Mario Grasso e la seconda vita siciliana del burattino di Collodi. Post scriptum: il “Pinocchio” di Grasso e Madè

Un omaggio allo scrittore acese attraverso una delle sue più singolari imprese letterarie: la traduzione integrale delle Avventure di Pinocchio in siciliano, con il testo originale a fronte.

Ho fra le mani due libri di Mario Grasso. Il primo è un volume collettaneo a lui dedicato, Mario Grasso. Un intellettuale fuori dal comune, curato da Nives Levan, con prefazione di Stefano Lanuzza. Il secondo è un oggetto letterario che mi procura un piacere del tutto particolare: ’I marrunati di Pinocchiu, la traduzione integrale delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi in lingua siciliana, pubblicata da Prova d’Autore nel 1990.

Due libri che sembrano osservarsi reciprocamente. Il primo ricostruisce il percorso di un intellettuale; il secondo lo sorprende nel pieno esercizio della sua intelligenza linguistica, alle prese con uno dei testi più straordinari e meno addomesticabili della nostra letteratura.

Perché tradurre Pinocchio in siciliano? E soprattutto, cosa accade quando una lingua come quella di Collodi, già così fortemente connotata dall’oralità toscana, incontra un’altra lingua di altrettanta densità espressiva, antropologica, fonetica?

La questione mi sembra di notevole interesse.

Intanto il titolo. ’I marrunati di Pinocchiu. Già qui si consuma una piccola, felicissima infedeltà. Le avventure diventano marrunati, termine che richiama gli spropositi, le malefatte, gli errori nei quali si incorre, spesso trascinati dalla propria stessa natura. Il burattino, prima ancora di incominciare, sembra aver già combinato qualcosa di irreparabile.

E in effetti Pinocchio è un essere che sbaglia continuamente. Direi che la sua identità coincide in larga parte con l’ostinazione a sbagliare. È un organismo di legno investito da un’incessante pedagogia della colpa, una creatura che attraversa punizioni, mutilazioni, metamorfosi e tentativi di redenzione. Un individuo che vorrebbe diventare umano senza possedere ancora gli strumenti per comprendere cosa significhi esserlo. Circostanza, peraltro, piuttosto diffusa anche fra coloro che umani lo sono già da tempo.

Nella versione di Mario Grasso il racconto acquista una nuova corporeità. La lingua entra nel legno, ne modifica la consistenza, lo fa risuonare diversamente.

La lingua delle madri e l’inquietudine del burattino

Mario Grasso, nato ad Acireale nel 1932 e scomparso a Catania nel 2022, appartiene a quella categoria di intellettuali che considero sempre più rara: studiosi per i quali l’attività letteraria coincide con una forma permanente di ricerca sulla lingua, sulla sua storia, sulle possibilità che essa custodisce e che spesso lasciamo deperire per semplice indolenza.

Poeta, narratore, saggista, traduttore, editore, fondatore di riviste come Lunarionuovo, Grasso ha dedicato una parte importante della propria opera alla lingua siciliana, sottraendola all’angusto recinto del regionalismo decorativo.

Il suo Vocabolario siciliano, pubblicato nel 1989 con una prefazione di Maria Corti, è un riferimento significativo di questo percorso. Come pure le successive ricerche sulla sapienza linguistica e paremiologica dell’isola, raccolte sotto quella suggestiva espressione di lingua delle madri.

Per Grasso il siciliano è materia viva, portatrice di una propria organizzazione del pensiero, di una memoria collettiva e di una capacità di articolazione poetica che sarebbe ridicolo considerare subordinate a quelle dell’italiano.

E qui arriviamo al punto che maggiormente mi interessa.

Tradurre un’opera letteraria significa inevitabilmente intervenire sulla sua struttura percettiva. Ogni lingua stabilisce un rapporto particolare con le cose, possiede una propria distribuzione degli accenti, una particolare velocità del discorso, una diversa relazione fra il suono e l’immagine.

Non esistono equivalenze completamente innocenti.

Quando Grasso traduce Collodi interviene sulla natura stessa della narrazione. La vicenda rimane quella che conosciamo, ma il modo in cui viene percepita subisce una trasformazione.

Prendiamo l’incipit.

Collodi comincia con il celeberrimo «C’era una volta», per poi sottrarre immediatamente al lettore l’aspettativa del re, sostituendogli un semplice pezzo di legno.

Grasso apre con «’Na vota c’era…».

Proviamo a pronunciare le due formule. Nell’italiano di Collodi riconosciamo la convenzione della fiaba, prontamente contraddetta. Nel siciliano di Grasso si avverte una prossimità con il racconto orale, con quella dimensione domestica nella quale la narrazione sembra precedere la pagina scritta.

Il suo mastru Cirasa, il falegname Ciliegia, appartiene già a un altro universo fonico. La parola si carica di una materialità diversa: il mestiere, il soprannome, il gesto artigianale, la prossimità dei corpi.

E quel pezzo di legno che piange e ride come un bambino sembra provenire da una memoria narrativa nella quale l’animazione delle cose non richiede particolari giustificazioni.

Naturalmente Collodi possedeva già questa straordinaria capacità di attribuire vita alla materia. Grasso ne modifica la temperatura linguistica. Ed è una temperatura che un lettore siciliano riconosce prima ancora di averla interpretata.

Due testi che si osservano

Una delle qualità più intelligenti dell’edizione è la presenza del testo italiano a fronte.

La scelta consente un’esperienza di lettura comparativa, nella quale possiamo seguire le trasformazioni del racconto attraverso due sistemi linguistici differenti, osservare dove Grasso conserva la costruzione originale, dove modifica il ritmo, dove ricorre a un’espressione idiomatica e dove la traduzione introduce una particolare intensificazione fonetica.

Nelle pagine che ho davanti, per esempio, il capitolo trentunesimo presenta l’arrivo del carro destinato a trasportare i ragazzi verso il Paese dei balocchi.

Nell’italiano di Collodi leggiamo che il carro arrivò senza far rumore. Nella versione siciliana l’assenza di rumore si traduce attraverso l’espressività concreta dello scrusciu.

Una parola come scrusciu possiede una sonorità che quasi imita il fenomeno acustico che nomina. Anche pronunciandola mentalmente si ha la sensazione di produrre un rumore.

Da batterista, confesso di essere particolarmente sensibile a queste trasformazioni. Le lingue possiedono una loro orchestrazione interna, un sistema di durate, contrazioni, consonanti percussive, vocali che distendono il fraseggio. La pagina letteraria è anche una partitura, sebbene non tutti gli scrittori sembrino essersene accorti.

Il siciliano di Grasso procede spesso per contrazioni e scarti ritmici che rendono il dialogo particolarmente mobile. Si avverte la possibilità di una lettura ad alta voce, di una rappresentazione quasi teatrale.

Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto questo a una generica musicalità dialettale. Anche Collodi è uno scrittore dalla formidabile sensibilità ritmica. Ci troviamo piuttosto davanti all’incontro fra due differenti organizzazioni prosodiche, due modi di distribuire gli accenti e di far respirare una frase.

Penso anche a quanto il siciliano sia capace di esercitare una particolare violenza espressiva, di precipitare improvvisamente dal registro lirico alla brutalità più concreta. Una caratteristica che considero particolarmente congeniale all’universo collodiano, nel quale la crudeltà convive continuamente con l’umorismo, il patetico con il grottesco.

La traduzione di Grasso può essere letta anche così: come un’ulteriore esplorazione delle possibilità comiche, foniche e perturbanti già contenute nell’originale.

Pinocchio, la Sicilia e la metamorfosi

C’è poi un aspetto che mi sembra particolarmente fertile sul piano interpretativo.

Pinocchio è un romanzo interamente attraversato dalla metamorfosi.

La materia inanimata diventa creatura senziente. Il burattino aspira a diventare bambino. I bambini diventano asini. Gli animali parlano, ammoniscono, giudicano, ingannano. Le identità si modificano continuamente, spesso attraverso la sofferenza.

E anche la lingua, nella traduzione di Grasso, partecipa a questo processo.

Leggere Pinocchiu significa assistere alla trasformazione di un’opera che conserva la propria identità pur assumendo una diversa forma espressiva. Come il protagonista, anche il testo sembra attraversare una metamorfosi senza perdere completamente la memoria di ciò che era.

Il capitolo trentacinquesimo, nel quale Pinocchio si ritrova nel ventre del Pesce-cane, è particolarmente interessante per questa lettura.

La traduzione siciliana conserva l’inquietudine dell’episodio: la profondità marina, il buio, l’odore, la condizione di un essere inghiottito che continua ostinatamente a cercare una via d’uscita. Il ventre dell’animale diventa una specie di abitazione mostruosa, un luogo in cui la sopravvivenza assume i caratteri dell’esilio.

La Sicilia affiora nella lingua attraverso cui quell’esperienza viene restituita. Grasso non ha bisogno di trasferire Pinocchio in un paese etneo, di trasformare Geppetto in un personaggio da commedia regionale, di aggiungere folklore o macchiette.

La trasformazione avviene già nell’atto della traduzione.

E qui il suo lavoro acquista una dignità letteraria autonoma. Il siciliano diventa il luogo di una seconda esistenza del testo collodiano, una sorta di reincarnazione linguistica nella quale il burattino si ritrova a disporre di una nuova anatomia verbale.

Una prospettiva che, considerando la sua natura originaria, potrebbe persino risultargli familiare.

Contro la museificazione del dialetto

Trovo particolarmente insopportabile una certa abitudine a considerare le lingue regionali come reperti di un’umanità destinata a scomparire, buoni per alimentare nostalgie, sagre paesane e commemorazioni di qualche presunta autenticità perduta.

C’è qualcosa di vagamente necrofilo in questa ossessione per la conservazione delle tradizioni, soprattutto quando le si pretende immobili, fedeli a un’identità che nessuno riesce mai a definire con precisione.

Le lingue vivono finché vengono adoperate per produrre pensiero, conflitto, invenzione.

La traduzione di Grasso dimostra questa possibilità.

Il siciliano può accogliere Collodi, confrontarsi con la sua complessità, restituirne le sfumature ironiche e drammatiche, affrontarne le torsioni sintattiche, senza trasformarsi in una caricatura di se stesso.

Una lingua consegnata esclusivamente alla conservazione museale rischia di diventare una lingua morta anche quando continua a essere pronunciata. Sopravvive nei modi di dire, nelle formule rituali, nelle battute, ma perde progressivamente la capacità di produrre nuove strutture di significato.

Grasso appartiene a coloro che hanno cercato di contrastare questo impoverimento.

Il suo lavoro si è esteso dalla poesia alla narrativa, dalla riflessione filologica alla traduzione di autori appartenenti ad altre tradizioni, come Taras Ševčenko. L’attenzione alla lingua siciliana costituiva uno degli strumenti attraverso cui interrogare il rapporto fra identità e alterità.

Nel suo Pinocchiu questa tensione è evidente. La fedeltà all’opera di Collodi convive con la necessità di restituirla attraverso una lingua dotata di una propria autonomia storica ed espressiva.

Il testo originale rimane sulla pagina accanto, quasi a testimoniare una convivenza. Le due lingue si osservano, si confrontano, talvolta sembrano contraddirsi.

Non occorre stabilire quale possieda una maggiore legittimità.

Basta leggerle.

Un omaggio a Mario Grasso

Ritorno al volume collettaneo dedicato a Mario Grasso, curato da Nives Levan. Il sottotitolo, Testi, interviste, testimonianze, annuncia il tentativo di ricostruire una figura intellettuale attraverso una pluralità di sguardi.

È un’impresa necessaria, soprattutto in una realtà culturale come quella siciliana, dove la memoria degli scrittori e degli operatori culturali viene frequentemente affidata alla buona volontà di pochi, salvo poi riscoprirne improvvisamente l’importanza quando non possono più intervenire nelle discussioni.

Mario Grasso è stato anche un uomo di iniziative, di riviste, di editoria, di relazioni intellettuali. Ha attraversato la cultura siciliana esercitando una funzione che sarebbe limitativo identificare con la sola produzione dei suoi libri.

Ma proprio i libri rimangono il luogo nel quale possiamo ancora incontrare il suo pensiero nella sua forma più concreta.

E fra questi considero ’I marrunati di Pinocchiu un’opera particolarmente eloquente.

C’è qualcosa di ammirevole nell’aver dedicato un lavoro di tale estensione alla traduzione integrale di un romanzo che tutti credono di conoscere e che, probabilmente, pochi hanno davvero letto fino in fondo.

Perché Pinocchio continua a essere scambiato per un innocuo racconto educativo, mentre contiene una quantità impressionante di crudeltà, fame, solitudine, violenza, inganno e paura della morte. È un’opera nella quale l’infanzia appare continuamente esposta all’arbitrio degli adulti e alle conseguenze delle proprie scelte.

Il suo mondo è spesso spietato. La redenzione finale non cancella tutto ciò che il burattino ha dovuto attraversare.

Grasso ha avuto l’intelligenza di affidare questa materia a una lingua capace di reggerne il peso, l’ironia e la ferocia.

E così Pinocchio continua a scappare, disobbedire, mentire, soffrire. Soltanto che adesso lo fa anche in siciliano.

Mi piace immaginare che, giunto finalmente al termine delle sue disavventure, il povero burattino possa perfino domandarsi quale delle due lingue abbia raccontato meglio i suoi tormenti.

Forse nessuna. Forse entrambe.

Del resto, un individuo nato da un pezzo di legno, passato attraverso l’impiccagione, la trasformazione in asino e il ventre di un mostro marino, potrebbe legittimamente rivendicare il diritto di non avere una sola identità linguistica.

L’omaggio migliore a Mario Grasso, credo, consiste proprio nel continuare a leggerlo, sottraendolo alla rispettabile immobilità delle commemorazioni.

Aprire il suo Pinocchiu, pronunciarne le frasi, confrontarle con Collodi. Lasciare che le due lingue si disturbino reciprocamente.

E ascoltare ancora una volta quel pezzo di legno che, con grande disappunto di chi avrebbe voluto farne una semplice gamba di tavolino, continua a parlare.


P.S. – Due siciliani e un burattino toscano: Mario Grasso e Pippo Madè

C’è un’altra circostanza che desidero ricordare e che mi sembra possedere qualcosa di singolarmente suggestivo.

Il Pinocchio di Mario Grasso trova un corrispettivo nell’opera pittorica di un altro grande artista siciliano, Pippo Madè, che al burattino collodiano ha dedicato un lungo e articolato ciclo figurativo.

È curioso osservare come due personalità così differenti abbiano finito per incontrarsi idealmente attorno a una creatura che, pur essendo stata fabbricata da un falegname toscano, ha dimostrato una straordinaria disponibilità a cambiare patria, lingua, ambiente e perfino specie zoologica.

Madè affronta Pinocchio già tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, sviluppando successivamente un’autonoma interpretazione nella quale il burattino attraversa la Sicilia, incontra le figure della sua storia e della sua mitologia, si confronta con i carusi delle zolfare, con i lavoratori delle saline, con le contraddizioni sociali e le meraviglie di una terra che diventa teatro della sua educazione sentimentale e morale.

Grasso restituisce a Pinocchio una nuova lingua. Madè gli consegna una nuova geografia.

È una distinzione che mi piace particolarmente.

Nel primo caso assistiamo a una metamorfosi verbale. Il burattino si appropria della fonetica siciliana, delle sue cadenze, delle sue asperità, di una particolare maniera di nominare le cose e di organizzare il pensiero.

Nel secondo, l’immaginario collodiano viene investito da una geografia pittorica che ne modifica i riferimenti storici, antropologici e simbolici. Madè utilizza Pinocchio come una creatura capace di attraversare epoche, incontrare figure mitologiche, osservare le miserie umane con quello sguardo insieme innocente e irrimediabilmente compromesso che appartiene ai personaggi più longevi della letteratura.

Mi interessa soprattutto questa sua capacità di sopravvivere alle interpretazioni.

Pinocchio è stato trasformato in una creatura rassicurante, educativa, sentimentale. Eppure continua a conservare qualcosa di irriducibile, una natura ambigua, vagamente mostruosa. È un pezzo di legno che desidera diventare bambino. Una creatura che non possiede una collocazione definitiva nell’ordine delle cose.

Forse proprio per questo attraversa tanto facilmente le lingue e le arti.

Grasso e Madè sembrano aver colto due possibilità complementari di questa inquietudine.

Il primo si misura con l’instabilità dell’identità linguistica; il secondo con quella dell’immaginario figurativo. Entrambi utilizzano il personaggio di Collodi per entrare in relazione con la memoria siciliana, senza costringerlo a una facile operazione di travestimento regionale.

Non siamo davanti a un Pinocchio al quale viene semplicemente imposto un costume siciliano.

La Sicilia agisce dall’interno, attraverso il linguaggio di Grasso e attraverso le immagini di Madè. Diventa uno strumento di interpretazione, un territorio nel quale la vicenda collodiana acquista ulteriori possibilità di significato.

Ecco perché considero interessante accostare questi due artisti. La loro ricerca testimonia quanto un classico possa continuare a generare opere autonome, sottraendosi alla propria stessa consacrazione.

C’è qualcosa di ironico, del resto, nel destino di Pinocchio.

Un personaggio nato come creatura incompiuta, continuamente esposto alla possibilità di essere corretto, punito, trasformato, è diventato uno dei soggetti più resistenti dell’immaginario letterario mondiale.

Tutti cercano di conferirgli una forma definitiva. Lui continua a cambiarla.

Mario Grasso lo fa parlare in siciliano. Pippo Madè lo conduce attraverso la storia e i paesaggi dell’isola. E il burattino, che nel frattempo ha attraversato una quantità incalcolabile di disavventure, continua a osservare gli esseri umani con quella sua particolare espressione, come se avesse finalmente compreso qualcosa che a noi continua ostinatamente a sfuggire.

Due siciliani, dunque, legati da un toscano immortale.

Mi sembra un incontro degno di essere ricordato.

E forse il povero Geppetto, qualora avesse potuto prevedere l’immensa proliferazione linguistica, iconografica e filosofica del proprio manufatto, avrebbe prudentemente rinunciato all’impresa, dedicandosi alla fabbricazione di qualche dignitosissimo comodino.

Fortunatamente non lo fece.


Nota bibliografica

  • Carlo Collodi, ’I marrunati di Pinocchiu, traduzione integrale in siciliano di Mario Grasso, con il testo italiano delle Avventure di Pinocchio a fronte, Prova d’Autore, 1990.
  • AA.VV., Mario Grasso. Un intellettuale fuori dal comune. Testi, interviste, testimonianze, a cura di Nives Levan, prefazione di Stefano Lanuzza, Prova d’Autore.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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