Recensione de “L’Estranea” di Paolo Strippoli

L’Estranea, ovvero la metafisica dello scapaccione. Si mollano scapaccioni che neanche Bud Spencer e Terence Hill. A un certo punto ho perso il conto. Schiaffi, urla, crisi isteriche, gente che si strattona, che si dispera, che si agita come se la recitazione fosse una disciplina olimpica basata sull’espulsione violenta dell’aria dai polmoni. Madonna, quanti scapaccioni!

L’estranea, di Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi, è un autentico trionfo del cattivo gusto. Quell’Italia cinematografica urlata, patetica, permanentemente sull’orlo del collasso nervoso, dove ogni relazione familiare sembra richiedere l’intervento del 118 e ogni conversazione degenera in un’emergenza psichiatrica. La vicenda riguarda la famiglia Colonna, una rispettabilissima famiglia borghese barese, di quelle nelle quali tutto deve funzionare perfettamente: la casa, il matrimonio, i figli, le aspirazioni sociali, possibilmente anche il destino. Anna, interpretata da Jasmine Trinca, è una madre che ha costruito la propria esistenza attorno a un segreto inconfessabile. Molti anni prima, quando la figlia Alice era ancora bambina, un terribile incidente provocato dal morso di un cane l’aveva spinta a stringere un patto con una misteriosa donna, l’Estranea del titolo, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi. Un patto per salvare la bambina, naturalmente. Perché nella migliore tradizione faustiana nessuno vende mai l’anima al diavolo per una ragione mediocre. Lo si fa sempre per amore, per necessità, per una causa apparentemente nobilissima. Salvo poi scoprire che il diavolo, al pari delle compagnie telefoniche, legge attentamente le clausole contrattuali. E naturalmente il sangue nel lavandino. Il solito sangue nel lavandino. Ormai una convenzione iconografica imprescindibile, come il teschio nelle nature morte fiamminghe. Se manca il sangue che scende nello scarico, evidentemente non siamo ancora entrati nella dimensione del perturbante.

Valeria Bruni Tedeschi sembra Margherita Hack nei panni di Maga Magò. Un’apparizione a metà strada fra la cosmologia, il malocchio e una puntata particolarmente sfortunata di Fantastico. Ogni sua comparsa promette l’irruzione dell’Assoluto, salvo poi ricordarci che anche il soprannaturale, nel cinema italiano, tende a essere piuttosto teatrale. Ci sta tutto. La spirale. Il patto faustiano. L’apocalisse. La bara del bambino che vibra. Il perenne ospedale, luogo metafisico per eccellenza della nostra cinematografia, dove sembra che metà della popolazione nazionale trascorra il tempo fra un corridoio e una prognosi riservata. E nel finale quella gente immobilizzata, il congelamento del tempo, quasi un’installazione di arte contemporanea: Corpi in attesa della fine del film, tecnica mista, 2026. La spirale, peraltro, non è soltanto un espediente visivo: è il principio stesso della narrazione. Il tempo torna continuamente sui propri passi, le colpe si trasmettono, le conseguenze si moltiplicano. Ogni tentativo di correggere il destino finisce per produrre un’ulteriore deformazione. Un’idea tutt’altro che disprezzabile, che potrebbe persino evocare la tragedia greca: l’uomo che pretende di sottrarsi alla necessità e, proprio nel tentativo di evitarla, ne diventa lo strumento. Una specie di Edipo con mutuo, assicurazione sanitaria e residenza a Bari.

Il problema non è l’accumulo di elementi grotteschi, né l’ambizione di mescolare tragedia familiare, horror e allegoria. Il problema è che Strippoli sembra non fidarsi mai della potenza delle proprie immagini. Deve continuamente sottolinearle, amplificarle, esasperarle. Ogni inquadratura pretende di essere definitiva, ogni svolta narrativa una rivelazione, ogni emozione un cataclisma. Il montaggio rincorre l’enfasi, la recitazione la moltiplica e la regia finisce per confondere l’intensità con il volume. E dire che il film avrebbe anche un discreto plot. L’idea di un patto che attraversa le generazioni, della famiglia come organismo fondato sul sacrificio e sulla rimozione, avrebbe potuto produrre qualcosa di interessante. C’è perfino un’ombra dei Buddenbrook, un Faust domestico, una riflessione sulla responsabilità e sulla mostruosità dell’amore genitoriale. Perché il nucleo più interessante della vicenda è proprio questo: quanto egoismo può nascondersi dietro la pretesa di amare qualcuno? Quanto del nostro desiderio di proteggere i figli non è altro che il tentativo di proteggerci dalla sofferenza che la loro perdita provocherebbe a noi stessi? Una questione moralmente ambigua, persino feroce. Ma Thomas Mann, fortunatamente, non aveva a disposizione un lavandino cinematografico.

Qui invece tutto viene trascinato in una specie di isteria illustrativa. Dove Bergman avrebbe lasciato un silenzio, Strippoli mette tre urla, due schiaffi e un ricovero. Dove Buñuel avrebbe insinuato un dubbio, compare un’altra catastrofe. Dove Beckett avrebbe fatto aspettare Godot, qualcuno gli avrebbe certamente mollato uno scapaccione.

Alla fine, più che il terrore dell’ignoto, resta il terrore del prossimo primo piano. Il film vorrebbe insinuare il dubbio che il Male si annidi nelle pieghe della normalità. Peccato che non ci sia una sola piega lasciata in pace. E comunque, per carità, non si può dire che manchi di energia. Dopo centoquindici minuti di questo trattamento, anche lo spettatore avrebbe voglia di prendere qualcuno a schiaffi.

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Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. Glerum, Assif Tsahar, Natalia M.King, Lionel Rolland , Dj.Pushy, Christophe_Monniot, Tanja Feichtmair, Manu_Codjia, Emil Spany, Arrington_de_Dionyso, Gianluca Petrella, Claudio Lugo, Marco Cappelli, Jean Marc Monteral, Ab_Baars, Ig_Henneman, Danilo Gallo, Beppe Scardino, Francesco Bigoni, Stefano Senni, Piero Bittolo Bon, i Robotobibok, Giovanni Falzone, Tito Magialajo, Enrico Terragnoli, Carlos Zingaro, John_Tilbury, Gianni Lenoci, Billy Bang, Antono Borghini, Pasquale Mirra, Francesco Bearzatti, Amy Denio, Vincenzo Vasi, Mike Cooper, Giorgio Pacorig, Paolo Sorge, Pasquale Innarella, Tony Cattano, Silvia Bolognesi, Leila Adu, Marta Raviglia, Henry Cook, Giacomo Ancillotto, Roberto Raciti, Federico Squassabia, Gaia Mattiuzzi, Dean Bowman, Don_Byron, Peter_van_Bergen, Jan Willem Van Der Ham, Ernst-Ludwig_Petrowsky, Michael Occhipinti, Giovanni Mayer, Eyal Mayoz, Jim Pugliese, Nicole Federici, Mauro Pagani,Ron_Anderson, Francesco Cafiso, Dan Kinzelman, Emilio Galante, Simone Zanchini, Lisa Mezzacappa, [3], Gabriele Mirabassi, Tellef Øgrim, Trewor Brown, Alessandro Vicard, Michael Fisher, Heinrich von Calnein, Oscar Noriega, Peter_Zummo, Greg_Burk, Antonello Salis, Carlo Atti, Tom_Arthurs, Daniele Del Monaco, Yotam_Haber, Raiz (Almamegretta), Gabriele Coen, Luca Aquino, Francesco Ponticelli, Valeria Sturba, Jean-Francois Pauvros, Samuel Cromwell, Claudio Cojaniz, Alex Turchetti, Aldo Giosué, Giorgia Santoro, Alex Meguire, Sarah Gail Brand le i danzatori e coreografi Roberto Zappalà Cinzia Scordia, Melaku Belay, Jennifer Cabrera, e Florence La Porte, gli artisti visivi Fred Gautnier, Cane Capovolto, "Gli Impresari", the gli scrittori Wu Ming, Andrea Inglese, Stefano Zenni, Federico Fini.

4 pensieri riguardo “Recensione de “L’Estranea” di Paolo Strippoli”

  1. La recensione è scritta con un’ilarità che rende omaggio e richiama la comicità dei Brutos. A proposito di scapaccioni. Mi ha divertita molto: hai saputo cogliere quello spirito con intelligenza e leggerezza, senza forzare la mano.

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  2. La recensione è scritta con un’ilarità che rende omaggio e richiama la comicità dei Brutos. A proposito di scapaccioni. Mi ha divertita molto: hai saputo cogliere quello spirito con intelligenza e leggerezza, senza forzare la mano.

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