Il problema non è l’atto “in sé”, ma il ritenerlo ancora “provocatorio” nel 2019 e con una tale valutazione assurda in termini economici. Diventa atto patetico (o molto furbo) “dopo” ciò che c’è stato “prima”: i tagli di Fontana, i silenzi di Cage, le merde d’artista di Manzoni, gli scolabottiglie di Duchamp ecc. In questo senso, quest’operazione mi pare figlia del vuoto mediatico del tempo, della patinata stasi delle giovani generazioni che necessitano di tali “gesti”, i quali sono comunque afferenti alla ri-scrittura all’interno di un codice logoro. Non ci può essere “innovazione” né “provocazione” (in tal senso) nella deriva del post-moderno, se non per una salottiera predisposizione allo scandalo. Torna in mente la lezione di Bene: “non si può fare teatro col teatro, musica con la musica ecc.”. Quest’operazione di Cattelan si iscrive nel solco dell’arte parassitaria. (2019)
Lo Stato, questo soggetto vampiresco, con buona pace dello stolto Hegel, dovrebbe proteggere la salute dei suoi “cittadini”. Bene. Se arrivasse un alieno che chiederebbe? Di certo ciò: perché questa tutela per le emergenze pandemiche da parte dello Stato (sacrosanta) a fronte della tolleranza, del lucro e della tassazione su fumo e alcolici che, sicuramente, sterminano migliaia di “cittadini” e rappresentano un costo elevatissimo per la Sanità? A tutto questo fa da coro il corpo votante elettorale che si muove in qualità di armento A e armento B, discutendo animatamente e schizofrenicamente circa i cavilli relativi all’ultima problematica di moda (l’imminente referendum). A fronte di ordini di cifre spaventose, è affascinante constatare quanto le fazioni di turno stiano a pugnare sui cavilli. Il Reale supera qualsiasi folle rappresentazione. Esso è follia normalizzata. Fascinazione del delirio. Lo Stato, che ha a cuore la salute e la felicità dei suoi sudditi… Caro Hegel, quante ne hai scritte di corbellerie, quanto avresti imparato da Nietzsche. (settembre 2020).
Ho visto il tanto decantato documentario su Netflix, “The Social Dilemma”. A me sembra un prodotto confezionato ad arte e più dannoso di ciò che vorrebbe denunciare. Si denunciano con toni apocalittici gli inevitabili problemi che le implementazioni tecnologiche creano al sapiens dell’era schiumizzata. Il reale problema del pianeta siamo noi, col nostro carico di viralità e la sovrappopolazione senza controllo. Scrive Rifkin nel suo bestseller ”La Fine del Lavoro”: “I cambiamenti epocali nella storia del mondo si sono verificati al convergere di nuovi regimi energetici con nuovi regimi di comunicazione”. Ora, il nostro indice di encefalizzazione è pari a 9. Oltre, la nostra scatola cranica non può espandersi. L’animale a noi più vicino è il delfino, che ha un livello pari a 5, la scimmia ha 3. Gli step evolutivi prevedono il “Big Network” (sono tematiche di cui mi occupo da tempo e sto scrivendo un romanzo che parla di tutto questo ambientato nel 2056). Il salto evolutivo non sarà più di specie, ma delegato, appunto, a una IA collettiva in grado di sorreggere il passaggio a una civiltà di grado 1 (secondo la scala di Kardasev siamo a livello 0). Tutto ciò che al momento è protesi esterna (iPhone, tablet ecc.) verrà integrato. La IA “deve” assumere questo ruolo perché l’evoluzione non conosce stasi. Solo determinate resistenze a tutto questo (che pare mostruoso, poiché ancora in fase grezza e primordiale) potranno porre fine al nostro mondo. Siamo vecchi. Giudichiamo le nuove generazioni con parametri che non comprendiamo. E, rispetto al passato, questo iato generazionale si amplia, giacché l’evoluzione è esponenziale e il grado di accelerazione non comparabile con nessuna esperienza vissuta dall’uomo nel passato. Entro breve modificheremo la materia. Ci prepariamo a un mondo biotecnologico meraviglioso (sempre che le vecchie forze non distruggano il futuro), e i ragazzi di oggi e di domani avranno le risposte che noi non possiamo avere. Le avranno però in maniera condivisa, parleranno lingue comuni, vivranno emozioni comuni, un po’ come mettere in rete vari computer. La condivisione di emozioni consentirà l’abbattimento delle conflittualità, perché io sarò il sentire dell’Altro, parlerò la lingua dell’Altro, ecc. Ció che questo documentario denuncia è semplicemente il frutto delle impasse necessarie al perfezionamento di un processo inarrestabile. Naturalmente a noi viene da pensare all’IA come a qualcosa di ostile. Perché? Perché continuiamo a vivere con le nostre sovrastrutture mentali e psichiche; pensiamo esse siano eterne. Nell’antica Grecia, durante le rappresentazioni delle commedie, se si voleva far ridere, si metteva qualcuno a leggere. Il libro era qualcosa di impensabile fino alla creazione dei caratteri a stampa. Nessuno immaginava uomini chini a leggere per biblioteche. Pensate alle risate che ci facevamo quando negli anni Novanta vedevamo qualcuno camminare e gesticolare parlando con primi telefoni portatili. È una costante accelerazione del processo di alfabetizzazione la storia del sapiens. Vedetela così: in futuro non “parleremo” più. Comunicheremo in altri modi. Rileggiamo piuttosto “I Vecchi e i Giovani” di Pirandello. E ricordiamocelo: mai chiudersi alle meraviglie del mondo. PS: A me questo documentario pare un enorme spot a favore della cultura mainstream (o come la definisco io dei “main-estreamisti”) a ciò che occorre vivere acriticamente a partire da un apparente documento di denuncia. Il mondo patinato di questi presunti pentiti della manipolazione, a me fa realmente spavento. È un mondo “politicamente corretto” che prevede l’omologazione a una sorta di pensiero unico. Le loro camicette, i loro pulloverini, la loro dieta a pancia piatta da “Silicon Valley”, a me fa molta più paura degli sfigati brutti e cattivi che credono alla terra piatta. D’altronde, se un algoritmo prevede ciò, è un bene, perché prevede una selezione della specie umana classificando gli imbecilli che ci credono. In buona sostanza, non darei a ‘sto fichetto che parla neanche la mansione di controllarmi le ruote della macchina. Tutto in questo documentario è insopportabilmente fashion, con quelle musichette “hi-tech” montate ad arte e le immagini scelte e tagliate a suggerire un mondo in perenne catastrofe, ecc. Basterebbe conoscere un po’ la storia per vanificare questo falso servizio di inchiesta targato Netflix. Questo mondo “perfettino” che si rivendica nel documentario, un mondo senza guerre, senza conflitti ecc., dove è mai esistito se non nelle aree privilegiate, nel recinto di Schengen (peraltro, solo da due generazioni) e a seguito dello sfruttamento di miliardi di esseri umani? Dove hanno vissuto finora questi signorini, compreso il ciccione coi dread? Il mondo è sempre stato funestato da atroci guerre, solo che probabilmente, costoro, ficcati entro la bolla della fascinazione occidentale, hanno sempre creduto di vivere in una realtà cosmetica e purificata. Preferisco un mondo imperfetto, sporco, malato a una weltanschauung veltroniana di siffatta specie. (Settembre 2020).
Il network è l’àpeiron. È quella “cosa” che prima Talete, poi Anassimandro e infine Anassimene hanno provato a descrivere con gli elementi: acqua e poi aria. È evidente che ciò che per Anassimene è la “condensazione e rarefazione dell’aria”, per il Vedanta il concetto di purusa, non sono altro che la descrizione dell’ineffabile sentire di qualcosa che nel futuro già c’è. A mio avviso si tratta di una forma di intelligenza impersonale e realizzantesi in un divenire che è l’àpeiron stesso, ossia il network che genera l’arché. In fin dei conti è sempre lo stesso problema affrontato da prospettive differenti. Per esempio, da un punto di vista semiologico, nella diade significato/significante, laddove per significato potremmo intendere l’arché, o il Bene platonico… Anche se Sloterdijk sublima la questione da un punto di vista, oserei dire, extra-filosofico, inserendo tematiche che, alla fin fine, sono necessarie alla stessa filosofia per evitare il corto circuito. Per non dire di Lacan! Solo che i risultati parlano alla fin fine… d’altro. E dunque alla razionalità non rimane che d’esondare in altri ambiti, paradossalmente. È lo sforzo tensivo della ragione a forzare gli ambiti della logica e a (ri)aprire le porte del magico. Ecco l’Osceno fare irruzione nel significante…
Dopo un incontro con Eric Baret si ritorna alla morfologia pulsante della vita, e pian piano ci si discosta da quella cattedrale di silenzio costellata di luci intermittenti di vissuto che costituisce la sostanza e l’essenza della pratica. Rimane il profumo di quell’esperienza, ciò che dovrebbe essere la maieutica del nostro vivere, nell’andirivieni tra “pensare” e “sentire”, ossia dello iato che costituisce e nega per ogni istante il senso del nostro immaginario. Essere in “ascolto”. Quando si dismettono i panni del “conoscente” non rimane che l’ascolto delle proprie sensazioni e delle proprie emozioni; durante questi incontri esse prendono a vagare come deprivate da una rappresentazione, di un’imago, di un oggetto. Gli incontri con Eric Baret rimandano al corpo, al proprio corpo, solo che questo benedetto corpo a un certo punto non esiste più, e smette d’essere una protesi dell’Io… constastare… cosa è pieno… cosa è vacante… lo spazio tra le anche… L’esperienza tangibile di un sentire che vibra al di qua del pensiero, della pulsazione vivida che si traduce nella glacialità dell’emozione, vive sia nella pratica che durante le sessioni conclusive di domande e risposte che Eric regala a integrazione di ogni seduta. Quando risponde, egli pare attingere a un flusso perenne e costante e sono parole che si dispongono con la stessa naturalezza di quelle che si potrebbero leggere in un testo, tanto il piano dell’espressione verbale procede senza titubanze, in maniera fluida. Possono essere anche risposte paradossali che possono suscitare la risata liberatoria per i partecipanti, anche se Baret non pare mai scomporsi, o concedere autocompiacimento al suo stesso dire – Siete gelosi. Pensate che vostra moglie vi tradisce con un pompiere. Immaginate tutte le posizioni che faranno. Provate un forte sentimento di angoscia, rabbia, paura. Il cuore si restringe, si contrae. Poi si espande. E di nuovo torna l’immagine del pompiere. E di nuovo una restrizione. E’ un continuo andirivieni, fin quando, nella pratica, si constata che l’emozione in sé, fuori dall’evocazione delle rappresentazione, non ha oggetto: è fredda.
Rimane, piena, questa straordinaria sensazione di appagamento, una sorta di melodia del corpo, di rilassamento che non è meramente muscolare ma spirituale. Nella profondità percepisco che ogni mia parte del corpo sta “cantando” una canzone e una musica che non conosco, ma che mi è misteriosamente familiare… state forse creando una tensione?…state creando un dorso?… È come ascoltare una vibrazione eterna, connettersi con un metalinguaggio prossimo e al contempo impenetrabile, sentirsi partecipi di una universale, immensa umiltà.
Mi ha molto colpito un passaggio in questo ultimo seminario. A un certo punto Baret ha parlato di “immaginario della povertà” quando non si è mai bastanti a se stessi, quando ci si ritiene mancanti di qualcosa, o nella continua richiesta – non c’è uomo più ricco di ogni singolo uomo… chi è intelligente, o ha il dono dell’arte, non ha bisogno di fare yoga. Chi è stupido e non ha nessuna qualità, allora, forse, magari può darsi allo yoga.
Ma ciò che tento riportare in questo scritto, è solo il mio patetico atto di testimonianza. Chi ha letto fin qui può anche dimenticare tutto ciò che ho tentato maldestramente di riportare, che sta alla realtà di quella esperienza come potrebbe stare l’ombra al sole di un individuo nei confronti della complessità della sua vita interiore.
Forse è solo una maniera di ringraziare Eric Baret per tutto ciò che ha saputo donarmi in questa vita.
Mi passerà, prima o poi, questa cosa “dell’uscire”, del “verificare” che accade, nella parvenza di mondo metropolitano. E’ una sorta di controllo più che di piacere (beninteso, a meno che non si vada a vedere un film, o che si faccia qualche cosa di specifico… ma anche lì…), di scandaglio esplorativo, in cerca di un evento stupefacente, o del fatto che ci si stia perdendo necessariamente qualcosa di importante. Ricordo che da adolescente non mi bastava la notte in città: ambivo a sapere cosa accedesse a Calcutta, New York, Tokyo… Insomma, sono sempre cresciuto con l’idea di perdermi qualcosa di eclatante, di sostanziale, di effimero in senso buono. Stasera è venerdì. A me piacerebbe non fare nulla. Ma c’è il fatto che è venerdì, e questa cosa ha una valenza simbolica sconcertante. Richiama il mio adolescente ancestrale: che starà accadendo a Matera? Ci si diverte a Madrid? Come deve essere la vigilia di Natale a Londra? Del resto detesto oramai le feste, gli incontri in case di amici, i luoghi affollati. L’Altro “implica”, determina pulsioni, sconvolge le dinamiche interne. Diciamo che a me piace uscire con gente “fidata”. Poi, contemporaneamente, con la mente vago per luoghi privi di sapiens. Penso al deserto. Alla steppa. Ai ghiacci perenni. Alle notti degli oceani. Ma anche a certe case diroccate, o alle chiese abbandonate, o ancora a certe strade che non portano da nessuna parte. Il fatto è, cari lettori, che il momento più bello della giornata è quando ritorno a casa e la notte diventa una coperta che avvolge il mio appartamento-bolla. Forse è lì che comincio realmente a vivere.
Con la scomparsa di Fred Bongusto tramonta l’epoca dell’Italia dei night, della radioline a pile nella canicola estiva, delle persiane abbassate al pomeriggio, del pelosissimo oggetto del desiderio del maschio caucasico (la pelliccia triangolare), del suono delle partite a tamburello nella stanca pennichella da lido, delle polpette al sugo di mia nonna, della hit parade con la classifica dei dischi. Fred Bongusto era un filosofo: narrava la weltanschauungdel “merlo maschio”, gli ultimi fasti di un mondo in via d’estinzione. Egli bramava e temeva l’ancestrale nemesi della donna matriarcale, conosceva il suo potere, dunque ne divenne esorcista. Bongusto officiava sull’ara di Eros, celebrava alla Venere uscita dall’onda la cui bellezza è portatrice di “rabbia”, dell’ardore di Ares. Egli consola, brama ma al contempo fugge dall’oggetto del desiderio, mostra indifferenza quando corteggiato e disperazione quando abbandonato. Bongusto non si fida della donna, la sua poetica riassume l’ideale della celebre frase di Proust nelle prime pagine de “I Guermantes”: “… l’infedeltà tipica delle donne”, intesa come segno dell’irrazionalità ancestrale; teme l’ira di Leto e Niobe, della forza notturna e lunare che attiene al divino e che ordisce tranelli ai mortali. E così si finge distratto, da tombeur de femmes consumato qual era, come in “Che bella idea”, dove tutto è orchestrato dalla donna ancella che celebra il tributo all’uomo d’un tempo, al Bongusto platonico, fintamente ingenuo, ignaro, sedotto. In questa maniera Bongusto, nelle vesti di un distratto semidio, riesce a vampirizzare il demoniaco, per dirla con Carmelo Bene, a banalizzarlo per tramite del canovaccio della canzonetta, nello schema ove lo Sconcertante viene depotenziato con pillole sedanti.
Bongusto non si mette mai in discussione. È certamente consapevole dei suoi innumerevoli difetti da “uomo di mondo”, ma nel suo cosmo è sempre la donna a dover comprendere, accettare, superare, sublimare l’ineluttabile natura decadente del maschio. Dunque, l’arte adulatoria dell’aedo Bongusto, diventa parola magica che viola ogni scrigno del cuore, ogni resistenza, proprio a partire dalla posturale mostra dei suoi difetti, enunciati come manifesto del suo discorso amoroso (si ascolti “Balliamo”: “Sei grande quando dici che tu ami un incosciente”, e, enfatizzando, “più grande quanto ammetti che mi vuoi così”; e poi la stoccata: “d’accordo ho un carattere che è un po’ particolare, eppure dimmi chi ti può capire più di me”). In questa maniera Bongusto elogia l’effimero dell’istante, della follia, dell’ebrezza del momento amoroso, ben consapevole d’essere traditore del corpo, mai dello spirito: “tre minuti per convincerti che è amore…”. Il linguaggio di Bongusto è metaforico, animistico: stagioni, volti, luoghi, viaggi sono un corpus unico soggetto alle leggi della nostalgia, quella che noi proviamo confrontandoci con la visionarietà delle sue interpretazioni che rimandano sempre all’effimero, anche quando promettono eternità dell’amore. La metafora della canzoni di Bongusto, ricoperta da un accumulo di accessori, si libera nello scarto fra melodia, arrangiamento e parola, vive di sua paradossale densità nel mistero di ciò che sembra essere perenne passato. Si ascolti l’asimmetria del testo in “Questo nostro grande amore”, in cui vive l’afflato estetico di Proust: “questo è il nostro grande amore, un mese fa non era niente, ma poi io mi fermai, un abbraccio m’inventai (…) con quanta fretta mi innamorai di te (…) e ogni sera prima di dormire già vorrei svegliarmi e ritrovarti qui (ancora Proust e le sue notti tormentate e immaginifiche)”; oppure l’assurdo e misterioso finale di “Noi innamorati d’improvviso”. O ancora in: “Io non ci provo gusto (fare l’amore giusto)” – dove paiono echeggiare atmosfere à la Velvet Undergound-, che ha un testo che pare alludere a una sorta di simbiosi tra i due amanti, ma con punte di surreale e pinteriana follia: “Se vuoi, tu puoi partire. Destinazione fine. Ridiventiamo io e te”.
Oggi, ascoltare Fred Bongusto significa fare un viaggio nel passato, immergersi in un mondo de-politicizzato, nel positivismo amaro che si nutre ancora di un senso di libertà passionale e di una certa dose di anarchia del sentimento. Con la scomparsa di Fred Bongusto tramonta ancora un altro pezzettino di mondo.
La famosa scena del rifiuto di Albertine racconta l’esperienza che ogni essere umano ha vissuto in merito alla relazione di alterità della diade uomo-donna. Albertine rifiuta le avances di Proust, e il discorso relativo alla perversione del meccanismo della seduzione è contenuto in queste (e in altre, naturalmente) pagine emblematiche. Albertine rifiuta Proust, ma al contempo utilizza tutti gli stratagemmi per tenerlo legato a sé, vuoi per la gelosia nei confronti di Andrée, vuoi per ragioni insite e connaturate alla natura della donna. Proust è il più grande cantore del sentimento amoroso, inteso nella sua doppia valenza di Eros e Thanatos, nessuno prima e dopo di lui è riuscito a rendere così lirica questa pulsionalità, e chiunque abbia un rapporto catartico con la propria memoria amorosa, affronta l’immaginario del suo passato come esperienza attiva e formativa. Qui sta tutta la maieutica di Proust, nella descrizione dei sentimenti come effetto della perversione, della corruzione di Eros. Forse, solo un omosessuale avrebbe potuto scriverlo con tanta incredibile ricchezza di colori e preziosismi. La narrazione in Proust è un pretesto: il racconto proustiano è immanente in ogni punto della sua “Recherche”, che non è (può essere) mero scavo e travaglio psicologico (alveo in cui, ahimè, molta critica contemporanea, ha costretto e mortificato la “Recherche”), in quanto la sua è immanenza del Verbo: ogni parola contiene il tutto che la ingloba, ciò che è stato un prima e ciò che sarà un dopo. Il sentimento in Proust è sempre espressione di Assoluto, non conosce stazioni, se non di prammatica e didascaliche, e il dramma che lo formerà e corromperà è evidenziazione dello iato tra Natura e Cultura, e quindi tra Arte-Fascinazione e Storia. Schematizzare Proust entro logiche analitiche settoriali è uccidere la “Recherche”. L’essenza simbolica dell’opera proustiana rifugge da ogni analisi logica e, paradossalmente, è la linfa che dà forma a questo non-romanzo il cui svolgimento temporale è mera apparenza: la prima pagina e l’ultima sono espressione dello stesso Assoluto, in altri termini contengono tutto. Albertine è Nemesi, Niobe, mitologema, mito adattato al nostro imperituro uso e consumo. A mio modesto avviso, Proust è l’ultimo occidentale a parlare dell’amore in termini mitici. Il suo invertito processo di scarnificazione-incarnazione, segue il modello classico della tragedia, dal Paradiso agli Inferi, è per sua natura messianico ma anche antidantesco. Rappresenta il processo alchemico e prometeico dell’incarnarsi dei sentimenti, del mito che si antropomorfizza. Ecco perché Albertine (e ogni donna) è una dea spietata dell’Ellade: in lei convergono tutti gli elementi ancestrali della perversione e della frustrazione del maschio funzionali alla catarsi. Nessun uomo potrà mai essere Albertine, o Justine, o Juliette. Chiudo con una boutade: l’anti Proust è Pinter.
Aggiunta: Nelle quattro pagine proustiane, sul finire de “All’ombra delle fanciulle in fiore”, c’è più di ogni trattato filosofico mai scritto dalle origini dell’alfabetizzazione. L’illusione amorosa di una corrispondenza carnale con Albertine, tutto il costrutto che precede e il vanificarsi delle apparenti certezze che segue il celebre “Piantatela o suono”, penso non abbia equivalenti in tutta la storia della descrizione dei sentimenti umani, e dunque del romanzo tout court. L’ardore del giovane Proust è animismo di uomini e cose che congloba l’idea stessa di morte e che, per tramite della sua stessa implosione, vibrerà proprio nell’evaporazione di ogni speranza in un declino prometeico della passione che si farà sintesi del mondo, illusione del divino, sofferenza dell’umano.
Il mito, se ricordo bene, in Platone non richiede alcuna dimostrazione. In ciò differisce dal “logos”, che semmai fruirà il mito come “mitologema”, nell’accezione kerenyana e poi di Jesi. Questa dell’abuso della parola “mito”, intesa come narrazione, è deriva recente, ottocentesca. Giovanni Reale spiega tutto ciò nella sua introduzione all’opera di Platone molto bene. Ora: confrontarsi con l’universo DC Comics o Marvel (e ci sono comunque abissi) criticandone la poetica dicotomizzante (eroe/cattivo) è – questa sì! – operazione di distorsione (ne ho lette di ogni tipo in questo periodo). Prendere il Joker per altro da ciò che è – ossia “figura” e non “immagine” (Jung direbbe archetipo) è altra sciocchezza. Infatti la maschera del Joker è dionisiaca-immagine perché indossata infinitamente, così come le figure di Prometeo e Niobe, ad esempio, potevano assumere le più diverse forme variate nella rappresentazione pur restando legate all’immagine della maschera. In questo senso ci vengono incontro le vicissitudini degli attori che hanno via via interpretato il Joker, da Nicholson a Ledger, e con le conseguenze che sappiamo (Nicholson fece delle dichiarazioni importanti dopo la morte di Ledger relativamente alla maledizione del Joker). Al di là del fatto che il film possa essere stato più o meno apprezzato o detestato, pertinenza vuole che non si stravolgano gli addentellati e i riferimenti espliciti. Tutta l’opera culmina in un fatto che ha sconvolto la comunità DC Comics, ossia sulla natura “messianica” del Joker, e sull’evidente determinazione dell’avvento di Batman alla luce dell’omicidio dei genitori, che non può più essere casuale, o attribuito al Caos (ricordate il dialogo tra Joker e il piccolo Wayne? Avete fatto caso che in prigione, dietro le sbarre protettive della lussuosa dimora è Wayne?). Come non vedere un ribaltamento dei valori in chiave “desadiana”? Il film è costruito secondo un percorso simbolico che rimanda a una molteplicità di aperture all’interno di un labirinto semantico privo di vie d’uscita.
Possibile mai che non esistano più governanti, re e regine come nelle fiabe? Di quelli buoni che mirano al benessere della collettività, alla salvaguardia del pianeta e alla pace dei popoli? Perché abbiamo solo (o quasi) pezzi di merda, vili calcolatori, politici corrotti e guerrafondai a capo dei nostri governi? Dove sono finiti i visionari? I filantropi? Dov’è finito Cristo? Fermi tutti, con le vostre prevedibili obiezioni! (i massacri del passato, l’agiografia della storia ecc.). Qui parlo di figure simboliche, di archetipi del Bello, che di vita ne abbiamo una sola. L’orrore di questo modello imperante riusciamo almeno a coglierlo? PS: Il Mondo ha conosciuto altre epoche. Non facciamo l’errore di pensare gli ultimi sputi di millennio come la totalità del nostro passato. Il futuro riserverà necessari cambiamenti di prospettiva: ritorno all’economia del dono, mutazione biologica e spirituale ecc.