I fedeli della Nuova Teologia

Chi sono i nuovi fedeli, gli adepti della Nuova Teologia Scientista-Gender?

Estremamente intolleranti, passivi e aggressivi, soggetti a continui bias di conferma, essi sono i germi atti a trasformare un’idea da completamente inaccettabile per la società a pacificamente accettata ed infine legalizzata (Finestra di Overton).

Credono di essere tolleranti ma sono ghettizzanti e sempre disposti a relegare ogni deroga al dogma entro categorie di comodo ben delineate. Comportamenti ieri inaccettabili, grazie al loro indefesso lavorio fideistico, oggi possono essere considerati normali, domani saranno incoraggiati e dopodomani diventeranno regola, il tutto senza apparenti forzature (vedi dittatura sanitaria e green pass, e anche il principio della “rana bollita” di Chomsky).

Tutti hanno le vitree certezze dogmatiche, le stimmate dei primi cristiani.

Vediamo a che categorie appartengono di solito costoro: marxisti, materialisti storici, DEM, scientisti, progressisti, ex radicali, strutturalisti e post-strutturalisti, esponenti della cultura LGTB, ex sessantottini, fanatici della “cancel culture”, economisti, filosofi hegeliani, medici e farmacisti, cocainomani, una buona parte di alcolizzati, i cinque stellati, i jazzisti italiani, e mi fermo qui. (Paradossalmente sonomeno contaminati, ma pur sempre corrotti, gli ultrà cattolici, i fasci col fez, i berluscones).

A chi è ancora in grado di dubitare, a chi si pone al di fuori da questi ghetti del pensiero, va tutta la mia stima.

VADEMECUM ANTI TOTALITARISMO DEM-PROGRESSISTA.


(ATTENZIONE! STANNO TENTANDO DI FAR PASSARE IL REATO D’OPINIONE!).

Un tempo il PCI stava davanti le fabbriche, nelle sezioni, nei quartieri disagiati, si occupava di emarginati, disoccupati, proletari, adesso le sue emanazioni sono essenzialmente il prodotto di un’ideologia elitaria che mira a diventare globalista.

PER CONSERVARE UN’INTEGRITÀ DI PENSIERO OCCORRE STARE ALLA LARGA DA:

#lgbt #genderfluidity #cancelculture #bodyshaming #schwa #resilienza #nonbinary #cisessualità #demiboy #politicallycorrect ecc. ecc.

La nosologia del linguaggio è il portale attraverso cui il nuovo totalitarismo penetra; lo scopo é quello di separare per uniformare. Tutto ciò è funzionale alla preparazione di nuove categorie di consumatori per i mercati futuri.
Non vi fate fregare da questo falso progressismo. Il vero fascismo si annida dietro le battaglie per i diritti civili e umani, dietro le campagne di vaccinazione di massa, il terrorismo climatico, ecc.
Zizek docet.
(FC)

PITAGORA BATTE SCHOPENHAUER 5 a 0: UNA COMITIVA DI TURISTI TEDESCHI IN SICILIA.

In questi giorni di canicola propongo il mio racconto tratto da https://www.lafeltrinelli.it/surrealismo-della-pianta-grassa-pensieri-libro-francesco-cusa/e/9788893413411

PITAGORA BATTE SCHOPENHAUER 5 a 0: UNA COMITIVA DI TURISTI TEDESCHI IN SICILIA.
La Sicilia, come è noto, è meta di viaggi organizzati in comitive, di cordate di vecchi tremanti senza timore di Dio che se ne vanno in giro per musei, templi, mostre, monumenti, in un’affannosa danza di cellulite, varici e caviglie gonfie. Lo fanno anche d’estate, quando Il sole strappa loro la pelle e produce melanomi in serie, con la caparbietà cocciuta che assume i toni della conquista, dell’infantile traguardo da valicare, del capriccetto senile ammantato d’acculturazione. I vecchi soffrono, hanno l’espressione contratta e digrignano i denti: gli occhi sbarrati sul depliant mal tradotto. Soprattutto i tedeschi (i vecchi siciliani ̶ ammesso che facciano i turisti ̶ col cazzo che se vanno in giro con la canicola; porte sbarrate e siesta). Si sente l’autoclave dell’ipertensione che lavora a pieni regimi, il sangue pompa che è una meraviglia, plasma che preme sugli stent, sclerosi, placche, sacche dense di colesterolo, vene, venuzze e venazze delle tempie messe a dura prova, mentre ulula la carotide: una sfida al collasso, al colpo fatale. A mezzogiorno, quando un tempo andava in onda il duello della carne Montana, questi irresponsabili stanno al centro del tempio di Apollo, in una Siracusa messicana con tanto di cactus. L’aria è densa, immobile; con un barlume di insana fantasia (leggi delirio), si possono intarsiare (nell’aria) orpelli e ghirigori con le dita. Qualcuno lo fa, oppure è l’alzheimer che suggerisce fantasie surreali. I tedeschi soffrono, barcollano ma non mollano, prevale l’assillo della conoscenza, e dunque si resiste stoicamente. È la Magna Grecia, “mein Gott!”, e occorre conciliare la bellezza delle vestigia elleniche col crauto e la Selva Nera: in altre parole una questione fottutamente esotica. Abbiamo poi una guida turistica che non fa una benemerita minchia, gesticola qua e là, indica capitelli a cazzo di cane, parla un po’ il tedesco, un po’ l’inglese. Quando si capisce che non è più aria (letteralmente), la colonna muove in direzione trattoria; torna spumeggiante l’allegria del “belo-italia-manciare-buono”, bisbigliato monasticamente con tanto di “smack” mimato fra le dita alla bocca. La truppa muove verso il lato consunto delle colonne, ultima rogna da superare prima del ristoro, in un trionfo di cappellini, cappellacci, parasole e gote rosse venate d’azzurrognoli ematomi, miniaturizzazioni blu-cobalto d’una qualche trombosi in atto. Pago di cotanto ardire, ecco il drappello approcciare le flosce tende della trattoria, ̶ primo, secondo, frutta e contorno ̶ mentre il sole spacca quel che resta dell’ombra nella sventurata postazione ad angolo dei locali, che finisce col fiaccare il respiro corto dei più massicci. È un’intossicazione da gita, una sfida sciocca quella del “conoscere a tutti i costi”, pagando l’indispensabile senza essere il Winckelmann; ed infatti a trionfare è sempre Sua Eccellenza il Menu Turistico (esagramma dell’I Ching: Il Ristagno). Decido di scattare loro una foto. Mi risponde una selva di dentiere gialle e una coreografia di grandi mani frutto del lavoro nella catena produttiva della Ruhr, palme e dita d’acciaio protese in un saluto che, sì diciamolo, ricorda smaccatamente quello nazista. “Cheeeeeeseeeee!”, fa eco il Coro-Wagneriano-Dissonante-Tranne-Uno; un pensionato vichingo giace riverso sul tavolo, probabilmente morto da eroe, o comunque fiaccato da un collasso. È la vittoria dell’Ellade, di Pitagora, di Empedocle, ma anche di Rossini e di certa tonalità, del Mediterraneo e dell’azzurro, contro il grigio topo di certi interni berlinesi.

Recensione di “Barbie” di Greta Gerwing

A “Barbieland” tutte le Barbie si chiamano Barbie e tutti i Ken si chiamano Ken.

Nessuno si ammala. Ogni giorno è sempre più bello anche se uguale all’altro. Il maestoso e abbagliante mondo di Barbie, messo in scena dalla sapiente regia di Greta Gerwing (preceduto da un’esilarante citazione di “2001” di Kubrick, con tanto di arma-bambola brandita a distruzione degli antichi giocattoli), confeziona cinematograficamente il prodotto “Mattel”. L’uniformizzazione domina, ciò che preconizzava Guenon pare esser realtà: tutti sono replicanti del modello primigenio della Barbie-Eva e del Ken-Adamo. Ogni cosa pare permutare nell’eterno, uguale ripetersi del giorno perfetto, fin quando in “Barbie Stereotipo” comincia a insinuarsi il tarlo della morte, della caducità del tutto.

Il mondo “Reale” fa così breccia nel metamondo di Barbie e lo corrompe tramite il rapporto simbiotico che lega lo stereotipo di Barbie alla depressione di chi la possiede nell’altro mondo. Si rompe così anche l’incantamento che lega Ken dalla dipendenza di Barbie, ed in qualche modo le due entità si “soggettivizzano”, assumendo tutte le fallacie della caducità del mondo reale. Così, la cultura fallocentrica viene ripristinata da Ken, finalmente conscio della propria capacità di autodeterminazione, e ciò porterà alla decomposizione dell’universo fashion di Barbieland, che verrà trasformato in un luogo macho di battaglie e rodei, mentre l’effimero di Barbie – la linea perfetta, l’assenza di cellulite, di invecchiamento – sarà rimosso dalla legge patriarcale del tempo e dell’usura, che contaminerà il mondo Ideale rendendolo simile a quello Reale.

Il finale, in chiave vetero-femminista, vedrà il riscatto delle Barbie, per una nuova era tutta al femminile, ma non quello della Barbie-Prototipo, che abbandonerà la vita nell’abbraccio finale che l’accomunerà al destino della sua anziana creatrice.

In definitiva l’opera di Greta Gerwing è una metafora della plastificazione del mondo, assolutamente da vedere perché rappresenta, forse, una delle chiavi di lettura più efficaci per comprendere questo presente di transizione.

Rime Sboccate 10

X

Ubriaco d’otto grappe

annaspai fra culi e chiappe

vomitai dentr’al secchiello

era il buco d’un bordello.

La retorica d’un Gorgia

non potrebbe dir dell’orgia

ov’io giunsi, mio malgrado

al mio colmo del degrado.

Venne un flaccido sedere

poi la pompa di dentiere

quasi un corpo senza vita

volle farsi sodomita.

Dove mai m’ero cacciato

fuor di luogo del Creato?

Mi rispose voce roca

venne a me la pelle d’oca.

“Dalla scorsa settimana

al Soccorso dell’Anziana

qui da morto t’han portato

poi di pompe riesumato

più ch’a grevi suon di forche

come vedi le Tre Porche.

Or dannato sei all’eterno

a marcire in quest’inferno”.

Può sentir ‘sto diavolaccio

le risate che mi faccio?

Coltivavo la mania

nei reparti geriatria

qui cercando fra i malati

li vecchiacci debosciati.

Diventavo poi felice

se trovavo la varice

non vi dico la mia gioia

nel destar la vecchia troia.

Qui mi finsi già deriso

lo chiamai mio paradiso

non più vecchie ottuagenarie

mie tardone millenarie!

Recensione di “Una Cattedrale Rovesciata è una Donna”, di Annalisa Pascai Saiu

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Finalmente una poesia abrasiva, che procura ferite e ustioni a chi la legge, finalmente delle liriche con lo sguardo rivolto all’osceno della sacralità (gli occhi aperti fino a farli lacrimare). La silloge di Annalisa Pascai Saiu è il frutto di un lungo processo di martirizzazione che passa attraverso l’inferno delle viscere, della zoe che si trasforma in bios e poi in psyché dopo violenti atti iniziatici che trovano corrispettivo sublimato nella tagliente struttura del verso. Finalmente un libro che non cerca compromissioni strategiche, che ammonisce biblicamente le anime dormienti, che evoca il ritorno dei morti dimenticati, mentre l’amore carnale va nutrendosi di mito e pornografia, di umori interni e trasgressioni che conducono alla Babele, all’utopia concreta dell’avvicinamento a Dio. Ogni componimento è una sorta di salmo che odora dannatamente di passione, quasi una maieutica dei colpi inferti vanamente alla carcassa del visionario.

Insomma, leggere questo libro è un atto di fede. Scampare alla lettura dell’opera significa rinunciare alla catarsi.

Rime Sboccate 9

IX

Non t’incontro il Gedeone 

con un far da culattone?

“Amico mio, che t’è successo?”

“Son felice cambio sesso!”

“Come fai con le tue donne?”

“Sono lesbiche le nonne!”

“E tua moglie, tutto a posto?”

“Lei è gay dal cinque agosto”

Lo saluto con affetto

lui va via tutto culetto.

Vive in me questo rovello

me lo taglio ‘sto pisello?

Poi contemplo quel tramonto

dai mi faccio questo affronto

scendo giù lungo il ruscello

e recido il mio randello.

Poi con mira ben studiata

lo destino alla vallata

ma nel becco dell’airone

anche lui forse ‘ricchione

va a finire quell’orpello

per la gioia dell’ uccello.

La Forza

In questa fase storica di fascinazione cretina e di legioni di parassiti, è molto meglio “piacere” a cerchie selezionate di esseri che riverberano del tuo stesso sentire. Assistiamo infatti a una vera e propria transumanza dei valori del decoro verso regioni periferiche del percepito. Dunque non essere assorbiti dal corpo corrotto del Leviatano è segno di forza e consapevolezza rare, il mondo dell’arte, dei media, delle scienze essendo territori infetti da retoriche salottiere e viralizzati da falsi profeti del sapere.

Rime Sboccate 8

VIII

Ho un ricordo della messa
d’una giovine commessa
che nell’Atto di Dolore
si sbracò con gran fragore.

In ginocchio sul sagrato
fece atto sconsacrato
ed ai vecchi lì in preghiera
mostrò culo e giarrettiera.

Cadde l’occhio poi del prete
su polpacci e calze a rete
venne giù dal suo banchetto
un precoce chierichetto.

Nella calda sera estiva
il tramonto dall’ogiva
trasformò quell’omelia
in un’orgia in sagrestia.

Al virale turbamento
pure quelle del convento
si recàron giù discinte
a trombàr dietro le quinte.

Mi rammento poi d’un nano
dall’immane deretano
di signore tracagnotte
diventate gran mignotte
chi di sopra chi di sotto
finalone poi col botto
che grandioso baccanale
quel Giudizio Universale!

Recensione di “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson

(2012-12-15)

Un film “delizioso”. Wes Anderson del resto ci ha abituati bene. Un’operazione orchestrata alla perfezione dal regista che trae spunto dall’opera del compositore inglese Britten, “Variazioni su un tema di Henry Purcell”, per realizzare questo “Moonrise Kingdom”. Ogni scena è centellinata e costruita sulle similitudini sinestetiche tra cinema e musica, intere carrellate di piano sequenza introducono personaggi e scene sulla falsariga delle presentazioni degli strumenti nelle variazioni su tema. Un omaggio colto e raffinato agli anni Sessanta, il 1965 per la precisione, con un campionario impressionante di oggettistica vintage, talmente ricco da rasentare il preziosismo, a seguito dei richiami compulsivi e maniacali al modernariato di quegli anni. Per non dire della panonamiche fisse, fotografiche, iterative, che rimandano all’immaginario tolemaico del microcontesto della fiaba. I personaggi si muovono entro coordinate dettate dal canovaccio musicale, generando il paradosso tipico dello straniamento, epifenomeno caratteristico, ad esempio, del musical. Proprio grazie a questa aderenza al progetto sonoro è la figura retorica dell’analogia a farla da padrone, colorando i personaggi in chiave comico-grottesca, cosa del resto che è prerogativa e marchio di fabbrica di tutto il cinema di Anderson.

Ma allora cosa non mi ha convinto? Perché sostanzialmente mi sono annoiato nonostante quel profondo senso di compiacimento estetico ed estetizzante che mi teneva mollemente adagiato alla poltrona? (e per forza, come si fa a non rimanere estasiati di fronte a certi caratteri fin dai titoli di testa? o a Sua Maestà il Super 8?). Probabilmente la causa sta nel guanto di sfida lanciato da Anderson tramite questa operazione intellettuale e rigorosa che non ha nulla di candido (e qui sta uno dei principali inceppi del film a mio avviso), questo voler implicitamente dichiarare gli ambiti e le coordinate del suo cinema tramite un film che è fin troppo autocompiaciuto per non essere manifesto.

La sua opera più sincera è e rimarrà sempre i “Tenenbaum”, che rappresenta l’apogeo del suo cinema descrittivo. In Moonrise Kingdom pare di stare dentro a un film di Kaurismaki; c’è qualcosa di “terribilmente già visto”, un deja vu che mi ha sconfortato all’uscita della sala, qualcosa di vecchio, ma di dannatamente ben confezionato.

Tutto questo, Anderson ce lo vomita alle spalle, nella presunzione di un cinema che vorrebbe essere nuovo ma che invece puzza maledettamente di cadavere sotto la cipria e il belletto. Un film che consacra la maestria del regista texano, al contempo mostrando tutti i limiti della sua estetica – fin troppo programmatica ed introflessa -, limiti che rischiano di connotare i suoi lavori quali sterili, per quanto sofisticati, esercizi di stile.

Rime Sboccate 7

VII

Fu nel giorno d’Ognissanti

che io scorsi tre mutanti

cinque palle e tre salsicce

pronti a dar fuoco alle micce.

Non vi dico nel paese

sempre aduse a un solo arnese

cosa spinse molte donne

a calarsi giù le gonne.

Quando mai per tre ragazzi

s’eran visti nove cazzi

pure nonna in carrozzetta

si lanciò nell’usa e getta!

Noi dall’unico pisello

ci arroccammo nel castello

tratti in salvo dai prelati

ma dai monaci stuprati.

La teocrazia atlantista

Ormai la sinistra DEM è il reale fascismo del nostro tempo. Le caricature attuali degli ex missini sono, paradossalmente, il più prossimo frammento di continuità con la politica del passato. Entrambi gli schieramenti presenti nell’arco parlamentare sono espressione della nuova teologia atlantista che impone:

A) Uniformizzazione di lingue, media, prodotti, moneta, ideologie.

B) Psicologizzazione di ogni problematica di ordine naturale e selettivo.

C) Trasformazione di cittadini, poveri e pazienti in un’unica categoria di consumatori.

D) Imposizione della cultura “gender fluid” e consequenziale dittatura della “cancel culture”.

E) Egemonia dello “scientismo” e riduzionismo funzionale alla legittimazione del nuovo credo.

F) Ghettizzazione e isolamento del dissenso tramite la creazione di apposite categorie culturali e la sacralizzazione di nuovi tabù.

Rime Sboccate 6

VI

Nell’autunno pien di cachi

due con fare da ubriachi

van correndo ai giardinetti

con li cazzi belli eretti.

Fuggon via le madamine

molto meno le vecchine

son dei maschi quarantenni

con passione per le “granny”.

Questi pùntan due vecchiarde

ch’anno l’aria da maliarde

con i dardi lancia in resta

pronti a far loro la festa.

Senza tema e senza angosce

le due nonne apròn le cosce

e nei ventri squadernati

fan sparire gli esaltati.

(Dove mai si son cacciate

queste bestie debosciate

in che parte d’universo

proprio non so darmi verso).

Rime Sboccate 5

V

Non mi siedo bello bello

fronte al mar di Acicastello

sulla panca già assolata

un bel libro e l’insalata?

Lesta arriva una vecchiaccia

con la morte scritta in faccia

che per quanto io distingua

caccia fuori mezza lingua!

Poi con mani vizze e flosce

mi ravana fra le cosce

e io muoio di spavento

dopo un refolo di vento.

(Dopo morto quella strega

con tormento a sé mi lega

per l’eterno si dilata

l’urlo della mia chiavata).

Recensione di “Vita di Pi” di Ang Lee

(2012-12-27)

Lasciate perdere le critiche sterili, che parlano di film che vuole piacere al pubblico, e andate a vedere questo bellissimo ultimo lavoro di Ang Lee: “Vita di Pi”. Sono due ore di pura meraviglia, che fanno il paio con quelle dell’altrettanto straordinario “Lo Hobbit”, da vedere nelle apposite sale attrezzate con tecnologia 3D HFR. Spettacolo degli occhi e dell’anima: stupore, meraviglia, bocche aperte.

Favole, che di questo stiamo parlando, quindi la smettessero di rompere le scatole – i tromboni – con parallelismi e riferimenti del tutto fuorvianti rispetto alle tematiche e al contesto. La cosa che davvero irrita è la denuncia di “crisi di identità” per siffatte opere, come se per narrare di Cappuccetto Rosso fosse necessario ricorrere allo scandaglio psicologico dei personaggi: davvero patetico. Il riferimento più prossimo che mi viene in mente per questo “Vita di Pi” è ovviamente “Cast Away” di Zemeckis; al pallone “Wilson” fa da contraltare la sontuosa tigre del Bengala chiamata “Richard Parker” (esilarante anche conoscere il perché). Ma qui non si parla tanto di solitudine e disperazione, quanto piuttosto di magia e di rapporto col divino. Non amo evocare trame e dunque non lo farò neanche in questa occasione.

La storia è a dir poco toccante, a tratti emozionante come poche. Il rapporto uomo-natura viene qui sublimato nella continua catarsi di Pi, anche di fronte alla violenza bestiale dell’animale e della condizione estrema: un ragazzo e una tigre su una scialuppa in mezzo all’oceano.

Non ho letto il libro di Yann Martel da cui è tratto il film, ma pare che Ang Lee sia stato davvero un folle a cimentarsi nella realizzazione di questa storia: ed i risultati sono a dir poco eccellenti. Regista eterogeneo, versatile e intelligente: correte in sala per vedere una delle storie più belle. Cinema con la “C” maiuscola, come ai vecchi tempi delle avventure di Sinbad.

“The Master” di Paul Thomas Anderson


(2013-01-12)

L’America e lo scandaglio della sua coscienza. Anima, oseremmo dire, in aperto contrasto con le facili chiavi di lettura che rimandano alla proto-storia di una sorta di Ron Hubbard ante litteram. Ovvietà. Troppo sofisticato il tono e la sostanza dell’opera di un regista complesso e colto come Anderson.
L’America e la sua anima, per una narrazione priva di trama, simbolica, visionaria, metafisica. Il suo lato “corrotto”, l’ombra, lo storpiamento nell’incarnato di Joaquin Phoenix, e il suo ambito spirituale, eterico, animico, nella straordinaria maschera di Philiph Seymour Hoffman: un binomio inossidabile antico come il mondo, ma peculiare, proprio di queste terre e delle vicende di questo paese. L’anima wilde di un continente, antropomorfa, intrappolata nel corpo di Freddie, e quella mistica, istrionica, sublimata nel carisma del Veggente. Il percorso è un calvario, irto di dolore, con tante stazioni di sosta. Ma è un percorso catartico, immenso. Sottostare al concetto di “guarigione”, di “verità”, di “impostura” è dare al corpo carsico del film implicazioni di denuncia che nei fatti sono del tutto estranei all’opera.
È confondere Reale con Realtà.
Il Maestro (senza virgolette) riconosce il suo discepolo. Il rapporto è sincero, profondo, viscerale. Questo riconoscersi nella temporalità karmica – poco importa se reale – è il leitmotiv del film (“se adesso vai via, nella nostra prossima vita io sarò il tuo peggior nemico”, qualcosa del genere dice il Maestro a Freddie nel minuti finali del film). Si procede per tentativi, per fallimenti e successi, in un costante scandaglio della dualità, di ciò che dilania e azzanna il cuore e l’anima della gente, e di ciò che per converso nobilita le azioni e lo spirito dei reietti. In maniera probabilmente involontaria, Anderson si è verosimilmente addentrato nel ginepraio dell’universo esoterico indossando i panni del naturalista, ma finendo col precipitare in un avvitamento a spirale verso regioni ignote della materia. Freddie “guarisce” (virgolette) grazie al Maestro, nella fuga da tutto ciò che vincola e contamina.
Come nelle migliori tradizioni il discepolo lo supera tramite l’affrancamento radicale dalla dottrina e dal “metodo”, ed è sua la motocicletta che si dirige a tutto gas verso il confine dell’utopia, fuori dai vincoli delle parabole e delle modularità sperimentali. In qualche modo egli dimostra che le teorie del maestro sono il barlume di ciò che può essere sondabile in questa parvenza di vita. Tant’è che tutti nella setta temono Freddie, perché avvertono che in lui è presente, non già l’impulso dell’eresia e dell’entropia, quanto piuttosto l’onnipotenza dell’iniziato, ovvero di colui che ha già sperimentato la morte in vita (“che ti succede Freddie? Sembri invecchiato. Stai male?”, ancora nel finale, quando Freddie ritorna per l’ultima volta, da risorto). Questo il maestro pare saperlo o intuirlo da sempre. Ecco perché lo accoglie immediatamente nella sua nave come un novello discepolo. Egli lo riconosce e lo teme, a tal punto da dichiararsi suo nemico nella vita futura. Cerca di “ammaestrarlo”, di codificarne e correggerne le patologie, ma poi si rende conto di essere subalterno alla sua potenza, che ha davanti a sé un archetipo ancestrale.
La crisi mistica, e i problemi del maestro cominciano con l’avvento di Freddie. E anche questo è indizio non trascurabile a chi non voglia soffermarsi al significato letterale dell’opera (Poco importa quanto di ciò sia cosciente nelle intenzioni di Anderson. Ed in ogni caso se il regista avesse voluto fare un banale film di denuncia a “Scientology”, non avrebbe assunto un taglio così onirico, analogico, à la Malick). L’intera vita di Freddie è onirica, con sbalzi di coscienza tormentata nello spasmo della morfologia dell’esistenza. Memoria, ricordo e contemplazione sono il reale vissuto dell’Iniziato, che entra ed esce dalla “chiesa” spogliandosi della dottrina come un Cristo. Freddie è dunque eternamente su quella spiaggia, intento a modellare i seni e i capezzoli di quella donna, effimera cone la sabbia, mentre le onde cancellano ogni traccia rappresentativa, ogni attaccamento.
Questo durante il film, ma non nell’eternità dell’ultimo fotogramma.

VOTARE COME DISIMPEGNO

Non voto da decenni. Non voto da quando ho compreso che la politica non mi rappresenta, né mi deve rappresentare. Siamo nel 2023. Ormai dovremmo essere consapevoli che prima della politica ci sono gli uomini, con le loro coscienze e le loro culture. La politica non può risolvere le problematiche della contemporaneità, perché ogni rivoluzione è dapprima spirituale, culturale e poi sociale. Nessuna “politica” calata dall’alto, nessuna delega rappresentativa potrà mai far cambiare le condizioni della “società della sorveglianza”, quella che lustri fa Pasolini definiva “società dei consumi”, essendo la politica prodotto di una selezione altra, e non più espressione della volontà popolare (con tutti i distinguo possibili anche nei confronti di una reale coscienza di popolo autodeterminata e atta a conseguire un rivoluzionario cambiamento politico).

Sorrido amaramente di fronte alla retorica dell’elettore-consumatore medio, il quale puntualmente si presenta alle urne con rinnovata (patologica) speranza di un reale rinnovamento. Nulla può essere rinnovato senza un radicale cambiamento delle coscienze. Altrove, nonostante i danni devastanti della globalizzaIone, ci sono nazioni e popoli che hanno un naturale rispetto del proprio ambiente, che hanno una generazionale predisposizione al senso civico, frutto di stratificazioni culturali che noi abbiamo annientato democraticamente a colpi d’ascia. In questo altrove, il susseguirsi delle alternanze al governo, ha di poco mutato l’equilibrio del rapporto uomo e ambiente, giacché ogni politica è espressione di una variabile all’interno di un contesto armonico che prende il nome di civiltà.

L’Italia è un’anomalia geopolitica. Frammentata ma riunita nel nome di un’unità imposta, essa, da dopo il “boom” economico, ha visto mortificare il proprio habitat, vilipendiare il suo patrimonio artistico, violentare la sua delicata orografia. Gli italiani sono una sorta di popolo ibrido, pigro, assistenzialista. Sperano sempre nella risoluzione delle problematiche per tramite di un Deus che cali dall’alto, nella delega costante al politico o alla politica di turno, ossia di ciò che rappresenta il perverso portato della medesima dinamica pulsionale, del desiderio inconscio di essere eterni puer.

Niente più mi irrita degli accorati appelli al voto. Provo una nausea costante durante tutto il periodo elettorale, ma ciò che più detesto in sommo grado, sono gli ardori delle anime progressiste in cerca di riscatto, le isterie di quelle stesse losche figure che nel corso degli ultimi lustri si sono ammantate di valori europeisti, che hanno cianciato di diritti umani… loro, i devastatori della cultura, gli officianti dei salotti, gli sciacalli della tirannia occidentale, i difensori dell’abominio di Schengen che poi indossano le linde divise da crocerossine/i dei poveri profughi. Ecco, questi li detesto senza ritegno. Sputo dunque sugli accorati appelli al voto dei lacchè di Conte, dei sostenitori di Draghi, del coprifuoco e della dittatura sanitaria, e delle loro schede elettorali farei volentieri faló.

PS fin quando gli oggetti della politica saranno “assimilabili” dal sistema occorre astenersi. Solo l’eventuale nascita di un oggetto politico non assimilabile potrebbe invogliare alla creazione di nuove strutture della politica, e dunque innescare una partecipazione condivisa.

Recensione di “Django” di Quentin Tarantino


“God bless America!”. E noi tutti diciamo grazie a questa terra che ha generato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Che meraviglia questo “Django”, e si badi che non era facile dopo un film epico come “Bastardi senza gloria”.
Tre ore di tensione pura, sublime e cristallina. Come al solito in Tarantino si intrecciano grovigli di strade, citazioni e rimandi, ma il risultato non è mai capzioso, contorto, “difficile”. Tarantino ha messo a fuoco la legge fondamentale dei grandi maestri del cinema: quella di tenerci inchiodati alla sedia senza un respiro. Da qui si parte, il resto è conseguenza. Ormai possiamo affermarlo, lui è il regista dell’attesa, della tensione che corre sul filo di lama.
Ogni momento del film, di ogni suo film (vogliamo ricordare la scena iniziale di “Inglorious Bastards”, con i tedeschi che perquisiscono la baracca e quel gigantesco Cristopher Waltz nei panni del gerarca che viene rivelato per la prima volta al grande pubblico?), è un microcapolavoro di suspance. Non sai mai cosa aspettarti, la cura del dettaglio può essere talvolta insostenibile: spillare e “tagliare” la birra, suonare l’arpa possono rivelarsi attività metafisiche, distillati di tortura silente. L’esplosione splatter, in questo senso, rappresenta nel cinema di Tarantino la catarsi necessaria, l’acme di una nevrosi scarnificata e messa in scena: dunque insostenibile.
Tutti i personaggi, come in De Sade, son caratterizzati infatti all’estremo, rappresentano tipologie umane à la Balzac; questa volta è il caso del Django schiavo che si riscatta e libera o del cacciatore di taglie Shultz, quell’altra quello del colonnello nazista Hans Landa o del tenente Aldo Raine. Poco importa. Tarantino è il regista (per fortuna nostra) meno introspettivo – in senso psicologico – che si conosca. Cultore del mito e del suo eterno dipanarsi, egli è il Tarzan nella giungla citazionistica di segni, palcoscenico da lui concepito per esplicitare il prolasso di Significato e Significante. In questo senso le citazioni sono da intendere in chiave parassitaria: Tarantino “omaggia” il cinema italiano come un branco di piranha la carcassa del tonno. E così Di Caprio fa scempio del teschio del suo antico servo – fino ad allora gelosamente custodito come un amuleto – e Tarantino polverizza i contenuti della nostra cinematografia minore, rosicchiando fino ai bordi la necessaria paludata “cornice”, che diviene forma e contenuto, struttura e sovrastruttura, facciata da saloon senza interni, esoscheletro di “western all’italiana”.
Tuttavia, al pari di De Sade, vi è come un’ossessione etica in Quentin, magari distorta e rovesciata, ma pur sempre etica. In questo senso il suo ultimo cinema sembra essere teso alla “riscrittura” in chiave pulp di una fantasmagoria della storia; vicende e personaggi di dispongono in funzione di una redenzione solipsistica, genetica, d’elevazione. Il grottesco diventa paravento e guscio atto a preservare il flebile battito di un cuore neonato e sincero, perché alla fine a una società ed a un’America migliore tende tutta l’estetica inconscia del suo cinema. I colpevoli fanno quasi sempre una brutta fine, ed i “buoni” ottengono un riscatto fuori dallo schermo: è il caso del corpo abbandonato del povero Shultz che viene idealmente consegnato allo spettatore; così relegato di spalle e senza gli onori di una degna sepoltura, anch’esso esploderà come tutto il resto nell’atto finale del fuoco purificatore (vedi incendio nel cinema colmo di nazisti in “Ingloriuos Bastards”), forse a testimoniare che il futuro dengo sarà dei Django, ovvero dell’eroe Sigfrido che non conosce la Paura.
Comunque la leggiate, un film eccezionale.

Recensione di “The Impossible” di Juan Antonio Bayona

(2013-02-11)

Un film davvero impossibile da sostenere, eccezion fatta per primi venti minuti, grazie allo spettacolare tsunami ricostruito davvero con grande potenza visiva. Eppure ero pieno di aspettative giacchè avevo amato molto il film precedente di Bayona: “The Orphanage”. Ma qui siamo di fronte a un melodrammone davvero insostenibile. Tutto un frignare ossessivamente ricercato, sottolineato, rimarcato, evidenziato fino alla nausea. Un film totalmente privo di pathos e che riesce perfino a farti detestare le vicende (peraltro reali) di questa famiglia spazzata via dalla forza del mare e che pian piano con mille fatiche riesce a ricongiungersi. Tutto ciò ovviamente non basta a “fare” un film, soprattutto se ogni dettaglio è posto al servizio di una volgare enfasi della sofferenza. Manca lo sguardo visionario del rapporto uomo-natura e gli accadimenti non sembrano suggerire altri rimandi al di fuori di quelli messi in atto, rendendo claustrofobico il racconto.

Una storia intima che non riesce a divenire universale. Neanche il simbiotico rapporto tra madre e figlio, dopo la separazione del nucleo familiare susseguente al maremoto, riesce a coinvolgerci più di quel tanto, e scivola noisamente sul piano inclinato di una sceneggiatura di maniera.

E poi ancora pianti, e abbracci, indi ancora lamenti e lagnanze, avviluppamenti e scoramenti, un una intermittenza di singhiozzi che ci ha visti catapultati – per sfregio (e di corsa) – al primo, possibile Mc Donalds.

La Polonia: frammenti del mio tour.

La Polonia è un immenso oceano verde venato di strade ben asfaltate, dove ogni villaggio o paese par essere nave o vascello ormeggiato sui prati.
Ogni cosa ha la sua giusta proporzione: le case, le chiese, i cortili, e l’occhio può riposare nell’armonia di questa naturale dialettica tra uomo e ambiente (neanche una cartaccia per terra).
E penso al nostro barocco e sventurato paese, così colmo di cultura e di ingiurie, offeso dalla barbarie del boom economico che ha annientato ogni amore per la nostra antica bellezza. Medito su cosa saremmo stati senza l’abbraccio mefitico con la NATO, e la corruzione della società dei consumi; forse un paese più povero, ma vivaddio integro nella sua urbanizzazione, e in costante comunicazione linfatica con la forza del suo passato.

Recensione di “Beau ha paura”, di Ari Aster

Cominciamo col dire che Ari Aster è uno dei registi più interessanti e originali del panorama. Il delirio apparente di questo suo ultimo “Beau ha paura” è la costante che accomuna le opere più estreme di Lynch, Cronenberg, Bunuel, Gilliam, Von Trier e compagnia cantando, delirio che non è decifrabile solo da un punto di vista psicanalitico, anche perché ciò implicherebbe il misconoscimento delle sue due opere precedenti. Qui la “paura folkloristica di “Midsommar” si fa dapprima terrore urbano, poi mitologia edipica dell’Antropocene, infine rappresentazione grottesca del teatro della vita, di cui la fuga nella selva è viatico all’orgasmo primo, all’eterna parabola biblica. 

La psicanalisi, del resto, non offre (non può) vie risolutive tramite la farmacologia a chi è investito dal devastante fardello della percezione, e lo stesso psicologo diviene maschera oscena al servizio del sabba cui l’homo sacer è dannato dal suo stesso alter ego ancestrale. La madre crudele, dispotica e punitiva (a capo di una multinazionale farmaceutica, la “MW”) è la detentrice del senso di colpa, della teatralizzazione della sua stessa finta morte, nonché delle sorti del viaggio mitico che l’Odisseo Beau compie tra le mille vicissitudini del Fato (in una scena del film si vede il collage coi dipendenti della MW – e di tutti i protagonisti degli incubi di Beau – che va a comporre il volto gigante di Mona): lei è la madre divina terribile che impedirà a Beau di avere i tre figli della rivelazione della parabola a causa dei traumi cui lo ha continuamente sottoposto. Il Giudizio Supremo è viaggio nel Lete, un viaggio in barca senza guide, senza Caronte, popolato da figure femminili senza volto, e infine sentenza pronunciata nell’agorà, abissale sprofondare dell’Io, trionfo dell’Irrazionale sulla Ragione (all’inizio del film si vede un bambino rimproverato dalla madre che ha la stessa barchetta di Beau… altri incastri di un puzzle vertiginoso).

Durante il film si ride per ore, si ride amaramente… ci si stanca poi di ridere, così come ci si stanca di mangiare dopo una fame ancestrale che viene soddisfatta, poi ci si accascia esausti e si sprofonda nella poltrona, in attesa anche noi del giudizio che ci lascerà stremati e senza più la forza di comprendere alcunché, anche noi Beau in cerca di orgasmi e fiabe.

Recensione de “Il Sol dell’Avvenire” di Nanni Moretti

Moretti che fa il verso a se stesso. Didascalico. Patetico. Imbarazzante con quei fermo immagine di lui che strabuzza gli occhi dopo la battuta ad effetto su Stalin che richiama certa pubblicità tagliata male degli anni Novanta. Moretti che vuol farci sorridere ma che riesce a suscitare solo grumi di pietà con la sua ultima depressa opera, attraverso le sue ritualità ossessive mostrate con artificio. Un film dalle forzate tonalità felliniane, che mal si addicono alla poetica del regista romano. Ne vien fuori una sorta di “Amarcord” senza “cazzimma”, scialbo e malato, come tutta l’ideologia che Moretti pare trascinarsi dietro come una zavorra. Moretti col suo patetico dialogare che vorrebbe emulare Kaurismaki, ma che riesce solo a creare un profondo senso di imbarazzo in chi è dotato ancora di un barlume di spirito critico. Moretti che canta. Moretti che recita. Moretti che si fa cinema nel cinema del suo stesso cinema. Moretti che “danza” in macchina con quell’altra allampanata della Buy fa piangere di pietà, perché non c’è nulla di “vero”, di “reale” in questa pantomima che ha il dramma dell’autocitazione fuori tempo massimo. Moretti che chiama chi vuole dal suo telefono “proletario”, perfino lo “Scorsese” che non c’è, inconsciamente mostrando il suo stanco potere di celebrità-che-vorrebbe-insegnare-al-resto-del-mondo-come-si-campa. Ridicola la presa in giro di Netflix, mal orchestrata e palesemente grottesca nei toni e nei contenuti. Tutto pesa come un molesto decadere senza poesia, lirismo, pathos. Tutto è vecchio, bolso, fatiscente. Frasi come “per me la recitazione è come il free jazz” sono da salotto romano di vecchi tromboni. Sovrana regna poi questa paternale immanente, che un tempo magari poteva avere senso, ma che oggi, dopo tutto ciò che abbiamo vissuto in questi anni, suona beffarda, soprattutto quando i sostenitori di questa “morale cinematografica”, sono poi gli stessi protagonisti della sinistra salottiera: i Renzo Piano, i Rodotà, vecchi più vecchi di lui e anch’essi latori di una visione del mondo stantia e morente. Questo è un film dove il peso dell’angoscia di Moretti – maldestramente celata nell’ imbarazzante finale canterino – finisce col gravare perfino sulle prove degli attori, che risultano altrettante maschere vuote e meccaniche, come nel triste copione del film messo in scena.

Addio Nanni, la vecchiaia è una brutta bestia se non sei Mel Brooks.

Sogni

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Ormai vivo una reale parallela molto intensa. Questa è solo l’infinitesima parte dell’abissale immersione in questa storie. Il “regista” di questi miei sogni deve essere la summa di tutti i grandi autori che sono nati sulla Terra. Gli intrecci non sono narrabili. Le storie hanno logiche inconcepibili ma sublimi. Quel che riferisco è solo il minimo calco di ciò che ho vissuto

SOGNO DEL 22/4/2023: (accadono molte cose prima). Poi ci si ritrova in una sorta di cantina con degli altri musicisti. Alcuni sono esseri orrendi. Riceviamo una telefonata di Miles Davis. Con nostra sorpresa lui parla normalmente e dice che la sua parlata è solo un trucco per prendere in giro i giornalisti. Ciascuno di noi riceve la cornetta e parla con Miles. Ad un certo punto alcuni musicisti che hanno sembianze orrende cominciano ad accoppiarsi tra maschi in maniera brutale. Scopriamo di essere dentro una setta ultra cattolica e decidiamo di fuggire. Saliamo e scendiamo per anfratti che dovrebbero condurre in superficie. Ma la strada è bloccata. Qualcuno dei fuggiaschi decide, per evitare di essere massacrati dall’orda di fanatici che ci insegue, di mimare un rito e intonare litanie al Signore. L’officiante compie un atto che consiste nel sezionare una pasta da pizza grigia e offrirla come ostia. Gli inseguitori ci colgono nel bel mezzo del rituale e desistono dal loro intento brutale. Tra di noi ci sta un mio amico (non faccio il nome) che dice di essere morto durante una seduta di pesi. Aveva tirato su troppi chili. Io gli chiedo com’è morire, e lui risponde che è come spegnersi, e che al contempo altri di noi sono dislocati in altri mondi. Passeggiamo per una Catania surreale: ai palazzi di Piazza Università manca la sommità, e tutto intorno aleggiano cielo plumbei viola e nubi minacciose. Mi sveglio.

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SOGNO DELL’11 aprile 2023: Nei miei sogni rivelatori di ogni notte, oltre al me protagonista, ci sono, naturalmente altri personaggi. Nel sogno di questa notte ero interrogato da due docenti per un esame di armonia e teoria musicale. Oltre ai soliti intervalli, uno dei docenti mi sottoponeva quesiti riguardanti complesse soluzioni musicali numeriche, per tramite di una nuova metodologia che, a suo dire, prendeva spunto dalla fisica quantistica nell’elaborazione di un nuovo linguaggio in grado di fornire un codice esaustivo all’intero spettro sonoro presente in natura. Ovviamente, io non avevo le risposte a quella complicata rete di numero e formule, a differenza dello scrivente-professore, che continuava a comporre equazioni numeriche interrogative secondo il suo metodo. Ne consegue che quel “soggetto onirico” sapiente e latore di una tale conoscenza, è comunque partorito dalla mia coscienza onirica. Insomma, c’è “dell’altro da me” che attinge a livelli altri di sapere e che è depositario di una sapienza infinita. Così in altri sogni mi accade di progettare motori di navicelle spaziali, parlare lingue sconosciute, conoscere ogni nome e anfratto delle isole della Polinesia ecc. Da dove traiamo spunto nei nostri sogni per avere accesso a questo sapere immenso che supera infinitamente le nostre limitate capacità? 

PS la risposta naturalmente ce l’ho. Diciamo che è una domanda retorica.

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L’INIZIAZIONE (Sogno del 27-3-2023): Ricevo una strana lettera sigillata recante il simbolo di due “ELLE” incrociate. Occorre presentarsi per un incontro in un prestigioso palazzo della città. Salgo le scale tortuose di un edificio antico di Catania, e scorgo più in alto Francesca Ferreri Dell’Anguilla che mi saluta con un cenno di intesa. Mi ritrovo in una sala ricca di sigle araldiche assieme ad altri diciassette individui, alcuni dei quali vestiti con paramenti d’epoca ottocentesca. Con mio stupore e piacere scorgo l’amico Pier Marco Turchetti. Siamo degli antichi esponenti della casa Lancaster, recita il più anziano seduto al centro del tavolo, i nostri nomi, le nostre vite fin qui sono solo stati un depistaggio. Comincia una sorta di rito per tutti. Vengo affiancato da un paggio biondo e dagli occhi azzurrissimi, che mi invita a dare le spalle al tavolo (gli altri fanno lo stesso seguendo l’invito di altri paggi), a porre la mano destra dietro la schiena e a chiudere gli occhi per poi osservare una certa luce interna (accade molto altro, ma davvero è un rito complesso di cui ricordo solo ciò che ho descritto). La mattinata scorre con altri rituali che non rammento. Ci ritroviamo per una pausa all’ora di pranzo con Pier a discutere con meraviglia di quanto accaduto, non capacitandoci ancora di essere parte dei Lancaster. Ad entrambi scappa di fare la pipì, e approfittiamo dei bagni del traghetto ormeggiato in un porto enorme che rivela il mare alla città. Sfortunatamente, durante la ricerca della toilette, il traghetto parte ed affronta un mare forza 8. Io sono più angosciato di non poter essere presente alla seconda parte del rito, che dal perire fra i marosi. Fortunatamente scopro che il traghetto fa una fermata “Via Umberto”, dove ormeggia in assoluta tranquillità. (Ora, la Catania che di solito mi si presenta in sogno sono quasi riuscito a mapparla. Via Umberto scorre tangenziale e obliqua rispetto a via Etnea, la quale è suddivisa in varie piazze con tantissimi chiostri. Il bar Savia, per esempio, è una sorta di locale francese illuminato da lampade a olio, immenso e con vari saloni, ciascuno con banconi e tavoli di differente foggia e arredi). Mi precipito correndo come un forsennato verso il palazzo dell’iniziazione, che è sito in una sorta di Piazza Università esagonale. Ho però questo impellente bisogno corporeo. Riconosco uno dei grandi magazzini della città, enorme, ed entro alla disperata ricerca dei bagni. Con mia sorpresa mi ritrovo a riconoscere ogni anfratto di questo dedalo, e trovo la zona bagni custodita da un tizio arabo che conosco bene. Entro… mi risveglio.

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SOGNO DI STANOTTE: Devo partire. Sono in un enorme aeroporto. Faccio il check-in bagagli. Ho solo una borsa e un piccolo trolley. È tutto automatico. Vedo una fila libera e metto su i miei bagagli. All’altro capo non li ritrovo. Scopro che il nastro che ho scelto reca una deviazione a sinistra. In tutta fretta salto sul nastro per cercare di recuperare i miei bagagli. Entro nello scomparto e mi ritrovo dentro un enorme hangar, pieno di una Babele di bagagli. Disperato torno indietro alla ricerca di un addetto. Nessuno. La cosa strana è che mi ritrovo davvero in un luogo straniero, come fossi realmente partito. Sono senza documenti, denaro, carte, iPhone… arriva in mio aiuto mio zio Gaetano Squillaci che assieme ad alcuni responsabili della sicurezza dell’aeroporto cerca di risolvere il mio caso. Mi si consiglia di rientrare a casa – nella mia casa di quel paese – e di attendere informazioni. Così faccio ma non riesco a starmene con le mani in mano. Nel pomeriggio torno in quell’aeroporto-hangar. Rientro dentro la deviazione del nastro trasportatore e mi ritrovo di nuovo dentro la Babele. Qui, tra infiniti bagagli, posso cliccare su un portale e scrivere il mio nome. Scorrono le analisi in corso di tutti i bagagli con i relativi contenuti interni catalogati minuziosamente. Spuntano fuori due zainetti uguali al mio, ma appartenenti ad altri viaggiatori. Nel frattempo varco un’altra soglia e mi ritrovo in un’altra abissale stanza dove alcuni giovani stanno provando gli effetti di un nuovo spettacolo di realtà virtuale. Vengo, mio malgrado, proiettato in uno scenario di conflitto e poi in una meravigliosa spiaggia tropicale nella quale la ragazza del gruppo nuota aggrappata alla pinna di un enorme pesce. Mi risveglio consapevole di essere dentro uno schema à la Borges. Dei miei bagagli nessuna traccia. (19-3-2023)

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Nel sogno di stanotte ero un costituzionalista che citava a memoria gli articoli della Costituzione. Non ho dubbi oramai: controllo i miei sogni lucidi. Noi abbiamo accesso a una memoria infinita e siamo solo dei terminali. Per fortuna ho avuto modo di ricordare i numeri degli articoli che citavo a memoria (solo i numeri, non i contenuti degli stessi): n. 17, 13, 48). Stamane il mio stupore è stato sommo nel rileggere ciò che in sogno citavo a memoria nei panni di un brizzolato oratore.

Articolo 17

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Articolo 13

La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c. 1, 2] e nei soli casi e modi previsti dalla legge [cfr. art. 25 c. 3].

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

E` punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà [cfr. art. 27 c. 3];.

La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

Articolo 48

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età [cfr. artt. 56 , 58 , 71 c. 2 , 75 cc. 1, 3 , 138 c. 2 , XIII c.1].

Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.

La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.

Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

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(20-2-2023) Bologna. Sono con Fabrizio Puglisi e incontriamo Marcello Mastroianni che ci mostra magicamente un lato solare e sconosciuto della città.  Siamo ora in una sorta di Versailles, con giardini e regge. Mastroianni consiglia l’esplorazione e una caccia al tesoro. Occorre trovare due scatole contenenti due preziosi trattati del Seicento di… (non ricordo i nomi dei due autori). Ci inoltriamo dentro i labirinti del maniero con Puglisi che nel frattempo è diventato Giorgio Tomasello. Sblocchiamo come in un videogame porte e sigilli. Troviamo infine i carteggi nei cassetti di un armadio di sotterranei e due scatole coi trattati di… Ne leggo una parte e torniamo in superficie. Ci accoglie Mastroianni che è diventato Gigi Proietti. Il trattato di … conteneva disegni licenziosi a corredo delle partiture. Per Puglisi (ritornato) non era per nulla interessante. Siamo alla Montagnola di Bologna e nel frattempo è arrivata Gaia Mattiuzzi. Fabrizio dice che i coltelli di casa sua non tagliano. Io e Gaia gli facciamo notare che siamo alla Montagnola e che li può comprare benissimo. Ne compra un set. Poi Gaia si trasforma in Lucilla Grossi. Camminiamo col suo ragazzo. Un omone alto e grosso. Spingiamo delle bici. Faccio notare che la bici di Lucilla non ha la lucetta posteriore e che la cosa è molto pericolosa di notte. Il suo ragazzo minimizza. (10-1-2023)

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Nel sogno di stanotte ero in tour a Los Angeles con Tonino Miano e Riccardo Grosso. Mentre loro sono in hotel comincio camminare lungo la spiaggia di Santa Monica e lo faccio per chilometri. Abbiamo un concerto alla sera ma io continuo a camminare fino al tramonto come in trance. Ad un certo punto mi rendo conto di essermi spinto troppo oltre e che devo ritornare per tempo. Arrivo nel parking di un hotel e chiedo ad una certa “Cindy” la strada per il ritorno, che nel frattempo si è fatta oscura e buia. Parliamo in un mix di italo-americano e lei si prodiga in ogni modo per darmi aiuto (PRIMO STEP: il volto, le fattezze di questo essere sconosciuto di nome Cindy sono presenti in me anche ora: tutto potrei descrivere, dalle rughe all’apparecchio ai denti. Probabilmente questo essere non esiste in questa realtà). La situazione sembra farsi difficile quando mi sovviene di avere la mia vecchia Alfa Giulia (mai avuta in questa vita) parcheggiata proprio nel parcheggio dell’hotel. La vedo dalle ampie vetrate che danno sul parcheggio. Sorridiamo insieme, ma quando esco l‘auto non c’è più. Cindy sostiene che potrebbero averla prelevata quelli della polizia per condurla al deposito comunale. La ragazza comincia allora a fare telefonate per ogni dove (STEP DUE: tramite Cindy io sono perfettamente in grado di comprendere in slang californiano ogni dialogo). L’auto si trova in cui a zona di periferia di Los Angeles. Cindy incarica un cameriere dell’hotel di accompagnarmi. La ringrazio di cuore e salgo in macchina col tizio in direzione deposito auto. (STEP TRE: Conosco ogni nome di via, viuzza, quartiere ed è come fossi alla guida al posto del cameriere). Poi non ricordo più nulla. #sogni #francescocusa #losangeles (6 gen 2022)

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Stanotte altro sogno incredibile. Sono sempre in una specie di città assurda. Una sorta di Bologna surreale. Sto lasciando la mia casa che viene affittata nel frattempo a 28 studenti. Discutiamo della logistica di questi poveri ragazzi e della vergognosa loro collocazione da parte del proprietario. La casa è infestata dalle blatte. Prima del mio viaggio in auto (ci sono altri problemi perché nel frattempo siamo a Parigi) devo sostenere un esame con una terribile professoressa universitaria e chiedo di essere messo per primo in lista perché devo partire. Lo chiedo a una mia amica che ha influenza su di lei (ma questa è senza volto). Vengo chiamato all’esame, non ho studiato nulla, non ho frequentato i suoi corsi, ho tutti i suoi libri incellofanati che cerco maldestramente di spacchettare. La prima domanda è sull’era dello swing. Nel sogno ragiono e rispondo, cercando materialmente le risposte. Parlo molto bene. E fin qui… Il punto è quando mi viene richiesto di parlare della questione relativa allo Yemen e delle specifiche della storia del paese. Ecco: parlo senza soluzione di continuità. Mentre sogno elaboro concetti e nozioni in maniera perfetta, cito i nomi di interi villaggi e personaggi storici del paese seguendo una sorta di schema luminoso della mia mente che mi evidenzia le esatte pronunce, perfino le inflessioni dialettali. Vengo promosso col massimo dei voti e intraprendo il mio viaggio. Stamane non ricordo che il sogno ma niente di specifico. Insomma di Yemen ne so poco o nulla. (ott 2022)

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Come si fa a credere alla materia bruta e a null’altro? Vi faccio un esempio coi miei sogni. Sogno spesso – per citarne uno – di scrivere su degli enormi rulli che lasciano colare questa scrittura (una sorta di miscela di alfabeti e formule matematiche) entro degli enormi calchi che servono ad attivare i motori di navicelle spaziali da me progettate. È un linguaggio che “possiedo”, sono formule che utilizzo a mio piacimento, tant’è che quando sto per svegliarmi cerco sempre di serbare in me quantomeno il barlume di tale consapevolezza. Invece niente. Nonostante provi anche a contare a ritroso, non rimane che la parvenza di qualche simbolo privo di significati, o comunque da me non decifrabile. Questa enorme “scienza” mi appartiene. Non saprei come spiegarlo altrimenti, ma è assolutamente prodotto di ”quel me”, in quell’ambito di realtà. Potrei fare un esempio più semplice: questo il sogno di questa notte. Tra le varie cose, mi ritrovavo a contemplare una sorta di mappamondo interattivo con tutte le traiettorie seguite dagli aerei di linea. Bene. Ero in grado di “leggere” tutte le località del pianeta, perfino le più remote: dalle metropoli all’ultimo atollo sperduto negli oceani, giungendo fino al più remoto dei villaggi messicani. Nomi, abitanti, altezza sul suolo ecc. Stavano lì a mia disposizione! Bene, chi orchestra tali scenari? È un accesso alla Conoscenza globale, quasi una possibilità infinita di accesso allo scibile che ci circonda che mi lascia a bocca spalancata. (2022)

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Faccio dei sogni meravigliosi. Praticamente, opere multidimensionali. Insomma, stanotte stavo con questa Kostanze, ma ci stavo da decenni con questa Kostanze, era perfetta questa Kostanze, bella, algida, svizzera, non rompeva mai le palle questa Kostanze. Capiva al volo tutto questa Kostanze, le stava tutto bene a questa Kostanze. Ricordo solo l’ultima parte di questo infinito sogno con questa Kostanze, eravamo in un aereo che sorvolava la Svizzera, una Svizzera ultra moderna con costruzioni futuristiche, con tensostrutture, palazzi bio ecc., ed eravamo reduci da un concerto insieme a Riccardo Pittau (c’è quasi sempre Riccardo Pittau, non si sa perché) e a tanti altri che non ricordo insieme a questa Kostanze che mi dava tanti baci durante l’atterraggio. Durante queste fasi però l’aereo si trasforma in un furgone tutto scassato e noi siamo seduti dietro mentre Pittau fa un’intervista con un noto critico di jazz col viva voce. Questi gli fa  girare le palle con domande insulse e Pittau lancia il cellulare nel pavimento di questo furgone che, nel frangente è tornato aereo. Io, gli altri e questa Kostanze cerchiamo di fargli capire che non è necessario  tirare via il telefono, basta spegnerlo il telefono, ma lui non ne vuole sentire e continua a mandare a quel paese il critico noto he nel frangente ascolta tutto. In buona sostanza atterriamo in un aeroporto futuristico, penso sia Ginevra, e scendiamo tutti: i musicisti, io, Pittau e questa Kostanze. Stranamente è già pronto il prossimo carico di passeggeri e quasi ci pestiamo i piedi, come in metropolitana tra chi sale e chi scende. Mentre gli altri mi precedono io mi rendo conto di aver dimenticato qualcosa sull’aereo, non ricordo cosa, forse è solo una mia paranoia, ma penso di aver dimenticato qualcosa. Lascio tutto, valigia, marsupio e cellulare a questa Kostanze, e risalgo sull’aereo quando un’anziana signora mi chiede gentilmente di darle una mano con la valigia. Non è una valigia, è un masso, le faccio, signora ma cosa porta qui dentro, le faccio, e a fatica riesco a salire su con tutto questo peso, proprio mentre le porte di richiudono e l’aereo decolla. No! faccio! devo scendere! fermate! grido per questo aereo immenso che pare un terminal! Pian piano scopro che non è l’aereo, ma tutto l’aeroporto che si muove, una intera pista in movimento. Dunque “scendo”, ma non so come contattare gli altri. Soprattutto come contattare questa Kostanze. MI aggiro per i terminali di questo immenso aeroporto, una roba kafkiana, penso, dentro allo stesso sogno, chiedo in giro, apro porte in cerca del terminal che immette sui voli destinati alla Sicilia. Niente, apro e chiudo porte che danno su enormi aule in cui si celebrano processi. Chiedo ai passanti di prestarmi un cellulare, così almeno posso chiamare questa Kostanze, cercare questa Kostanze, che saprebbe di certo indicarmi la giusta via del ritorno. Niente. Nessuno sembra possedere cellulari. Esco allora di nuovo fuori e mi ritrovo davanti a una sorta di resort, un enorme cartello con su scritto: “La Fattorietta”… (2021)

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Nel sogno di stanotte discorrevo animatamente con un tizio dentro a un autobus futuristico. Sono nei pressi di questo infinito aeroporto, sempre lo stesso, da dove partono aerei e astronavi e in cui finisco puntualmente per perdermi. Cercavo la toilette ma non la trovavo. Eppure conosco la struttura di questa vasta aerea dell’aeroporto, ma puntualmente finisco col perdermi. Dicevo del tizio, questo tizio sgradevole ora è con me sull’autobus e mi parla di cose che io non posso conoscere, che mai ho affrontato nella mia vita. Mi descrive equazioni, cita interi passi dell’Ariosto e di Kant in tedesco, mi descrive le meraviglie di autori a me sconosciuti in lingue che nel sogno comprendo, ma che nello stato di veglia a me risulterebbero incomprensibili. Ad un certo punto mi scopro di essere ospite di casa di… una casa che devo raggiungere ma che è essa stessa un altro dedalo di piani e ascensori. La stessa… non sembra trovare le chiavi. Ricordo un’area del palazzo che è una trappola perché porta esclusivamente ai piani 3 e 7 e da cui è impossibile uscire. E molto altro ancora che non riesco neanche a descrivere.

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Del sogno funambolico, avventuroso, picaresco, avvincente, surreale, irriverente, tempestoso, pronunciata dal protagonista delle rocambolesche vicende, rimane questa frase come appesa sul limitare del mio risveglio: “come sarebbe bello avere successo, non tanto per i soldi, ma per rendere felici le persone cui vuoi davvero bene”.

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– Ci sono dei segnali che “aprono” le porte e queste cose accadono in sogno. solo che ora in me questi sogni sono sempre più lucidi, e mi ricordo di fare certe che poi mi devo ricordare quando mi sveglio. Stanotte sono serviti per  accedere in una casa immane. Infinita.Il punto di unione è che si trova a Taormina (questo è sicuro) e che lo spazio che unisce le due parti (enormi) è una specie di sottoscala cantinato in cui si festeggiano i capodanni (ma che quest’anno è chiuso. (Capodanno. rito, passaggio). La cosa interessante è che fino a lì queste informazioni sono ovvie. Poi comincia a percepire l’immensità di quella casa. E da lì comincia l’angoscia. E’ una cosa troppo difficile da scrivere, uno stato inconcepibile.Al contempo però, prima che l’angoscia prenda il sopravvento, e quindi mi porti a svegliarmi, prendo nota di alcune cose: Il Grande Inganno. Praticamente questo livello percettivo mi fa tornare a una cosmogonia antica. Queste “porte”, queste “presenze” sono vie di accesso a una Conoscenza Superiore. Per esempio, l’universo tutto intero mi pareva un enorme limite, una specie di “inganno” concepito, di “limbo” informe atto a sviare da questa concreta gerarchia di Conoscenza. Ecco che siamo in The Kingdom, ecco Lynch, Von Trier, Esher, Eckarth… (2011)

Recensione di “Promised Land” di Gus Van Sant

(2013-02-19)

E’ con perfida dolcezza che il grande regista del Kentucky affronta le problematiche che affliggono l’economia delle zone rurali degli Stati Uniti d’America.

La provincia diviene il territorio della nuova speculazione: questa volta dietro le mentite spoglie dell’energia pulita quale fonte di rinnovata ricchezza per aree depauperate e in crisi.

Matt Damon (co-produttore del film) è un giovane rampante manager che proviene dallo stesso mondo agricolo, qui al soldo dalla medesima multinazionale che aveva contribuito a fiaccare l’economia dei suoi territori d’origine. Ma, per nostra somma fortuna, Gus Van Sant non è regista di denunce. Il risultato è dunque ancora una volta allegorico (ovviamente abbiamo pensato al Lynch di “Una storia vera”). Ne risulta una sorta di apologo con finale edificante, di racconto pedagogico in cui gli uomini si trovano a superare le difficoltà contingenti, le differenti contrapposizioni in funzione di un armonico equilibrio, di un’idea superiore.

La comunità, che dalla disperazione trae le forze per contrastare le mire tentacolari delle multinazionali, si erge al di sopra delle minacciose tenebre del contemporaneo grazie, paradossalmente, al suo principale nemico (Steve Butler-Matt Damon), il quale troverà modo di riscattarsi e di venire a patti con la sua vera natura. Uno sguardo ancora una volta alle realtà marginali ed estreme, per luoghi ove è maggiormente possibile cogliere gli effetti devastanti della speculazione finanziaria. In queste terre di mezzo sono ancora leciti gli eroici voli pindarici e le clamorose prese di distanza. Trattasi di retaggi che risalgono a una cultura nobile, umanistica e civile, in cui una intera comunità trova la forza di contrapporsi allo strapotere dello corporations (una lezione che va da Leon Battista Alberti a Dewey).

Questa l’intelaiatura di “Promised Land”, il resto essendo delizioso languore di panoramiche silenti, gioco delicato e atroce di amori e disagi, grigiore agreste e atemporale, bucolica del presente. In questo languore, la tematica ambientalista pare al fine vanificarsi in una nebbia, sfocarsi e dileguarsi per lasciare spazio al silenzio delle cose non dette, alla monotonia dei paesaggi, al cammeo della Natura.

Recensione di “Gangster Squad” di Ruben Fleisher

(2013-02-27)

Un “fumettone” girato magnificamente questo “Gangster Squad”, film che si avvale di un ottimo cast d’eccezione su cui spicca il solito Sean Penn nei parti del cattivo di turno.

Altrove si legge di improbabili accostamenti con “The Untouchables” di De Palma, ma sono comparazioni di maniera. Il film ha unaconnotazione comico-grottesca e i personaggi sono caratterizzati come in un cartoon, spinti agli estremi della caricatura. Davvero dunque un pregevole prodotto dal punto di vista tecnico: ottima la ricostruzione della Los Angeles di fine anni quaranta e la cura dei costumi e degli scenari.

Ma al di là di ciò il film non graffia, rimane una sorta di ibrido tra il poliziesco e il comico, in una vertigine di generi. Manca del tutto la visionarietà della serie di “Men in Black” ad esempio, la sceneggiatura è fragile (anche se pare sia ispirata alla storia vera del bandito Mickey Cohen), di estrema povertà le battute e i dialoghi.

Comunque ogni paragone con gli illustri precedenti della tradizione è a mio avviso errato, e leggere questo film in quella chiave non rende giustizia del carattere leggero e di “divertissement”, del taglio spensierato che all’intera vicenda Fleisher intende dare.

Certo, un senso di smarrimento si impone ad un certo punto: un superlativo cast di attori che non riesce a trasmettere una stilla d’emozione (fatta salva forse la scena della moglie del sergente O’Mara partoriente nella vasca da bagno durante una sparatoria), lascia quantomeno stupefatti. Tutto rimane estremamente “colorato”, oseremmo dire laccato, e per converso inesorabilmente scialbo, superficiale; insomma, è come mangiare un piatto di lasagne in autogrill.

Mille ore di questo film non riuscirebbero a restituirci trenta secondi della tensione di “Django”.

Recensione di “Educazione Siberiana” di Gabriele Salvatores

(2013-03-12)

Niente da fare. Anche qui sentiamo il tintinnio del ghiaccio e osserviamo l’olivetta vagolare nell’aperitivo milanese delle diciannove. Salvatores è riuscito nell’impresa di farci stare più che in Siberia a Cinisello Balsamo. Ovviamente parliamo di sensazioni, chè gli ingredienti – neve, freddo e saune – in questo “Educazione Siberiana”, tratto al noto libro di Nicolai Lilin, ci sarebbero pure tutti: lupi inclusi.

C’è sempre questa patina didascalica, questo indicare e mostrare col ditino, che alla lunga prostra e annoia, una sottile ma costante richiesta di attenzioni volta ad evidenziare i salti e i rimandi esemplificativi della sceneggiatura rispetto alla complessa trama del romanzo. Poche sequenze da ricordare, il resto scivola via come il campari nell’ugola del broker (con la stessa urgenza insomma di chi ha la testa sia alla fettina che al brasato). Mettersi a caccia del segnale gps nel Deserto del Sinai potrebbe avere qualche chances di riuscita maggiore rispetto alla ricerca di pathos ed emozione in questo film: zero patata si diceva un tempo.

L’unico risultato meritevole che Salvatores riesce a ottenere è quello di lasciarci allo scandaglio dei particolari. In questo appassire di trama e divenire filmico infatti ci si concentra piuttosto su suppellettili, sfondi, giochi di luci. Cominciamo ordunque a detestare l’inesorabile smorfia con la “boccuccia” di Malkovich, sempre la stessa ad ogni film. Il problema è che quest’uomo sembra sempre in procinto di mangiare una ciliegia, anche mentre lancia un piccione in aria o spara a un cane… grande attore per carità, ma se siamo così affetti da acribia maxillo-facciale è tutta colpa di Salvatores e del suo torpore.

IN BUONA SOSTANZA, UN FILM SENZA CAPO NÈ CODA.

Recensione di “Spring Breakers” di Harmony koine

2013-03-19

Film importante e di notevole spessore. Leggere le recensioni sprezzanti della stragrande maggioranza della critica (il film è stato presentato a Venezia) è cosa che irrita alquanto. Assoluta miopia e ristrettezza analitica finiscono col conferire allo “stile da videoclip” il carattere saliente di “Spring Breakers”, quando invece è la ricerca di linguaggi cinematografici alternativi a rappresentare il fulcro del lavoro di Harmony Korine. Innanzitutto colpisce l’imbarazzo del pubblico in sala – molti ragazzini – in bilico tra aderenza e rifiuto al modello dello “sballo”, del delirio nel vuoto esistenziale. Dura poco l’effetto effervescente, mentre subentra gradatamente quello sinistro e deviato, dovuto allo sfalsamento percettivo del piano della narrazione. Le tecniche di slow motion, la distorsione dell’audio delle canzoni, le inquadrature traballanti conferiscono una dimensione edulcorata e onirica della violenza latente che viene trattenuta in un perenne mancamento sadico. Viene in mente il recente e malriuscito “On the Road” del povero Walter Salles, e ci si chiede se forse questo “viaggio” delle pin-up del nostro contemporaneo non sia infinitamente più vicino a ciò che oggi Kerouac potrebbe fare del suo romanzo, del suo viaggio iniziatico. La sequenza finale che capovolge la telecamera implica un reale sovvertimento dei valori, e ciò che è qui rappresentato non è affatto oggetto di denuncia e giudizio critico da parte di Korine. Quella via d’evasione è comunque una nuova porta, un nuovo modello di fuga dalla routine di una vita scialba e priva di contenuti (pensiamo all’ancor più orripilante “catechismo” di una delle quattro ragazze all’inizio del film). Nessuna aderenza ai modelli della tradizione è più sostenibile per questi ragazzi del terzo millennio: il gioco della distruzione e dell’abbattimento dei totem è stato assorbito nei vari cicli di mutazione generazionale: adesso si spara e si uccide, mentre dal cellulare si cercano conferme e si rassicurano le mamme. Korine, mediante la paradossale vicenda delle “killers in bikini”, immerge la telecamera-scandaglio in profondità, nelle acque solo apparentemente stagnanti di questo mutamento generazionale che probabilmente è epocale, globale e astorico.

Cellulite e celluloide: bellissimo.

Plutocrazie e controllo mediatico

“Decidono cosa vedono gli utenti nei propri feed di notizie: costruiscono la loro realtà”.

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Mie considerazioni. 

Siamo dentro il vero fascismo del pensiero unico. Ciò che consente alibi alla retorica fascista DEM, è in realtà una vera e propria fuga nostalgica verso un passato investito di odio/fascinazione: prendo un demente come La Russa che fa dichiarazioni “ad minchiam” e lo trasformo nel significante reale, ossia attualizzo un pericolo, nei fatti inesistente (il ritorno delle camice nere, l’olio di ricino ecc.); oppure, esaspero la problematica della parità dei diritti e la applico al linguaggio nel tentativo di uniformare l’individuo all’immaginario della “cancel culture”, magari farcendo la torta di retoriche ambientaliste e femministe di infimo livello. Il mondo finanziario e politico è dominato da plutocrazie giudaico massoniche, dall’elite del protestantesimo tradizionale WASP, ecc. Negli ultimi vent’anni l’ineguaglianza economica è cresciuta a dismisura (e questi sono gli effetti del capitalismo finanziario e dello scientismo, altro che mondo migliore): lo 0,1 per cento di questi plutocrati esercita un’influenza notevole non solo sulla politica, ma anche sul dibattito delle idee, e quindi sulla cultura collettiva (fonti: Chrystia Freeland, “Plutocrats, The Rise of the New Global Superrich and the Fall of Everyone Else, editore: Penguin)”. 

Il paradosso è che questa enorme diseguaglianza è frutto delle istanze ideologiche della nuova teologia DEM, che in Italia ha rappresentanti mediatici e politici nei vari Mentana, Gruber, Fazio, Formigli, Bianchi, Schlein, Letta, Fiano, Franceschini, e compagnia cantando, questi ultimi al soldo delle istanze di un’Europa sempre più serva delle plutocrazie americane. Tutto è congestionato dal controllo del fact-checking, gestito ancora una volta dai plutocrati, e dalle loro università di élite, nell’intento di generare idee e produrre cultura uniformata, e dunque una scienza figlia di mostruose ipertrofie che in Italia trae linfa dal Cicap e si nutre di “pieroangelismo” (e ciò produce coprifuochi, tessere verdi, divieti di circolazione, mortificazioni delle libertà individuali, nemesi mediche, tirannie delle statistiche, dipendenze farmacologiche, ecc.). 

I kapó del 2023 sono i sostenitori di questo “stato delle cose”. Contro di essi la mia battaglia di resistenza: civile, culturale, artistica, politica. 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-daniele_luttazzi__societ_di_factchecking_il_ruolo_della_cia_e_il_maccartismo_dellinformazione/39602_49265/

La Weltanschauung Juventina

Com’è che con tutti ci si intende al volo e con gli juventini no? Sembrano i carabinieri quando ti chiedono i documenti. Fanno i politically correct. Sembrano abitare un pianeta altro. Alieno. Tollerano male le iperboli. Ma solo in questo ambito, quando si parla di calcio. Stranamente. Che gente. La discussioni con “loro” si dispongono più o meno in questa guisa: uno dice “cazzo” (esclamazione per motivi x) e quelli ti rispondono cose del tipo: “sei maleducato/hai problemi al membro/hai un’erezione/non hai un’erezione”, ecc. Insomma diventano ̶ a fronte di enormità   ̶ dei minimizzatori, o peggio, degli interpreti del significato letterale di ossessivo-compulsivo. Questa la loro trasposizione calcistica, la loro weltanschauung. Un’interessante ricerca era stata condotta dal professor Frank Usa sul finire degli anni Novanta. Riportiamo alcuni stralci della nostra intervista dell’epoca al celebre luminare: “Ora, si dirà che è solo un problema di palle che rotolano, di palle prese a calci (in tutti i sensi). Errore grossolano. In realtà siamo di fronte a una vera e propria questione di vita o di morte. La mia teoria è che i tifosi di questa squadra siano in realtà alieni, o meglio, che siano espressione del fatto che gli alieni sono già qui e che ci controllano. Non si spiegherebbe altrimenti come, amici fidati, grandi menti critiche, fior di intellettuali, possano   ̶ a fronte di evidenti e costanti trend   ̶ rispondere con una metafisica che potremmo definire del “pensiero a-critico”. È tutto un collassare, insomma (cito wikipedia) “di informazioni legate all’esperienza, all’osservazione, al ragionamento, di tentativi di andare al di là della parzialità del singolo soggetto”. Capisaldi teorici e prassi che, viceversa, in altri contesti e nei medesimi soggetti, rappresentano dogma incorruttibile della condotta dialettica che sta poi alla base di ogni ragionamento. C’è qualcosa di “orwelliano” (fateci caso), nello juventino medio: ciò a vari livelli, una costante che si palesa così nell’intellettuale come nel tifoso comune, un blob accidioso, una sintesi sottrattiva che interagisce carsicamente, scavando nell’intersoggettività del tifoso della Madama Zebrata. Sì… una risposta omogenea, una reazione pre-determinata, un vicolo cieco del dubbio. Ciò è riscontrabile, oserei dire empiricamente. Lo sguardo placido muta repentinamente, si fa “rettiliano”, nell’esperimento che oramai esercito da qualche anno. Parlo dello “Switch Subitaneo”, ovvero di quel processo di individuazione teso a smascherare l’alieno che possiede il corpo e la mente del tifoso bianconero. Questo esperimento lo si deve principalmente a un atto di altruismo, di cura della loro medesima salute, al fine di liberare il corpo dall’intruso e, definitivamente, mediante tecniche ancora da perfezionare, benché condotte con criteri di assoluto rigore. Al momento, io e i miei collaboratori riusciamo soltanto a documentare questo fatto, a rendere cioè palese che si sta andando verso una forma di controllo globale tramite una sorta di deriva psico-calcistica volta a generare sostanziali livelli di massa a-critica. Il giorno migliore per l’esperimento è il lunedì sera, ovvero quello deputato tradizionalmente ai processi sportivi, ai commenti feroci della domenica calcistica appena trascorsa. Occorre parlare, approfittando della distrazione da aperitivo, di cronaca, fisica quantistica, musica, gossip, movimenti della tettonica a placche, inserendo a un determinato punto, d’emblée, una frase provocatoria, con allusioni evidenti alla malefatta di turno, al favore arbitrale ennesimo teso a favorire la squadra degli Agnelli. L’osservazione delle reazioni comuni  ̶ancestrali, come a difesa d’un non ben precisato territorio di guerra, d’una casta, o d’una casata,  sarà documento importante e funzionale alla ricerca, soprattutto se l’esperimento verrà condotto su larga scala, da più volontari contemporaneamente ed in luoghi differenti della stessa città. Videoregistrare le “reazioni” sarà fondamentale per evidenziare i tratti comuni, le costanti, le monotone cantilene ripetute ossessivamente, e che sono il tratto saliente che esplicita la presenza di un organismo nel cervello del tifoso juventino medio. Sulla base di migliaia di dati, abbiamo potuto dunque appurare, con relativo margine di dubbio, che le risposte sono indotte. Sarebbe altrimenti impossibile concepire una tale impermeabilità multilivellare a delle evidenti effrazioni di codici e regolamenti sportivi, che dovrebbero suscitare reazioni variegate quantomeno nel simpatizzante. In altre parole, non è fantasioso ipotizzare che, nel tifoso juventino medio, siano stati impiantati microchip di derivazione non terrestre. Pubblicheremo i nostri risultati entro un tempo ragionevole.” (Il professor Frank Usa scomparve in circostanze ancora nebulose nel febbraio del 1998. Si è parlato di suicidio. Più probabile la causa dell’avvelenamento. Inutile dire che tutti i dati della sua ricerca sono andati perduti). 

Recensione de “Il Lato Positivo” di David O. Russell

(2013-03-30)

Sarebbe pure un delizioso filmetto questo “Silver Lininghs Playbook”; ben scritto, ben recitato e con una discreta sceneggiatura.

David O. Russell, che del resto ci aveva deliziati col precedente “The Fighter”, qui mette in scena il disagio psichico di Pat e lo relativizza all’interno di una dinamica familiare classica, fatta di ritualità maniacali e tic domestici (il padre è uno straordinario Robert De Niro).

Il problema è che tali rispettabili premesse vengono disattese dopo tre quarti di film.

Il raggiungimento dell’acme di questa commedia a lieto fine, risente di un meccanismo troppo obsoleto e arrugginito, ovvero quello del lento dipanarsi della vicenda drammatica e del suo risolversi nel tripudio corale panico. In questo senso si rimane ancora più delusi, giacchè la prova degli attori e la profondità dei dialoghi, aveva ben disposto il nostro animo, che tribolava speranzoso a favore di un’inusitata piega degli eventi. Ma, ahinoi, tutto quell’addensarsi di nubi finisce con l’evaporare in una festosa pioggerella primaverile con tanto di arcobaleno.

Eppure ci sarebbero stati tutti gli elementi per fare di questo “Il Lato Positivo” un gran bel film, per non farlo scemare insomma in una mera questioncina d’amorosi affetti. Il confine labile tra malattia e “normalità” rimane latente e non scava nella carne dei personaggi: ad esempio poteva maggiormente essere esplorato il rapporto padre-figlio, congestionato emotivamente nella scaramanzia delle fisime del padre scommettitore, o ancor più in quello appena abbozzato con il fratello e la madre, troppo semplicisticamente messi da canto, per un finalino domestico indegno. Ma ci stiamo rendendo conto di parlare già di un altro film (ci viene in mente Eastwood, a come avrebbe viceversa trattato queste tematiche).

Se parliamo di occasione perduta, è proprio in ragione di una discreta mano registica. Al pari del rutto trattenuto nel pensionato dal solido galateo, le interessanti prospettive enunciate nella prima parte del film paiono implodere e trattenersi, impantanarsi nel bisogno latente di compiacere pubblico, produzione e vanità, e in definitiva collassare nelle guanciotte della pur affascinante Jennifer Lawrence.

Recensione di “Hitchcock” di Sacha Gervasi

(2013-04-08)

Questo film mi ha ricordato molto il recente “Tu chiamami Peter” di Stephen Hopkins, dedicato alla vita di Peter Sellers. Qui Sacha Gervasi dedica la sua opera al “Re del Brivido”, e in particolare alle tribolazioni che daranno poi genesi a “Psycho”, film per cui Hitchcock impegnò casa e onore.

Ovviamente tutte queste operazioni biografiche (ho il terrore di un possibile film in futuro su Kubrick) rimangono estremamente rischiose. Come nel caso di Sellers, anche qui con Hitchcock ci si addentra nei meandri sordidi della vita privata, nelle miserie piccine dell’artista, e si finisce, di conseguenza, col deflorare l’aura sacra e intoccabile di un mostro sacro del cinema.

Operazione dunque sempre e comunque d’azzardo, non facile, rischiosa, temeraria. Come in certi autoritratti celebri, forse tali azzardi sarebbero tollerati a stento in certe autobiografie cinematografiche d’autore.

Ciò precisato, il film è godibilissimo grazie alla prova di attori straordinari come Scarlett Johansson, Jessica Biel, Anthony Hopkins, Michael Stuhlbarg, Helen Mirren, ed offre uno squarcio illuminante sulle perversioni di “Hitch”, sulla vicende della sua relazione di coppia, e sulla realtà hollywoodiana di quegli anni. In questo senso appare molto interessante tutto il travaglio che una pellicola come “Psycho” ha dovuto attraversare per passare il vaglio della terribile censura ancora vigente all’epoca. Del resto la connotazione di personaggi e ambientazione è talmente evocativa da farci sguazzare nella acque calde della tinozza di casa fin da subito. Il processo di identificazione lavora nel subconscio e si finisce con lo sprofondare in emozioni senza tempo soltanto a contemplare la ricostruzione degli scenari del film.

Per noi appassionati è comunque un viaggio estremo, ai confini della realtà, che finisce col proiettarci – per contrasto – sul piano inclinato di questo presente asettico e privo di poesia.

Guenon, Borges, Carlo Palermo e la Schlein.

Ciampi, Draghi ecc., gesuiti e massoni in lista del Comitato di consulenza globale e di garanzia per le privatizzazioni del 1993. Nascita della nuova Europa e del Nuovo Mondo. La piramide rovesciata che sta sopra alla P2 (da leggere come P elevata al quadrato) nei rapporti di Tina Anselmi. I Rosa Croce. La piramide del Louvre… così recitano alcune pagine del volume di Carlo Palermo “La Bestia”.

Cerchiamo di fare chiarezza. Cosa è questa piramide da un punto di vista simbolico? Ci viene incontro Guenon ne il suo “Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi”. Prendiamo un triangolo “il cui vertice è il polo essenziale che è qualità pura, mentre la base è il polo sostanziale, cioè, per quanto riguarda il nostro mondo, la quantità pura, raffigurata dalla molteplicità dei punti della base di contro al punto unico del vertice”.

Ora, è evidente che la molteplicità rappresenta il “quantitativo” e che essa sarà tanto più evidente quanto più è distante dal vertice per avvicinarsi alla base. Immaginiamo tale base come indefinitamente distante dal vertice: ne risulterà un distacco tale da far sì che tra base e vertice non vi sia più alcun rapporto reale (l’attuale situazione del nostro mondo), così come apparirà altrettanto evidente che la conoscenza è del tutto scissa dal proprio centro di emanazione iniziatico (con conconseguenze devastanti dal punto di vista storico-antropologico). “Spogliare gli esseri delle qualità proprie”, non è forse questo il palese intento della “Società della Sorveglianza” e della cosiddetta “cancel culture” che mira, in perfetta linea con lo scientismo imperante, al dominio della quantità del dato, del numero, della statistica fredda, rispetto alla qualità? Ancora Guenon: “si cerca effettivamente di rendere gli individui tanto simili tra loro quanto la natura lo permette, e questo in primo luogo pretendendo di imporre a tutti un’educazione uniforme (e aggiungerei un’informazione mediaticamente uniforme). L’occidentale moderno non si accontenta di imporre a casa sua un tal genere di educazione: egli vuole imporlo anche agli altri, unitamente al tutto il complesso delle sue abitudini mentali e corporee, al fine di uniformizzare il mondo intero” (e sulla natura profetica di queste parole, ritengo di non dover aggiungere altro).

Borges nella sua raccolta di racconti “Finzioni”, nel racconto “Le Tre Versioni di Giuda” ci fornisce un ulteriore, prezioso dettaglio: “L’ordine inferiore è uno specchio dell’ordine superiore; le forme della terra corrispondono a quelle del cielo; le macchie della pelle sono una mappa delle costellazioni incorruttibili; Giuda riflette in qualche modo Gesù”. Ancora una volta un riferimento al simbolismo, ai mondi rovesciati, ai triangoli comunicanti fra basi e vertici in successione.

Il povero Carlo Palermo, da scettico e fedele uomo di giustizia, si ritrova così catapultato, a seguito della sua caparbia volontà di verità, dentro un vortice che finisce col mutare i fatti in codici allegorici, a qualificare le vicende degli omicidi mafiosi eccellenti come emanazione di una ritualità ancestrale e profondamente radicata in ogni apparato politico e militare dello Stato e dell’economia internazionale. P elevato a 2 “non indica forse la dilatazione (che si apre verso l’alto) rispetto a ciò che ne rappresenta la base? Se, cioè, immaginiamo la P2 come una tradizionale piramide che presenta il proprio vertice in alto – così comunemente la rappresentano i massoni – la P elevato a 2 non starà a indicare proprio quella piramide sovrapposta e rovesciata ipotizzata dalla Commissione P2 (e confermata dal venerabile Gelli), che parrebbe non si sia mai voluta esaminare perché racchiuderebbe qualcosa che si trova su e non debba essere scoperto?”. Tralascio in questo scritto l’ulteriore approfondimento della relazione tra vertice del triangolo inferiore e vertice del triangolo rovesciato perché ci porterebbe troppo lontani: posso solo suggerire di indagare sulle relazioni tra il demiurgo del Settimo Cielo e l’Ogdoade e l’Ottavo Cielo, e veniamo all’oggi.

Dà da pensare che al giorno d’oggi, a seguito dei processi di uniformizzazione conseguenti al lockdown e al coprifuoco, solo pochi si pongano dei quesiti. Nessun dubbio sulla potenziale pericolosità di un farmaco sperimentale testato a livello mondiale. Niente da dire in merito alle migliaia di morti improvvise e alle conseguenze devastanti di questo farmaco negli ultimi due anni. Derubricata come normale l’assurdità che vedeva le forze dell’ordine all’inseguimento di un uomo in spiaggia che prendeva il sole da solo. E potrei continuare con moltissimi altri esempi. Guarda caso, tutta l’omologazione del pensiero elitario pare convergere verso gli esponenti figli di questa standardizzazione della cultura entro parametri “davosiani”. La “sinistra” DEM si trasforma così in organo principe della denuncia della satira e va a caccia di caricature della Schlein per intimare il “body shaming”. Siamo di fronte all’uniformità della satira, alla morte della biodiversità, alla fine di riviste come il “Vernacoliere”, “Il Male”, al processo di estirpazione delle proprie stesse radici. La satira è sempre stata la linfa essenziale a sinistra per un reale processo di filtrazione del Reale entro una panoramica “critica e dialettica”: dobbiamo ricordare il primo Benigni, la tv di Curzi con le straordinarie caricature di Bossi da parte Guzzanti, i carri carnascialeschi con i politici della Prima Repubblica ecc? Diventato intollerante, privo di ironia, noioso, il “popolo delle primarie” trova (non so quanto consciamente) rappresentanza de facto per tramite della Schlein, degli ideali di Davos e della cultura del politicamente corretto più beceri.

Questi accostamenti servano da spunto di riflessione.

Recensione de “La Nota Imperfetta”, di Annalisa Frontalini – “Infinito Edizioni”

La poesia di Annalisa Frontalini ferisce e non cicatrizza, mostra le piaghe del verso con scabrosa leggerezza, offre la materia del proprio corpo alla passionalità mai redenta. La catarsi è nel sangue, nel cammino doloroso, nella nudità cristica, nella flagellazione di amori celebrati nelle notti estive, nei sospiri dei silenzi ricercati.

Siamo di fronte a una sofisticata liturgia della carne, della genuflessione devozionale che rimanda a certi lavori di Leiris o della Valduga, liturgia che trova linfa nella sublimazione dell’accoglienza, nell’eterno istante che “scortica la vita e sussurra alla morte”. L’autrice, pur così “squassata, squinternata, infiammata”, è alla costante ricerca dialettica del sacro, dell’evocazione amorosa che tutto ingloba, di una sorta di animismo panico screziato dalla fiamma ossidrica del verso.

Bellezza e dolore, in un abbraccio perenne, “luce di oro/queste miserie/tra le tue braccia”.

Recensione di “Oblivion” di Joseph Kosinski

(2013-04-17)

Un film importante, imponente, che racchiude la summa del genere. Kosinki, regista già dell’ottimo remake di “Trone Legacy”, purtroppo poco premiato al botteghino, realizza un’opera titanica: ne scrive la storia sotto forma di graphic novel e riesce a portarla sul grande schermo. Il risultato è sorprendente, grazie anche alla superba prova di Tom Cruise, davvero perfetto nel ruolo dell’eroe prometeico. Cominciamo col dire che l’impatto visivo di “Oblivion” è davvero superbo, la cura delle navicelle e degli scenari post-apocalittici preziosissima, benchè forse un po’ troppo “Apple-Style”. La sceneggiatura (con buona pace della critica) davvero densa e complessa, così come l’affabulazione, che richiede notevoli e impegnativi sforzi allo spettatore. Purtroppo le note stonate arrivano dall’orribile colonna sonora degli M83 e da due, tre orribili cadute di gusto (alcune battute davvero scadenti, una patetica scena erotico-aerobico-acquatica) che finiscono con l’incrinare indelebilmente il quadro ieratico e apocalittico dell’opera. Un vero peccato, in quanto il tema centrale del film è viceversa denso di spunti di riflessione e di colpi di scena: si parla di clonazione, anima, ed in fin dei conti di spiritualità. Si sarebbe potuto maggiormente esplorare il tema della solitudine, in una sorta di trasposizione umana di “Wall-E”, ma ciò avviene prevalentemente nella prima parte del film, mentre la seconda parte modula troppo velocemente verso una fragorosa sequenza di eventi (anche se molti tra gli aspetti più interessanti della trama finiscono col rivelarsi proprio nel finale).

Inutile stare a rimarcare il livello di citazioni: non basterebbero cento pagine. A mio avviso un omaggio sentito al cinema, e un film da vedere assolutamente.

Recensione de “Il Grande Gatsby” di Baz Luhrmann

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(2013-05-23)

Grande cinema americano, punto e basta. Possono tranquillamente mettersi il cuore in pace i critici ancora alla ricerca di una corrispondenza, di una contiguità non si sa bene più a che cosa: se a testo o a precedenti riadattamenti cinematografici dell’opera (in questo caso, il Coppola del 1974). Baz Luhrmann opera in maniera intelligente e sfoggia tutto il suo talento visivo in questa versione “pop” del celebre romanzo di Scott Fitzgerald, enfatizzando alcuni periodi salienti del libro e riadattandoli alla sua propria estetica. Ciò con sostanziale buona pace di tutti. Il film ricalca le atmosfere sfavillanti del suo precedente “Moulin Rouge”, soprattutto nella prima parte dedicata allo sfarzo delle feste del misterioso Gatsby, con un riadattamento musicale contemporaneo che conferisce vitalità e calore alle ambientazioni degli anni ’20. Proprio lo scardinamento dell’immaginario visivo e sonoro degli anni in cui si ambienta “Il Grande Gatsby” è il punto di forza del film (e anche qui non possiamo che rimarcare le solite insostenibili accuse censorie di chi scrive di cinema con l’abbeccedario e il pallottoliere), ed è in questo straniamento che si celebra il talento “fashion” – in senso buono – del regista. Ne risulta una specie di “soap opera” metafisica e surreale, dalla cornice visiva ammaliante, estetizzante fino allo stremo, in cui si rifrangono le emozioni senza tempo del romanzo secondo colorazioni estreme. Il limite ricercato è proprio nella rappresentazione magniloquente, nella confezione, nel cinema “che si fa guardare”: è proprio questo confine estetico che si dà Luhrmann a dare paradossale vitalità alle ragioni di un riadattamento non sterile, di una rilettura contemporanea dell’opera. Lavoro ampolloso ma di sintesi dunque, riadattamento esemplificativo ma non riduttivo: alla fin fine un grande omaggio di tradizione (cos’altro era “Piccole Donne”?). Su tutto campeggia, sontuosa, l’immagine di un Di Caprio fuori dal tempo e dalle elucubrazioni analitiche del dopo-cinema.

Primarie secondarie.

Ma ve lo immaginate un governo gestito da questa eretica della Società della Sorveglianza?

Prevarrebbe un’ideologia che riflette la visione delle plutocrazie, dell’élite economica e finanziaria occidentale con devastanti ricadute sul tenore di vita dei più disagiati. Sarebbe il trionfo della cosiddetta “cancel culture”, del nuovo catechismo à la “BlackRock”, della discriminazione “inversa” che prevede la ghettizzazione della biodiversità del pensiero, a vantaggio di una filosofia grezza e omologante avente come centro l’ideologia di Davos.

Dovesse vincere la nuova Giovanna “D’Arci”, sarebbe il trionfo della dicotomia castrata di una cultura egemone che non prevede alternative al pattern di sistema.

Ora immaginate i quartieri spagnoli a Napoli, lo Zen a Palermo, il Tondicello della Plaja a Catania, e visualizzate le modalità di linguaggio e relazione tra la Elly Schlein e i cultori del nuovo cargo mediatico; “brutti, sporchi e cattivi” di scoliana memoria, ossia il rimosso pasoliniano di questa sinistra rosa-fumetto, avanzerebbero come legioni di non morti alla ricerca di carne tenera ed ecologicamente compatibile (di mascherìn munita).

(Francesco Cusa)

Recensione de “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino

(2013-05-30)

La grande bellezza è un film che verrà compreso appieno tra qualche decennio. Per molti aspetti siamo di fronte ad un’opera originalissima, ad un canto lirico di rara delicatezza, edificante per le coscienze cagionevoli e moribonde di questa epoca di decadenza surreale. La scelta della città eterna, in questo senso, non può essere casuale. Roma si staglia nella preziosissima fotografia di Luca Bigazzi quale incanto disumanizzato: una gigantesca scenografia su cui far volteggiare la macchina da presa, incommensurabile sfondo alla narrazione degli sprazzi di vita di Jep Gambardella. Siamo distanti dalle periferie pasoliniane di Mamma Roma e Accattone. Servillo è la maschera attoriale perfetta di un dandy da salotto, e dunque gironzoliamo dalle parti di Flaubert, Proust e compagnia bella. L’ambito di questo film-romanzo è quello di una recherche multidirezionale che transita attraverso gli orditi di un calembour visivo preziosissimo, con una cura del sonoro quasi maniacale (Lele Marchitelli). Un’opera sinestetica, solo apparentemente “felliniana”, giacchè il tema dell’estremo struggimento è quasi ottocentesco, “viscontiano”. Jep Gambardella, questo “Des Esseintes” del nostro tempo globalizzato, esprime nella sua rinuncia la poesia estrema del piacere edonistico, la vacuità dell’essere de-strutturato, l’impiccio dello stare al mondo (eccezion fatta per quei rari momenti di assoluta bellezza che si impongono alla miserabile commedia umana quali lampi di congiunzione inverosimile con l’homo naturalis, nel paradosso dialogico e dialettico della vita salottiera ed urbana). In questo senso la figura della Santa, lungo la portentosa parte finale del film, assume ruolo catartico nella funzione connettiva della trama; “la povertà non si racconta, la si vive” è la frase che delimita l’universo poetico del film, nel rigore della scelta (non importa quanto vana), nella ricerca delle radici ed alla fin fine di un decoro formale che poi, nel caso di Jep, è anche costrutto intimo, ricongiunzione con il proprio passato. Ciò fa de “La Grande Bellezza” un’opera rigorosa e severa, e di Jep Gambardella la versione sofisticata di Tony Pagoda, nell’inversione morale dei codici che purtroppo sfugge agli osservatori superficiali. Opera corale e complessa, ma dotata alla fin fine di quel tocco di leggerezza che strugge e commuove, ad ogni angolo, negli straordinari tramonti, per le penombre di stanze vuote ma ricche di capolavori occultati. Con la cura maniacale di ogni inquadratura, Sorrentino evidenzia il paradosso di tanta magniloquenza e bellezza in contrapposizione al vuoto siderale di certe vite. Lo straniamento di una città à la De Chirico, priva di traffico, quasi aliena, trova risvolti nei sabba danzerecci, nelle festicciole volgari, un costante andirivieni fatto a misura del tempo scaravoltato di Jep: si va a letto quando tutti si alzano e ci si sveglia quando gli altri tornano dal lavoro. Verrebbe da ribadire che “hanno tutti ragione”, non fosse per quel dolce, struggente scivolare della macchina sulle acque del Tevere e sui titoli di coda.

Recensione di “Solo Dio Perdona” di Nicolas Winding Refn

(2013-06-12)

Una premessa, a mio avviso doverosa. Ho trovato indecenti le modalità con cui la critica ha bistrattato e vessato questo film: indecenti e spicce. A leggere sembra d’esser di fronte a qualcosa di imbarazzante e vacuo, invece parliamo di un signor film, a mio avviso ancora più interessante del precedente “Drive”. Ci sarebbe da domandarsi seriamente con quali criteri analitici ci si accosti a certo cinema, che certamente potrà non incontrare il gradimento dei molti senza per ciò esser liquidato alla stregua di un filmetto qualunque. Il leit motiv sembra essere quello della noia, dell’efferatezza non giustificata di certe scene, della ricerca di un certo tipo di motivazioni nella sceneggiatura. Arditezze, licenze poetiche che, magari e per contro, vengono magnificate per tali a fronte dei soliti nomi unanimemente riconosciuti, nella salottiera e post-prandiale analisi dell’Ovvio .

Orbene, Nicolas Winding Refn utilizza la violenza – lo studio della violenza – come strumento d’indagine conoscitiva in chiave anti psicologica (il ragazzo non si accontenta e scava oltre la scorza dell’inconscio, di questa inezie positivista assurta a dogma). In “Solo Dio Perdona”, Refn mette in scena una sorta di bizzarro dramma edipico ambientato a Bangkok, o meglio, utilizza la cornice del dramma edipico per poi trattare il tema del rapporto tra uomo e natura. Il film scorre lentissimo, ma inesorabile, diretto con mano ferma verso l’epilogo, tra atmosfere rarefatte e quasi surreali, grazie alla solennità delle musiche di Cliff Martinez, alla cura di una fotografia limpida e ai limiti della maniacalità. In questa tensione tattica vengono ad aprirsi degli squarci di puro orrore, come dei siparietti terrificanti, in cui si esplica lo scontro tra una famiglia di trafficanti americani (Madre e i due figli) e la polizia thainlandese capeggiata da un guru ieratico e spietato, impersonato da Vithaya Pansringarm. Nello scontro impari tra due culture, due mondi, due morali, emerge l’incorruttibile figura di questo straordinario maestro, emblema incarnato di un mondo occulto, imperscrutabile ai sensi ed alle logiche barbare degli “occidentali”. Alla cieca violenza, figlia della corruzione e della speculazione, si contrappone dunque una entelechia della violenza, superiore, intrisa dell’elemento del sacro, che nelle acque stagnanti di una metropoli devastata dalla droga e dalla delinquenza trova linfa e radici, ed alla fin fine spiritualità suprema. La Redenzione – laddove c’è – passa attraverso l’inesorabile sacrificio e i tortuosi sentieri della sofferenza e della tortura. Così un microcosmo mantiene le sue peculiarità, anche nella “colonizzazione”, anche nel deterioramento delle culture e delle identità. Le pecche del film stanno piuttosto in una disarmonica evoluzione dei personaggi: su tutte quella di uno sconclusionato ed inebetito Ryan Gosling che avrebbe senz’altro fatto bene a rimanere coi piedi a mollo nella sua piscina; ci saremmo risparmiati quelle tre-espressioni-tre con tanto di camminata sbilenca e reazione trattenuta-e-rilasciata. Con buona pace delle donzelle in fremito: siamo già stanchi.

Recensione di “Holy Motors” di Leos Carax

(2013-07-03)

Io ho profondamente detestato questa pellicola tanto osannata e apprezzata da critica e pubblico. Intendiamoci: il film contiene delle autentiche perle, ma è il piano dell’opera a risultarmi oltremodo greve. Didascalico fino alla nausea – con le immagini dei corpi in movimento di Etienne-Jules Marey proiettate su un pubblico dormiente, insostenibile dichiarazione d’intenti annunciata in pompa magna, con tanto di bebè deambulante a simulare la purezza dei primordiali tempi d’oro – questo ultimo lavoro di Leos Carax rappresenta per me tutto ciò che io non vorrei mai vedere al cinema: ovvero il cinema che parla al cinema, che riflette su se stesso. Sono operazioni di pura cerebralità. In questo i francesi sanno essere davvero macabri: infieriscono sul cadavere del loro brie, continuano a chiamare il computer ordinateur ed il match ball balle du match. Dirò di più: non mi sono mai sentito più “spettatore” – il mio corpo ingombrante – come nel film di Carax. Cinema che parla ai cinefili, di breve respiro, laddove i Lynch, i De Sica e gli Scorsese sono capaci di comunicare a ogni forma di vita senziente (Carax non essendo poi Sokurov).

Siamo dalle parti di un approccio che mi ricorda certo free jazz di maniera, e buono, forse, per i convegni medici sull’endoscopia duodeno rettale. Non ne posso poi più di questo disagio, di questa negazione della gioia del cinema e della vita, di questa introspezione artificiale, claustrofobica sulle ragioni dell’arte e delle sue finalità. Non al cinema quantomeno! Ho sentito di paragoni che lo avvicinerebbero addirittura a Kubrick (!!??)… ma dico stiamo scherzando? Il Divino Stanley non avrebbe mai posto gli accenti in maniera così pedante sull’eventuale oggetto della sua denuncia. Men che meno Fellini o Chaplin! (Salto a piè pari per dare une dimensione prospettica all’evento che mi pare fin troppo salutato con botti e “tric trac”). Questo pastrocchio presuntuoso non ha nulla di originale (penso viceversa a quanto invece originale e autoriale sia l’ultimo film di Sorrentino), a meno di non scambiare per geniali vecchie tecniche di mise en abyme, effetti matrioska e decrepite modalità artaudiane. Non basta costellare un film di “inside jokes” per rendere innovativa un’operazione che sotto la superficie di “cinema assurdo” nasconde un maelstrom di disagio e vuoto esistenziale. Questo esercizio di stile giunge nelle nostre sale fuori tempo massimo, giacchè qui è in gioco l’ennesimo concetto di crisi identitaria del cinema (mascherato ad arte, ovviamente). Francamente se ne poteva tranquillamente fare a meno del predicozzo implicito in “Holy Motors”, dato che, come ebbe a dire qualche annetto fa Greenaway, ‘sto cinema è bello che morto da un pezzo (tant’è che Lynch e Herzog è da un bel po’ che si sono dati ai documentari e alle finte sit-com). Trattasi di banale e pedante poetica espressionista ben confezionata dunque, con un rigurgito moralista: “… uomini, bestie e macchine sono sul punto di estinguersi”, dice lo stesso Carax, “uniti da un destino comune e solidali fra loro, schiavi di un mondo sempre più virtuale”. E noi rispondiamo con un bel: “mah, figliuolo bello, stai a parlare della società dei consumi e non della totalità dell’esperienza essere umano nel suo divenire a-storico e, in altre parole, universale” (Segnalo che mentre scrivo si è materializzata la figura di Leonardo Da Vinci in antitesi a Carax).

Insomma, se Bunuel ne “Il Fascino discreto della borghesia” decontestualizza il cesso, Carax nel suo paradigmatico film ne ridefinisce le funzioni di cacatoio per scimpanzè. Campeggia, insostenibile, a tal punto da rendere detestabili alcune pregevoli pagine di cinema che pur costellano “Holy Motors”, questa escatologia ingenua sul senso estremo della vita (ah, che abisso di differenza con il film-limousine “Cosmopolis”!), questo scossone “sessantottino” al pubblico dormiente e apatico, questa didascalia del ritorno al primitivo.

Diamo un 6 di cortesia e buonanotte al secchio.

TIMOR DI DIO, ANTICO TESTAMENTO E SCIENTISMO PROGRESSISTA

A chi avesse l’ardire di ritenere che l’attuale corruzione mondiale delle egemonie di potere possa reggersi su fattori meramente razionali e logici, consiglio la lettura dell’Antico Testamento. L’attuale dominio occidentale della scienza (giudaico-cristiano) si regge, di fatto, sul concetto di Sapienza basato sul “timor di Dio”. L’obbedienza alle leggi della scienza è il surrogato dell’adorazione e “dell’adesione all’unico Dio (…) poiché non c’è sapienza che porti a una valida conoscenza della realtà (…) se non si basa sul timor di Dio”. Che la vera sapienza sia la Torah quale garanzia di successo e salvezza, è dunque sinonimo di ordine e di sottomissione alla al Verbo, alla Legge. Ogni singola scelta operata dai contemporanei è figlia di liturgie e simbologie vive ed operanti (per quanto occultate e corrotte, giacché oramai distanti dal centro primario dell’iniziazione) per mano dei detentori del potere elitario, i quali provvedono, tramite azioni di propaganda, a diffondere i trend che determineranno le tendenze del sentire comune.

Oggi le lobby, le sirene del politicamente corretto (corrotto), la retorica protezionistica dei diritti umani, il conformismo linguistico-culturale, rappresentano lo strumento principe attraverso cui esercitare, per tramite di filtri debitamente perfezionati, il dominio scientista su basi antico testamentarie, ossia su nuovi dogmi idonei alla plastificazione della Società della Sorveglianza.

Recensione di “To the Wonder” di Terence Malick

(2013-07-12)

Malick è un grandissimo regista che comincia un po’ a fare il verso a se stesso.

Si è forse innamorato un po’ troppo della sua estetica. La straordinaria potenza evocativa delle sue immagini, il titanismo del regista demiurgo che manovra dietro le quinte di Madama Natura, rappresentano al contempo l’apoteosi della bellezza e il fragile tallone d’Achille su cui potrebbe collassare l’intero progetto.

Proprio la prospettiva immanente dell’ultimo cinema di Malick, questa totalizzante fusione tra Essere ed Ente, necessiterebbe di spiragli di leggerezza, di levitazione del Canto.

Questo è un film che tocca tematiche assolute, ultime, come del resto il suo precedente “The Tree of Life”, solo che qui si comincia dal microcosmo di una coppia di innamorati anziché dalla nascita del mondo e della vita, in un processo inverso che ricalca specularmente le tematiche del suo predecessore: meraviglia, mistero, stupore del creato.

In altre parole l’eterna questione dell’Amore, in tutte le sue infinite, sfaccettate, contraddittorie variabili.

Su tutto grava il senso di una fine prossima, inesorabile, nulla pare fondersi e librarsi: né Marina col ritorno all’ancestrale alveo, alla follia femminina nella simbiosi con Madre Natura, né Padre Quintana, alla ricerca di una pace interiore, di un amore cosmico che possa valicare i confini della carità. Malick osserva, partecipe. La sua camera declina flussi di immagini, mentre le voci fuori campo, in un continuum di pensiero, si fanno coro, melodia infinita.

Cantore di una sorta di mistica, o meglio di esoterismo laico, l’ultimo Malick dà l’impressione di non credere egli stesso alla forza della sue creazioni.

Parigi, terrificante. La solitudine di anime e corpi, priva di catarsi. La ciclicità del divenire, eterna, e ben simboleggiata dalle maree di Mont Saint Michel. Per non dire del vuoto di certi appartamenti nella nucleare sovraesposizione dei raggi del Sole.

Più che armonia si registra angoscia, paura dell’immenso, arcano, indecifrabile geroglifico della vita.

Niente da ridire. Ma stiamo più dalle parti dell’incubo che della meraviglia.

Zelensky a Sanremo

Corriamo il rischio di essere precipitati in una guerra grazie ai chiacchiericci dei maître à penser dei salotti romani e mediatici, dei Parenzo, dei Mieli, dei Mentana, dei Formigli, delle Gruber, che tra uno spritz e l’altro, esprimono pareri sulla guerra in corso con la stessa leggerezza partecipata dei Norpois, delle Odette, dei Brichot, dei Guermantes dei salotti proustiani.
Questo patetico cascame intellettuale contribuisce a formare l’opinione pubblica, e trova consacrazione nell’invito a Sanremo del giullare ucraino, che si traduce in una sostanziale richiesta di armi. Tutta questa pantomima ha ben poco a che spartire col pacifismo e la necessità di trattative urgenti. Se si fosse voluto rendere omaggio a un paese vessato dalla guerra, si sarebbe potuto intervistare una giovane madre ucraina, o i poveri vecchi costretti a resistere al dramma del quotidiano bellico.
Ma sono discorsi che non si possono più fare, pena la solita ghettizzazione di comodo.

Recensione di “Pacific Rim”di Guillermo del Toro

(2013-07-20)

Guillermo del Toro non commette quasi mai sciocchezze. In questo roboante film, il regista de “Il Labirinto del Fauno” (ricordiamolo) mette in scena il titanismo, in un riuscitissimo tributo ai film giapponesi degli anni sessanta (i kaiku-Godzilla) e dei successivi prodotti anni ottanta in chiave robotica (gli Jaeger-Mazinga).

“Pacific Rim”, pur muovendosi nei consueti ambiti del genere (aggiungiamo un bel: “per fortuna”), contiene elementi allotropici che spostano di continuo – in maniera infinitesimale – l’asse del soggetto filmico. La scena clou è in questo senso quella della bambina (Mako Mori da piccola), nel contrasto tra la ciclopica differenza di proporzioni con il Kaiku traumatico, e nel poetico ritrovamento (restituzione) della sua scarpetta rossa, vera e propria chicca in tutti i sensi: della citazione e visiva. Purtroppo ai non appassionati di videogames sarà sfuggita la verosimiglianza con due veri e propri capolavori del genere, entrambi prodotti dal celebre “Team Ico”: “Ico” (nel rapporto salvifico da parte dell’eroe con una creaturina indifesa per un mondo di spettri) e “Shadow of The Colussus” (il tema appunto del Colosso e della relazione grande-piccolo).

Il film scorre dunque apparentemente entro i binari chiassosi da blockbuster, al contempo però rilasciando spore mefitiche, funzionali al processo di straniamento dello spettatore, che viene sballottato da “Alien” a “Gosthbusters”, passando per “Aliens vs Predators” senza che neanche se ne renda conto.

I temi dell’Apocalisse poi, e della connessione neuronale dei cervelli, pur non essendo originali, contribuiscono a rendere intrigante il canovaccio dell’affabulazione. Tutti i difetti e i buchi nella trama, sono a mio avviso un patente omaggio all’universo di riferimento narrativo di quegli ormai mitici anni Ottanta.

Il mostruoso, il grottesco, il poetico: questi i temi reali del film, celati dietro il caos, dietro al piano manifesto dell’opera. Come alacri formiche, gli uomini fanno scempio e banchetto dei colossali corpi dei Kaiku. Questa l’immagine vivida che mi son lasciato alle spalle, all’uscita del cinema.

Ambiguità del corporeo

Nel “Fedone” di Platone si parla della meditazione come strumento di pratica “per avvicinarsi a ciascun oggetto con il suo solo pensiero, senza aiutarsi, nel suo meditare, né trarsi alcun altro senso insieme con il suo raziocinio (loghismòs)… astraendo, per quanto può, e da occhi e da orecchi, e insomma da tutto il corpo, tutto quello che perturba l’anima e non le permette di acquistare verità e intelligenza”. 

Compito del filosofo è dunque quello di liberare l’anima dal corpo, pena l’assoluta incapacità di “conquistare compiutamente quello che desideriamo e che diciamo essere la verità”.

La sensorialità del corpo (aisthetis) impedisce la percezione delle idee nella loro essenza (ousìa) perché esse consono costituite di corpo.

Questa problematica della sublimazioni dei sensi passa attraverso il corpo nell’analisi di Kerényi. “Si tratta delle percossa misterica che le Menadi ricevevano all’atto dell’iniziazione come preventiva punizione per il loro atto orrendo”, così come il Dioniso-Héros calza un solo sandalo andando in battaglia con un piede nudo e Semele diventa la Baccante di suo figlio, e dunque al contempo madre e sposa del dio; tutti processi “ambigui” che denotano la necessità di superare i limiti della fisicità e della razionalità a vantaggio della follia e dell’irrazionalità dionisiaca di Eros.

Riferimenti: Angelo Tonelli “Sulla Morte”. Karl Kerényi “Dioniso”.