IL “MILITANTISMO”Anatomia della militanza a doppia contabilità


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C’è qualcosa di involontariamente grottesco nell’osservare la militanza politica contemporanea, soprattutto quando a esercitarla sono gli stessi soggetti che, nella vita professionale, partecipano docilmente ai meccanismi di potere contro i quali dichiarano di battersi.

La scena è nota. Si scende in piazza, si manifesta contro il governo, si denunciano le derive autoritarie, si invoca la giustizia sociale, si agitano bandiere, si scandiscono slogan. Poi si torna a casa, o meglio ancora al lavoro, e si riprendono diligentemente le proprie posizioni all’interno di sistemi regolati da appartenenze, cooptazioni, fedeltà personali e distribuzione selettiva delle opportunità.

La rivoluzione termina esattamente dove comincia la convenienza.

Vorrei soffermarmi su una particolare manifestazione di questa contraddizione, che conosco attraverso la mia lunga frequentazione degli ambienti musicali e culturali: la capacità di denunciare pubblicamente le ingiustizie del sistema politico e di accettare, senza analoghe resistenze, quelle che si producono all’interno del proprio ambiente professionale.

Perché è proprio qui che la militanza mostra una delle sue più singolari deformazioni.

La geografia invisibile del potere culturale

Il mondo dell’organizzazione musicale, della produzione artistica, dei festival, delle associazioni culturali e delle istituzioni formative possiede una struttura di relazioni che meriterebbe un’indagine ben più approfondita di quella generalmente riservata alle sue manifestazioni pubbliche.

Chi decide quali artisti debbano lavorare? Attraverso quali criteri vengono assegnati incarichi, opportunità, finanziamenti e spazi? Quanto contano la qualità delle proposte, la loro originalità e il loro valore culturale? Quanto pesano invece le appartenenze, i rapporti personali, le consuetudini consolidate?

Sono domande che dovrebbero interessare soprattutto chi rivendica un’identità politica fondata sull’uguaglianza delle opportunità e sulla critica dei privilegi.

Eppure, quando il discorso si sposta dalla grande politica alla piccola amministrazione del proprio territorio professionale, l’indignazione tende curiosamente a evaporare.

Le battaglie contro il potere diventano improvvisamente meno urgenti quando il potere distribuisce occasioni di lavoro, visibilità, incarichi e riconoscimenti.

Si può essere rivoluzionari nei confronti di un governo e perfettamente conservatori nei confronti della propria rubrica telefonica.

È una forma di doppia contabilità morale che attraversa una parte significativa dell’ambiente culturale, almeno per quanto ho potuto osservare nella mia esperienza.

Dai collettivi alla cooptazione

Una delle trasformazioni più interessanti riguarda l’eredità dei collettivi artistici, nati spesso da esigenze di autonomia, sperimentazione e opposizione alle gerarchie consolidate.

L’idea originaria era semplice: costruire forme alternative di produzione e distribuzione culturale, sottrarsi alle mediazioni tradizionali, creare opportunità attraverso la cooperazione.

Ma cosa accade quando una struttura nata per contestare il sistema viene progressivamente assorbita dal sistema stesso?

Accade che le modalità di organizzazione possono sopravvivere mentre si estinguono le ragioni che ne avevano giustificato la nascita.

Il collettivo diventa un marchio. L’appartenenza diventa una credenziale. La solidarietà si restringe al perimetro degli affiliati. Le relazioni personali, un tempo necessarie per opporsi a un’esclusione, rischiano di trasformarsi esse stesse in dispositivi di esclusione.

È il passaggio dalla cooperazione alla cooptazione.

Naturalmente, non si tratta di un destino inevitabile, né di una condanna indistinta di tutte le esperienze collettive. Ma è una degenerazione possibile, tanto più insidiosa quanto più continua a utilizzare il vocabolario dell’emancipazione.

Il linguaggio resta antagonista. La pratica diventa amministrativa.

La dialettica del servo e del padrone

In questo scenario torna sorprendentemente utile la dialettica hegeliana della signoria e della servitù, pur senza pretendere di ridurla a una banale metafora delle relazioni professionali.

Il rapporto di dipendenza produce riconoscimento, subordinazione, ricerca di legittimazione. Chi aspira a entrare in un sistema di potere può finire per riprodurne i comportamenti, interiorizzarne le gerarchie, accettarne le contraddizioni.

Non occorre che qualcuno impartisca ordini espliciti. È sufficiente che determinati meccanismi diventino consuetudini e che l’accesso alle opportunità dipenda, realmente o nella percezione degli interessati, dalla capacità di adattarvisi.

Si sviluppa così una forma di servitù volontaria, accompagnata da una retorica dell’indipendenza che può raggiungere livelli involontariamente comici.

Il musicista che denuncia il conformismo politico può accettare senza protestare il conformismo organizzativo. L’intellettuale che combatte le gerarchie sociali può cercare ostinatamente il riconoscimento di quelle culturali. Il militante che invoca trasparenza nella gestione pubblica può dimenticarsene quando la questione riguarda il proprio ambiente.

Il problema non riguarda una particolare appartenenza partitica.

Le relazioni di dipendenza attraversano le ideologie con una disinvoltura che i loro sostenitori difficilmente ammetterebbero.

Il caso delle istituzioni artistiche

Un capitolo specifico meriterebbe il sistema dell’alta formazione artistica e musicale, nel quale si incontrano interessi accademici, carriere, concorsi, incarichi, reti professionali e decisioni amministrative.

Qui la questione riguarda la qualità e la trasparenza dei processi decisionali, la possibilità di verificare i criteri di selezione e l’effettiva accessibilità delle opportunità.

Il problema non può essere affrontato attraverso semplici insinuazioni, né risolto attribuendo responsabilità indistinte. Occorrerebbe invece esaminare procedure, composizione delle commissioni, ricorrenza degli incarichi, concentrazione delle opportunità e possibili conflitti d’interesse.

Sarebbe una forma di militanza assai meno spettacolare di un corteo.

E forse, proprio per questo, più scomoda.

Perché significherebbe interrogare il proprio ambiente, le proprie relazioni, le proprie convenienze. Mettere in discussione persone dalle quali può dipendere una collaborazione futura.

Insomma, correre un rischio reale.

Il militantismo

Chiamo militantismo questa particolare sedimentazione di comportamenti servili, retoriche progressiste, conformismi culturali e piccole strategie di sopravvivenza professionale.

È il residuo di una stagione nella quale l’antagonismo sembrava poter investire ogni struttura della società, salvo trasformarsi progressivamente in una gestione sempre più sofisticata delle appartenenze.

Il militantismo possiede una caratteristica fondamentale: sa riconoscere il potere soltanto quando il potere si trova sufficientemente lontano da non poter compromettere la propria carriera.

Il governo nazionale è un bersaglio ideale. Il direttore artistico, il responsabile di un’istituzione, il referente di una rassegna o il componente di una commissione sono questioni assai più delicate.

Contro il primo si può manifestare.

Con i secondi, possibilmente, si cena.

Il risultato è una forma di militanza intermittente, nella quale il grado di indignazione sembra variare in rapporto alla distanza fra il soggetto e le possibili conseguenze professionali delle proprie dichiarazioni.

Una curiosa meteorologia dell’etica.

Il problema non è la piazza

Naturalmente, manifestare è un diritto fondamentale. E molte mobilitazioni nascono da ragioni concrete, da ingiustizie documentabili, da esigenze di solidarietà che sarebbe irresponsabile liquidare con sarcasmo.

Quello che contesto è la trasformazione della militanza in una certificazione automatica di superiorità morale.

Partecipare a una manifestazione non garantisce alcuna coerenza personale. Rivendicare un’identità progressista non impedisce di esercitare comportamenti conservatori. Frequentare ambienti dichiaratamente alternativi non significa necessariamente essere estranei alle logiche del privilegio.

Anzi, certe organizzazioni culturali sembrano aver raggiunto una particolare abilità nel conciliare l’immaginario della contestazione con la più ordinaria conservazione delle posizioni acquisite.

Si denuncia il sistema, purché non venga modificato quello dal quale si trae beneficio.

Il futuro e le liturgie del presente

C’è infine qualcosa di anacronistico nel continuare a riprodurre forme di militanza che sembrano incapaci di interrogare le trasformazioni del lavoro, della conoscenza e dell’organizzazione sociale.

L’intelligenza artificiale, la progressiva automazione delle attività professionali, la trasformazione delle competenze e l’emergere di nuovi ambienti virtuali stanno già modificando le condizioni entro le quali immaginiamo il futuro.

Gli effetti concreti rimangono incerti e contraddittori, ma la questione è enorme.

Eppure una parte della discussione pubblica continua a muoversi dentro categorie irrigidite, schieramenti ereditati e appartenenze che sembrano sopravvivere soprattutto grazie alla necessità di riconoscersi reciprocamente.

Si continua a rappresentare la politica come uno scontro fra identità collettive mentre i meccanismi di produzione del valore, del lavoro e della conoscenza mutano sotto i nostri occhi.

Anche il mondo culturale dovrebbe interrogarsi su questo passaggio.

Soprattutto chi pretende di rappresentarne la componente più avanzata.

Conclusione: la militanza comincia a casa propria

Non mi interessa stabilire quale schieramento possieda il monopolio dell’ipocrisia. Sarebbe una ricerca destinata a produrre una documentazione sterminata, probabilmente impossibile da archiviare.

Mi interessa una domanda molto più circoscritta.

Perché tante persone capaci di riconoscere le ingiustizie della grande politica sembrano diventare improvvisamente cieche davanti a quelle del proprio ambiente?

Perché la critica del potere si arresta così frequentemente davanti alle relazioni personali? Perché la solidarietà universale diventa selettiva quando sono in gioco le opportunità professionali?

È qui che la militanza dovrebbe sottoporsi alla propria verifica più severa.

Non nelle dichiarazioni, nelle appartenenze o nella partecipazione rituale a una manifestazione, ma nella capacità di contestare i privilegi anche quando ci riguardano, anche quando ci favoriscono, anche quando a esercitarli sono persone che conosciamo e frequentiamo.

Per il resto, continueremo ad assistere allo spettacolo di una moltitudine che reclama la trasformazione del mondo, con la legittima raccomandazione di lasciare rigorosamente invariata la distribuzione degli incarichi.

La rivoluzione, possibilmente, dopo il rinnovo del contratto.

Francesco Cusa

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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