Nell’aria tre forme divennero
E gli aleggiarono intorno,
fin che disse:
Questa è meccanica antica,
già ne abbiam sentito parlare.
E l’onda fu come foresta
Dove il vento è imponderabile sulle foglie,
Ma irrequieto,
tal che suono insegue suono.
Cariti, nate d’Afrodite e dal vino.
Squadrata pietra su pietra.
Ma in sogno, nel dormiveglia,
L’aria s’infiorava;
vermene dov’era solo onda di vento;
Rami mossi, senza radice,
da Helios.
E le Cariti si chinarono su tovarisch.
Queste sono le fatiche di tovarisch.
Quel tovarisch, steso in terra,
Sorse, e distrusse la sede dei tiranni,
Poi tovarisch rigiaceva in terra
E le Cariti si chinarono su tovarisch.
Ecco le fatiche di tovarisch;
Distrusse la sede dei tiranni,
E insorse, delirando,
Poi se ne andò per sdraiarsi in terra
E le Cariti si chinarono su tovarisch.
Quel tovarisch maledì a casaccio, e benedisse,
Ecco le fatiche di tovarisch.
Dicendo:
«Cadmo mi sementò in terra
E col trentesimo autunno
Torno alla terra che mi creò.
Che i rimasti cinque badino ad erigere le mura;
Io non erigo, io non raccolgo.
Qui venne Cadmo con le navi d’oro,
E contro l’intelletto combatté,
Cadmo con le prore dorate. Nulla
Io erigo, e non raccolgo
Nulla; col trentesimo autunno
Dormo, non dormo, imputridisco
E non erigo mura.
Dove le mura di Eblis
A Ventadour, ora ci sono pecchie,
In quella corte, erba a lor piacere,
Che riportano nelle crepe
Dove smantellata pietra impende su pietra.
Io non ho mai navigato con Cadmo,
mai alzato pietra sopra pietra.»
«Cotto e divorato tovarisch!
Cotto e divorato tovarisch, ragazzo mio,»
Ecco la tua storia. E poi su, di nuovo,
A scagliarti contro. Mai posto pietra su pietra.»
«L’aria sboccia in foglie.»
«Lì pende un acanto in fiore,
Sai distinguere il basso dall’alto?»
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Il Canto XXVII di Pound mi è sembrato, a una prima lettura, quasi inafferrabile. Salti continui, frammenti, nomi, lingue diverse, episodi che sembrano arrivare da mondi che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. E invece, continuando a leggerlo, ho avuto la sensazione che tutto ruotasse attorno a una domanda molto semplice: che cosa resta davvero dopo che abbiamo distrutto qualcosa?
Pound passa dalla guerra alla scienza, dall’Inghilterra alla Russia, dalla satira al ricordo, dalla rivoluzione alla costruzione del duomo. Non sviluppa un discorso nel senso tradizionale. Accosta materiali. Li fa cozzare. Quasi li monta. Ed è proprio questo modo di procedere che mi torna molto anche musicalmente: non tema, sviluppo e conclusione, ma blocchi, ritorni, fenditure, immagini che si richiamano a distanza.
A un certo punto arriva il duomo. Tutti partecipano alla costruzione, la proporzione prende forma, la pietra viene lavorata, sistemata, alzata. Questa immagine mi sembra centrale: pietra su pietra. Non basta desiderare una forma, bisogna costruirla. E costruire significa misura, pazienza, tecnica, lavoro, durata.
Subito dopo arrivano Brumaio, Fruttidoro, Pietrogrado. Rivoluzioni. Rovesciamenti. Il “tovarisch”, il compagno rivoluzionario, si solleva, distrugge la sede dei tiranni, cade, torna a sollevarsi, delira, viene consumato dalla stessa energia che lo ha mosso. Ed è qui che Pound diventa feroce: distruggere non significa costruire.
Il punto non è difendere il vecchio ordine. Non mi sembra questo. Il punto è un altro: una forza storica può essere immensa, persino necessaria, ma se non riesce a trasformarsi in forma resta soltanto forza. La rivoluzione abbatte, ma poi? Che cosa edifica? Che cosa lascia?
Per questo entra Cadmo. Cadmo porta con sé il mito della fondazione, della città, delle mura. E il canto insiste proprio lì: erigere mura, alzare pietra sopra pietra. Il tovarisch invece dice di non avere costruito nulla, di non avere raccolto nulla. Torna alla terra. Imputridisce. Come se tutta quella energia non fosse riuscita a trasformarsi in permanenza.
Poi compare Ventadour, il mondo dei trovatori ormai ridotto a rovina, erba, api, pietre smantellate. Anche ciò che è stato grande può disfarsi. Ma almeno qualcosa era stato costruito. Una lingua, una forma, una civiltà, una musica.
E il finale mi sembra bellissimo proprio perché diventa improvvisamente essenziale. Il rivoluzionario viene “cotto e divorato”, poi torna ancora a scagliarsi contro qualcosa. Sempre contro. Ma Pound conclude: “Mai posto pietra su pietra.”
Ed eccola, credo, la vera accusa del canto. Non contro il cambiamento, ma contro una forza incapace di diventare forma.
Subito dopo l’aria sboccia in foglie, compare l’acanto in fiore, e arriva quella domanda quasi infantile e terribile: “Sai distinguere il basso dall’alto?”
Forse è tutto qui.
Sapere distinguere ciò che cresce da ciò che consuma. Ciò che costruisce da ciò che semplicemente reagisce. La forza dalla forma. Il gesto dalla durata.
Ed è forse per questo che questo canto, alla fine, mi riguarda anche come musicista. Perché nell’improvvisazione come nella composizione l’energia da sola non basta. Puoi produrre tensione, rumore, movimento, persino bellezza momentanea. Ma la vera questione è sempre la stessa: riesci a mettere pietra su pietra senza uccidere ciò che è vivo?
Pound, nel Canto XXVII, mi sembra chiedere esattamente questo.
