Da Dante a Cecchettin: il tribunale di Fazio nell’era della “cancel culture”

Questo è oramai un paese in cui si va da Fazio per determinare le nuove tendenze ideologiche. I Cecchettin sono i latori delle ultime trovate: adesso diventerà tabù dire la “mia donna” (ovviamente sorvolando sulla ben più presente modalità possessiva del linguaggio, ossia del reclamare il “mio uomo”). Si riempiranno le pagine dei giornali e si apriranno i TG con questa ennesima boiata, mentre finiranno in secondo piano le notizie sui massacri di Gaza. Una società del genere è una società malata, perversa, corrotta. Siamo di fronte a una realtà in cui il dissenso diventa immediato consenso, e in cui dissentire significa – nella sostanza – puntellare i nuovi dettami della cultura proibizionistica woke. A Pasolini dissenziente, succede dunque un Cecchettin qualunque, assurto a ruolo di maître à penser nell’arco di pochi giorni dalla sua tragedia vissuta. Assassinare una lingua rappresenta un olocausto che avrà implicazioni devastanti nel medio e lungo periodo.

A questa miseria replichiamo con Dante: Tanto gentile e tanto onesta pare, la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare…

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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