Recensione de “L’Attesa” di Piero Messina

(2015-09-24)

Ah! Bastasse ammantare la pochezza e la banalità di certi dialoghi con questa aura tragica, taroccata, patinata, sciocca. La stucchevole scena del ballo in casa rappresenta il non plus ultra del cattivo gusto. Io non ne posso più di questo cinema del silenzio, in cui il silenzio sta a colmare il vuoto, l’inanità di un cinema estetizzante e falsamente allusivo, non ne posso più di questi particolari culinari, di queste sciocche zummate nel (del) particolare (pappe, pietanze, animali scannati), di questo diversivo inerte, di questa simbiosi scema tra uomo e cosa. “Stavo solo danzando. Non facevo niente di male”. Come se il “male” possa essere qualcosa di diverso dalla tentazione, dal vestitino rosso, dalla suadenza della voce, dalla maledetta “sinuosità”. E certo che stavi facendo del male, sciocchina, stavi facendo “ingrifare” i due tomi, che diavolo farfugli in questo francese-italiano tristissimo! E poi ancora e ancora questa modulazione infinita della maschera attoriale della Binoche, col volto matronesco ripreso di lato, di sguincio, in frontale; poi l’occhio e le gote e gli occhietti da sicana, infine la demonica risata sguaiata, che giunge irrelata, come un petardo alla cena (quella sì che fa paura, davvero).

C’è una certa affettazione autoriale tutta italiana che muove dalle sponde del peggior Sorrentino per farsi corpo, sostanza e pellicola. E’ il caso de “L’attesa” di Piero Messina.

Cominciamo col dire che, francamente, non se ne può più di ‘sta Binoche allampanata, abbarbicata sui suoi stessi generosi polpacci, terribilmente “significante”, icona di se stessa, madre, donna, matrona, papessa, nonna, matrioska di Binoche seriali, dannazione della multiforme capacità espressiva del suo medesimo volto. Eccola, la Binoche; mostra impietosa le sue rughe, le vene e le venuzze, noncurante, fiera di questo sfiorire, d’esser donna stagionata, pienamente, tronfiamente donna, madre e oggetto matriarcale di culto.

E veniamo a “L’attesa”, al film. Che dire, ogni cosa è evidenziata, sottolineata, rimarcata, allertata fino alla nausea, permutata, frullata, riamalgamata fino al parossismo: manca solo un segnale luminoso e che annunci allo spettatore: “questa è una netta evidenziazione, occhio a non distrarvi”. L’impianto della tragedia scade nella farsa fin dalle prime scene: le urine in chiesa, il rivolo che scorre lungo il polpaccio della matrona (“polpacci, polpacci, polpacci”, ‘a ridatece Gombrowicz!) che fa tanto “fetish” e “scandalo” alla prima botta.

E poi risate sguaiate, la Binoche che fa la Binoche, due bei tomi che fanno i bei tomi, gli attori che fanno gli attori e che recitano in maniera talmente attoriale da farci odiare ogni cosa: il cinema, i pop corn, la vita. Vorrei avere un cartello per manifestare la “Condanna della falsità della recitazione”. Niente, non ce l’ho.

Che dire poi di questa immagine della Sicilia, col suo bel fardello (quantomai greve e inopportuno in tempi sì mediocri) di terra esotica ed ammaliante. Mi chiedo: “perché diavolo parlano tutti così!”, in questa maniera grottesca, affettata, ridicola, nell’intermezzo delle pause ignobili, pause in cui potrebbe passare una carovana di migranti, il circo Togni, o chessò mio padre con la macchina?

Tutto questo (tal pasticcio insomma), ambientato per giunta in Sicilia – a meno di disporre delle qualità descrittive d’un Vittorini, o del Bolognini de “Il Bell’Antonio”, – ha lo stesso effetto del cuscus servito in Groenlandia.

E via – su su! – col vento, col frusciar di fronde e ulivi, pompa di qua e pompa di là, con ‘sto materassino rosso che non c’entra una emerita mazza e che non commuove neanche di quel tanto. Cos’è codesto materassino? Il simbolo del figlio morto? Nessuno si commuove. Nessuno entra in empatia con niente: il paesaggio, tali benedettissimi attori, il maledetto materassino rosso. Niente. E dunque che facciamo? Che ci rimane da fare se non l’andare avanti nella visione: ora miriamo un pezzetto di mosaico di Piazza Armerina, la pasta con le carrube e la solita Sicilia vista dal buco del culo dei conquistatori: voilà, tocca mo’ ai francesi. E così diventa “chic” pure la tragedia, “vintage” l’ulivo, “fica” la scelta musicale azzeccata, “ganzo” il finalone con la musicona a palla. La verità è che a noi (parlo da siciliano) piace maledettamente essere conquistati. Godiamo in maniera prettamente masochistica. Non essendo capaci di autosupplizio ce lo facciamo infliggere.

Posso solo dirvi che a me ‘sto cinema innervosisce. Ma santo ragazzo (dico al regista), ma come fai a imbastire una trama del genere, quando già al quinto minuto tutti abbiamo capito l’inghippo? Il film diventa patetico giacché, nel suo immediato farsi, a ciascuno spettatore (mi ci gioco la vita eterna) sarà apparsa la seguente scritta a caratteri luminosi cubitali rosso inferno: “E chiedi no?”. Ragazzina, ma santo iddio, ma quante canne ti sei fatta? Che ci vuole a chiedere: “dove sta il mio fidanzato”?, e su!

Posso giurarvi che alla fine piangevo intimamente come un salice cieco.

Recensione di “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino

(2015-10-17)

Film visionario, surreale, simbolico, catartico, onirico, iconoclasta, didascalico, ma vivaiddio, film “jodorowskiano”, che gronda di sangue e pastelli, di miserie e nobilità: stiamo parlando di “Per amor vostro” di Giuseppe Gaudino, che dopo diciotto anni ritorna al lungometraggio.

Finalmente un cinema nostrano che parla di radici e viscere, che miscela rose e “sfaccimme”, sacro e profano, senza esitare, senza tergiversare, senza inutili perifrasi. Distante sideralmente da certa filmografia salottiera, “Per amor vostro” è un film visionario che riesce a stupire senza i paludamenti dell’ultimo Martone o le vetustà boccaccesche dei Fratelli Taviani. È una sorta di virus, di anomalia, di soggetto infetto che ci auguriamo possa diffondersi ad avvelenare il climax dei nostrani prodotti da sala-famiglia.

In una Napoli metafisica, vista dai balconi e dagli scorci che danno sull’immensità del mare, vibrano gli archetipi, grazie alla Santa Golino, davvero eccellente in questa prova mistica che restituisce la dimensione del sacro alla terra e riporta “a casa” i fantasmi.

La consacrazione del Regno delle Due Sicilie alla sua dimensione onirica e tragicomica, all’Ellade, è un simbolico sfregio alla fallocrazia romana. Qui è la vulva a roteare, a costruire e ad annientare i sogni, ad abbattere le mura per poi riedificarle. Il volo della Ruotolo bimba è il salto metaforico che tutto il meridione deve compiere per affrancarsi da questa cancrena teutonica del profitto, per restituire le maschere all’oblio, per riconsegnare la scure al boia e tornare al sacrificio dell’ara.

In Anna Ruotolo non c’è mai redenzione o spazio per una commiserazione sentimentale; la sua anima arde e brucia da “sempre”‘, nel travaglio delle esistenze che il femminino incarna e per ogni possibile residuato di bellezza sottratto alle fauci della tecnicizzazione del mito.

Il film di Gaudino è un film crudele che affastella generi e tecniche, elevando il patetico al sublime con la leggerezza di chi padroneggia la telecamera con noncuranza; è un salto rischioso nelle regioni oniriche dello stato di veglia, l’elogio della febbre della santità, o meglio: è la “Santa Sangre” partenopea che muove le ruote superne del “Foro di Brahma”, il quale, come è noto, profuma da sempre di celluloide.

Recensione di “Suburra” di Stefano Sollima

(2015-10-21)

Film stucchevolmente pretenzioso, ammantato d’un’aura tragica che non fa che render ancora più provinciali i fatti scandalosi che Sollima intende mettere in scena.

Le simbologie messe in atto sono davvero didascaliche e grossolane – il diluvio che monda la città dall’orrore, il cromatismo oscuro della ambientazioni, animali che divorano uomini-bestia ecc. – e tutte rimandano al culmine apocalittico delle dimissioni di Berlusconi e di quelle del Papa Ratzinger. Questo epicentro cognitivo conferisce una dimensione endogena e particolaristica alle vicende, asfittica, priva di squarci illuminanti.

Il regista di “ACAB” rimane in “Suburra” prigioniero della sua stessa poetica, della Roma ricettacolo d’ogni male e d’ogni virtù, e poco importa che si sia aderenti o meno alla realtà dei fatti, giacché quello di Sollima è il tentativo fallito d’una mitopoiesi. Leggo di pareri entusiastici per le prove degli attori che viceversa ho trovato caricaturali e ipertrofiche, con le solite prove da fiction televisiva, i toni esasperati da “cattivi a tutti i costi” (e che faranno pronunciare alle signore dai volti avvizziti dalle troppe lampade solari la seguente frase: “ah, che straordinaria prova di cattiveria questa di Alessandro Borghese”).

Che dire poi di Amendola, alle prese con il ruolo del “Samurai”; dai toni bassi e flemmatici nel tentativo maldestro d’una recitazione “low profile”; non saprei. So solo che quando fa il serio a me scappa sempre da ridere, come è successo alla frase “Non sono stato io. É stata Roma”.

In definitiva, un discreto prodotto televisivo prestato al cinema, buono per scuotere le epidermidi dell’italiano mediamente informato, a farlo scandalizzare di quel tanto, giusto il fremito d’un sabato in famiglia da esorcizzare, nel post, con una bella “cacio e pepe”.

Recensione di “Crimson Peak” di Guillermo Del Toro

(2015-10-27)

Che spettacolo per gli occhi. Quante raffinate citazioni (da “I Diavoli” passando per “I Duellanti”). Una fiaba crudele e al contempo deliziosa, in cui l’Atroce e il Sublime prendono a danzare, come nei racconti di Poe e in certe fiabe dei Fratelli Grimm.

Sarà che adoro Guillermo Del Toro e tutto il suo cinema (in particolare “Il Labirinto del Fauno”), ma la sua ultima opera, “Crimson Peak”, è un gioiello che rasenta il preziosismo e che si apre come una scrigno incantato agli occhi dello spettatore.

Del Toro sembra incarnare il risvolto “senex” di Tim Burton, e rispetto a quest’ultimo, forse, è più classicamente maestro del racconto gotico. Sempre alla ricerca di una fascinazione del grottesco, Del Toro possiede alcune rare qualità: dei poderosi artigli per scavare dentro al mito, l’inclinazione naturale (e dunque non occasionale) verso una “poetica del mostruoso”, la sofisticata capacità affabulatoria; tutte qualità che attestano un evidente scarto con gli altri epigoni del genere.

Certamente non stiamo parlando di un “regista del sentimento” – lo diciamo con serenità ai cavillatori di professione, spesso fuori fase rispetto all’oggetto estetico d’indagine; e dunque appaiono del tutto fuorvianti certe critiche giacché “Crimson Peak non è una storia d’amore, come non lo sono i romanzi della protagonista, Edith Cushing, che di fatto scrive di “storie di fantasmi”. Pare ribadirlo a più riprese il regista e per bocca della sua eroina, forse a monito d’una dichiarazione estetica d’intenti.

Interessante il processo di corruzione della protagonista che finisce con l’assumere le sembianze di una sorta di Mia Farrow sconvolta dalle possessioni, dagli avvelenamenti progressivi e altrettanto pregnante è il lavoro che Del Toro realizza sulle “maschere”, sulle metamorfosi dei personaggi che assumono fattezze sempre più malsane col farsi della trama.

“Crimson Peak” è una sorta di “Rovina della Casa degli Usher” resa in chiave favolistica (il lieto fine è emblematico in tal senso); un film dalle tinte forti che celebra il Crudele sotto mentite spoglie e che ricongiunge lo spettatore alla dimensione spietata del sogno, alle asperità della bellezza, alla brutalità della vendetta. Su tutto campeggia la dimensione ultraterrena del Tremendo.

Recensione di “Janis” di Amy Berg

(2015-11-02)

Sono uscito davvero scosso dalla visione del documentario di Amy Berg su Janis Joplin, prodotto dal taglio classico che descrive la parabola di una delle più grandi voci della storia. Un lavoro che rimanda a certa documentaristica degli anni Sessanta e dei Settanta, assemblato con sapienza artigiana in un riuscito contrappunto tra le vicende private e pubbliche della cantante texana. La regia della Berg, quasi in sottrazione, grazie al minuzioso processo di cucitura ordito con sapienza artigianale, rappresenta un sublime omaggio alla figura della Joplin, al canto e al fuoco della sua passione viscerale, linfa e veleno per i nostri cuori e soprattutto per la nostra anima. Tale resa filologica è forse troppo vivida e la poetica di Janis Joplin troppo sincera e maestosa per essere mostrata nell’oscena nudità delle contrastate sue vicende personali, tramite la schizofrenia di un personaggio ambivalente e in continua ricerca di una catarsi che non poteva che essere performativa. Un essere di tale potenza ancestrale che si offre quale oggetto sacrificale di scandaglio a noi poveri figli della cultura sintetica, può essere fonte di grande perturbamento e generare perfino angoscia e disagio. Gli artigli della Grazia di questa sorta di semidivinità tantrica, creatura di mefitica purezza, scavano duri solchi sui nostri ansanti toraci: è la bestialità d’una vocalità che annichilisce ancora a distanza di lustri, rendendoci come impotenti testimoni d’una conclamazione di “verità”, è l’urlo d’un epoca che confluisce nel corpo di una ragazzina infelice, poco incline al rispetto delle regole e dell’ortodossia d’una società opulenta e sessista, urlo che si farà sempre più devastante distruggendo il corpo di Janis nel nome di una sacralità epica e incommensurabile. Portatrice di contrasti insanabili, veicolo d’una irriducibile urgenza espressiva, manifestazione del Sudicio, della Grazia, della Malinconia, della Vitalità, della Disperazione, del Delirio, questo è stata Janis Joplin, nella carnale e al contempo surreale visionarietà d’un canto che non potrà avere epigoni.

Recensione di “Bella e perduta” di Pietro Marcello

(2015-11-25)

Il cinema italiano rivela nel suo sottobosco preziose gemme. “Bella e perduta” di Pietro Marcello è una di queste. Un film pervaso da una teogonia panteistico-naturalista, bucolico, pasoliniano nella forma, ma fortemente visionario nei contenuti.

“I sogni e le fiabe anche se irreali devono raccontare la verità”, fa dire Pietro Marcello al bufalotto Sarchiapone, animale eletto cui viene concessa salvezza dalla macellazione per tramite di Pulcinella, maschera che ha il compito di mettere in relazione i morti coi vivi (il riferimento al Sarchiapone mitico, all’animale immaginario della tradizione partenopea e, volendo, anche al noto sketch di Chiari e Campanini, non può essere casuale). Intercede la “santità” di Tommaso Cestrone, il pastore campano che per molti anni ebbe a cura la reggia borbonica di Carditello, abbandonata alle ingiurie del tempo e del vandalismo e ora diventata una sorta di simbolo, di chiesa dopo la sua improvvisa morte.

E’ la cronaca che va vaporizzandosi nel mito, l’arte che sublima le ragioni dell’immediato allo sfiorire delle emozioni, al distillarsi del tempo sotto differenti prospettive e visioni. E i fatti “scompaiono” nella fiaba, e i vinti si fanno latori del divino, brillando d’una luce propria, aliena, sovrumana. Pulcinella, messo degli Dei, a sua volta impenetrabili entità dogmatiche da cui affrancarsi, abbandona la maschera e genera analmente il suo “doppelganger”, l’ “uomo bucolico” che ritrova la “libertà” nella simbiosi con la natura e gli animali. Il prezzo da pagare è però molto alto: il suo affrancamento condanna a morte Sarchiapone, giacché senza maschera, Pulcinella non può più udire la voce dell’animale. E qui si fa prometeica la visione del bufalo – “Addio mio caro amico. Amare la vita è quello che davvero conta. Malgrado tutto sono orgoglioso di essere un bufalo. Essere un bufalo è un arte”; la parola, il logos, sono simbolicamente deposti quale veicoli di comunicazione tra gli esseri e, in definitiva, non sono che strumenti imperfetti: parlano gli occhi di Sarchiapone più di ogni altra speculazione possibile. Centrale, nella visione panteistica di Marcello, rimane l’universalità del concetto di anima, lemma che non a caso lega la sua radice a quella di “animale”. Sarchiapone va incontro alla morte facendosi beffe dell’assurda visione antropocentrica della vita (delle vite), e lotta relativamente prima di decidersi a superare le barriere che lo destineranno alla macellazione. La mirabile sequenza finale che la poetica del regista ci restituisce in chiave di tragica e canzonatoria danza della tauromachia, è agonia nella sacralità del passaggio e della trasformazione.

Ai cultori di certa simbologia non saranno sfuggiti i riferimenti ai due alberi: della vita e della morte. Opera da vedere assolutamente col corpo e con l’anima.

Recensione di “The Visit” di M. Night Shyamalan

(2015-12-01)

Per fare del buon cinema occorre molto poco: quattro attori in scena, due telecamere e un utilizzo intelligente della tecnica del “found footage”. E’ la mano del grande regista, del Polansky di “Carnage” ad esempio (anche se su differenti estetiche), che si vede anche nell’ultimo disturbante film di Shyamalan “The Visit”, film che solo una generica e superficiale visione può catalogare come “horror”. Strano percorso quello del talentuoso regista di origini indiane: dopo un esordio notevole con “Il Sesto Senso” e certe perle come “The Village” (film sottovalutato dalla critica ma in realtà opera complessa e oggetto di indagine in un saggio importante come “La Violenza Invisibile” di Slavoj Zizek), egli pare perdersi un una sorta di sterile mistica che finirà col produrre opere scialbe e prive di forza cinematografica. “The Visit” reca invece le stigmate d’una violenza simbolica assai rara. Scordatevi insomma di prendere parte ad uno spettacolo che vi lascerà il tempo per la riflessione ed il respiro della contemplazione. Shyamalan inchioda lo spettatore alla poltrona generando fin da subito uno straniamento di prammatica, cioè contrapponendo la brillantezza dei due ragazzini alla sconcertante icona dei nonni, che paiono usciti fuori da una poesia de l’“Antologia di Spoon River”. Il film tocca svariate corde: siamo alla fiaba di “Hansel e Gretel” miscelata con atmosfere kubrickiane da “Shining”, o ancor meglio, siamo alla ricalibrazione dell’immaginario favolistico che viene qui restituito alla dimensione sua propria del Tremendo. Quel che davvero sconcerta, al di là del magnetico e pervertito rapporto che viene a instaurarsi tra regista e spettatore, risiede nel processo di teatralizzazione del “mostruoso” e di alcuni cliché del film di genere, che solo nella mani di registi visionari (Lynch su tutti) riescono a contestualizzarsi in una cornice effettivamente disturbante. Shyamalan lambisce le regioni dell’oltreumano e dell’irrazionale senza mediazioni, rendendo davvero terrificante l’esperienza della visita dei nipotini ai nonni, e lo fa con pochi espedienti: su tutti il personaggio della nonna (una incredibile Deanna Dunagan) che non mancherà di inquietare le notti degli spettatori facilmente impressionabili. E’ la maschera del Chamunda, della femmina folle che tramite la pazzia, la possessione (aliena), rende oscenamente patente il tranfert, è la sostituzione dell’icona familiare col devastante femminino, deprivato di ogni decorazione affettiva. E si sa, quando le fattezze del mostruoso si palesano, quando la pazzia fuoriesce dalle paratie e non è “preparata e risolta”, la dissonanza manifesta finisce col rendere veramente critica la “mediazione” (ogni mediazione), la ricerca della causa per effetti talmente illogici. In “The Visit”, Shyamalan apre le porte alla deiezione, all’indecoroso (le feci del nonno raccolte e custodite, i cadaveri in cantina, il rimosso insomma sotto forma di “luogo”, come in Hitchcock), e lo mostra senza filtri. Indubbiamente il suo film migliore.

Scritti sulla musica, il jazz, l’improvvisazione: “Il Jazz”.

Io non parlo più di jazz. Mi vedete scrivere qualcosa sul jazz? No che non mi vedete scrivere, né pubblicare robe di jazz sulla mia bacheca; né ora né mai scriverò nulla di serio sul jazz, ammesso che abbia un giorno poi voglia di scrivere davvero qualcosa di serio sul jazz. 

Invece mi tocca di leggere continuamente di jazz, chiunque parla di jazz e fa post e commenti sul jazz. In Italia è un pullulare di esperti di jazz, di censori e recensori di jazz, in Italia si fanno continuamente classifiche e referendum di jazz, tornei, giostre e carambole di jazz, in Italia è pieno di riviste di vecchi e giovani tromboni che ci parlano di jazz, che ci spiegano cosa è il jazz, chi è il più bravo in jazz, qual è il miglior disco di jazz, in che concerti di jazz è meglio andare, quali epoche sono più jazz e quali meno jazz, quali italiani sono più jazz e quali meno jazz. 

Io invece non scrivo di jazz. 

Perché mai, mi chiedo, dovrei sentire il parere di Tizio o di Caio sul jazz? Al massimo potrei parlare col critico Tizio e il critico Caio di fica, di cornetti alla crema o di meteo, ma perché mai dovrei parlare con Caio e pure con Tizio di jazz? Che ne sa Caio di cosa significa essere su un palco? Montare lo strumento? Studiare anni e anni senza conforto? E parlo di musica. Figurarsi poi il jazz! Che ne può mai sapere uno che mangia la bagna cauda di jazz? Non saprei. Fatto sta che io non posto, né parlo di jazz. Né ora né mai, men che meno con Tizio e con Caio. I musicisti poi! Guai a parlare seriamente di jazz coi musicisti di jazz! No che non ci parlo! Ci suono, se capita, ma non ci parlo. Se un musicista di jazz mi parla di jazz seriamente io smetto immediatamente di suonare con lui. In Italia? Forse con Carlo Atti potrei parlare di jazz. Ma giusto con lui… che poi non parleremmo propriamente di jazz, semmai suoneremmo di jazz pur parlando solamente, di jazz; senza strumenti, dico. 

Dunque non parlo di jazz. Non ci penso neanche a parlare di jazz seriamente! Non so neanche se suono o suoniamo questo benedetto jazz, giacché come si fa a definire jazz ciò che suoniamo, che abbiamo suonato o che suoneremo? Manco fossi un surrealista in cerca di mistero nel jazz, di scrittura automatica nel jazz! Valla poi a definire questa quintessenza di jazz, vai a estrapolare dal flusso le tessere essenziali, hai voglia di sezionare forme e strutture, il jazz scappa sempre e se ne va proprio dove Caio o Tizio non cercano. Che poi, gratta e gratta, è tutta una questione di “Culo & Comunità” ‘sto jazz, ma sì! si tratta, in buona sostanza, di essere nati in un certo posto, in determinate condizioni socio-culturali, di contatti giusti e di quattro imbecilli cui darla a bere. No, perché voi ve le immaginate le risate che si staranno facendo i Parker e compagnia cantando di fronte a questo nuovo idioma jazz, a questa specie di esperanto globalizzato per vecchi che profumano di piscio e colonia?

Ecco un’altra delle ragioni per cui non scriverò mai più di jazz. I musicisti, poi! Lo avevo già detto? Sì i musicisti di jazz. Dio ce ne liberi! Parlo di quelli che davvero si credono musicisti-di-jazz, che si muovono come musicisti-di-jazz, di quelli che imitano, scimmiottano e si vestono da musicisti-di-jazz, che scrivono le partiture come se fossero pagine sinfoniche, Dio ce ne liberi dei musicisti-di-jazz!

Questa è un’altra delle regioni per cui non posso scrivere di jazz, perché non appena mi ci metto, ho un immediato rigurgito, un senso di nausea, di vomito al sol pensiero di mettermi a scrivere una cosa seria di jazz, a pensare dei dischi in sequenza di jazz, a realizzare che questa sequenza di dischi scelti sia poi davvero pregnante, insomma, questa è un’altra ragione per cui non scriverei seriamente di jazz: la nausea. Giacché poi finirei per credere davvero che quella sequenza da me individuata di concerti, cd, fatti o aneddoti sempre sul  jazz, sia davvero una sequenza rappresentativa, significante, peculiare per il jazz di ieri, oggi e domani, una sequenza, una selezione portante, l’ossatura che poi si fa(rà) pensiero critico, letteratura sul jazz, mentre invece è solamente una sequenza di cose a cazzo che mi piaceva in quel dato giorno del cazzo, perché in quella mattinata del cazzo mi tirava così e avevo la smania di concludere qualcosa grazie a quella frazione di ottimismo che si palesa cosi, inspiegabilmente, e che va richiudendosi altrettanto velocemente man mano che procedo con la Sequenza, man mano che la Sequenza prende forma e significato… ecco perché non scriverei mai nulla di serio sul jazz. 

Con Carlo Atti sì invece, perché sarebbe come parlare intorno, di sopra e di sotto quella cosa jazz lì, perfettamente consapevoli di star dicendo delle cazzate enormi su quella cosa lì, che quella cosa lì se ne sbatte di noi e di quello che pensiamo sul jazz. 

Il giorno in cui scriverò una cosa seria sul jazz, vi chiedo la cortesia di farmelo notare, e di chiamare subito dei medici, del personale autorizzato alla mia reclusione clinica; con gentilezza, poi, una volta individuata la mia ubicazione, pregateli di accompagnarmi presso una struttura completamente sonorizzata, una sorta di camera anecoica. 

Di ció vi sarei, eventualmente, infinitamente grato. 

Recensione di “Irrational Man” di Woody Allen

(2015-12-28)

Cominciamo col dire che non bastano un bel cast e una tematica superficialmente sofisticata per fare un bel film. Siamo abbastanza stanchi di questo perenne “memento mori”, del disagio esistenziale viralizzato nel tempio borghese, soprattutto poi quando, per dar voce a tal “mal de vivre”, viene evocata la figura di Sua Maestà Il Filosofo. Ahinoi, quanta vertigine separa questa opera dal ritmo pulsante della vita, la didascalia di tale dramma artificioso, messo in piedi maldestramente e con una trama che non regge, essendo carta da parati tirata su a distrarre, a ricoprire i buchi e le crepe della parete corrosa.

Il paradosso è che il cantore di tale accidia, di irrazionale non ha proprio nulla; sembra il perfetto ideale huysmaniano dell’eroe borghese mascherato e perfino la morte giunge telefonata, come da “Prontuario del Perfetto Paradosso”.

È in buona sostanza la materia del fascinoso, dell’appeal dei due protagonisti a tenere su il baracchino, questo sempiterno “dejà vu” del regista newyorkese, il quale oramai ha la necessità di fare cinema come i suoi coetanei di riscaldare la borsa dell’acqua calda (rimaniamo su territori romantici che è meglio, giacché parlare di termocoperta stonerebbe in questa recensione).

Abbiamo inteso: Woody Allen è il nuovo Andy Warhol 2.0 e genera copie del suo stesso cinema, repliche dei suoi successi in chiave soft, edulcorata. E’ un cinema che non graffia più come sapeva fare un tempo, alla schiena, subdolamente, tra una risata amara e uno squarcio registico di pregevole fattura.

La “freschezza” di un Manoel de Oliveira è qualità rara e questo è cinema confezionato che non mira più neanche al botteghino, quanto piuttosto all’iterazione di un capriccio senile. Qualcuno dovrebbe intimare il grande Woody a farla finita coi film in serie, come unico e ultimo atto di sincero amore

Recensione di “Opache Clessidre” di Stefano Gresta

La poesia in “Opache Clessidre” di Stefano Gresta è poesia concreta, materica, sommo tentativo plastico d’intrappolamento del mistico. Potremmo definirla come l’autobiografia di un fantasma, ossia come la fruizione del Reale filtrata attraverso gli occhi gelidi dell’osservatore passionale d’un tempo. Il mondo che Gresta osserva è un mondo pulsante di vita e morte, un mondo di porte varcate e ancora da varcare con animo sereno, ma è un mondo opaco e sottoposto alla tirannica legge del Tempo. Eppure Stefano Gresta continua a sbirciare da dietro le quinte la successione e il consumarsi della fasi della vita (della sua di vita, di quelle legate ai suoi affetti, delle varie stagioni della Natura), consapevole e maturo, finalmente liberato da orpelli ed armature da guerriero, nudo di fronte alla cruda estasi dell’esistenza. E lavora di gomito, Stefano, disperatamente forse, nel tentativo di asciugare la sua poesia, di renderla meno partecipata, più eterea e cristallina. Per fortuna ci riesce solo in parte, ed è nello scarto involontario di questo proposito che, a mio avviso, si celebra la vera essenza liberata della sua poesia.

L’Immagine: Stefano Gresta indossa i panni del sommozzatore ed esplora le regioni ctonie dell’Inconscio alla ricerca di tesori.

Recensione di “Carol” di Todd Haynes

(2016-01-17)

“Carol” di Todd Haynes è un film noioso ed estetizzante che deve la sua fortuna ai magnetici volti di Cate Blanchett e Rooney Mara. La magnifica, quasi maniacale, preziosa ricostruzione degli anni ’50, gli artifici della macchina da presa, rendono il film un prodotto sofisticato, decorato di piccole perle. Tali sono gli squarci sul natale di quegli anni, le scene girate in automobile, la bellezza dei capi d’abbigliamento (sublime la maglietta rosa indossata da Rooney Mara che la fa assomigliare in maniera impressionante a Audrey Hepburn).

Lentamente, sotto la superficie, scorre la trama dei sentimenti, come un plasma denso, a percorrere vecchie tubature incrostate dalla norma e dal perbenismo borghese di quegli anni. Questo è al contempo il pregio e il limite del lavoro di Todd Haynes, il quale illustra indossando dei guanti per non sporcarsi le dita. Certamente occorre una grande capacità registica per saper rendere, nella stasi seduttiva degli sguardi, il fremito di una passione senza limiti, costretta negli ambiti angusti del contegno sociale; ma al di là di questo non si procede.

Pur rispettando la poetica di “Carol”, è pur vero che si esce dalla sala con una certa pesantezza alla testa, lievemente storditi, come dopo una visita alla gioielleria in qualità di distratti ospiti.

La mancanza d’una partecipazione emotiva che non sia figlia dello stupore contemplativo, rende alla fin fine sterile la trama e giustificabile qualche innocente sbadiglio.

Scritti sulla musica, il jazz, l’improvvisazione.

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In un mondo falso e finto, la lezione di Girard torna sempre utile (è ciò che con altri termini cerco di comunicare ai miei allievi, troppo presi dalla contingenza di questo Reale). Il linguaggio di Gesù è quello dello “skandalon” e sublima il logos demoniaco in termini di scandalo mimetico. Tutto nella Terra è demoniaco: le religioni, la fede, l’arte ecc. Non bisogna confondere il linguaggio incoerente e folgorante di Cristo con ciò che è stato narrato dai suoi discepoli. Quel che penso è che l’arte è sempre rivoluzionaria, nella ricerca incoerente e simbolica del suo stesso farsi; solo così lo “skandalon” diventa pura essenza di sacralità superando l‘idioma del demoniaco. 

Appunti su due pagine di Proust da: “La Prigioniera”

Albertine è l’alter ego femminile di Proust, é lo specchio spietato che restituisce all’autore la sua stessa immagine vista dall’esterno: Ciò che mi tormentava era quel perenne desiderio di piacere identico al mio, che ritrovavo in lei, di piacere a nuove donne, di abbozzare nuovi romanzi; era di supporre in lei quello sguardo che il giorno prima, al Bois de Boulogne, pur avendola al mio fianco, non ero stato capace di trattenermi dal lanciare alle giovani cicliste sedute ai tavolini del caffè.

Non ci può essere gelosia che di se stessi, ribadisce subito dopo Proust, dando spazio al tema della lacerazione che segue quello dell’impossibilità a gestire la dislocazione dell’Altra su piani diversi dello spazio-tempo: Allora, sotto quel viso che arrossiva sentivo come aprirsi un abisso, l’inesauribile spazio delle sere in cui non avevo conosciuto Albertine.

Non basta dunque recludere, controllare, toccare, accarezzare, possedere l’amata giacché la dimenticanza della natura, dando luogo alla divisione dei corpi, non ha pensato di rendere possibile la penetrazione reciproca delle anime. Così alla sacralità della relazione non è concesso che il dominio tirannico del Presente, di ciò che nasce e muore nell’istante, la tracimazione essendo elemento divino – Albertine era piuttosto come una grande dea del Tempo – e dunque elemento impenetrabile e destinato a rimanere per sempre sconosciuto.

(Francesco Cusa)

Recensione di “Revenant” di Alajandro G. Inarritu

(2016-01-22)

Inarritu ci tiene incollati alla sedia in questo suo “Revenant”. Fotografia sensazionale, scenari gelidi e sangue che scorre a irrorare le anime, a ridestarle dal sonno cui sembrano destinate. Già la scena iniziale dell’assalto indiano ai cacciatori di pelli (che ricorda per analogia quell’altra di “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg), per non dire poi di quella dell’orsa che si avventa su Hugh Glass/Di Caprio, meritano la visione.

Il film è avvincente, a tratti crudo come pochi. Su tutto campeggia questa cristica passione di Glass, nell’ingiuria del fisico, nella menomazione, una sorta di martirio del corpo e dello spirito. E’ un’agonia lunghissima che ci accompagna per quasi tutto il film, tramite la sofferenza di un uomo che striscia, che guadagna i metri coi gomiti, fra le asperità, il gelo, e gli squarci malickiani d’una natura suprema, siderale.

La metafora dell’uomo strisciante è quella del verme, del soggetto deprivato di tutto che torna alla vita dopo esser morto, in una catarsi (quella del redivivo) che presuppone la fusione uomo/natura (in ogni suo ordine e grado) quale principio iniziatico della rinascita. Anche qui i riferimenti si sprecano: penso a “Into the Wild” di Sean Penn, ma anche (per ciò che riguarda il martirio del corpo) a “La passione di Cristo” di Mel Gibson.

Sullo sfondo delle storie dell’America dei primi decenni del XIX secolo, fra traffici loschi, lotte intestine fra tribù e patti fittizi tra clan di colonizzatori, si consuma la tragedia personale di un uomo che è figlio di quell’epoca violenta, epoca in cui la brutalità e l’onore sono l’ombra sterile del graffio della natura, codici non scritti ma vibranti che sovrintendono le leggi dell’uomo. E così Hugh Glass percorre la strada della propria vendicativa passione, strada lastricata di ogni sorta di orrore, luminosa, tenebrosa, sanguinolenta, pura, percorso esterno e interno, intimo, fra le piaghe del corpo putrescente, incancrenito e rattoppato che trova requie e calore solo nel ventre squarciato di un cavallo.

L’acme del calvario si tocca al momento in cui Glass “rinuncia” alla vendetta terminale, al sacrificio necessario che viene delegato alla legge dei nativi, per quello che si rivelerà essere vano ma sublime gesto da consegnare all’Indicibile, all’equilibrio silente delle cose. Ogni cadavere – quello dell’empio e quello del santo – trova dignità e viene riconsegnato al ciclo delle permutazioni che non conosce limiti, etiche, o morali di sorta, partecipe com’è delle sottili trame ordite dalle Moire. Il difetto di “Revenant” si palesa tutto in questo iato tra la forza straripante delle immagini, delle maschere stravolte del volto di Di Caprio e la sua simbologia scarna e di prammatica che accompagna didascalicamente le vicende di un’epopea.

Stiamo comunque parlando di un film da vedere assolutamente, senza tergiversazioni di sorta.

Recensione di “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

(2016-02-13)

Film monumentale. Sono state dette già molte, troppe cose. Non mi dilungherò dunque sull’impressionante gioco di citazioni (“Ombre Rosse”, “La Cosa”, il cinema di Agatha Christie, Sergio Leone ed Elmore Leonard, il sangue di Sam Peckinpah e ci aggiungerei anche “Huis Clos” di Sartre), e andrò subito al nocciolo.

“The Hateful Eight” è un film di denuncia agli Stati Uniti d’America, così come lo è la serie più “tarantiniana” dei mondo dei videogame: GTA.

Ciò è evidente in maniera lampante: la lettera di Lincoln e la separazione in settori della taverna di Minnie, quasi a mimare uno spazio teatrale di rappresentazione dell’intera mappatura del paese.

Ma “The Hateful Eight” è anche ’la versione western di un altro film che narra della costituzione violenta e barbara della democrazia degli Usa: “Gangs of New York” di Martin Scorsese. Tale forza espressiva e di denuncia l’ho riscontrata in alcuni romanzi di Wu Ming, su tutti “Manituana”.

Raramente ci si trova di fronte ad un meccanismo ad orologeria di tale sofisticata perfezione. Tutto sembra scorrere lento, inesorabile e si incastra alla perfezione, come nelle meccaniche d’un cucù ticinese.

Nella cornice raggelata, nel biancore melivilliano che tutto avvolge – bianco “tremendo”, bianco infernale (“un uomo nel gelo darebbe tutto per una coperta”) -, si dipana la mirabile sceneggiatura di Tarantino, tenue filo rosso sangue d’una matassa tenuta in mano dalla Parche. Freddo e fiamma, stasi e vento, biancore e tenebre… e la porta, la maledetta porta che non ne vuole sapere di starsene chiusa (“Non aprite quella porta!”). Martello e chiodi, chiodi e martello.

Il Cristo che campeggia nella straordinaria scena di apertura, Cristo ricoperto di neve, Cristo che porta il pesante fardello della rappresentazione del divino qui, sulla terra, su questo raggelato Wyoming, martoriato dagli orrori della Guerra Civile, è il Redentore privato di carisma, vittima del freddo che raggela i cuori.

Otto personaggi, otto simboli, otto attori. La carta numero VIII dei tarocchi è quella della Giustizia. La Giustizia reca una spada a doppio taglio, e se osserviamo bene la carta, essa è sinonimo di equilibrio e perfezione, che non implicano necessariamente il concetto di simmetria (simmetria che era considerata dai costruttori di cattedrali come segno del diabolico, di una perfezione statuaria che è tipica dei corpi inerti, della morte). Inoltre, sempre a ben guardare, la bilancia è anch’essa asimmetrica (si evince che il gomito e la gamba sinistra fanno leva e ciò ha varie sfumature di interpretazione nella lettura, che può alludere alla truffa o viceversa all’invito a non essere troppo perfezionisti, a mimare la stasi, la morte). Ora: cosa accade nel film? Semplice: una donna deve essere consegnata alla forca per mano di un cacciatore di taglie: il Boia. Dunque è la giustizia che deve fare il suo corso, inesorabilmente, secondo regole e codici condivisi dalla comunità. Ebbene quale giustizia? Qui il discorso si fa complesso e questo ricorso al numero otto non può essere casuale. Ciascuno degli otto personaggi può vantare una sua propria idea di giustizia; su tutte campeggia quella dei neri oppressi del Maggiore Marquis, che trova legittimazione tramite un falso che gli consente di farsi strada nel West: la lettera del presidente Lincoln a lui indirizzata, documento farlocco che fungerà da sentenza, e che verrà declamato a celebrazione di una assurda, ma quantomai legittima impiccagione.

Le condizioni di cattività in cui nasce la democrazia americana vengono qui mostrate in tutta la loro vivida forza; ogni tassello della pellicola è una fucilata alla pancia dello spettatore, ogni inquadratura, un chiodo da schiacciare sulla croce simbolo del martirio. Il sangue che, nel sensazionale e travolgente finale, inonda il volto di Jennifer Jason Leigh, alimenta il lago di plasma su cui verranno erette le fondamenta di un sistema democratico costruito sulla violenza brutale e sul razzismo.

Il calvario di Daisy Domergue è simbolicamente connesso alla catena cui è legata al suo carceriere John Ruth. La loro simbiosi rappresenta l’ambiguità della condizione umana. Ogni scelta è in qualche modo corrotta, falsa, sbagliata. Tutti mentono in funzione di un dogma che non è “ideale” in senso platonico, ma disperatamente contingente, opportunistico. Assieme al cadavere di Daisy ciondola un pezzo di arto del suo boia, frammento monco del braccio mozzato del giustiziere, vilipendio del decoro e della forma, miserabile “resto” d’una figura leggendaria. (L’arcano XIII senza nome, che miete corpi e teste…). Non c’è pessimismo in Tarantino, semmai un bisogno di epuzione e di catarsi.

La zuppa calda: i fagioli ingurgitati da Terence Hill in “Lo chiamavano Trinità”.

Il preziosismo della caramella rossa fa le assi del pavimento della taverna: particolare che tornerà utile un’ora dopo.

Questo film è legato, da un punto di vista psicologico, al “Carnage” di Polanski, anche se “The Hateful Eight” ha una caratterizzazione dei personaggi molto simile a quella dei giochi di ruolo (e delle carte dei tarocchi). Insomma, ciascun personaggio è investito d’un magnetismo totalizzante, universale. L’individuo è dominato e agito kafkianamente dalla legge, e questa assume di volta in volta i contorni cangianti della soggettività culturale e del microcosmo degli avatar di riferimento.

Recensione di “Lo chiamavano Jeeg Robot”

(2016-03-10)

Il cinema italiano contemporaneo esprime una delle sue più rare perle in questo “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti (importanti contiguità ci sono con l’ottimo “Deathpool”, anch’esso in sala in questi giorni). Finalmente un approccio che riesce a distaccarsi dalle stucchevoli autorialità à la Salvatores, cinema vissuto, contrastato, che mira direttamente allo stomaco di noi famelici innamorati da sala. Film forte, avvincente, scritto con sapienza, che si nutre del contesto romano per nevrotizzare i codici di genere. Periferie degradate, storie di delinquenti e spacciatori, di bande rivali, di lotte per il territorio, di criminali di bassa manovalanza. Questo lo scenario in cui muove la storia di Enzo Ciccotti (un ottimo Claudio Santamaria) che durante un inseguimento entra in contatto con delle sostanze radioattive depositate sul fondale del Tevere, secondo il più classico dei leitmotiv da supereroe. La trasformazione, i super poteri, condurranno Ciccotti verso un riscatto, un’illuminazione sofferta e travagliata, talmente annunciata da risultare grottesca, ai confini della comicità surreale. E Tor (Thor) Bella Monaca diventa la Gotham City “de noantri”, sorta di Far West urbano privo del professor Shiba, della Regina Himika, semmai col popolo Yamatai, qui rappresentato dalle milizie dello spaccio e del narcotraffico, sempre pronte a porre fine all’ideale di un progetto amoroso e di riscatto. Il mito di Jeeg e di Hiroshi è dunque preservato da Alessia, ragazza violentata e con disagi psichici, vera memoria storica che fugge dal terribile quotidiano vivendo la perenne visione della serie della “Toei Animation”. Lei si trasformerà in principessa e darà a Ciccotti la possibilità di convertirsi e dedicarsi alla funzione salvifica degli abitanti dell’Urbe. In questo senso la prova di Ilenia Pastorelli è talmente carica di espressività da ricordare quella di certe nostre antiche dive, assieme a quella di Luca Marinelli, alias “Lo Zingaro”, superlativo “Joker de borgata”, che simboleggia il grottesco glamour del nostro immaginario anni Ottanta, fatto di comparsate a “Buona Domenica”, canzoni di Zero e Anna Oxa.

Un film che apre in confini di un nuovo filone di cinema italiano, con pochi riferimenti alla pur nobile tradizione nostrana di parodie di supereroi d’oltreoceano, quali “Arriva Dorellik”, “I fantastici 3 Supermen”, “Superargo” ecc.

Recensione di “Ave, Cesare!” dei Fratelli Coen

(2016-03-17)

La sofisticata orchestrazione realizzata in “Ave Cesare” da Ethan e Joel Coen, questa volta non entusiasma. Il progetto, davvero ambizioso, si arena nelle ampollisità dell’impianto progettuale, nell’ipertrofia della messa in scena, densa di rimandi, citazioni, ricostruzioni della gloriosa Hollywood degli anni Cinquanta. E il peso di questa esplorazione ricade tutto sulle spalle del povero Mannix, l’amministratore degli studios, che, come un padre antico e saggio, riporta a suon di ceffoni gli attori alla realtà del cinema e delle sue regole.

In definitiva, a questo ardito mosaico che mira a ricostruire (in tutti i sensi) le atmosfere e le storie dei protagonisti di quella gloriosa epoca cinematografica, manca la seduzione, l’appeal, la verve che normalmente caratterizzano tutta la produzione dei due cineasti americani, da sempre non solo “registi”, ma anche critici-cinefili, ed epigoni di una tradizione onnivora che potrebbe trovare un corrispettivo musicale nell’opera del musicista John Zorn.

Insomma la consueta distanza dei Coen, il distacco che ha da sempre caratterizzato le loro opere come tratto saliente e pregevole (pensiamo allo stupendo “Non è un Paese per Vecchi” oppure a “Fargo”, o ancora, andando più indietro nel tempo, a “Barton Fink”), in questo caso diventa cronico, siderale iato tra Deux e Mondo. A me è sembrato di assistere ad un noioso, per quanto pregevole, esercizio di stile; ho trovato forzato il riadattamento scenografico, ostentati gli omaggi al cinema di quell’epoca e stucchevoli le strutture dei dialoghi (sovente poco più che scadenti “calembour”). Si ride poco, a dispetto di tutta una struttura dialogica che parrebbe alludere ad una sorta di colto sarcasmo in divenire che mai si conclama compiutamente, e anche le prove degli attori paiono di maniera, troppo aderenti alla versione caricaturale dei personaggi. Ciò al netto del canonico margine di libertà offerto dai Coen ai loro attori, che immaginiamo preveda proprio una tale approccio forzato della recitazione. Ma è proprio questa torsione tra regia e interpretazione a generare un prodotto ibrido, privo di personalità, amorfo.

Mannix opera in un contesto filmico che oscilla tra il canzonatorio e il rigore storicistico, tra il divertissement e la ricerca del preziosismo; non si capisce bene, insomma, quale sia il reale intento dell’opera. Si vuol mostrare che quel contesto non poteva tollerare “rivoluzioni”, né Marcuse di sorta? Oppure che tutta questa romanzesca adesione alla causa comunista da parte di interi settori degli studios era a sua volta una singolare pantomima di quegli anni della Guerra Fredda? Non saprei rispondere ai due quesiti.

E’ però evidente che lo iato tra il vero e il verosimile finisce col dissolversi in “Ave Cesare”, che rimane a tutti gli effetti un film “anti-pirandelliano” (la prendo allegramente da lontano). Significativa, in questo senso, una delle scene più belle del film, quella della compenetrazione del legionario Clooney col Cristo, in una prova di recitazione memorabile che viene meno giusto nel suo culmine, per poi dissolversi nelle repliche infinite del dettaglio che non corrisponde alla battuta del copione (Clooney dimentica la parola chiave).

La proverbiale cura per i dettagli dei Coen, finisce col soffocare “Ave Cesare” in una pletora di citazioni, o per dirla con un perfido Sacks, ne “il cappello che venne scambiato per la moglie che venne scambiata per un cappello dalla moglie ecc.”, ovvero in un percorso infinito di associazioni senza fascino.

Recensione del libro di Paolo Renati “Miss inco-scienza ancora gravida?”

L’ultimo libro di Paolo Renati è un piccolo gioiello grezzo nel panorama delle belle cose, di tutto ciò che ci riconcilia col nostro “stare al mondo”. Esso rappresenta lo sforzo titanico espresso nella densità delle poche pagine che lo compongono, sforzo che non poteva che produrre una sorta di summa di ricerche di senso, di sacralità, di vita e morte come antidoti alla parcellizzazione del Reale.

Cali la mannaia allora sul setting sperimentale, sul “toy model” caga dati, e sia dato spazio all’esperienza del campare, alla maieutica del Libro della Natura rispetto a quella della tirannia del dato, del “dataismo”, per dirla con Byung-chul Han

Così mi sento di riassumere “Miss inco-scienza ancora gravida?”, che è trattato che mostra il lato osceno del cosiddetto “progresso scientifico”, delle attuali credenze che mirano a una descrizione del Reale secondo logiche frammentarie che tendono a mutilare l’esistente per necessità meramente pratiche (di fatto a loro volta generative di Frankenstein mutanti e replicanti il “corpus delle conoscenze umane”).

Paolo Renati ci indica una via logica, che guarda alla fine della dipendenza dal lavoro (secondo la lezione di Illich e Thoreau) per un futuro di condivisione di risorse e conoscenze, nell’abbraccio panico di Natura e Cultura che, come un nuovo sole, irradia e purifica il percorso della Nuova Umanità, un giorno affrancata dalle dipendenza della finanza, della giurisprudenza e di tutti gli apparati del cosiddetto terziario.

Consiglio caldamente la lettura di questo magnifico libro.

Un mio racconto “Mario l’antipatico” (Contenuto nel futuro libro: “Fiabe Terrone”)

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MARIO L’ANTIPATICO

Era antipatico ma si sforzava di essere simpatico a tutti i costi. L’insieme delle sue caratteristiche psicosomatiche contribuiva a renderlo tale. C’era qualcosa nella conformazione della sua scatola cranica che… disturbava. Non si può dire che Mario fosse un brutto uomo, anzi, per certi aspetti i suoi tratti avevano un che di nobile e gentile, ma, per ragioni difficilmente comprensibili, il rapporto fra le varie parti del viso risultava disarmonico, probabilmente a causa della rigidità della mandibola che gli conferiva l’aria d’una perenne sfida con l’Altro e che non concedeva tregua alla naturale dinamica relazionale (sembra che tal paresi-ghigno si fosse conclamata a Ragalna, durante un ballo e il bacio con una tal Lucia, che a lui sembrava la personificazione della maschera di una terrificante divinità persiana a causa di quell’apparecchio ai denti incastonato di molliche di panino all’olio e frammenti di sottiletta). Inoltre, Mario aveva un che di pretesco, i modi gestuali e la parlantina dello sfigato-che-le-prendeva-a-scuola, cui faceva da contrappunto una certa qual falsa flemmaticità che rammentava quella dell’isterico sedato, tutte peculiarità che egli riusciva a malapena a camuffare a seguito di certa modulazione posturale, anch’essa rivelatrice (quantomeno ai più accorti) di devastanti angosce dell’età prepuberale. A tutto il perturbato quadro, doveva poi aggiungersi un altro vizio: Mario aveva l’improcrastinabile impellenza di dire qualcosa, di riempire il vuoto di un ipotetico palinsesto (che è sempre metafisico) che generava nel suo animo lo stratificarsi del mostruoso sotto le vuote forme della maschera.

  • Sì, ma…
  • Non vorrei insistere…
  • Veramente non è questo il punto…
  • Parla, parla tu allora…
  • Per carità, ci mancherebbe, però…

Di norma, venivano quindi a verificarsi delle reazioni negative da parte di chi si trovasse a interagire con Mario a causa delle sue caratteristiche morfologiche e caratteriali, ciò, beninteso, a dispetto delle sue migliori intenzioni e dei suoi sinceri propositi di risultare comunque simpatico.
Sua moglie lo detestava in ogni sua forma ed espressione, a cominciare dalla maniera con cui faceva scattare la serratura del portoncino del giardinetto. Un colpo breve veloce e nervoso. E poi quella di casa. Tre colpi brevi e uno lungo. Lei, che non riusciva a lasciarlo perché affetta da una grave forma di psicosi e di disturbo di contatto con la realtà, credeva che il marito Mario fosse più morto che vivo e che avesse stretto un patto con varie entità al fine di temprarla per il raggiungimento di un al di là di luce dopo una vita di travaglio insieme. Maddalena era di origini ciociare, e un tempo, prima di trasferirsi in Sicilia, era stata adepta della “Chiesa Cristiana Universale della Nuova Gerusalemme”, più nota come “ Chiesa del Bambino Gesù di Gallinaro”. Mario l’aveva sposata che era appena maggiorenne, presentandosi come rispettoso delle apparizioni occorse a Giuseppina Corcia e poi a suo cognato Mario Samuele Puglisi, e millantando donazioni alla “Casa Serena del Bambin Gesù”. Naturalmente il loro matrimonio non era mai stato consumato per via dei convincimenti di entrambi che prevedevano l’assoluta astinenza dai rapporti sessuali, e così,
le caratteristiche della relazione di Mario e di sua moglie Maddalena, finirono col rappresentare il nucleo da cui si irradiava l’aura guasta della vibrazione di Mario, che si estendeva dalla dimora-modem tramite una rete virale, generando le emanazioni del suo avatar di Soggetto Antipatico Alfa. Tale cattivo influsso si nutriva dunque dell’humus generato dall’odio di Maddalena e rendeva Mario consapevole del suo ineluttabile destino di antipatico coltivato in vitro in quella sorta di aborto che era il loro matrimonio, vera prova inconfutabile della natura universale della sua sventurata condizione.
C’è da dire che per un periodo, sui quarant’anni, Mario aveva cominciato a stufarsi di essere sempre evitato dal prossimo. Provando ad adottare nuove strategie di cambiamento, decise di rimanere in silenzio per qualche mese e di girovagare in attesa che qualcuno lo interpellasse per un consiglio, un parere… niente. Il genere umano pareva ostile alla sua esistenza, e il fatto che non ci fosse alcun’altra motivazione al di fuori di ciò che Mario visualizzava come un microscopico scrigno sigillato, lo rendeva inerme.
Quell’icona con la relativa scritta “Qui dentro c’è la spiegazione del perché stai sul cazzo a tutti ma non hai la chiave” che brillava fosforescente in un’immaginaria tenebra, era diventata da allora una fedele compagna di vita per Mario. Di giorno e di notte questo scrigno, che emanava feroci lampi dalle feritoie lasciando intuire quale fosse la forza contenuta all’interno, continuava a levitare in un luogo ipotetico dei suoi pensieri come una sorta di perenne Croce di Costantino, e prostrava la sua anima tormentata, che ora pareva impermeabile e racchiusa in un micromondo confinante con altri micromondi relazionali.
Mario, grazie a questo periodo di astinenza comunicativa, comprese di essere prigioniero in un frattale indefinito di bolle e che ogni forma di comunicazione con l’esterno era, di fatto, una pura illusione.
Che fosse un risvegliato? Un iniziato? Possibile? Intuì, in un momento topico e irripetibile, che la sua antipatia era un dono necessario alla folgorazione. Un po’ come accade in certi ambienti (e Mario aveva trascorsi nobiliari) quando si è trascinati a una festa chic e si prova imbarazzo per l’abbigliamento poco consono, per poi scoprire d’essere diventati trendy proprio in virtù della temuta trasandatezza.
Per farla breve, tutta la realtà era una sorta di informe alveare vestito dalle apparenze di psicomondo e psicocosmo, di pulsanti molteplicità accatastate e trasparenti, ma al contempo affatto fragili e per nulla permeabili, una realtà in cui lo sballo della comunicazione in chiave psicologica si rendeva necessario all’illusione ecumenica dell’individuo, altrimenti dannato al suo isolamento nella propria celletta di riferimento. L’antipatia che Mario suscitava era l’elisir che lo aveva proiettato verso questa presa di coscienza, la severa sostanza maieutica di cui nutrirsi per una vera rinascita, la peculiarità funzionale al suo risveglio iniziatico.
Paragonava questo suo apice di consapevolezza a quello degli eroi antichi, alla folgorazione dell’illuminato, all’immanenza degli dei (Mario prese atto d’esser diventato messaggero di Dio nello spazio di un amen). Tutte queste informazioni preziose le doveva allo Scrigno, alla sacra icona perennemente accesa sul suo altare eterico e fluttuante come una vaporosa Kaaba.
Era il 14 maggio. Quel giorno Mario uscì fuori di casa, discese la via di San Giuliano a rotta di collo e raggiunse Piazza Duomo ove constatò che le palle dell’elefante posto sopra l’obelisco fossero al loro posto. Quindi si precipitò alle spalle di Palazzo Biscari per controllare che la statua di Ferdinando I di Borbone fosse ancora decapitata. Infine si lanciò correndo all’impazzata verso Piazza Stesicoro a verificare che la statua di Vincenzo Bellini fosse ancora assisa sul suo scranno.
Poco prima, nel bel mezzo della frugale colazione, lo scrigno si era improvvisamente aperto e aveva rivelato una singolarità nella zona risultante dalla triangolazione fra questi tre monumenti, una sorta di portale che garantiva la penetrazione tra i vari micromondi degli uomini. Nella visione, la testa del “Re Nasone” era perfettamente collocata sul collo della statua e fungeva da faro: era la fonte originaria da cui si irradiava la linea del raggio che, vellicando le palle dell’elefante e titillando le cosce del compositore, finiva col comporre l’area chiamata Triangolo Neutro. Mario ottenne l’accesso all’attraversamento dei corpi, a sondare le menti di chiunque si trovasse a transitare in quella zona, a penetrare come burro le pareti dei bar, dei negozi, delle case e delle chiese, e così, le emozioni, le sensazioni, le paure dei passanti nell’area del Triangolo Neutro furono anche le sue. Gli bastava accostarsi e penetrare la guaina corporea di chiunque per essere di volta in volta bambino, donna, madre, uomo, padre, nonno, zio, amica, ladro, turista, commesso, imprenditore, banchiere. L’accesso alla zona neutra era consentito ai pochi reietti che avessero quello che, paradossalmente, ai demiurghi pareva un prezioso requisito: l’assoluta mancanza di speranza.
Mario, candidato ideale in questa sua fase topica della vita, cominciò a vagare da un corpo all’altro come un fantasma, vivendo le gioie e i drammi di ogni vita e provando per ogni transito le emozioni di intere esistenze che a lui si manifestavano nell’arco di un istante e in tutta la loro ampiezza. E se provava a soffermarsi, a indugiare per qualche tempo all’interno di ciascuna vita, si sentiva di impazzire, perché la contemporaneità di due vite non è commensurabile per la vulnerabilità di una sola mente, giacché l’anima di Mario era sempre compresente, e certe esistenze finivano col prostrarlo e col renderlo ancora più confuso, in ragione del fatto che ogni punto di vista sembrava lecito e condivisibile. Essere la peggiore delle canaglie, la madre vessata dalle angherie della vita o rivivere la dirompente energia del ragazzo che ha appena marinato la scuola determinava una tale sofferenza fisica e mentale da ridurre Mario quasi allo stato catatonico.
Del resto era estremamente difficile distaccarsi da un corpo, in quanto il processo di identificazione era totalizzante, e bastava un solo respiro per essere l’intera vita del Soggetto, con tutto il portato di passioni, premure, desideri e dispiaceri di ogni esistenza; inoltre, uscire fuori significava strapparsi agli amori di sempre, agli affetti e alle memorie di intere generazioni del passato, gettare il corpo e l’anima all’interno di processi talmente vorticosi da non essere tollerabili.
Mario rimaneva così sempre più intrappolato nel vissuto di ogni esistenza, perché il trauma della fuoriuscita diventava sempre più intollerabile, come del resto la coabitazione di due io per un unico corpo. Divenne alla fine prigioniero nella vita di una certa suor Marcella, cieca fin da bambina a seguito della visione del Bambin Gesù di Gallinaro occorsa in una abbacinante mattinata d’agosto.
Il Demiurgo Parassita raccolse la preda, oramai tramortita, dal suo sofisticato ordito.
Il corpo di Mario, comodamente adagiato sulla poltroncina di casa dal quale mai si era alzato, venne ritrovato dalla moglie nel crepuscolo di una serata di inquietudini. Era prosciugato, come fosse stato risucchiato internamente da un chimerico formichiere.
I suoi occhi erano bianchi e azzurrognoli e della pupilla rimaneva oramai la puntiforme vestigia.
Ciò durante la prima sessione del suo risveglio.
Nella seconda, Mario si ritrova agonizzante nella poltroncina sotto i colpi di coltello di sua moglie Giuseppina (urlava Per Cristo, Con Cristo e in Cristo, in feroce successione per ogni pugnalata e nelle variabili di Con Cristo, in Cristo e per Cristo e di Per Cristo, con Cristo e in Cristo).
Nella terza, il Demiurgo gravitava in una sorta di altro spazio che comprendeva in un ritaglio anche la stanza in cui Mario era seduto sulla poltroncina. Si mostrava in fattezze di Musa recante uno specchio in cui Mario poteva mirarsi. Era sempre lo stesso Mario, con le sue strane proporzioni del viso e con quell’atteggiamento greve e fastidioso del suo essere al mondo; ma ora le sue sembianze non parevano turbarlo, né lasciare campo alla frustrazione e all’angoscia di sempre. Tutto era posato dentro un alveo suadente, non duale, e la faccia di Mario era quella de “Il Mondo” dei Tarocchi, dell’arcano XXI, una variabile infinita di un meta-corpo di viseità infinite.
Nella quarta sessione c’era solo una poltroncina vuota e un Sé Osservante incorporeo.
Seguì un’interminabile sequenza di risvegli caratterizzati da macchie senzienti vaganti in mondi acquorei per una dislocazione incommensurabile ma al contempo totalizzante.
Poi un accelerando di successioni di miliardi di risvegli sotto forma di linee e necessità di urgenze puntiformi.
Qua e là una stazione, un momento di sosta: la notte, il mare di Ognina e l’insegna in legno di un ristorante tipico battuta dal vento. Ecco lo scenario scomparire e farsi nitidezza di suono, pura vibrazione sonora nel buio acquoso dell’essenza: ta-poc… ta-poc… ta-poc… lirico, regolare, un canto sublime orchestrato dal genio dell’Inerte.
Tornano, distanti, le barche con le lampare, a mimare dei passi di danza.

Recensione di “Batman V Superman” di Zack Snyder

“Batman V Superman – Dawn of Justice” di Zack Snyder (8,5)

(2016-04-08)

Zack Snyder sa fare del grande cinema e il suo “Batman V Superman – Dawn of Justice” è un film gigantesco, ammantato di un’aura di tragicità che par tracimare dal confine dei fatti narrati. Si ha sempre la sensazione di essere partecipi d’altro rispetto alle vicende dei due supereroi targati DC Comics, che questo “orizzonte degli eventi descritti” possa essere semplicemente una buona occasione per veicolare sentimenti e inquietudini provenienti da un universo intimo e surreale. Tali atmosfere gotiche e disturbate, mi hanno ricordato quelle del “Batman di “The Dark Knight” diretto da Nolan.

Il film si incentra sull’eterno dilemma del conflitto tra uomini e dei, tra razionale e sovrannaturale, tra tecnologico e spirituale, dicotomie ben incarnate dal Batman-Uomo che si confronta con il Superman-Dio.

Il topos dell’equivoco, il gioco del fraintendimenti che genera la sfida, rimanda forse al mistero della relazione tra Mondo e Oltremondo, alla danza di Siva che genera “l’equivoco dell’esistenza”, l’inganno della sensorialità. Superman è il semi-dio col tallone di Achille, fragile nella misura in cui un elemento proveniente da Kripton può inibire l’unicità del suo “dono” (tale quantomeno appare all’ordinario umano il suo “straordinario” che viceversa è poi la “normalità”in Kripton: è sempre un dannatissimo problema di contesti, insomma).

“Kal-El” Superman è infatti perfettamente umano nelle sembianze e il suo volto è quello del giornalista Clark Kent, mentre Bruce Wayne necessita di un totale mascheramento e di una distorsione della voce per non essere identificato. Stranamente nessuno riconosce o identifica il giornalista: la discriminante è rappresentata dagli occhiali, da questo oggetto feticistico che simula un difetto della vista per meticciare, depistare gli umani dal riconoscere Superman. Ed è singolare che a tal fine venga simulato il “difetto” di uno degli organi sensoriali viceversa più potenti: basti pensare al raggio disintegratore che Kal-El può scatenare dagli occhi. In definitiva, l’umano non riconosce (non può riconoscere) Dio; siamo al camuffamento della divinità che assume le sembianze umane per godere dei piaceri terreni, a Giove che si trasforma in Anfitrione per godere delle grazie di Alcmena.

Il film è interamente pervaso da questa ossessione per l’elemento “altro” (la pietra-feticcio, la kriptonite, sotto forma di arma venefica, lancia ecc.), e nella sua prima ora mostra un livello davvero intricato del racconto, con repentini cambi di scena, inserti e rimandi che chiamano lo spettatore ad un notevole sforzo di attenzione. Il regista di “Watchmen” mostra da un lato un Batman davvero oscuro (quanto avrei preferito Christian Bale al paffutello Ben Affleck!), che è fallibile nella sua rabbia in quanto umano e a dispetto del mascheramento, a dall’altro il Superman che si umanizza tramite gli affetti (la fidanzata, la madre, il padre). Il processo è in qualche modo invertito: Batman si traveste per nascondere la sua natura caduca, Superman mostra il volto umano per negare la sua natura divina. Ricordiamo, per inciso, che gli abitanti di Kripton raggiunsero l’immortalità grazie al trasferimento mentale su cloni e che tale processo aveva finito col determinare una collettività progressivamente priva di passioni e sentimenti, fredda, gestita da droidi e intelligenze artificiali. Una specie che finì per riprodursi con l’inseminazione artificiale produce una sorta di “Cristo” che si immola per la salvezza degli uomini.

Notevoli gli effetti speciali che si scatenano nella seconda parte, sempre funzionali e prossimi alla narrazione, mai fini a se stessi. Un film da non perdere.

Recensione de “Le Confessioni” di Roberto Andò

(2016-04-26)

In questo suo ultimo lavoro, Roberto Andò pare uno scolaro alle prese con lo svolgimento di un tema: “Il G8 e la metafisica dell’umanesimo contemporaneo”. Intendiamoci: il progetto è lodevole, nobili le intenzioni, di pregio il cast, ma ciò che rende scadente il prodotto è, appunto, lo svolgimento. Andò ci opprime e mortifica a colpi di didascalie, ci ammazza di didascalie, ci soffoca di didascalie.

– Il tempo non esiste è una variabile dell’anima/Il denaro crea il tempo.

A contrapporsi sono l’etica antroposofica del monaco Salus (Servillo) ed il cinico calcolo speculativo di Daniel Roché (Auteuil), direttore del Fondo Monetario Internazionale, alla disperata ricerca di una “confessione” impossibile, di una legittimazione spirituale che non può darsi. Andò affronta la tematica con fare da social network, radicalizzando e stilizzando fino alla nausea le tipologie umane, scavando poco sulla natura intima dell’essere e dei protagonisti in scena.

– Non ho ancora capito che tipo di prete lei sia/Neanche io.

Lo iato tra i “due mondi” è figlio di una cosmogonia da gioco di ruolo, e il regista aderisce fino all’inverosimile a questa idea di affresco, di illustrazione da trattato seicentesco, de-privandoci, per le ragioni di tale confezione, financo della nostra capacità di indignarci.

– La democrazia è una menzogna. I parlamenti sono retti da anime morte. Crimini. Riciclaggio. Gli uomini di oggi se sono abili riescono ad accumulare la stessa quantità di denaro che in altri tempi si riusciva a creare in tre o quattro generazioni.

L’osceno è effettivamente questo mondo malato, in cui le banche rappresentano la versione moderna delle società segrete e in cui la sovranità degli stati è umiliata dal profitto e dagli interessi delle oligarchie dominanti, ma la rappresentazione da sussidiario de “Le Confessioni” finisce col fornire paradossale argomenti alla causa del FMI. L’impianto ieratico di tutta l’opera, che da un lato è funzionale alla narrazione degli eventi di questo “simposio”, finisce col divenire greve fardello per lo spettatore, alla ricerca di un guizzo, di un momento di rottura con i fatti.

“Non c’è alcuna utilità nel male. Ci sono fallimenti molto più grandi di quelli contabili”, afferma il monaco Salus, ma poi Andò ci piazza l’uccello raro che svolazza e canta una volta all’anno e il cane “Bernardo” (occhio che San Bernardo è il simbolo di certa massoneria, verrebbe da suggerire ad Andò) che segue il cammino francescano della vita solitaria, dell’ascesi e del silenzio, e a noi scappa un moto di pacata insofferenza (pacata, a tono con il film, per carità!).

Insomma, il cane che irrompe nella stanza dei bottoni, ringhia contro tutti i banchieri e fa una “scelta etica”, francamente non è cosa che si possa sostenere.

Così si procede per massime e citazioni bibliche secondo un impianto dialogico che alla lunga stanca.

Eppure c’erano tutti gli elementi per trarne un buon film da questo bel proposito; purtroppo, o per fortuna, senza “appeal” non si va da nessuna parte e certamente non si va oltre il buon compitino.

– Che cosa significa distruzione creativa? Vuol dire che l’economia per crescere deve prima distruggere. L’incontrollabilità del sistema è il dato di cui si basano gli economisti.

Questo dialogo estrapolato dal film poteva essere il presupposto per un affresco delle vicende del nostro tempo. Peccato.

Recensione di “Lui è tornato” di David Wnendt

(2016-05-03)

Tralascerei di discutere dei dettagli del film, perché è esso stesso un “soggetto critico”, aperto polisemicamente alle interpretazioni più varie e antitetiche. Del resto non ho letto il libro, e dunque azzardo ipotesi che forse sono già del testo e non portato originale del film. Certamente Wnendt ha una geniale intuizione: quella di creare un soggetto filmico a metà tra la fiction e il documentario (molte scene sono delle vere e proprie “candid camera”), e il processo di identificazione con l’icona-attore-Hitler rivela molti aspetti interessanti proprio grazie a questo espediente. Tra questi ometto di analizzare i più scontati: su tutti il fatto che molta gente si accosti al personaggio in maniera nostalgica, manifestando più simpatie che indignazioni (sorprendersi di questo dopo la recente messa a Catania, con chierichetto e fedeli a salutare con il saluto romano, è da sciocchi). Il cuore del “problema” è, a mio avviso, espresso dal fatto che l’Hitler di “Lui è tornato” dice molte cose giuste e condivisibili. In molti frangenti mi sono ritrovato a sorridere di gusto per questo paradossale gioco seduttivo, giacché l’orrore mediatico spesso supera, e di gran lunga, quello storico del tabù nazista, quantomeno nel triste scenario del nostro “tempo breve”, nella riproposizione impietosa del confronto tra il delirio di onnipotenza del tiranno e la soporifera vita di milioni di esseri parcheggiati davanti a un monitor. Di fronte alle conquiste delle tecnologia, come non essere in sintonia con l’indignazione di Hitler, col suo far notare quanto l’uso del mezzo televisivo sia prevalentemente teso alla fruizione di trasmissioni di cucina? (sublime la candid camera sulla ricette vegane dei due nazisti).

Wnendt, a dispetto delle sue dichiarazioni di facciata, disegna un percorso narrativo in cui tramite Hitler, il mondo brutale del secolo scorso viene declinato in una prospettiva paradossalmente più “antropica” rispetto a quella di questa società decadente del consumo. Pur nella sua evidente aberrazione, l’uomo-Hitler appare per lunghi tratti meno scisso dal disegno panteista, anche se certamente aderente alla logica del dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Il che rappresenta un paradosso solo apparente, in quanto il raffronto tra il recente passato e il presente si palesa proprio secondo una prospettiva storica: da un lato la necessità di dissolvere il mito, la religione in chiave illuministica, “sadiana”, dall’altro l’inerzia, l’acquiescenza di una massa orwelliana priva di “coscienza”. Volendo esagerare, Wendt offre una prospettiva deleuziana nello scontro-incontro tra Hitler e il “mondo orwelliano”, ove il sadico tiranno domina pur se depotenziato dal masochismo della società dei consumi che finisce col fagocitare l’“imago” del nazista per mezzo del cortocircuito della riproducibilità seriale.

L’icona di Hitler, la sua irruzione sul piano della nostra realtà, produce un processo di azzeramento della memoria storica nella collettività a seguito del suo proprio medesimo “avvento”. Il film mostra l’atto progressivo del processo di depotenziamento del tabù nelle società di consumo. Tramite il “ready made”, il calco caricaturale denso di significati e magnetismo simbolico del tiranno sterminatore viene progressivamente a sbiadirsi e a perdere potenza, immerso com’è nel giogo mediatico del suo stesso “successo”. Non inganni il finale e il suo maldestro ripiegamento. Non c’è fiction in questa illimitata “mise en abyme”, ché altrimenti dovremmo considerare il cornetto inzuppato nel cappuccino dell’avventore come un non-fatto, un mero sogno di Nanni Loy.

E invece è tutto “vero” nell’epoca della riproducibilità dell’opera d’arte, per parafrasare Benjamin. Il legame con Hitler non può e non deve essere reciso, e la sua morte non può darsi se non tramite un paradossale processo di inversione che prevede la liberazione del tabù nel riferimento storico contestuale.

Nessuna legge può estirpare l’orrore. Hitler “muore” nella sua demistificazione, nel suo naturale processo di dissolvimento. La condanna viceversa cristallizza il tiranno, lo rende eterno, e finisce col realizzare il suo reale intento: la nuova mitizzazione. Questa la lezione che ho tratto dalla visione di questo film-esperimento, da vedere e rivedere più volte.

Recensione di “X-Men: Apocalisse” di Bryan Singer

(2016-05-30)

Bryan Singer conosce molto bene il cinema e non si smentisce affatto in “X-Men Apocalisse”, film poco riuscito ma denso di rimandi e simbologie importanti. L’ho vissuto più come un vero studio accurato sulla mitologia contemporanea, nello specifico espressa dal complesso universo della Marvel, sorta di Olimpo metropolitano partorito in tempi di Guerra Fredda e in perenne metamorfosi grazie all’imperituro genio di Stan Lee.

I primi minuti del film sono un vero e proprio trattato di simbologia comparata in cui si esplorano la mitologia di “Apocalisse” (qui nelle vesti di primo mutante), dello “Zed” di pincherliana memoria e della storia recente dell’uomo; vengono insomma poste le basi per uno sviluppo non propriamente organico delle vicende che culminerà poi nella celebrazione della rinascita dell’Araba Fenice.

Il problema è che tutto questo ben di Dio non trova poi adeguata armonizzazione nello scontro tra mutanti, che da titanico si fa cialtronesco, parodistico, a tratti quasi comico. La scena più avvincente rimane quella del salvataggio di Quicksilver, davvero una perla rara che gioca (ancora, come nel precedente episodio) sul gap tra esplosione del raggio distruttivo e spazio-tempo, in una incredibile sequenza che finisce alla fine con l’essere la cosa migliore di tutto il film. Per il resto tutto procede in maniera abbastanza piatta e oserei dire scontata; lo stesso Magneto appare avvitarsi malinconicamente nel suo stesso contrasto, nel dualismo che lo vede sempre in bilico tra “bene e male”, per quello che appare oramai come un clinico disturbo schizoide della personalità (ammesso che una simile diagnosi sia spendibile per un’autorità semidivina).

Ma il fulcro d’interesse del film, ripeto, sta a mio avviso nell’esplorazione (certamente fugace, e non approfondita) di alcune simbologie importanti, cosa alquanto rara nella filmografia da blockbuster. Su tutte quella del numero quattro dell’Apocalisse, e dunque dei Quattro Cavalieri, che trova attualizzazione del mito tramite la socializzazione del “problema dei mutanti”, ovvero di esseri superiori che devono essere controllati e uniformati alla massa (potremmo dire lo stesso del “4” dei Fantastici Quattro, vero simbolo della croce in movimento sul cerchio). Del resto. la “X” degli X-Men è stemma araldico che riporta alla famosa croce di S. Andrea, tratto distintivo dei Borgognoni. Ma mi spingerei forse oltre la natura specifica di una recensione cinematografica, e dunque mi fermo qui.

Recensione di “Julieta” di Pedro Almodovar

2016-06-01

Ho molto amato l’’ultimo film di Pedro Almodovar, “Julieta”, un film che parla del dolore, del rapporto viscerale che investe gli amanti, le madri e le figlie, e di quanto poi questo dolore possa trasmigrare, mutare carsicamente, nutrendosi della speranza, del possesso, dell’egoismo, della malattia.

Tuttavia, ogni cosa, perfino la morte, pare essere un segnale, un ammonimento, un granello infinitesimale di senso che produce bellezza, sempre e comunque, come nello squarcio paesaggistico del subitaneo, strepitoso finale.

Tutta questa sofferenza, a tratti straziante, è narrata come in contrappunto, nella delicata danza dei flashback, diretta con classe e toni da operetta, che cela il racconto intimo e sussurrato, scritto (tutto il film è nella lettera di Julieta) con grafia sofferta ma decisa, la penna usata come stiletto, a scavare solchi nelle cicatrici, a riaprire ferite purulente, a liberare il sangue del sacro, della libagione mestruale che unisce nel fluido madri e figlie e si contrappone alla fallocratica, seminale ricerca di un senso.

E’ il lento inesorabile incedere del tempo che incide come un bisturi sui corpi, mentre passano gli anni e rimane l’assenza, colmata solo dalla follia della brama che acceca i cuori di madri, figli e amanti, nell’eterno ciclo delle responsabilità che si tramutano in colpe, del divenire perenne, intenso, faticoso di cui non rimarrà traccia, se non quella del profumo del nostro passaggio sulla Terra.

L’architettura anatomica di “Julieta” è quella tipica di Almodovar, con i toni stilizzati della recitazione e lo splendore del fuoco delle immagini che pare incendiare ogni scena per colorarla di un ardore metafisico. I legami sono il leitmotiv del film, trame di fili invisibili che intersecano le vite soprattutto nei silenzi, nella solitudine delle case, nel decoro delle malattie, legami che intrecciano vite distanti e prossime senza un’apparente logica, per orditi inconcepibili e quasi disumani che riconducono inevitabilmente ad un’armonizzazione dell’assurdo, alla sublimazione di ogni dolore.

La morte non dà pace ma speranza, speranza in chi rimane a contemplarla: forse questo è il messaggio intimo della pregevole opera di Almodovar.

Recensione di “The Neon Demon” di Nicolas Winding Refe

(2016-06-20)

“The Neon Demon” è il frutto del lungo tirocinio del regista come autore delle réclame per i maggiori stilisti del mondo della moda, esperienza che deve evidentemente aver lasciato dei solchi profondi nella sua psiche. A sentire quel che afferma il creatore della trilogia di “Pusher” e di “Drive”, staremmo di fronte a un lavoro che punta a rompere il tabù del narcisismo e dunque rivolto alle nuove generazioni, spesso vittime del molesto contrasto tra modelli educativi familiari basati sull’accettazione del sé e mercificazione del corpo come unica prospettiva di affermazione sociale. Ovviamente tale chiave di lettura ci lascia alquanto interdetti.

Se è pur vero che siamo di fronte ad una critica di modelli e microcosmi della contemporaneità, di contro, appare altrettanto evidente che gli inferi evocati da Refn non sono una mera parodia del post-moderno. I segni del demonio si evidenziano più che nei sabba e nella Wicca griffata delle streghe-modelle, nelle siderali danze del vuoto, dello spazio elettrico in cui si muovono i personaggi. Elettricità che sappiamo ben essere elemento evocativo o di annunzio di entità della “Loggia Nera” per un altro grande maestro del cinema del sovrumano come David Lynch. Solo che qui tale elettricità da neon, tale vibrazione aliena, pare piuttosto nutrirsi e pascersi di corpi e fascinazione in maniera vampiresca. Il demone si nutre di bellezza, è innamorato della purezza delle fattezze della ninfa acquorea, ne brama le delizie, ne concupisce le grazie, egli, che per converso è femmina incarnata che deve all’artificio, alla chirurgia plastica ogni antidoto alla caducità.

In questo senso Refn si pone agli antipodi rispetto al “mondo spirituale” lynchiano, viceversa popolato di esseri umani alla ricerca di un percorso salvifico, dantesco, da intraprendere in compagnia di guide e angeli, o comunque alla ricerca di una loro intercessione o mediazione (“Twin Peaks” è il paradigma). “The Neon Demon” è il regno incontrastato di Satana nella sua materializzazione terrena, oseremmo dire quasi mefistofelica, e le potenze del femminino sono in disperata ricerca di amore, di naturalezza, di energia vitale, ovvero di merce assai rara e preziosa per il mondo edulcorato delle passerelle. Il demone è vampiresco nella seduzione lesbica, e sfoga con la necrofilia la frustrazione della negazione di un amore disperatamente terreno e romantico, wherteriano. Cosi non può darsi disperazione d’amore, e il conseguente suicidio, semmai, è delegato alla simulazione della Bella, ritta e oscillante sul trampolino di una piscina vuota, per un tempo preda dalla fascinazione del maligno. Al demone non resta che lo scempio, la deframmentazione del corpo, deframmentazione che, da un punto di vista estetico, diviene emblema di certa dislessia del cinema, dell’afasia rappresentativa che il regista danese consegna alla gogna della sala.

Ecco perché il film appare senza un divenire, cronologicamente sballato, mozzato in tranci come il corpo della giovane modella. Perché a differenza che nel cinema di Lynch, ove le increspature della spazio temporalità sono irruzione del sovrumano nella prima sephirot, del “Kairos” sulla linea del percepito, in “The Neon Demon” il tempo viene fagocitato da Crono, cannibalizzato asetticamente dalle fiere e ricucito in fretta, per evitare l’osceno dello sbrago. E cos’è, alla fin fine, e per tornare all’incipit, tutto questo se non un omaggio al cinema di Dario Argento, forse anche proprio a ciò che di demenziale rimane dell’opera del maestro romano e delle sue ultime scalcagnate produzioni?

Non è forse l’ebetismo a liberare il male nella sua più pura essenza?

Recensione di “It Follows”, di Robert Mitchell

(2016-07-13)

“It Follows” è uno degli horror più belli che abbia visto negli ultimi anni (utilizzo convenzionalmente la parola “horror” ma, come per “Shining”, il termine è riduttivo). Il regista David Robert Mitchell, alla sua seconda opera, riesce a catturare con delle sublimi e semplici trovate: una colonna sonora da urlo (utilizzo dei synth e atmosfere magiche da anni Settanta), e l’utilizzo del “2.35” che restituisce il senso di svuotamento della scena allo spettatore.

Il tema del film è quello della possessione; tramite i rapporti sessuali è possibile trasferire al partner la “visione” di questi spettri che abitano il nostro mondo reale, i quali diventano poi parte del mondo materico minacciando le vite dei contaminati.

Fin qui sembriamo essere su territori convenzionali e propri di certo cinema blockbuster-horror; invece “It Follows” è un prodotto che si distingue nettamente nel panorama di genere.

Innanzitutto per le sue atmosfere; fin dalle prime scene lo spettatore è proiettato all’interno di una dimensione aliena che investe il quotidiano dei “posseduti”. A sconcertare è questa ambientazione disturbante del contesto entro il quale vengono a muoversi i protagonisti, e David Robert Mitchell è abilissimo a seguire la lezioni dei grandi maestri come Lynch e Carpenter senza scimmiottarli, anzi, confezionando un prodotto davvero unico nel panorama (tali atmosfere mi hanno ricordato anche quelle di “Picnic a Hanging Rock” di Peter Weir).

Mitchell insomma ricostruisce una sorta di Detroit metafisica, popolata da zombie, sorta di spettri in carne ed ossa, invisibili ai non posseduti, che talvolta irrompono nella scena con risultati davvero angoscianti (rimandiamo ai demoni lynchiani, per avere un’idea).

Il sottobosco dell’opera è certamente di matrice antropologico-sociale: questo “contagio” è anche un riferimento all’Aids, ma soprattutto, al disagio giovanile, alla solitudine del branco esorcizzata nella coagulazione dell’amplesso come paradossale via di fuga dal mondo oscuro, fuga che garantisce però la trasmissione del “virus” e dunque una sorta di epidemia in cui il mondo alieno, esterno, ultraterreno, popolato di orrore, tracima nel Reale, rompendo la sottile membrana che separa il “Terribile” dal mondo.

Ma tutto questo non “spiega” o spiegherebbe un bel niente. Troppi i rimandi simbolici, eccessive e maniacali le cure dei dettagli, della manie, dei corpi, degli ambienti, dei luoghi, della case, per essere frutto di una mera scelta stilistica del regista.

Non ci sono balzi sulla sedia, ma brividi freddi e raggelanti alla schiena, perché in ciascuno di noi vibra, nella remota, remotissima ombra dell’intimo, la fiammella nella notte, ad illuminare il niente che ci circonda. Ed è quando questo “niente” si palesa, nelle sue più inconcepibili devianze, che siamo magicamente in sintonia con l’ancestrale, con la sacralità e tutto ciò che ne consegue, al di qua della rimozione e in contatto con le nostre nature più profonde, ctonie.

Il tema è ancora una volta il Maligno.

Dove può annidarsi, nel contemporaneo, la radice oscura, se non nel disagio interiore, nella presunta psicosi, nel dramma silente e borghese del benessere?

Il film è ambientato negli anni Settanta, e il finale in piscina, con tutto il lancio di radioloni e tv in bianco e nero è una chiara metafora del compromesso diabolico tra Osceno e Tecnologico. I personaggi bevono bevande dolciastre e si imbottitiscono di psicofarmaci (anche qui l’ambiguità del farmaco come via di fuga e al contempo strumento di controllo di massa)… quando, improvvisamente, qualcosa prende a seguirli.

E qui si palesa l’estro di Mitchell, vero regista dell’invisibile, maestro del fruscio, orditore di tranelli, mentre la sarabanda sonora e sintetica ripropone una sorta di Canto delle Moire in chiave post-moderna, che ricorda da presso quella iper tecnologica del recente “The Neon Demon”.

Il Tremendo non necessita di castelli diroccati e case infestate; “It Follows” ha il grande pregio di rendere spettrale il quotidiano, misteriosa l’angoscia giovanile, predeterminato il disturbo psichico, e lo fa giocando su pochi fondamentali requisiti: uso consapevole della macchina da presa e descrizione di una gioventù che è già pronta all’avvento degli anni Ottanta, alla plastificazione del Reale.

Un film lento ma inesorabile, che scandaglia il deserto dei luoghi, degli anfratti, la desolazione delle vite e dei rapporti. Da vedere assolutamente

Recensione di “Suicide Squad” di David Ayer

(2016-08-24)

“Suicide Squad” è un film smaccatamente parodistico, che si rifà in maniera surreale alla stesse vicende che furono già del primo fumetto del ’59. Il film è un piccolo gioiellino, a patto di relazionarsi ad esso con la predisposizione corretta: è un prodotto da blockbuster, un grand guignol spettacolare sotto forma di gangster movie. Siamo dalla parti del videogame simil sparatutto (emblematiche le efficaci schede introduttive dei personaggi), del prodotto di nicchia mainstream, del cinema scacciapensieri – cos’è la didascalica colonna sonora è una smaccata dichiarazione di intenti? Il film non vive alcuna coerenza tragico-drammaturgica; Ayer se ne sbatte della coerenza psicologica dei personaggi, teso com’è a realizzare una sorta di filmaccio, di spettacolare boiata, di apoteosi del difetto, scavando nel torbido per estrarre lucentissimi perle e squarci di cinema puro, adamantino.

Il senso dell’opera sta tutto nelle curve e nelle smorfiette di “Harley Quinn” (una deliziosa e spietata Margot Robbie), le cui moine definiscono il territorio e la mappatura di un percorso accidentato e privo di direzionalità, e in definitiva, è come se tutto il senso estetico del progetto finisse con l’implodere nel suo ghigno smagliante per poi brillare nello smalto di un sorriso post-jokeriano: a intermittenza. “Suicide Squad” è un film che può essere apprezzato solo da chi ha ben esplorato la trilogia videoludica di Batman, in cui le vicende di Harley Quinn prendono surrettiziamente corpo e forza estetica, facendosi breccia nel territorio del dominio ossessivo del Joker classico. Ecco: è un film confusionario dominato dalla “shakti” di Harley Quinn.

Joker è perfetto in questa gigionesca versione da comprimario e ogni cosa è trattata in maniera volutamente caciarona. Per il resto, sarebbe come criticare la versione Lego di Star Wars perché i personaggi sono troppo “plasticosi”. Al netto di tutto ciò, rimangono delle autentiche perle registiche e visive. Su tutte il tuffo nella vasca che celebra l’amore di Joker ed Harley Quinn nel tripudio del disfacimento del colorante. Comunque sia, io darei l’oscar al regista solo per l’aver tratteggiato lei in queste fattezze, per avercela offerta in pasto sul grande schermo. Il film l’ho visto in 3D. I titoli di coda sono un capolavoro: una chicca che da sola vale 10 euro.

Recensione di “Café Society” di Woody Allen

(2016-10-09)

Woody Allen ormai non fa più cinema. Essendo (stato) cinema, Allen vive l’esperienza cinematografica con la necessità delle impellenze domestiche: un giorno vale un anno. Caso piuttosto unico che raro nella storia della settima arte, il vecchio regista americano pare mosso dalle necessità della ricorrenza più che da una reale urgenza espressiva, e comincia a stare al calendario come la festa d’un vecchio santo trombone. A far le spese di questo diktat è la scrittura, il canovaccio: diciamolo senza mezzi termini, molte delle ultime produzioni di Allen mascherano le enormi lacune di sceneggiatura (fatte salve alcune pregevolissime eccezioni, quali, ad esempio, “Match Point” o il delizioso “Magic in the Moonlight”) a furia di maldestri salti, “detournement”, e velocizzazioni della storia, che alla lunga evidenziano le smagliature di trame male intessute, figlie di una compulsiva ed ansiogena poetica, di una foga autoriale solo apparentemente algida e distaccata.

Ecco, diciamo che il vecchio Woody “può permetterselo”, può permettersi di canzonare lo spettatore, ancora e ancora, dopo pellicole indecenti quali “To Rome with Love”, che avrebbero stroncato la carriera di chiunque. Qui non si tratta di discettare del valore delle opere minori di un artista rispetto ai capolavori consegnati alla storia del cinema, quanto piuttosto di evidenziare la natura scadente di alcuni prodotti. Non è il caso certamente di “Café Society”, che è in grado quantomeno di riservare qualche delizia al dolente spettatore medio innamorato della poetica di Woody Allen. E noi finiamo col cascarci sempre, perché stiamo parlando pur sempre di un di un gigante, di un maestro, dell’autore di pagine di cinema memorabii che hanno segnato anche parte della nostra vita. Ma francamente, non ne possiamo più di questa “nostalgia” borghese ammantata d’una falsa aurea scanzonata e ridanciana, del mascara sulle rughe e del rossetto color carne sulle labbra di Madama Depressione.

E dunque poco importa che in “Café Society” vi siano delle autentiche pennellate di bellezza, come gioielli rari a incastonare lo sfumare degli istanti: i colori accesi del tramonto californiano, il volto diafani della bella protagonista, lo skyline di una New York decorata dalle cartoline della memoria.

Il meccanismo di affabulazione di Allen è ormai meccanico, inceppato, procede a furia di strappi, rimescolamenti, rattoppi, non appassiona perché è tutto incentrato su una verve soggettiva e maniacalmente autobiografica, agiografica, claustrofobica.

L’eterno rimando alla cultura ebraica, alla vita del quotidiano della propria adolescenza, finisce con l’addensarsi nell’iterazione smorta di una “recerche” che non ha nulla di proustiano. Nè giova al film (ai film di questi ultimi lustri alleniani) la polverizzazione rappresentativa di questo “trauma”, che vive e si incista nelle microstorie dei vari personaggi che si annunciano per poi sparire nell’oblio di una nevrosi del frammento.

Il cinema di Woody Allen si è “ridotto” ad una sorta di cinema decorativo molestato da derive ossessive e maniacali, le quali, non essendo “preparate e risolte” in nome di una sacrosanta legge del contrappunto, finiscono col pesare sullo sfondo di questo suo ennesimo “biopic”. La narrazione perenne di una nevrosi illimitata può essere una costante vincente, a patto però che la si riesca ad esorcizzare con una buona dose di surrealismo. Non provarci ancora, Woody!

Recensione di “Tommaso” di Kim Rossi Stuart

(2016-10-09)

“Tutte ste donne non si possono toccare, sono irraggiungibili. Vorrei prenderle per strada. La vita va via. Ho 40 anni. Spegni il cervello. Telefona a una donna”. Sono frasi di Tommaso, prese in sequenza casuale durante la visione dell’omonimo film di Kim Rossi Stuart, a segnare il tono frammentario, contratto, psicotico di quest’opera mal riuscita, nata “storta”. Certamente non giova alla cifra estetica dell’opera l’imbarazzante scimmiottanento del Moretti di “Bianca” da parte di un Rossi Stuart totalmente fuori contesto (in questi panni). Tuttavia, per fortuna, e a dispetto di tante feroci critiche, “Tommaso” è anche molto altro (foss’anche involontariamente).

È un film sull’irraggiungibilità dell’appagamento del desiderio, e sulla naturale devianza che porterà alla “sragione”, ovvero a ciò di cui scrive, o meglio, narra, Foucault: una componente della follia inglobata all’interno della razionalità borghese a partire dall’età classica. In questo senso la figura ridicola e paternale dello pseudo psicologo che invoca ancora il bambino-Tommaso smarrito, da prendere per mano per un improbabile risarcimento, è forse il tentativo riuscito di ridicolizzare la retorica del transfert.

Tommaso è ossessionato dalla donna-bolla, dal culo infinito, dalla replica costante nelle peculiarità dell’imperfezione, dal calco di Dio, dalla distanza che separa ogni essere sensibile, dalle molestie del dettaglio, del difetto fisico, dall’ossessione dei vermi, del corpo, della putrescenza. In altre parole, Tommaso, “ha ragione”: è un folle e come tutti i folli, puzza di santità. Non si sottraggono al desiderio-martirio neanche le donne-manichino, in un ideale plastificato dell’amplesso che rimanda a certi personaggi dei racconti di Claudio Morandini.

Il film è intriso di una ingenua e didascalica narrazione simbolica. Ad esempio, la processionaria colma di vermi sull’albero sembra simboleggiare la placenta che contiene il feto; la madre oscena, la detentrice del trauma che nutre Tommaso di vermi nel sogno reale e materico indica la dannazione della procreazione; la “verace “, la “ciociara” Camilla Diana, l’idealizzazione, in una delirante onirica rappresentazione che la ritrae come la donna in cinta di un quadro rinascimentale.

Lei è l’essere che pare dar pace e luce all’amore amore agognato, bramato, impossibile di Tommaso. Ma anch’essa rivelerà il suo lato spietato, mostrandosi quale semidivinità cannibale e crudele, ennesima punizione inferta dalla Natura allo strampalato soggetto. E così, immerso nell’anacronistico delirio lucido di un’epoca non sua, Tommaso cade dall’albero della Vita e della Morte, scioccamente, come sciocca è la sua vita, nel tentativo maldestro di recidere il bozzolo, la processionaria piena dei vermi della nuova fecondazione (sembra una vergognosa riduzione di una ipotetica novella del Boccaccio). Ciononostante egli riesce a far fuoco, a purificare il frutto marcio, la devianza, ad estirpare ogni male dalla Terra. Tali vicende paiono funzionali al solito trito gioco simbolico del transfert: il padre nel bozzolo, il sé-bambino che scompare nel tunnel, il ritorno allo stato prenatale, la fuoriuscita dalla dimensione del reale nella la spiaggia-limbo che ri-accoglie il Bambino Tommaso ecc.

E qui si spezza l’elemento irrazionale che pur avrebbe concesso a quest’opera imperfetta altre chances: il film ripiega dunque in una chiusura banale, oserei dire sconclusionata. Però occhio a sottovalutare la forza molesta di quest’opera, comunque anomala per la miserabile prospettiva offerta dall’attuale cinema italiano.

Recensione di “Doctor Strange” di Scott Derrikson.

(2016-11-04)

UN’OPERA CINEMATOGRAFICA FOCALIZZATA SULLA CONSUETA DINAMICA PSICOLOGICA DELL’EROE MARVELLIANO – INCENTRATA SUL TRAUMA FISICO CHE PRELUDE ALL’ASCESI E ALLA CONQUISTA DI POTERI SUPERIORI

Con Doctor Strange, diretto da Scott Derrikson, la Marvel tocca i vertici della sua copiosa produzione cinematografica.

In questo film, le avventure del mistico dottore, disegnate lustri or sono dalle magiche matite di Steve Ditko, sono incentrate sull’incontro con l’Antico e il suo discepolo Mordo, i quali inizieranno il neurochirurgo di fama, alla conoscenza delle realtà del Multiverso. Dopo il tragico incidente che gli causerà un incurabile problema alle mani, Strange vive il conflitto tra mente e corpo, scienza e magia, razionalità e sogno, a seguito della rivelazione imposta dall’Antico, una vera e propria “bastonata satori” che annichilisce il piano sensoriale e proietta il corpo eterico dello scettico chirurgo verso la coscienza di dimensioni e realtà parallele. I dogmi del dottor Stephen Strange diventano così il pretesto per concepire un’opera cinematografica focalizzata sulla consueta dinamica psicologica dell’eroe marvelliano – incentrata sul trauma fisico che prelude all’ascesi e alla conquista di poteri superiori -, ma tali pregiudizi sono anche tesi a mostrare le problematiche della dicotomia tra scienza e magia, ad evidenziare quanto un approccio meramente “scientista” possa oscurare le potenzialità illimitate della mente umana.

E così, tra defribillatori e Occhi di Agamotto, bisturi e testi vedici, il dottor Stephen Strange finirà con l’incarnare la summa della perfetta conoscenza, nell’ideale mix che determinerà la stessa costituzione del suo personaggio. Occorrerà far cenno anche alle meraviglie visive del film, vere e proprie rielaborazioni di tecniche utilizzate da Nolan in “Inception” e che in “Doctor Strange” vengono sfruttate esponenzialmente: ruotano le città, si squadernano i piani dimensionali, si distorce il concetto di materia in funzione di una descrittività psichedelica di chiara matrice escheriana.

Il senso dell’opera è racchiuso solo parzialmente nella classica redenzione dell’eroe; semmai è da intendersi in chiave simbolico-visionaria, nella prospettiva del viaggio iniziatico e dell’esplorazione del “fantastico”. Doctor Strange è il mistico che un tempo fu il cinico materialista, l’uomo di scienza aduso a “guardare il mondo dal buco di una serratura”, e il suo sbraitare durante l’atto di iniziazione, contro quelle che a lui paiono banali pratiche new age, rappresenta uno dei momenti più divertenti di tutta l’opera. Da vedere e rivedere.

Recensione di “Knight of Cups” di Terence Malick

(2016-11-11)

Come un immane piano sequenza, il flusso di Malick prosegue, di film in film. Un viaggio infinito nella donna attraverso le donne. Nella vita attraverso i tarocchi. Il rapporto uomo-natura. L’intima essenza. L’ambientazione in quel di Las Vegas, ovvero nella città dell’effimero, dell’artificio, scossa dal rombo del terremoto che riporterà il protagonista alla relazione con la radice del dolore. Knight of Cups non è film brutto e non è un film bello. Forse non è neanche un film. Dunque non può essere “recensito”. Riporto alcune mie trascrizioni, degli appunti che ho preso durante la visione e che concedo alla lettura, in sintonia col flusso delle immagini che ancora percorre i territori della mia visionaria notte.

LA LUNA. Non ci sono principi ma circostanze. Il mondo è una palude, ci devi volare sopra. In alto. Lá dove tutto sembra un granello.

IL GIUDIZIO. LEI: Sei cambiato. Il mondo ti ha assorbito. Sempre di più. Un tempo al mattino cantavi quando scendevi le scale. Eri diventato meno gentile con me. Quasi crudele. Volevi che ti aiutassi a superare i pericoli di chi è giovane, la paura. Avevi la testa girata dal lato sbagliato. Non sei mai voluto mai entrare nel nostro matrimonio. E non volevi neanche restarne fuori. Eri sincero nelle promesse che avevi fatto. Eppure non partivano dal tuo cuore. LUI: mi hai dato la pace. Mi hai dato quello che il mondo non può dare. La gioia. Tutto il resto sono nuvole. Nebbie. Stai con me. Sempre.

LA TORRE. Dove altro puoi andare. Altrove sarà la stessa cosa. Pensi che quando arrivi ad una certa età le cose cominciano ad avere un senso. Invece sei perso come prima. Immagino sia questa la dannazione. I pezzi della tua vita che non si uniscono mai. Che sono lì e stanno in giro.

IL SOLE. Sognare è bello. Ma non si può vivere in un sogno. Mi ritorna in mente la tenerezza con cui mi toccavi il viso quando avevi quattro anni. Ogni uomo. Ogni donna. Una guida. Un dio. Tu vivi in esilio. Straniero in terra straniera. Un pellegrino. Un cavaliere. Trova la tua strada. Dall’oscurità alla luce. Ho passato trent’anni senza vivere la vita. Anzi rovinandola a me stesso e agli altri. Non riesco a ricordare che uomo volevo essere. A nessuno importa più della realtà. Le altezze non si sommano. L’amore vero non si trova facilmente. Come ci sei arrivato? Esco dalla grande nube di polvere che tutti stanno sollevando. L’unica via d’uscita è all’interno. Respira. La tua mente è un teatro.

Egli muta l’ombra di morte in aurora.

MORTE. Fare attenzione al momento presente. Ed è tutto lì. Perfetto e completo. Così com’è. C’è così tanto amore dentro di noi. E non viene mai fuori.

Soffrire ti lega a qualcosa di più elevato di te. Ti porta via dal mondo per scoprire cosa c’è di là. Occorre considerarli dei doni. La sofferenza è dono più prezioso della felicità che cerchiamo per noi stessi.

Padre dammi il coraggio. La forza. (Il padre). Sei stato bravo. Più bravo di me. Sono fiero di te. Dovrebbe essere sempre così.

LIBERTÀ. Trova la luce che conosci a est. Come un bambino. La luna e le stelle. Sono al tuo servizio. Ti guidano nel cammino. La luce negli occhi degli altri. La perla.

Recensione di “Sully” di Clint Eastwood

(2016-12-06)

Soave e leggero come il jet che plana sull’Hudson, algido e compassato come il carattere del comandante che opta per l’ammaraggio, freddo e secco come i ghiacci e le acque del fiume in inverno, così ci è sembrato l’ultimo film del vecchio Clint Eastwood, “Sully”, che narra delle vicende del comandante Chesley “Sully” Sullenberger a seguito del celebre ammaraggio.

Eastwood tributa un omaggio sincero e sentito alla dirittura morale di quest’uomo schivo, e lo fa in maniera ovattata, tramite una sorta di ideale “pressurizzazione” della trama, di trasposizione degli ambienti dalla cabina di pilotaggio al mondo sottostante, all’opposto brulicante di sensazionalismo, di brama, di passione.

L’intuizione di Sully non può essere calcolata da un simulatore di volo, essendo il frutto della passione di una vita , dell’esperienza di un pilota capace e responsabile, della freddezza necessaria a svolgere un lavoro che sconfina nel sublime, dell’abduzione, dell’irrazionale che irrompe nel momento topico; è questo ciò che emerge dall’inchiesta successiva, che tenterà invano di evidenziare le responsabilità dei piloti per il mancato ritorno alla pista dell’aeroporto. In questo caso è proprio il “fattore umano” a determinare il salvataggio di tutti i 155 fra passeggeri e membri dell’equipaggio, sono i “56 battiti al minuto di Sullly” a garantire il successo di un ammaraggio considerato impossibile, ma che diventa “miracoloso” e dunque reale, sacro, eroico.

La trama del film segue un interessante processo narrativo, a macchia di leopardo, con stratificazioni variabili del tempo, in un armonioso e delicato equilibrio che denota una grande sapienza registica, ove i cenni al trauma americano dell’11 settembre vengono a centellinarsi con somma parsimonia, sapientemente dosati e concentrati sul turbamento visionario di Sully del dopo l’incidente. Queste paure sono inscritte nella memoria collettiva del paese, nell’immaginario che contempla l’aereo che si schianta contro i grattacieli, e l’icona di Sully pare quasi inglobare il sentimento di un popolo traumatizzato che trova riscatto civile nel modello del comandante eroico che riesce a sfuggire all’incubo portando in salvo il cuore e il sentimento di una nazione.

Non rimane, dunque, che il godere delle immagini che scorrono sui titoli di coda, quelle dell’incontro del “vero” Sully con tutti i passeggeri del volo, a celebrare la gioia del vivere e del riconoscersi.

Recensione di “Silence” di Martin Scorsese

(2017-01-18)

Opera totale, film immenso. Scorsese ci regala una perla nera, una sfera d’ebano, una monade squarciata dalla quale sgorgano nettare e sangue. Film denso, molto poco spettacolare, omaggio ai grandi maestri del cinema nipponico, opera da meditare e contemplare nel suo farsi, in ciò che diventerà con le evoluzioni del tempo.

Il film narra le vicende di due “padres” gesuiti in missione alla ricerca del mitico Padre Ferreira. Siamo nel Giappone medievale, all’epoca dei preti “lapsi”, degli apostati, ovvero di coloro che hanno smarrito la fede durante le campagne di conversione dei popoli. Padre Ferreira scompare dopo le ultime tragiche lettere in cui si denunciano i massacri di preti e cristiani subiti dalle inquisizioni nipponiche.

In “Silence” il tema della fede si incontra con la ragion di stato; siamo di fronte a un vero e proprio trattato di antropologia filosofica e religiosa, il Cristianesimo e il Buddismo come teste di ponte e baluardi dell’espansione e del contenimento del credo per una sorta di compendio sull’ “accessibilità di Dio” che ricorda certo intimismo delle opere di Sant’Agostino, come le “Confessioni” o “La Trinità”.

La dialettica della fede, nella visione dinamica della misericordia del Cristo, sembra tradire – soprattutto nella preziosa sequenza della scena finale del film, ove “liofilizzazione” del credo e “versatilità” del messaggio del Nazareno trovano collocazione subdola -, una qualche simpatia del regista . Ma non dimentichiamo che stiamo pur parlando del regista de “L’Ultima Tentazione di Cristo” e “Kundun”, e dunque è lecito pensare che si tratti piuttosto di un sentito omaggio alla vita avventurosa e straordinaria di questi personaggi, di un messaggio fortemente critico lanciato alla Chiesa contemporanea (anche se occorre ribadire che Scorsese afferma che questo film è stato concepito in tempi non sospetti).

Il travaglio dei due missionari si traduce tutto nelle dinamica tra misericordia e dogma, tra necessità e panica visione francescana, ed il contesto giapponese – “qui è tutta una palude in cui non si possono mettere radici” – funge da necessario ambito ove il “calvario”, prima di Padre Ferreira e poi di Padre Rodriguez, può esperirsi. Di conseguenza l’introversione del regista, il suo contrastato rapporto col divino e con i dogmi che da sempre hanno caratterizzato la sua filmografia, possono trovare collocazione nella vicenda umana e tragica d Padre Rodriguez, che rimanda per ostinazione alle fissazioni di alcuni personaggi “scorsesiani” (cosa era in fin dei conti il Travis di “Taxi Driver” se non una sorta di giustiziere che agiva in nome di una visione e di un dogma? Ripulire il mondo dalla fogna e dal pattume).

Non c’è alcuna via alternativa all’ascesi, al silenzio, alla via monastica. Questo sembra gridare Scorsese dall’interno di una bolla senza suono che è l’alveo di ogni esistenza. Dalle gabbie in cui è rinchiuso Padre Rodriguez, arriva il messaggio non verbale per tramite delle sue contorsioni, della sua sofferenza corporale che è viatico, appunto, al silenzio che sarà, alla contemplazione di derivazione buddista, per quello che si rivelerà essere una sorta di tirocinio iniziatico, contrapposto alla visione militaresca dell’evangelizzazione gesuitica.

E’ importante il dialogo tra Padre Ferreira e Padre Rodriguez subito dopo il loro incontro, perché vengono poste le basi di un incontro sulla scorta di un afflato “prenichilista” tra anima dell’individuo e anima dei popoli. Fuori dalla mitologia rimangono solo le vite dei poveri esseri, le povere anime da salvare nel paradosso della negazione dei simboli stessi della religiosità: sputare sulla croce o calpestare l’immagine del Cristo. Questa sembra essere la necessaria conquista dell’essere, che esalta il valore dell’individuo a dispetto del dogma, il trionfo dell’uomo e dell’amore per tramite della stessa sconfessione di un credo.

«Se incontri il buddha per la strada, uccidilo!», recita un vecchio koan.

Pochi lo hanno sottolineato, ma è questo il vero leitmotiv del film.

Recensione di “La La Land” di Damien Chazelle

(2017-02-06)

Nonostante io abbia detestato con ogni mia forza “Whiplash”… nonostante gli insopportabili luoghi comuni sul jazz e sul suo perenne funerale… nonostante l’eccesso melenso di trovate ad effetto… nonostante le impacciate posture di Ryan Gosling…

Nonostante tutto questo e molto altro, ebbene, posso affermare che ho trovato adorabile “La La Land” di Damien Chazelle, regista che, se non altro, ha il grande merito di riuscire ad emozionare lo scafato spettatore del 2017, quello dell’era del postprandiale. E lo fa ricostruendo l’anima del musical degli anni d’oro col respiro di una poetica che parla al cuore.

“La La Land” è un avvincente melò che trova in Emma Stone il fulcro, la vera perla incastonata, la cui brillantezza fa da scintilla al fuoco che divampa per tutto il visionario viaggio degli amanti. Viaggio romantico, certamente, ricco di geniali trovate, ma al contempo saturo di surreale delirio (per es., il fantasmagorico finale), fondamentale humus che funge da antidoto agli inevitabili cliché di genere. “La La Land” è la storia di una simbiosi che narra le vicende edeniche nel contesto della contemporaneità. Non ci sono personaggi secondari e tutto ruota intorno al microcosmo dei nuovi Eva ed Adamo / Mia e Sebastian.

Il mondo è emanazione del loro sentire, loro entro la bolla amorosa sospesa fra lo spazio e il tempo, in una sorta di paradiso artificiale che non contempla che comparse. Tutto è contorno, sfondo, cornice nostalgica volta a contenere ciò che sembra destinato a perire: il jazz, il musical. Le goffe metafore di natura estetica vengono tuttavia a vaporizzarsi, travolte e spazzate dalla giostra irrefrenabile, dalle danze vorticose, dalla struggente ineffabilità del sogno, dagli svolazzi per cieli stellati. È un vento perenne, impetuoso quello del film di Chazelle, che produce un flusso inarrestabile di meraviglie, à la Méliès, è una “scopa del sistema” che finisce col nettare tutto, facendosi beffe delle nostre posturali obiezioni, dimenticate già nell’istante perché fagocitate e calamitate dal turbinar della trama, dalla caustica dialettica della contraddizione, dal fuoco degli ardori che divampa proprio laddove avevamo ritenute spente le ceneri, bagnati i tizzoni e smarrite le speranza di stupore.

E’ un film subdolo, che attenta alle spalle, pieno di insidie e tranelli “rosa”, che ti costringe a regredire, a sprofondare nei meandri dell’emotività adolescenziale, ad amare ciò che detesti e a detestare ciò che ami. Ci sono dei momenti in cui dici “no ti prego basta!”, e degli altri in cui vorresti urlare “ancora, ancora, sì ancora”…Tutto questo è contemplato, è parte della narrazione di narrazioni, del canto dell’infinito amoroso, della sinfonia delle sinfonie. “Tutto è parola”, direbbe Wittgenstein, e in questo senso Chazelle ci ha preso in pieno, anche se di jazz non ha mai capito un emerito tubo.

Recensione di “Jackie” di Pablo Larrain

(2017-03-12)

Non basta una splendida regia, una meravigliosa attrice ed una sontuosa colonna sonora per realizzare un altrettanto magnifico film (lo stesso dicasi per un prodotto fin troppo osannato dalla critica come è “Manchester by the sea”). Pablo Larrain è sicuramente regista intelligente, ma pecca d’eccesso di ricerca di fascinazione proprio a causa del suo spacciare la maniacale cura del particolare per scandaglio psicologico dei personaggi (del personaggio, in questo caso). Ne risulta una sorta di dramma estetizzante, abbastanza noioso ad onor del vero, costellato da rari momenti di preziosa bellezza, come nel caso dei crudi flash dell’attentato, o della disperante solitudine di Jackie allo specchio.

Certamente Natalie Portman ci regala una prova attoriale fuori dal comune, che tuttavia non riesce a smuovere le regioni carsiche del pathos dello spettatore, rimanendo messa in scena d’una sublimazione di atti estetici, in sintonia con gli impeccabili abiti di “Chanel” che “vestono” freddamente lo straziante singhiozzare di Jackie che si libera nell’intimo di toilette seriali. E difatti il film si chiude con la protagonista che osserva le vetrine popolate del ready made del suo manichino, quasi a sancire una sorta di “tirannia del tailleur”, dell’imago di una nazione-continente, della ri-scrittura di una mitopoiesi necessaria.

“Jackie” è insomma un non-film, è una specie di prodotto vintage della memoria di Larrain, ben distante dalle grazie narrative del precedente “Neruda”.

E’ un pregevole “fake” che miscela narrazione e finzione a colpi di handcam, che non riesce ad emozionare più di tanto. Bella comunque la scena del dialogo “spirituale” tra Jackie e padre McSorley (il grande John Hurt recentemente scomparso). Ma sta lì come un lampo isolato nella bonaccia del Mar della Noia.

Recensione de “La Cura del Benessere” di Gore Verbinski

(2017-03-29)

MI è piaciuto molto “La Cura del Benessere” di Gore Verbinski; a dispetto delle tiepide recensioni che lo hanno accolto, l’ho trovato un film affascinante e al contempo strano. Purtroppo siamo sempre alle solite; i ”tools” di chi recensisce sono troppo spesso confinati alla storia del cinema e pochi riescono a cogliere i riferimenti ad altri microcosmi estetici paralleli. A me le ambientazioni del film hanno ricordato, ad es., quelle di “Bioshock”, un inquietante videogame uscito qualche anno fa in più episodi. E’ un viaggio indistinto nei generi, un film che rimanda al Mann delle letture di uno dei personaggi, ma anche all’iniziazione solitaria verso l’incubo di “Shutter Island”, un intreccio tra il thriller psicologico, l’horror e il racconto gotico, con lo spettro della follia nazista e del fantasma della creatura ultraumana a far da sfondo. Verbinski trova intelligentemente il contesto giusto ove collocare le vicende dell’indomabile rampante Lockhart: quello di una clinica maestosa situata nel bel mezzo delle Alpi svizzere. E qui scatta impietoso il confronto con “Youth”, il poco riuscito film di Sorrentino; non ci si faccia ingannare dalla apparente distanza dei generi: qui siamo di fronte ad una grandissima metafora, classica oserei dire, del rapporto con la caducità del vivere, ove possente si fa la surreale dimensione favolistica di Verbinski al confronto con l’affettata dialettica “giovinezza/vecchiaia” affrontata dal regista partenopeo.

La dimensione che governa “La Cura del Benessere” è quella d’una Mary Shelley in moncherini intenta a scrivere col proprio stesso sangue, così come tutto il maniacale campionario di fiale e boccette pare rimandare ad ossessioni che non trovano soluzione che nella ripetuta focalizzazione degli obiettivi, in una sorta di perenne riadattamento alchemico della trama.

Tutto, dalle suppellettili, ai macchinari, alle attrezzature mediche, sembra essere congelato in un tempo prebellico, e le melodia infinita a far da carnascialesco carillon, fornisce il perfetto suggello all’eccellente sapienza registica di Verbinski.

Le citazioni si sprecano, come numerose sono le falle nella trama, a dispetto delle quasi tre ore di lunghezza del film.

Ma è un prodotto coraggioso e visionario che merita più d’una visione.

Recensione di “The Startup” di Alessandro D’Alatri

(2017-04-10)

Accade, talvolta, che con pervicacia ci si costringa ad andare al cinema, forse per vincere il tedio della socialità sguaiata del sabato sera ed evitare gli scaracchi, le urla, le cogitazioni di comitive di forsennati. E così, reduce da vari viaggi, come un galeotto alla sua ora d’aria, mi trascino in multisala e propendo (ah, sciagura!) per “The Startup”, nulla sapendo, nulla sospettando, nulla imaginando. Un azzardo, un colpo di testa, una pazzia!

Le prime immagini mostrano che di cinema italiano si tratta e vengo accolto da bracciate in piscina al rallentatore e bollicine e bollicione dorate, schiume e schiumazze: ok, ci stanno dei tizi che nuotano e fanno la gara.

Il mio malessere si accentua in occasione dei primi dialoghi: non ci siamo.

Vabbè stiamo parlando della storia vera di ‘sto Matteo Achilli, il giovane “startupper” (neologismo osceno) fondatore di “Egomnia” ecc. ecc.; ma la cosa conta davvero poco, giacché il mio animo è da subito ottenebrato dalle cacofonie musicali urlate da tal Ginevra e concepite dalle fervide menti dei maestri Pivio & Aldo De Scalzi. Fantastico.

La recitazione dei protagonisti è al livello di un mix tra la recita parrocchiale e il teatro amatoriale della domenica pomeriggio, laddove queste ultime nobili attività sono da considerare preziosa maieutica corale rispetto alla imbarazzante supponenza di questa passerella di fichetti.

D’Alatri mette su un baracchino da poco nel tentativo provinciale di scimmiottare il Fincher di “The Social Network”, utilizzando una narrazione pedante, peraltro mortificata dalla qualità dei dialoghi e da una sceneggiatura davvero modesta.

La solita parabola descrive le vicende del protagonista che trova “redenzione” nel prevedibile finalone targato Ferrovie dello Stato, dopo un “avventuroso” percorso che lo porterà a sradicarsi dalla Roma agreste e bucolica in direzione di una tentacolare e “lucignolesca” Milano. Insomma, siamo alla fresca tematica della dicotomia campagna-città: da non credersi.

Ci sciroppiamo un’altra oretta di panegirico sulla Bocconi, con tanto di docente integerrimo che richiama all’ordine la truppa, e fra un susseguirsi di inquadrature da rotocalco, occhioni lacrimosi, capriccetti, musetti lunghi, faccine imbronciate, gare improvvisate di nuoto, bauscia stagionati e non, amplessi abbozzati, un pochetto di cosce e di tettine, la microstoriella dell’amichetto buono… che altro aggiungere? Forse che questa sboba è ovviamente finanziata e prodotta dal ministero per i Beni artistici e culturali e che posso solo vergognarmi per l’obolo concesso a questa scialba operetta.

Recensione de “L’altro volto della speranza” di Aki Kaurismaki

(2017-04-19)

Il surrealismo di Kaurismaki raggiunge l’apice nel suo ultimo “L’altro volto della speranza”cd. Il regista finlandese affronta il tema dell’immigrazione con la sua solita flemmatica poetica dello scardinamento dell’immagine, della sospensione della dinamica dei personaggi, i quali “stanno” con tutto il loro passato come dentro ad una vasca temporale per pesci. I risultati sono “devastanti” e questo “stratagemma filmico” – sua vera e propria “techné” e marchio di fabbrica – colloca le storie ed i fatti in una prospettiva ellittica, sbilenca, che distorce la narrazione con sottilissimi giochi di lenti per poi declinarla, nel processo peculiare della sua poetica, come sgranata, limpida, vivida nella sua essenza.

Khaled e Vikström sono i due personaggi che si incontrano ellitticamente, secondo traiettorie imperscrutabili che collimano in una sorta di zenith, di momento topico in cui collassano le dinamiche della cronaca e della prospettiva storica.

Un processo alchemico, quello di Kaurismaki, che trova il suo amalgama grazie al surreale umorismo che caratterizza, o sarebbe meglio dire connota, tutta la sua opera, garantendo una sorta di cornice/canovaccio d’ambientazione atta a deframmentare il quotidiano, a parcellizzarlo in microbolle di densità. E’ proprio questa “sospensione” a determinare la creazione di mondi e universi paralleli in cui si sfilacciano i quadri del racconto, nella microscopica taratura di ogni dettaglio che finisce col debordare dallo schermo per poi addensarsi in un altro momento che costituirà un ulteriore straniamento. La realtà Kaurismaki ce la filtra col setaccio e la sua straordinaria maestria sta tutta nella sua capacità di incastonare queste “vite” in meravigliose perle di cinema, ove, “tout se tient”, per dirla con De Saussure, vita e opera, nella fissità universale della forza delle immagini.

Recensione di “Solo l’amore conta”, una performance teatrale di Nicola Costa

Nella bellissima cornice del “Cortile Alessi”, a suggello di una lunghissima ed “eroica” rassegna organizzata da Simona Vizzinisi per questi tempi falcidiati dal delirio pandemico, andava in scena, nelle serate del 25 e 26 marzo, la performance “Solo l’amore conta”, scritta e diretta da Nicola Costa, con Nicola Costa e Alice Ferlito in qualità di attori in scena e Pierpaolo Marchica alla chitarra. Una performance incentrata sulla figura di Pier Paolo Pasolini che comprendeva – oltre ad estratti da “Bestemmia”, “Ballata delle madri”, “Il PCI ai giovani”, “Ballata del suicidio” ecc. – un Prologo ed un Epilogo scritti dallo stesso Costa.

Così andava in scena una delle più belle narrazioni pasoliniane a cui ho avuto fortuna di assistere, grazie al pregevole lavoro di “orchestrazione minimale” di Nicola Costa, il quale, coadiuvato dalla potenza narrativa e canora di Alice Ferlito e dal lirismo chitarristico di Pierpaolo Marchica, ha dato manifestazione al “teatro come rito culturale, rito di parola”, e conclamazione alla nuda evidenza della “forza del passato”. 

Pasolini. 2 novembre Ostia. Sono morto. Sono morto perché ero un frocio.

Pian piano venivamo condotti per mano e immersi nel violento ordito della parole ispirate da Pasolini, nella consistenza semantica dei suoi stessi scritti che, oggi, paiono quantomai urticanti e pregni di quella densità sentimentale che finisce col tracimare negli immani abissi del Sacro. La critica al potere è tanto più attuale in quanto eco di un passato prossimo che pare sprofondare nelle paludi delle italiche accidie, e ha come testa d’ariete il grido d’amore che trova carne e voce nella superba invettiva di Nicola Costa, capace come pochi di modulare fra le diverse tonalità della prosa civile pasoliniana. Quest’ultima sembra poi maturare col tempo, come un frutto perennemente fuori stagione che rilascia le sue spore nel deserto delle anime omologate di ogni contemporaneità.

L’omologazione del vecchio potere e il nascente potere e l’ideologia edonistica/Il nuovo potere in realtà è una forma di fascismo/La verità come coraggio intellettuale e la realtà politica sono due cose inconciliabili in Italia/Bisogna gridare al disprezzo verso la borghesia. 

Nicola Costa volge lo spalle al pubblico e si aggrappa al muro con le sue lunghe braccia. Un grido silente percorre con un brivido le nostre coscienze.

Eppure io ho soltanto amato… l’amore per la vita è stata per me un vizio. Bisogna sapere molto forti per amare. Anche la propria solitudine. 

Rimane solo il canto, il cantare, la rivoluzione poetica che abbraccia ogni tramonto serale, che sa essere eclissi e palingenesi di ogni vita, di ogni civiltà, di ogni storia che sia degna di essere vissuta.

Francesco Cusa

Recensione di Alien “Covenant” di Ridley Scott

(2017-05-17)

È difficile dare un giudizio sull’ultima opera di Ridley Scott. Questa si inserisce in un momento topico che prevede un interessante snodo nel plot della saga. Scott, in aperto contrasto con le scelte narrative del passato (dalla regia di Cameron alle sceneggiature di Lindelof) intende connettere le vicende dello Xenomorpho alla mitopoiesi delle origini della Creazione, in una programmatica dichiarazione di intenti annunciata nel “prologo” al film. Al fine di intraprendere questa titanica impresa, Scott necessitava di sostanziali rabberciamenti della trama, di puntelli di matrice didascalica al fine di tessere un nuovo ordito funzionale al concept. In particolare c’era da ricostruire a partire dalle macerie di “Prometheus” investendo sulla trinità androide-xenomorpho-umano.

E qui si innesta la tematica “filosofica” dell’opera, pur nei limiti palesi dell’urgenza espressiva del regista che necessita di far quadrare i conti nell’arco delle due ore canoniche. “David”, l’androide non può che rivestire ruolo centrale in “Covenant”: è lui il Demiurgo della ciclica scala gerarchica che investe la costante erotica della relazione tra donna e “xenomorphismo” (emblematiche in tal senso le immancabili canottiere, le uccisioni nelle docce durante l’amplesso, la coda letale che si insinua come una protesi fallica, ecc.). L’Altro ha diversi connotati e tutti riconducibili all’Altro.

È un limbo chiuso quello in cui si scarica la pulsione yin-yang/centrifuga-centripeta della scabrosa dialettica della lotta trinitaria, che a sua volta è anche endogena, ovviamente, del gruppo, della specie. È il costante giogo di forze che genera il movimento della trama, la quale risulta quasi “espulsa” dal corpo dell’opera come la creatura aliena dal corpo parassitato. E dunque si procede per salti, tra meraviglie registiche e rovinose cadute di stile che fanno dannare l’appassionato. Ciò che manca è l’ambientazione “stealth” (che, ad es., ha meravigliosamente connotato il recente videogioco) dei film precedenti, troppo sbrigativamente relegata nelle scene finali. Inoltre – ma ciò è inevitabile – la pluralizzazione dello xenomorpho, il suo “ready made”, sposta la fascinazione sulla diade dei “David” (anche se si intuisce che sono stati creati molti altri androidi nel passato), così da vaporizzare la forza magnetica dell’Alien che tanto aveva caratterizzato le prime versioni. In ogni caso, film da vedere assolutamente e senza tergiversazioni.

Alcune mie considerazioni su Lacan, Guénon, Hegel, il Reale, il Simbolo ecc.

Nei miei interventi del passato ho cercato di riportare al nocciolo del Reale che nell’accezione lacaniana presenta due opposti: il rapporto “immaginario” in cui ciascun polo riempie la lacuna nell’altro, e quello “simbolico” in cui i due opposti sono differenziati (dovrebbe suonare una qualche campanella ai conoscitori veri di Guénon, non a chi pasticcia). Questo implica che il rapporto simbolico unisce gli opposti nel paradosso della loro mancanza. Questo benedetto “Reale” è per Lacan il nocciolo duro e impenetrabile che resiste alla simbolizzazione, persiste ma – e questo è il punto – si decompone nell’atto del tentativo di coglierlo nella sua natura positiva (Il trauma è colto retrospettivamente, può solo essere “ricostruito” dai suoi effetti; il trauma colma il vuoto della struttura simbolica essendone effetto retroattivo). Ma, attenzione: il Reale è “singolarità”, come lo è il Black Hole (e riandiamo se volete a Hawking e a “l’epistemologia del buco nero” e a Guénon e al centro del simbolo come stato eterno, non divenire manifesto, assenza spazio-temporale), e quindi è “la lacuna attorno alla quale si struttura l’ordine simbolico” (Zizek), e in quanto scarto della simbolizzazione (come la luce per il buco nero) rappresenta il vuoto: “non può essere negato perché già in sé, nella positività, non è che l’incarnazione di una pura negatività”, o meglio, l’incarnazione della lacuna dell’Altro. Ora, tutto questo in me accende parecchie spie e mi torna molto con la riflessione che sto conducendo. Non è forse in Hegel, nella sua “Logica”, che in questo tentativo di cogliere l’Essere nella sua proprietà astratta si rivela il Nulla? Non è forse l’astrazione hegeliana una sintesi sottrattiva di tutte le peculiarità proprie dell’oggetto a determinare questo vuoto-forma-pensiero? E il soggetto cos’è nei rispetti della Cosa kantiana (non lacaniana) se non il punto di castrazione del soggetto medesimo tramite la sua rappresentazione simbolica? Badate che tutto questo implica, e pure molto. L’ideale guenoniano di “iniziazione” è attinente a questo processo di scarnificazione del simbolo, e tutto questo, con buona pace di alcuni, ha senso, giacché il parallelismo per assonanza (non certo, facciamo notare, “en passant”, a certe ingenue puntualizzazioni) assume “senso”. Il rapporto di relazione che ho trovato, l’anello di congiunzione tra il laico Lacan e il fervente religioso Guénon è proprio “le petit object a”, in altri termini la ricerca del Vero, di quello scarto irriducibile di senso… Poco importa che l’uno possa cercarlo nella psicoanalisi e l’altro nella setta degli Iperborei. Non possiamo sfuggire alla rappresentazione, oserei dire alla teatralizzazione dell’epistemologia, per lo stesso motivo per cui un paziente non può liberarsi dalla “libera associazione”: “aspetti un attimo, voglio parlare seriamente, da persona a persona” (in questo caso è sempre Zizek); “anche se lo facessimo, la forma prerogativa di questo atto sarebbe già sospesa, assumerebbe la maschera della libera associazione, di qualcosa che deve essere interpretato e non preso alla lettera”. Comprendiamo bene che qui abbiamo un’ipotesi lacaniana che suggerisce una sostanziale riconciliazione tra particolare e universale hegeliano proprio attraverso “ciò che li separa” (vedi sopra e siamo chiaramente agli antipodi di Leibniz). Possedere una Maserati come concetto è testimonianza della sua esistenza oppure il non possederla implica che essa non esiste? Siamo sempre alla disgraziata lotta tra Materialismo e Idealismo, dualità che costringe l’Occidente e non l’Oriente a questa eterna conflittualità. Ecco perché Guénon si converte all’Islam: un certo sapere è vivo e ancora pulsante in un contesto geografico differente. La riprova di tutto questo risiede nel feticismo della merce, e tocca andare a Marx. La simbologia del denaro non è legata che al significante-banconota: ma non c’è nessuna apparente logica nel confutare che due banconote da dieci euro, l’una malridotta e l’altra nuova di zecca, abbiano lo stesso valore. Sono oggetti differenti ma vengono fruiti alla stessa maniera, ossia dal punto di vista del potere di acquisto meramente teatralizzato. E torniamo sempre al “buco nero” di cui sopra: immaginario e simbolico. Non si scappa. Se il baratto rappresenta una manifestazione del rapporto feticistico tra individui, il denaro è indice di un rapporto feticistico carsico, occultato nella merce. Per tornare a Hegel in relazione a Lacan, spero adesso sia chiaro che, “è la realtà materiale che testimonia del fatto che il Concetto non è pienamente attualizzato. I fatti si conclamano insomma, in questa prospettiva, in quanto mancanza, difetto, impedimento” (Zizek) (il non-Tutto di Lacan implica che anche la totalità hegeliana è non-Tutto, e dunque la “filosofia” tout court, come afferma Guénon). Ad esempio, la natura sadiana è interiorizzata dall’essere sadico nel suo ideale di duplice morte del soggetto, mentre è stimmate del non-Tutto della totalità hegeliana dell’Idea. Il Soggetto-Sostanza hegeliano non ha nulla a che vedere col mega-Soggetto sadiano insomma, che addomestica e dirige l’orchestra e il sabba. Non esiste il Soggetto in Hegel, in Lacan e in Guénon. Questo è il punto. La “Cosa” è un’immane nave senza timoniere. Lo è la filosofia. Ciò con buona pace di Althusser. A meno di non ritenere l’Assoluto come immane soggetto. Ma saremmo oltre la dualità e torneremo all’India, al Brahma, al rapporto oggettivo Maestro-Allievo, alla realtà non manifesta.

Recensione di Spider Man “Homecoming” di Jon Watts

(2017-07-16)

Con Spider Man “Homecoming” di Jon Watts, abbiamo respirato le atmosfere del fumetto che tanto ha solleticato le fantasie delle nostre stagioni adolescenziali, fungendo da vera e propria “avventura di formazione”. Il grande merito del film è quello di aver riconsegnato le atmosfere “pop” del fumetto dei Settanta (un vero e proprio capolavoro i titoli di coda) – i colori, la grana, il “profumo” della pagine,- all’asetticità dell’era digitale. E così Peter Parker torna ad essere l’impiastro cazzone d’un tempo, con l’aggiunta dei “selfie” al telefonino a testimoniare le sue acrobatiche evoluzioni di ragazzino brufoloso in preda all’incontenibile gioia per l’acquisizione dei poteri soprannaturali. Ci sta tutto il riscatto sociale del nerd sfigato di quartiere (e anche qui respiriamo le atmosfere “proletarie”del tempo del fumetto), che tentenna tra senso del dovere e dell’apparire, in quella che è la naturale disposizione dell’animo di ogni essere dell’era dei social. In questo senso l’opera di Watts e dei suoi sceneggiatori è sublime; a cominciare dal fatto che il plot comincia con Spider Man che ha già da tempo acquisito i suoi superpoteri. Questo espediente consente uno sviluppo meno affabulatorio delle vicende di “Homecoming”, per lasciar spazio alla caratterizazione psicologica del personaggio e dunque all’evoluzione via via più incalzante della trama. Marvel Studios ha il grande merito di dare continuità negli anni al suo mondo straordinario proprio grazie alla costante reinvenzione dei propri storici personaggi, per quella che potremmo definire una vera e propria “mitologia barthesiana”. Ciò, grazie allo sviluppo progressivo del mitologema dell’eroe che viene costantemente rigenerato a partire dalle sue stesse spoglie, dai brandelli di maschera che si fanno costantemente “cronaca”, in barba alla storia, al tempo ed alla nostalgia che nicchia in un maldestro tentativo di agguato perenne. A mia memoria non ricordo nessuna operazione del genere nella storia dell’arte moderna e contemporanea. Dunque, un film in superficie scorrevole ma denso di sottotesti. Il pubblico di ragazzini del 2017 infatti “riconosce” e si riconosce nella rivisitazione di un eroe totalmente affrancato dal peso della storicizzazione e da tutto ciò che lo relegherebbe alla memoria dell’illustre passato illustrato. Risate, emozioni, stupori erano palpabili in sala, dal più giovane al più “vecchio” spettatore (il sottoscritto). E per una volta, possiamo definirla vera e propria “empatia tra sapiens”.

Recensione di “Licorice Pizza” di Paul Thomas Anderson

Pochi registi hanno la capacità di rinnovarsi costantemente e di essere in grado di cambiare genere pur mantenendo la stessa cifra stilistica, i tratti peculiari della sua inconfondibile firma. “Licorice Pizza” è un oggetto anomalo nel panorama cinematografico, l’”Infinite Jest” del cinema contemporaneo. I due giovani protagonisti “sono” la quintessenza della recitazione fattasi cinema ed esprimono tutta la vitalità che il nostro immaginario proietta in quella California degli anni Settanta. Sembra quasi di sentire il sudore sulle magliette nelle corse sfrenate di Gary e Alana, di respirare l’afrore di quella giovinezza che si consuma nella grana della pellicola che rimanda a certi Super 8 degli anni d’oro. E così, tra materassi ad acqua e flipper, nasce e si consacra un sodalizio di affari che porterà alla sublimazione di un’amicizia amorosa che sembra liquefarsi nei tramonti della Valley, della “Encino” di Los Angeles, assieme al ricordo della nostra adolescenza. Assolutamente da non perdere.

Francesco Cusa

Recensione di “Dunkirk” di C. Nolan

(2017-09-09)

Il ticchettio di un orologio. Una settimana. Un giorno. Un’ora. Questo il meccanismo perfetto del progetto di Nolan che narra le vicende storiche dei fatti occorsi nella spiaggia di Dunkirk secondo uno schema pitagorico di armonia (sono parole del regista). Sua maestà Il Tempo è ancora una volta il leitmotiv che unisce tutta l’opera cinematografica di Nolan, l’incedere del Divenire di una particolare eccentricità della storia, che con chirurgica perfezione porterà al culmine di un infinito crescendo le azioni di tutti i protagonisti e dell’intero Coro di questa tragedia della sopravvivenza. Ogni dettaglio è necessario al raggiungimento del vertice, del climax, ed è soprattutto il pregevole lavoro delle musiche di Hans Zimmer a rendere palese l’ordito dell’opera (utilizzo della “scala Shepard” per dare l’illusione di un ascolto sempre “ascendente” allo spettatore, di un crescendo senza fine). È davvero possente il lavoro che condurrà ogni elemento di tempo, luogo e azione ad incastonarsi secondo la tipica logica di unità aristotelica.

Un film sulla guerra… senza una goccia di sangue, ma sotto lo sguardo freddo e distaccato dei contemporanei, dei figli della “società liquida” alle vicende truci altrimenti narrate dal soldato Bardamu-Cèline. Così Nolan mostra ai privilegiati di Schengen il fantasma dell’orrore novecentesco, per tramite di una delle tante vicende strappate al secolo più truce e spaventoso dell’intera storia dell’uomo, per mezzo di questa singolarità che è frammento del Molteplice. In questo senso, mare, vite e cielo (acqua-terra-aria), sono l’espressione di un unicum morfologico, come i corpi dei soldati sparpagliati come alghe sulla spiaggia sono il paradosso antropomorfo di una descrittività impietosa, che rende il tripudio finale – la salvezza dei trecentomila grazie al ritrovato senso di patria di una nazione – poco più di un vagito nell’assurdo baratro dell’insensato. Da questo punto di vista poco importa che la prospettiva della narrazione sia smaccatamente quella inglese, a cominciare dall’utilizzo del titolo (Dunkirk e non Dunkerque), perché, secondo il regista, ogni prospettiva riconduce al dramma dei sopravvissuti. Lo sguardo di Nolan è panottico, algido, asettico. Egli non necessita, come fa il repubblicano Eastwood, di realizzare due film (“Lettere da Iwo Jima”e ” Flags of Our Fathers), nel tentativo di mostrare la differente prospettiva di una stessa battaglia, perché per Nolan il Nemico è sempre e comunque l’Altro, come evidente dall’apparizione dei fantasmi dei tedeschi nella sublime scena dell’atterraggio finale. Nolan, a differenza di Eastwood, non ha alcuna morale da rivendicare, non ha una posizione da mantenere e neanche una prospettiva etica e dialettica. Tant’è che i personaggi paiono conficcati a forza dentro questa storia fatta di tante microstorie, e tutti, salvo qualche eroe segnato dal mito, desiderano portare a casa la pellaccia, né più né meno (in questo senso, sì!) che come il Bardamu de il “Viaggio al termine della notte”.

Non c’è un attimo di tregua per lo spettatore. “Dunkirk” pare il frutto di un unico piano sequenza che trascina dentro un gorgo di vacuità e precarietà, fino a lambire i margini della follia, della barbarie cieca, dell’inutilità del sacrificio. Insomma, tutto ciò da cui Bardamu e il nostro sentire del contemporaneo, rifuggono e che invece pare dominare le coscienze di milioni di esseri: soldati, tenenti, colonnelli, generali, politici, uomini di stato. Eroi e vigliacchi, indifferenza del cosmo e mito: un unico abbraccio che segna due ore di cinema che paiono eterne, e che pongono ogni epistemologia in un territorio alieno, privo di memorie e di passato.

Recensione de “L’Inganno”, di Sofia Coppola

(2017-09-30)

Uscire fuori dalla sala dopo un film di Sofia Coppola e sentirsi (per l’ennesima volta) presi per i fondelli. Questo potrebbe essere l’efficace sottotitolo di questa recensione. Sofia Coppola è la “regista del sottovuoto”. Confeziona sceneggiature con immani “pellicole” di cellophane con cui riveste gli ambienti e le scenografie, pratica artificiose insufflazioni di atmosfere stranianti che paiono fungere da preludio allo sviluppo di chissà quali evoluzioni di trama, ed infine si prodiga nella tecnica della rigirata del cucchiaino, arte in cui Ella eccelle in qualità di sopraffina maestra di rimestamenti. Nella medesima tazza di the che, da bollente, diventerà tiepida e poi fredda sbobba, in questo contenitore-cornice che è il canovaccio di tutto il suo cinema, prendono a muoversi ombre e parvenze di trama, cenni di brame e ardori, sussulti e spasmi di passioni. E a noi non rimane che la contemplazione passiva di questo spazio acquoreo in cui sono immerse le sbiadite figure dei personaggi, una sorta di transfert onirico privo di pathos, melenso, noioso, fumoso. In questo suo “L’Inganno”, la nostra Sofia è riuscita nel difficilissimo compito di rendere spente e stanche le interpretazioni di un cast stellare: citiamo quantomeno Kristen Dunst, Nicole Kidman e Colin Farrel. Diciamola tutta: il cinema della Coppola è un cinema antipatico, insopportabilmente fichetto, stucchevolmente femminista (in senso brutto), insipido come una minestrina col dado dei Settanta. La Coppola ci mette del suo nel maldestro tentativo di scombinare le carte senza alcuna ragione apparente, producendo una sorta di ibrido tra il romanzo di Cullinan e il film di Siegel, o, per meglio dire, un affresco estetizzante che vorrebbe scimmiottare atmosfere à la “Picnic ad Hanging Rock”. Il gineceo che accoglie lo sventurato e fortunato soldato, è il piccolo paradiso dei frigidi, ove perfino il più bestiale degli istinti finisce relegato in quel sempiterno volumaccio che è l’abecedario rosa per adolescenti timorate di Dio (o dal Padre). Non ci incantano le obiezioni dei fan della regista, giacche tali millantate peculiarità narrative, da taluni osannate in maniera scriteriata, trovano radici nella quintessenza del nulla creativo, e sono alimentate dalla bonaccia del Mar della Noia. Un film da evitare senza se e senza ma.

Recensione di “Thor Ragnarok” di Taika Waititi

(2017-11-12)

Joss Whedon, il regista di “The Avengers”, ha definito il film di Taika Waititi “un capolavoro del cinema moderno”. E ci sentiamo di condividere con forza questa dichiarazione, giacché ci siamo divertiti ed emozionati rivivendo le magiche atmosfere asgardiane pregne di mistero come poche volte dai tempi delle chine di Jack Kirby. La Marvel rischia puntando sullo sconosciuto regista neozelandese, ma il risultato è a dir poco magnifico. I dialoghi sono pregevoli, (per non dire del cast: Chris Hemsworth, una sontuosa Cate Blanchett, Mark Ruffalo, Anthony Hopkins, Jeff Goldblum) e sorprendente è la miscela tra lo humor di casa Marvel e le atmosfere apocalittiche, appunto da Ragnarok, che caratterizzano questo ultimo Thor (anche se molti critici hanno stroncato il film proprio a causa di questo “mood”).

Questo terzo episodio della trilogia, ci offre il semidio Thor in vesti pacchiane e a tratti clownesche; in ciò sta la trovata geniale del film, giacché i toni da commedia, sofisticati e mai banali, contribuiscono a valorizzare l’integrità dell’impianto “filosofico” dell’opera, dalla trama intricata, complessa e frutto di una densità di scrittura risalente al 1962. C’era infatti da tenere insieme i fili della trama, di una saga che vedeva in questo terzo capitolo la fine di Asgard, c’era da risolvere il dilemma dei “Due Guanti dell’Infinito”, c’era da mettere in scena la fine di un sistema-mondo, dell’Oltremondo.

Taika Waititi ha fatto tutto questo, è riuscito a creare una dinamica originale all’interno di un microcosmo Marvel in perenne evoluzione, e lo ha fatto senza scadere nella parodia. La distruzione di Asgard è necessaria all’evoluzione del popolo e gli asgardiani non possono essere identificati con un luogo (non pochi avranno avuto modo di rimarcare il parallelismo con la storia degli ebrei e Israele).

Abbiamo ancora negli occhi e nelle orecchie le concitate scene di combattimento accompagnate dalle note di “Immigrant Song” dei Led Zeppellin, a nostro avviso una scelta davvero efficace.

Una chiosa finale: molti sottovalutano il livello contenutistico dei lavori targati Marvel, soffermandosi sulla superficie della visione. Parafrasando Lacan: “La verità ha la struttura della finzione”. Dunque Asgard è il non-luogo per eccellenza, e tutti i personaggi sono tali grazie al costume che indossano (identità simbolica). Nel film entra più volte in scena l’elemento fallico (vedasi il fallo di Hulk) e dunque l’infame, lacaniana “castrazione simbolica”, insomma la maschera assunta del significante che rappresenta il Soggetto. Ma sono argomentazioni che, forse, ci porterebbero troppo lontano.

Recensione di “The Square” di Ruben Ostlund

(2017-11-28)

Film importante, opera monumentale che affronta il tema del disagio della contemporaneità in una chiave che oseremmo definire “sinfonica”.

Si comincia con una dichiarazione di intenti: il direttore del museo (protagonista assoluto di questa Odissea) pone un quesito alla sua intervistatrice: “la sua borsetta, se la esponessimo al museo, sarebbe considerata opera d’arte?”. Con ciò Christian mette in chiaro la sua visione estetica dell’arte “come insieme di pratiche d’uso”, rievocando il famoso “giochetto” dello scolabottiglie di Duchamp.

Si prosegue col maldestro tentativo di rimozione di una statua equestre che finisce con lo spezzarsi in più parti.

Eccola l’arte contemporanea che non parla più ai cuori pulsanti delle vite, che vive nel paradosso settario degli specialisti, nella desolazione degli spazi vuoti in cui lo sventurato visitatore non può neanche fare una fotografia, e che muore nelle prigioni delle conferenze autocelebrative, ove i colpi di tosse, i cellulari che squillano, e le urla dei pazienti affetti dalla sindrome di Tourette, rappresentano l’unico genuino segno di “verità espressiva”.

Eccola l’arte per collezionisti, secondo la devastante critica alla critica, vera e propria cancrena del nostro tempo, sostituto imbarazzante di ogni fenomenologia d’artista.

Il tema dell’arte contemporanea è in realtà la rampa di lancio dei missili che Östlund sgancia per colpire l’opulenza delle élite di potere, e il regista opera proprio a partire dalla scissione in cui versa la contemporaneità dell’arte per estendere tale nevrosi alle storture della nostra società occidentale, sempre più in mano alle élite sterili, alle paradossali (in)competenze.

In questo senso è emblematico l’epilogo della scena di sesso tra Richard e la sua intervistatrice, in cui Il preservativo, il serbatoio della deiezione, del contenuto occulto, del rimosso, diventa tragicomico e grottesco oggetto del contendere, trofeo occulto bramato della Donna-Pattumiera (Anne tiene in grembo il cestino), portato osceno della plastificazione, dell’eros industriale. Questo è un vero e proprio atto di interiorizzazione dell’economia libidica.

“The Square” è un film denso di simbologie, di infiniti rimandi, in cui echeggiano i fantasmi di Bunuel, Sokurov, Kubrik, Vinterberg, è la mostra-manifesto di un’epoca: tutto ciò che sta al di fuori di “The Square”, ovvero al quadrato di fiducia e amore entro il quale tutto abbiamo gli stessi diritti e doveri, è territorio dell’Altro, del barbaro, dell’irrazionale.

In questo senso, forse, “The Square” è Schengen, è la cinta muraria e virtuale di valori ed egemonie condivise.

Ma per fortuna, i mucchi di ghiaia dell’opera dell’artista concettuale, vengono distrattamente rimossi da un inserviente, e qui è lo stesso Richard (evidentemente sulla strada di una progressiva “redenzione”) a porre rimedio con un espediente (come non ripensare allo straordinario Sordi di “Le Vacanze Intelligenti”?).

Dunque è nei “tic” che Ostlund individua un percorso di catarsi, in tutto ciò che “The Square” non comprende e ingloba.

Il discorso attorno al sesso e all’eccitazione del potere, il video della bambina mendicante che esplode e la conseguente viralità, il segno che il Media è in mano ai pubblicitari, alle marchette del marketing dei cosiddetti “creativi”, sono peculiarità da esorcizzare tramite gesti piccoli e grandi di “volontà di potenza”, in un mondo dove i figli, le bambine non vogliono più dipingere, mentre le scimmie di casa sembrano avere una vera passione per il disegno.

Oleg, la scimmia brutale, l’attore che irrompe nel Reale prekantiano della cena di gala, è follia privata di ogni umanità; dunque occorre che egli stupri affinché possa scatenarsi il delirio dell’Orda borghese, il sacrificio del Capro Espiatorio.

Così Richard, in questo suo viaggio iniziatico, è costretto a ricercare la via del perdono nella spazzatura, a sperimentare nella conferenza riparatoria con la stampa l’impossibilità di una dialettica tra diritto alla libertà di espressione e senso del limite, della censura.

Al museo, il sottofondo costante di rumori di scavi, il rombo sonoro, in casa, i lamenti del bambino che pretende delle sacrosante scuse, sono segni dell’Osceno Vibrante, “lamella” di Lacan, organo parziale di Freud, insistenza cieca e indistruttibile della “pulsione di morte”, dell’arcano organo privo di corpo, della “Cosa”. Il mondo irrazionale pressa e preme tutto intorno alla cornice di “The Square”, fagocita i valori e le icone del nostro mondo rigido, la Natura pressa da ogni dove ed ha il volto dell’Altro.

Il gesto di Richard-padre, la volontà di chiedere perdono non può essere relegato alla comodità di un video inviato dal telefonino. Occorre agire, tentare, adoprarsi, e non importa se poi alla fine ogni cosa sarà vana; sarà laforza della generosità e della capacità di chiedere perdono la maiuetica per le future generazioni. Lo sguardo delle bambine nel sedile posteriore dell’auto rivela l’infinito, incommensurabile patrimonio dell’essere, la perla più preziosa che sfugge ad ogni mercificazione, il senso distaccato del futuro.

Recensione de “La ruota delle meraviglie” di Woody Allen

(2018-01-20)

Ok, va bene la fotografia di Storaro (già in “Cafè Society”), la regia sapiente, il movimento studiato delle macchine da presa…ma la realtà ci offre l’ennesimo esercizio di stile del Woody-Allen-di-Natale. La cosa che infastidisce, al netto di alcune gemme di rara bellezza (su tutte la telefonata “abortita” di Ginny), è l’impalpabile anelito di costrutto fondato su didascalie fin troppo annunciate. Insomma: il simbolismo de “La Ruota delle Meraviglie” è semplicemente ridicolo. Allen oramai assomiglia sempre di più a certi allenatori di calcio dagli schemi logori che continuano a riproporre il medesimo modulo (un tempo foriero di successi) sfruttando fino allo stremo la grandezza di certi campioni. Soltanto che, a un certo punto, vuoi per ragioni di logoramento, vuoi per ragioni di anzianità, gli uomini di sport hanno quantomeno il buongusto di ritirarsi dall’attività agonistica, magari in favore d’una carriera da commentatori televisivi, o di rappresentanza. Qui l’ostinato Allen (che non possiede l’immarcescibile necessità espressiva di un de Oliveira) spreme fino all’osso la classe di Kate Winslet e Jim Belushi, ne vampirizza anima ed essenza al fine di produrre poche stille di nettare in un’opera confusa, infarcita di citazioni sterili, manieristica fino alla nausea.

Il magnifico caleidoscopio generato da Storaro evidenzia semmai – per contrasto – tale pochezza di idee, tutte cristallizzate nelle iconcine dei personaggi, in una sorta di presepe del ricordo che fa tanto nostalgica piéce disneyana. Il dramma reale è che Allen ha smarrito la sua visionarietà. Ancor peggio: Woody Allen è oramai incapace di farci ridere!

E’ diventato un tessitore di trame sterili, acconciate da cinema autoriale, confezionate come il bel regalino inutile da mettere sotto l’albero. Ormai si va a vedere il cinema di Woody Allen per “spacchettarlo”.

Perfino i due killer (straordinarie maschere de “I Soprano”) paiono essere lì per il puro gusto della citazione, maschere aliene conficcate a forza in un contesto sbagliato (“I Soprano”: andatevi a rivedere quella straordinaria serie se volete davvero riconciliarvi col Cinema). Coney Island è il presepe, la cornice immanente in cui il regista demiurgo relega e confina i suoi personaggi. Il problema è che la tragedia che dovrebbe dispiegarsi in questa agorà rimane invece accartocciata fra le lamiere della ruota panoramica, fra le pastoie del suo sterile impianto concettuale, con risultati che rasentano il patetico (vedasi il forzato monologo finale di Ginny, talmente paludato e fuori da ogni tempistica teatrale e cinematografica da indurre alla contumelia. Immaginate una sorta di epilogo dell’Odissea con Ulisse in preda al mal di mare).

Al di là delle belle apparenze, ne “La Ruota delle Meraviglie” non funziona quasi nulla. Non c’è nessuna tensione che non sia frutto della recitazione. Mai come in questo film ho visto gli attori… recitare. Una cosa davvero insostenibile, figlia di un approccio coercitivo e rigido che ben mi ricorda certe griglie compositive in grado di rendere asfittica, ad es., un’opera musicale.

Invano ho atteso un segnale da parte del Deus Ex Machina, l’enorme mano che forza il cielo di cartapesta e irrompe nella scena facendo a pezzi la “Ruota delle Meraviglie”. Da quanto tempo si attende un segnale visionario del genere in un film di Allen? D’un qualcosa che possa polverizzare il “contegno” borghese di ogni sua ultima opera? Impossibile: è la poetica di un cinema centripeto che nasconde una “volontà d’impotenza”; è il gatto che non si morderà mai la coda, il gatto alleniano che implode nella spirale interna.

Evviva dunque il bambino piromane: ma facciamogli dare fuoco anche a ‘sta pellicola! Che bel finale che sarebbe stato, vecchio caro Woody. Impara da Buster Keaton!

Recensione di “Coco” di Lee Unrick e Adrian Molina

“Coco” è uno straordinario film, una di quelle opere che hanno il compito di riunificare e accogliere le frammentarie coscienze degli abitanti del pianeta Terra. E’ la testimonianza di come si possa essere precipitati nell’immaginario di una cultura “altra” senza alcuna mediazione: basta una bella storia, una buona dose di curiosità e la capacità di generare meraviglie. Questo fanno magicamente Lee Unkrich e Adrian Molina, grazie ad una magnificenza nutrita di leggiadria che trasporta verso l’indefinito spazio delle emozioni universali.

Le tematiche del film targato Pixar sono serissime: si parla di mondo dei vivi e regno dei morti, di celebrazione della memoria, di culto della rimembranza, di ponti fioriti tra Terra e Cielo, di animali mitici…sembra di essere di fronte alla continuazione in salsa “chili” di “Inside Out”, solo che qui le emozioni sono vivide e reali, sia al di là che al di qua del cielo.

C’è una sottile linea che unisce tanti film della Pixar, da “A Toy Story” a “Up” fino a “Coco”. Sono i temi della perdita, dell’abbandono e del diverso, dell’anomalia che sconvolge e produce catarsi dopo un travaglio essenziale e doloroso.

“Coco” è un tripudio di luci, colori e musica. E’ finalmente un film musicale (sulla musica come veicolo catartico) che non scimmiotta il “musical”.

Oramai i prodotti Pixar hanno di fatto sostituito la valenza di quelli che un tempo venivano definiti “romanzi di formazione”, giacché la cifra sinestetica e il portato emotivo evocati da simili opere sono oramai in grado di scrostare e sconvolgere le impasse dell’immaginario di ogni adolescente.

In “Coco” tutto, dal cane Dante, ad ogni singolo componente della famiglia Ravera è coralità e flusso eterno, percorso iniziatico che si costituisce e delinea a partire da ogni scioglimento di ganglio e nodo energetico. La festa dei morti è festa delle anime e dei corpi, è gioia del riconoscimento e simbologia di un legame tra mondi che risale fino alle epopee di Gilgamesh.

Così volano la bisnonna-bimba “Coco” e il nonnino di “Up”: su palloncini colorati.

Da vedere assolutamente.

Recensione di “Morto Stalin, se ne fa un altro”, di Armando Iannucci.

C’è molto, troppo Kaurismaki in questo film di Iannucci. Oserei dire inutilmente, perché il film, grazie anche al pregevole cast, ha dei notevoli spunti creativi e gode di una discreta sceneggiatura. E c’è poco, pochissimo Monty Python, a dispetto della presenza del mitico Michael Palin nei panni di Molotov. Il risultato è una specie di ibrido tra racconto storico e commedia surreale che non dà mai la sensazione di graffiare veramente, in quanto tutti gli elementi corali paiono amalgamarsi male insieme, forse proprio a causa di questo senso di indeterminatezza che solo pochi registi – su tutti Wes Anderson – possono concedersi. Non conosco la graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin da cui è tratto il film, per cui non posso cogliere magari le sfumature e i riferimenti specifici. Il mio giudizio è dunque ovviamente limitato alla visione della pellicola. Insomma, a me pare che “Morto Stalin, se ne fa un altro” rappresenti l’ennesima occasione perduta nonostante le feconde premesse. Non sono riuscito a sintonizzarmi sulle frequenze da “black comedy” senza sospirare per la sgradevole sensazione di “deja vu”, né a modulare con le palesi caratteristiche da “pièce” dell’opera che pare sfocarsi costantemente negli obiettivi e nei propositi.

Pochi lampi nel grigiore.