Due recensioni: per film necessari: “Disclosure Days” e “Savage House”. Spielberg e l’odore della storia.

Comincio da Spielberg. Leggo recensioni contrastanti. C’è chi lo considera un ritorno folgorante alla fantascienza umanista di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, chi invece lo accusa di costruire un gigantesco giocattolo paranoico che non trova mai il coraggio di affondare davvero il coltello. Personalmente credo che entrambe le letture colgano qualcosa e manchino qualcosa. Perché Disclosure Day non è semplicemente un film sugli alieni. Spielberg, come quasi sempre accade quando si occupa di questi temi, usa l’alieno come dispositivo narrativo per parlare d’altro. Lo faceva già in Close Encounters, lo faceva in E.T., lo faceva persino in A.I.. Qui però il tema centrale non è il contatto. È la rivelazione. La disclosure del titolo non riguarda soltanto l’esistenza di altre intelligenze. Riguarda il rapporto tra potere e verità. Riguarda la possibilità che intere strutture istituzionali abbiano costruito per decenni sistemi di occultamento e gestione delle informazioni. Riguarda il confine sempre più ambiguo tra ciò che viene dichiarato impossibile e ciò che viene semplicemente tenuto nascosto. Non è un caso che il film ruoti attorno a documenti secretati, archivi sotterranei, whistleblower, apparati privati che collaborano con il potere politico e militare, e a una gigantesca macchina della dissimulazione che ricorda da vicino molte narrazioni contemporanee sugli UAP e sui programmi classificati. Spielberg non afferma mai che tali cose siano vere. Sarebbe troppo semplice. Fa qualcosa di più intelligente: mostra quanto la sola possibilità che possano esserlo sia ormai entrata nell’immaginario collettivo. In questo senso il film dialoga indirettamente con tutto ciò che è emerso negli ultimi anni tra audizioni parlamentari, testimonianze di ex funzionari, documentari sulla disclosure e dibattiti sulla trasparenza degli apparati governativi. Non sorprende che molti recensori abbiano letto il film come una riflessione sulla verità nell’epoca della manipolazione informativa e della sfiducia verso le istituzioni. Dal punto di vista cinematografico Spielberg resta Spielberg. Regia invisibile, senso dello spazio perfetto, capacità di rendere straordinario ciò che è ordinario. Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth lavorano tutti per sottrazione, evitando la retorica del blockbuster contemporaneo. E soprattutto il film possiede ancora quella qualità rarissima che oggi sembra quasi imbarazzante nominare: la meraviglia. Spielberg continua a credere che l’essere umano possa ancora stupirsi. In un’epoca dominata dal sarcasmo, è probabilmente il gesto più sovversivo che gli resti.

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Savage House è invece un animale completamente diverso. E qui molte recensioni mi sembrano aver colto il bersaglio solo in parte. Alcuni lo hanno liquidato come una commedia nera settecentesca. Altri ne hanno sottolineato il carattere satirico. Altri ancora hanno insistito sul debito verso Kubrick e Barry Lyndon. Tutto vero, ma insufficiente. Perché il film di Peter Glanz è soprattutto una straordinaria ricostruzione morale di un’epoca. Non racconta soltanto una famiglia. Racconta un sistema sociale in decomposizione. Siamo nell’Inghilterra georgiana delle rivolte giacobite, delle epidemie, della mobilità sociale feroce, delle ambizioni smisurate e del nascente capitalismo imperiale. I Savage inseguono disperatamente il riconoscimento sociale mentre il mondo attorno a loro comincia lentamente a marcire. Richard E. Grant e Claire Foy offrono due interpretazioni monumentali. Grant costruisce un Sir Chauncey Savage insieme ridicolo, patetico, commovente e feroce. Claire Foy gli risponde con una Lady Savage che sembra oscillare continuamente tra desiderio di sopravvivenza, opportunismo e disperazione. Non recitano personaggi. Recitano una classe sociale. Recitano un’intera civiltà che tenta di conservare la propria immagine mentre le fondamenta stanno cedendo sotto i piedi. Molti hanno giustamente richiamato Barry Lyndon, ma io ci vedo anche qualcosa di Hogarth, qualcosa della satira sociale inglese più crudele, qualcosa che anticipa Dickens e che guarda già alle deformità morali della rivoluzione industriale. La fotografia richiama continuamente la pittura del Settecento europeo, ma invece di celebrare la bellezza dell’epoca ne mette in scena la putrefazione. Le candele non illuminano: consumano. Le stanze non accolgono: soffocano. Gli abiti non nobilitano: imprigionano. La cosa più impressionante è che il film riesce a evocare continuamente gli odori della storia. Il grasso animale, il fumo, le cucine annerite, il sudore, il vino rancido, il legno umido, la promiscuità fisica di un mondo ancora lontanissimo dalla sterilizzazione moderna. Non è una ricostruzione storica. È una resurrezione sensoriale. E proprio per questo il film diventa qualcosa di più di una satira. Diventa una riflessione sul declino, sulle ambizioni umane, sulla ridicola ostinazione con cui gli uomini cercano di apparire immortali mentre il tempo sta già divorando tutto.

Due film diversissimi. Uno guarda verso il futuro e verso il cielo. L’altro guarda verso il passato e verso il fango. Ma entrambi, in modi opposti, parlano della stessa cosa: dell’uomo davanti a qualcosa di immensamente più grande di lui.

Pubblicato da Francesco Cusa

Francesco Cusa (Catania, 1966) è batterista, compositore e scrittore. Ha suonato in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, pubblicando numerosi album, tra cui «Minimal Works» e «Strange Dreams». La sua produzione letteraria comprende romanzi come «VIC» e «2056», raccolte di racconti e poesie. Docente di Batteria Jazz al Conservatorio di Catania, scrive di cinema, musica, letteratura e filosofia.

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