IL SAPIENS, LA TECNICA E IL PROSSIMO SALTO DI SPECIE

Ho provato a riassumere qui alcuni pensieri, letture, intuizioni e ossessioni che mi hanno accompagnato negli ultimi mesi. Ne è venuta fuori una riflessione sul Sapiens, sulla tecnica, sull’intelligenza artificiale e su ciò che potremmo essere sul punto di diventare. Non una tesi, né tantomeno una profezia: piuttosto una mappa provvisoria di domande che, almeno per me, stanno diventando sempre più difficili da ignorare.

C’è un equivoco di fondo nel modo in cui continuiamo a raccontarci la storia dell’umanità: pensiamo all’Homo sapiens come al punto culminante dell’evoluzione, mentre potremmo considerarlo una delle sue anomalie più radicali. Una specie recentissima che, nell’arco di un tempo geologicamente ridicolo, è riuscita a modificare l’intero pianeta. Se comprimessimo la storia della Terra in un solo anno, noi compariremmo nelle ultimissime frazioni del 31 dicembre. Siamo appena arrivati e ci comportiamo come se fossimo i proprietari dell’edificio.
Le date, peraltro, continuano a retrocedere man mano che paleoantropologia, archeologia e genetica aggiungono nuovi elementi alla storia della nostra specie. Homo sapiens esiste da circa 300.000 anni. Quanto alla celebre “rivoluzione cognitiva”, la periodizzazione resa popolare da Yuval Noah Harari la colloca grosso modo intorno a 70.000 anni fa, ma la ricerca contemporanea rende sempre più difficile immaginare un singolo interruttore cognitivo acceso improvvisamente in quel momento. Le testimonianze archeologiche suggeriscono piuttosto un processo molto più lungo, discontinuo e a mosaico: tra circa 100.000 e 50.000 anni fa si intensificano e si diffondono comportamenti simbolici, innovazioni tecnologiche, forme complesse di cooperazione e trasmissione culturale, alcune delle quali hanno antecedenti ancora più antichi. Dunque manteniamo pure l’espressione “rivoluzione cognitiva”, purché ricordiamo che descrive una trasformazione evolutiva e culturale complessa, non una mattina precisa nella quale il Sapiens si svegliò improvvisamente intelligente.
Quello che invece appare con impressionante regolarità è che l’espansione umana coincide in molte regioni con profonde trasformazioni ecologiche e con l’estinzione di una parte della megafauna, anche se sarebbe semplicistico attribuire ogni estinzione al solo Sapiens: clima, trasformazioni ambientali e pressione antropica interagiscono in modi differenti nei diversi continenti. L’Australia rimane uno dei casi più impressionanti: l’arrivo degli esseri umani precede la scomparsa di numerosi grandi vertebrati che avevano abitato quel continente per tempi immensi.
Poi arriva l’agricoltura. O meglio: arrivano, in luoghi e tempi diversi, le domesticazioni. E cambia il paradigma. Il cacciatore-raccoglitore vive certamente modificando il proprio ambiente, ma con l’agricoltura la trasformazione diventa sistematica. Non ci limitiamo più a trovare il mondo: cominciamo a produrre il mondo nel quale vogliamo vivere. Selezioniamo semi, modifichiamo piante e animali attraverso la selezione artificiale, disboschiamo, irrighiamo, costruiamo insediamenti, accumuliamo eccedenze, inventiamo nuove gerarchie, nuove forme di proprietà, nuove concentrazioni di potere. Ciò che oggi ci appare “naturale” è spesso il risultato di millenni di manipolazione culturale e biologica. Il grano che coltiviamo non è semplicemente “natura”: è natura trasformata da migliaia di anni di selezione umana. La civiltà comincia anche così: come gigantesca operazione di editing dell’ambiente.
È qui che il Sapiens rivela la propria natura paradossale. È un animale fragilissimo e al tempo stesso devastante. Nasce neurologicamente incompleto, dipende per anni dagli altri, necessita di un lunghissimo apprendistato sociale, linguistico e culturale. L’encefalizzazione ha comportato costi enormi: un cervello metabolicamente costosissimo, una nascita particolarmente difficile, un’infanzia straordinariamente lunga. Ma proprio questa incompiutezza biologica diventa la nostra potenza. L’uomo è l’animale che deve costruire artificialmente le condizioni della propria esistenza.
Qui Peter Sloterdijk diventa particolarmente interessante. L’uomo può essere pensato come un essere che produce continuamente sfere, ambienti, involucri, sistemi immunitari simbolici e materiali nei quali rendere possibile la propria esistenza. Non abitiamo semplicemente “la natura”: costruiamo mondi abitabili. La casa, il villaggio, la città, lo Stato, la cultura, la religione, la tecnica sono anche dispositivi attraverso i quali una creatura biologicamente esposta costruisce le proprie condizioni di protezione. L’uomo, in questa prospettiva, è un animale costitutivamente artificiale. E la tecnica non è qualcosa che arriva dopo l’uomo: appartiene alla sua stessa modalità di essere.
Per questo uso provocatoriamente la parola parassita. Non nel senso biologico rigoroso del termine, naturalmente, ma come figura antropologica. Il Sapiens entra in un sistema che non ha prodotto, utilizza l’energia accumulata da altri processi, modifica le condizioni dell’ambiente in funzione della propria proliferazione e, quando la propria potenza tecnica supera determinate soglie, rischia di distruggere le condizioni che rendono possibile la sua stessa sopravvivenza. È un parassita singolarissimo: è diventato abbastanza intelligente da comprendere il sistema che sta consumando, ma forse non ancora abbastanza intelligente da smettere di consumarlo.
Questo è il punto decisivo. La storia della tecnica è la storia di una progressiva esteriorizzazione delle nostre facoltà. Il martello esteriorizza la mano. La ruota il movimento. La scrittura la memoria. Il telescopio la vista. Il calcolatore il calcolo. Il computer una parte crescente delle operazioni simboliche. Internet esteriorizza e connette porzioni enormi della memoria collettiva. L’intelligenza artificiale compie un passaggio ulteriore: esteriorizza funzioni che fino a ieri consideravamo appartenenti al nucleo stesso dell’attività cognitiva. Linguaggio, riconoscimento, inferenza, previsione, composizione, programmazione, produzione di immagini, simulazione, decisione.
Ma prima di arrivare lì bisogna affrontare un altro problema: che cos’è il mondo che crediamo di conoscere?
Noi siamo abituati a pensare che gli occhi vedano il mondo, le orecchie ascoltino il mondo e il cervello riceva queste informazioni producendo una specie di fotografia interiore della realtà. Le neuroscienze contemporanee ci consegnano un’immagine assai meno ingenua. La percezione è un processo attivo: il cervello seleziona, integra, anticipa, interpreta. Colori, suoni e qualità percettive non sono semplicemente copie di proprietà esterne depositate nella testa. Sono il risultato dell’interazione tra organismo e ambiente. Noi non accediamo al reale “così com’è”, ammesso che questa espressione abbia senso: accediamo al mondo attraverso l’interfaccia costruita dalla nostra storia evolutiva.
Donald Hoffman radicalizza questa intuizione attraverso una metafora efficacissima: il desktop di un computer. Sullo schermo vediamo una cartella azzurra. Ma dentro il computer non esiste nessuna piccola cartella azzurra. Esistono circuiti, stati fisici, processi elettronici che l’interfaccia nasconde perché sarebbe inutile mostrarceli. La cartella non è una fotografia dell’hardware: è uno strumento che ci consente di agire senza conoscere l’immensa complessità sottostante. Hoffman propone che la percezione possa funzionare in maniera analoga. È un’ipotesi teorica controversa, non una conclusione condivisa dalle neuroscienze; ma la domanda che pone è formidabile: e se l’evoluzione avesse selezionato non organismi capaci di vedere la verità, ma organismi capaci di vedere ciò che serve per sopravvivere?
Qui filosofia, neuroscienze e antiche intuizioni metafisiche cominciano, senza diventare la stessa cosa, stranamente a sfiorarsi. Il velo di Māyā. La caverna di Platone. La distinzione kantiana fra fenomeno e cosa in sé. E Heidegger, naturalmente, per il quale la verità non si esaurisce nella corrispondenza tra proposizione e oggetto, ma rinvia all’aletheia, al disvelamento, al venire dell’ente nella presenza. Da prospettive e linguaggi radicalmente differenti ritorna una domanda vertiginosa: perché qualcosa ci appare nel modo in cui ci appare, che cosa rende possibile questo apparire e quale rapporto esiste fra ciò che si manifesta e ciò che, necessariamente, rimane sottratto?
La nostra condizione potrebbe allora essere ancora più paradossale. Abbiamo costruito una civiltà planetaria utilizzando una rappresentazione del mondo che costituisce soltanto la porzione del reale accessibile alla nostra architettura biologica. Vediamo una minuscola banda dello spettro elettromagnetico, udiamo un intervallo limitatissimo di frequenze, viviamo il tempo secondo scale compatibili con il nostro metabolismo, percepiamo lo spazio attraverso apparati selezionati per sopravvivere sulla superficie di un pianeta. E tuttavia abbiamo avuto l’arroganza di chiamare “realtà” questa minuscola finestra.
La scienza stessa nasce quando cominciamo a costruire protesi contro i nostri sensi: telescopi, microscopi, acceleratori, interferometri, rivelatori, formalismi matematici. Gran parte di ciò che oggi sappiamo dell’universo non può essere percepito direttamente da nessun essere umano. In un certo senso, la conoscenza scientifica è già un processo di emancipazione dall’interfaccia biologica.
Ed eccoci alla nostra scatola biologica.
Per centinaia di migliaia di anni abbiamo aumentato la capacità di trasformare il mondo attraverso strumenti esterni. Una pietra, una lancia, il fuoco, la scrittura, la stampa, la macchina a vapore, l’elettricità, il computer. Ma a utilizzare questi strumenti è rimasto sempre un cervello biologico. La nostra scatola ha limiti precisi. Memoria limitata. Velocità limitata. Vita limitata. Attenzione limitata. Capacità sensoriali limitate.
L’intelligenza artificiale introduce qui qualcosa di radicalmente nuovo. Non stiamo semplicemente costruendo un utensile più potente. Stiamo costruendo sistemi ai quali deleghiamo progressivamente operazioni cognitive. Per la prima volta lo strumento non prolunga soltanto il muscolo: comincia a prolungare, duplicare e in alcuni domini superare funzioni della mente.
Per questo considero ciò che sta accadendo non semplicemente una rivoluzione industriale, ma la possibile preparazione di un salto di specie. Non sappiamo se avverrà, né quale forma prenderà. Sarebbe ingenuo trasformare una possibilità storica in una profezia. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che l’integrazione crescente tra biologia, informatica, intelligenza artificiale, genetica, robotica e interfacce neurali possa lasciare immutata la definizione dell’umano.
L’accelerazione tecnologica comprime inoltre i tempi. Ciò che richiedeva millenni passa ai secoli; ciò che richiedeva secoli ai decenni; ciò che richiedeva decenni può avvenire in pochi anni. Non significa che esista una legge matematica secondo cui “un anno futuro equivarrà a mille anni passati”. Significa qualcosa di più serio: la capacità di una tecnologia di contribuire alla produzione della tecnologia successiva introduce circuiti di retroazione che possono accelerare enormemente il cambiamento.
A questo punto il problema diventa cosmologico. Se una civiltà tecnologica vuole sopravvivere su scale temporali astronomiche, non può dipendere indefinitamente da un unico pianeta. La Terra non è eterna. Il Sole non è eterno. Nessuna biosfera lo è. La scala di Kardashev — nella sua formulazione originaria molto più sobria delle successive estensioni fantastiche — classificava ipotetiche civiltà in base alla quantità di energia che fossero in grado di utilizzare: planetaria, stellare, galattica. Non sappiamo se civiltà simili esistano. Ma l’esperimento mentale è utile perché ci costringe a pensare la tecnologia non più sulla scala di una vita umana o di una nazione, ma sulla scala astronomica.
E allora emerge una conseguenza inquietante: una civiltà che volesse attraversare tempi e distanze cosmiche potrebbe avere interesse a diventare sempre più informazione e sempre meno organismo biologico.
Il corpo è meraviglioso, ma per lo spazio è un dispositivo costosissimo. Richiede ossigeno, acqua, nutrimento, pressione, temperatura, protezione dalle radiazioni. Invecchia, si ammala, muore. Una struttura artificiale può teoricamente essere riparata, duplicata, adattata, ibernata, trasmessa. La domanda del futuro potrebbe quindi non essere: come porteremo il corpo umano nello spazio? Potrebbe essere: quanto del corpo umano sarà ancora necessario affinché qualcosa che riconosciamo come umano continui a esistere?
Ed eccoci davanti al problema più difficile di tutti: la coscienza. Oggi non sappiamo affatto se una coscienza possa essere trasferita su un supporto non biologico. Non possediamo neppure una teoria scientifica definitiva che spieghi perché determinati processi cerebrali siano accompagnati dall’esperienza soggettiva. Parlare di mind uploading come di una tecnologia ormai inevitabile sarebbe fantascienza. Ma la domanda filosofica rimane legittima: quanto della nostra identità dipende dal substrato biologico e quanto dall’organizzazione dinamica dell’informazione che quel substrato rende possibile?
Qui ritorna, trasformata, un’intuizione antichissima: la distinzione fra corpo e qualcosa che non sembra esaurirsi immediatamente nel corpo. Le religioni l’hanno chiamata anima; la filosofia l’ha declinata in mille modi; l’informatica ci offre oggi la metafora, certamente imperfetta, di hardware e software. Non sono equivalenti e sarebbe ingenuo confonderli. Ma il fatto stesso che la metafora ci inquieti significa che tocca un problema reale: che cosa deve permanere perché io continui a essere io?
E qui 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick diventa quasi inevitabile. Il monolite non è semplicemente “la conoscenza”, né Kubrick concede una spiegazione definitiva della sua natura. È molto più potente proprio perché rimane opaco. Compare sulla soglia di una trasformazione. All’alba dell’umanità, la sua apparizione precede il salto che trasforma l’osso in strumento — e immediatamente anche in arma. Kubrick comprime poi milioni di anni in uno dei tagli più folgoranti della storia del cinema: l’osso lanciato verso il cielo diventa un veicolo spaziale. In un istante passiamo dalla prima tecnologia alla tecnologia cosmica. La storia dell’uomo è contenuta fra quei due oggetti.
Ma Kubrick compie un gesto ancora più radicale: non fa della tecnologia il punto d’arrivo. L’astronave non è il compimento. HAL 9000 non è il compimento. Persino l’intelligenza artificiale, nel film, appartiene ancora alla fase intermedia. Bowman attraversa qualcosa che le nostre categorie ordinarie di spazio, tempo e identità non riescono più a descrivere. Viene osservato, trasformato, invecchia, muore — o sembra morire — e riappare come Star Child, il Bambino delle Stelle.
Che cos’è diventato? Kubrick non ce lo dice. Ed è precisamente questa irriducibilità a rendere il finale enorme. L’uomo incontra una forma dell’esistenza per la quale non possiede ancora un linguaggio. Il monolite non spiega. Non consola. Non consegna un manuale d’istruzioni. Segna il punto nel quale una forma di esistenza non basta più.
Per questo 2001 mi interessa ancora oggi. Non perché abbia banalmente “previsto l’intelligenza artificiale”. Ha fatto qualcosa di molto più profondo: ha immaginato che la tecnica potesse essere il ponte attraverso il quale una specie arriva al punto di dover cessare di essere ciò che era.
E a quel punto persino la distinzione fra Dio e tecnologia comincia a diventare perturbante. Arthur C. Clarke formulò la celebre idea secondo cui una tecnologia sufficientemente avanzata sarebbe indistinguibile dalla magia. Ma potremmo spingerci ancora oltre: che differenza fenomenologica esisterebbe, per una civiltà primitiva, tra una divinità e una civiltà capace di manipolare materia, energia, vita, tempo soggettivo e intelligenza su scale per essa inconcepibili? Non sto dicendo che Dio sia una macchina. Sto dicendo che l’aumento della potenza tecnologica costringe a riformulare persino alcuni dei nostri concetti più antichi di trascendenza.
Ed è qui che trovo quasi comiche molte delle discussioni contemporanee. Continuiamo a parlare come se le categorie politiche, economiche e sociali del Novecento fossero eterne: destra, sinistra, lavoro, salario, denaro, Stato nazionale, Parlamento, produzione, proprietà. Ma cosa accadrà quando intelligenza artificiale e automazione renderanno superflua una quantità crescente di lavoro umano? Che significato avrà una società costruita sull’equazione lavoro = reddito = identità sociale quando il lavoro necessario alla produzione diminuirà drasticamente?
Il reddito universale, oggi trattato spesso come un’utopia o una bestemmia ideologica, potrebbe diventare una necessità strutturale. E persino il denaro, sul lunghissimo periodo, potrebbe perdere alcune delle funzioni che gli attribuiamo oggi. Non perché Elon Musk o qualche guru della Silicon Valley lo abbia profetizzato, ma perché se mutano radicalmente produzione, scarsità e distribuzione, devono mutare anche gli strumenti attraverso i quali organizziamo l’accesso alle risorse.
Per questo considero sempre più insufficienti le vecchie contrapposizioni ideologiche. Destra e sinistra sono categorie storiche, non strutture dell’universo. Capitalismo, socialismo, Stato-nazione, parlamentarismo sono prodotti di determinate configurazioni tecnologiche, economiche e antropologiche. Pensare che debbano esistere per sempre equivale a pensare che l’Impero romano fosse l’organizzazione definitiva dell’umanità.
Il problema non è stabilire chi vincerà dentro il vecchio paradigma. Il problema è capire se il paradigma sopravviverà alle tecnologie che esso stesso ha prodotto.
Lo stesso vale per il lavoro. Abbiamo costruito una civiltà nella quale una delle prime domande rivolte a un individuo è: che lavoro fai? Come se la funzione economica definisse l’essere. Ma se una macchina potesse produrre beni, servizi, conoscenza e decisioni con un intervento umano progressivamente minore, dovremmo riscrivere non soltanto l’economia, ma l’antropologia. Che cosa fa un essere umano quando non deve trascorrere gran parte della propria esistenza per garantirsi il diritto materiale di continuare a esistere?
Naturalmente tutto questo fa paura. Perché dietro la paura della macchina c’è qualcosa di più profondo: la paura della perdita dell’Io.
Io sono io. Il mio corpo. La mia memoria. La mia storia. I miei confini.
Ma siamo sicuri che questa forma dell’individuo rappresenti il punto finale dell’evoluzione? Potrebbe essere soltanto una fase. La rete ha già cominciato a trasformare la memoria individuale in memoria distribuita. Una parte crescente dei nostri ricordi è fuori di noi: fotografie, messaggi, archivi, cloud, motori di ricerca. Una parte delle nostre relazioni è mediata da sistemi digitali. Una parte delle nostre decisioni è orientata da algoritmi. Con l’intelligenza artificiale cominciamo persino a esternalizzare porzioni del dialogo cognitivo.
Forse la globalizzazione, al di là della sua attuale forma economica, è il sintomo primitivo di qualcosa di enormemente più vasto: una specie che comincia lentamente a funzionare come sistema cognitivo planetario. Non più soltanto miliardi di unità isolate, ma miliardi di nodi continuamente connessi attraverso flussi di informazione.
È inquietante? Certamente. Ma l’evoluzione non ha mai avuto l’obbligo di tranquillizzarci.
Nel frattempo stiamo consegnando alle generazioni successive un pianeta devastato. Abbiamo chiamato “ricchezza” la capacità di consumare in pochi secoli risorse prodotte in tempi geologici. Abbiamo chiamato “sviluppo” l’aumento indefinito della produzione. Abbiamo trasformato ecosistemi, alterato cicli biogeochimici, spostato specie, modificato paesaggi, riempito atmosfera e oceani dei prodotti della nostra attività.
Ed eccoci al paradosso finale.
Il Sapiens, questo animale biologicamente incompleto che ha costruito mondi artificiali per compensare la propria fragilità, è diventato una forza capace di alterare il sistema planetario che lo sostiene. La tecnica, nata come protesi della nostra insufficienza, è diventata potenza geologica. E adesso quella stessa tecnica potrebbe costringerci a trasformare la forma dell’essere che l’ha prodotta.
Forse è questo il passaggio che non riusciamo ancora a pensare.
Per centinaia di migliaia di anni abbiamo trasformato il mondo per adattarlo all’uomo.
Adesso potremmo essere arrivati al punto in cui cominceremo a trasformare l’uomo per adattarlo ai mondi che ha costruito.
Non so quale sarà l’esito. Non so se ciò che verrà potrà ancora essere chiamato Homo sapiens. Non so se l’intelligenza artificiale diventerà una nostra estensione, una nostra discendenza, una simbiosi o qualcosa che oggi non possediamo nemmeno le categorie per nominare.
Ma credo che continuare a discutere del futuro come se dovesse essere semplicemente una versione aggiornata del presente significhi non avere compreso la portata di ciò che sta accadendo.
Forse siamo agli ultimi capitoli di una storia cominciata centinaia di migliaia di anni fa.
Oppure siamo soltanto al prologo.
E magari nessuno sarà arrivato fin qui a leggere.
Non importa.
Forse questo articolo non è per voi.
Forse è per qualcuno che deve ancora nascere.

Pubblicato da Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artistico lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico "Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers. Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Tonino Miano e Riccardo Grosso, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Domenico Caliri, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, dell’ensemble: "NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d'epoca “SOLOMOVIE”, dello spettacolo “DRUMS & BOOKS”, co-leader dei THE LENOX BROTHERS (Cusa/Mimmo/Martino) di FRANCESCO CUSA E GIORGIA SANTORO “The black shoes”, e dello spettacolo musical-teatrale “MOLESTA CRUDELTÀ”. in trio batteria e voce insieme alle attrici Alice Ferlito e Laura Giordani. Il suo Naked Musicians" è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Insegna batteria jazz al conservatorio di Messina, dopo molti anni di insegnamento presso i conservatori di Benevento, Monopoli, Frosinone, Lecce, Reggio Calabria. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie - ha scritto due romanzi - "2056" per Ensemble Edizioni (2025) e “Vic” Algra Editore (2021) , due raccolte di racconti- “Novelle Crudeli”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni -, due saggi - “Il Surrealismo della Pianta Grassa” edito da Algra Editore (2019), - L’orlo sbavato della perfezione- Algra Editore - (2024) -, cinque raccolte poetiche - “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita/Giulio Perrone Editore”, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Nei Dintorni Della Civiltà” edito da “Di Felice Editore” (2020), “Il Mondo chiuso” - edito da “Robin Edizioni” (2021) Il giusto premio - Robin Edizioni (2024)-, due raccolte di aforismi “Ridetti e Ricontraddetti” e ”Amare, Dolci Pillole" editi da “Carthago” e “Fotocopie”- e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista "Cultura Commestibile", con scritti di cinema e curando la rubrica "Il Cattivissimo”, dall'agosto 2018 con il giornale on line "Sicilia Report" curando la rubrica "Lo Stiletto”. La sua voce è presente nel "Dizionario del Jazz Italiano" a cura di Flavio Caprera. Di recente è stato vincitore al festival internazionale del libro e della cultura “Etnabook” (2021) con due poesie: “Armenti” e “Ottobre Vuoto”, rispettivamente al primo e secondo posto. Collaborazioni: Paolo Fresu, Tino Tracanna, Attilio Zanchi, Marco Micheli, Bruno Tommaso, Larry Smith, Walter Schmocker, Lauro Rossi, Gianni Gebbia, Fabrizio Puglisi, Stefano De Bonis, Guglielmo Pagnozzi, Domenico Caliri, Luigi Mosso, Edoardo Marraffa, Cristina Zavalloni, Lelio Giannetto, Alberto Capelli, Riccardo Pittau, Mirko Sabatini, Jay Rodriguez, Butch Morris, [1], Michel Godard, Kenny Wheeler, Garbis Dedeian, Steve Lacy, Tim Berne, Stefano D’Anna, Pietro Ciancaglini, Paolino Dalla Porta, Roy Paci, Elliott_Sharp, Saadet Türköz[2], Andy Sheppard, Michael Riessler, Yves Robert, Giorgio Conte, Fred Giuliani, Zu, Mohammed El Bawi, E. 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