L’epopea di Barbascura

Quando dico a molti amici che fanno ricerca alternativa (termine che non ha senso ma che uso per comodità) di stare molto attenti e di smarcarsi da certe derive, lo faccio perché ho delle buone ragioni. A differenza dei più, io poi vado a vedere e ad analizzare ciò che “passa il convento” dell’informazione omologata (e con ciò intendo implicitamente rispondere a chi fa le solite osservazioni: “perché li vedi se, ecc. ecc.?”). È del tutto evidente che occorre conoscere il nemico per poterlo sconfiggere. Prendete questa puntata di “Atlantide” – https://youtu.be/rGAO3V4O7Ww – per esempio. Mettete insieme un sagrestano dell’informazione come Purgatori e uno smandrappato come Barbascura (uno che fino a qualche anno fa sarebbe stato a fare il fricchettone col chitarrone in spiaggia e che adesso, grazie alla nuova vulgata del pensiero omologato OGM, si permette di fare l’informatore scientifico, di realizzare spettacoli e di perculare chi non gli sta a genio. Questo ciollone poi è un chimico: con quale titolo egli prende di mira i ricercatori di turno con la stessa arroganza  che poi rimprovererà nei suoi patetici video agli “eretici”, ossia a tutti quelli che non sono al soldo della teoria globalizzata?). Dicevo, prendete questa accoppiata grottesca e analizzate com’è costruita la tesi di una trasmissione del genere. Lo scopo è, evidentemente, quello di denunciare il “complottismo” e di “fare corretta informazione”, mostrando la fallacia e le assurdità di certe tesi. 

Per far ciò – una sostanziale operazione di semplificazione e riduzionismo – occorre intercettare le peggiori figure caricaturali fra terrapiattiari, qanoniani, rettiliani ecc., e raccattare fra i disagiati di ogni specie, con l’evidente scopo di mettere in ridicolo ogni altra forma di ricerca e di sapere che non sia compresa entro i crismi della Nuova Teologia. Il paradosso è che questi due finiscono col rappresentare la versione ancora più macchiettistica di quelli che intendono prendere in mezzo. Notate, ad esempio, quando Purgatori, schiavo del copione, prova a fare due domande alla storica medievista, domande che nulla hanno a che vedere con la competenza dell’ospite, la quale lo redarguisce a tono (che c’entra una medievista, direte, con i complotti? Beh, secondo il greve canovaccio del Purgatori, accostare il Medioevo alle credulonerie dei nostri contemporanei è un bel servizio reso all’informazione. Peccato che il Medioevo, qualcuno per favore glielo comunichi, tutto è fuorché  il periodo oscurantista che certa storiografia ingenua ha tramandato). Ad un certo punto Barbascura, in un momento veramente aulico del loro sublime dialogo, ha la triste necessità di citare Huxley; il triste Purgatori chiosa in controcanto: “Adolf!”, subito rassicurato da Barbascura che replica “esattamente”. Come poi non rimarcare una simile perla dell’intercalare barbascuriano, che prima di pretendere di fare informazione dovrebbe quantomeno andare a lezione di grammatica: “… c’è una persona che io tra virgolette ho smontato le teorie perché diceva che il 5G causasse…”. 

Il finale è una sorta di autoinvestitura del Barbascura medesimo, il quale sente il bisogno di abbandonare la sua preziosa carriera di chimico per dedicarsi all’opera di redenzione dell’umanità alla deriva delle fake news: “Molte persone col il covid si sono sentite perdute… e purtroppo, come umanità (si sente naturalmente di parlare a nome di tutti, esquimesi, aborigeni, congolesi, abitanti della Polinesia ecc.) non abbiamo ancora la maturità per usare internet nel modo corretto…”. In conclusione, questi “rimedi” sono peggiori dei mali, e, a mio avviso, questo modo di costruire dei programmi è procedimento assai dannoso. 

Se il paradiso del Cicap annovera Barbascura fra i suoi santi, preferisco mille volte sprofondare negli inferi. 

(Stazzo 14-6-2021)

Il dramma della filosofia

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Il problema è che per conoscere Dio non sono necessarie l’ontologia e la gnoseologia, con buona pace del grande Baruch Spinoza.

La Grazia non passa attraverso la ragione o la speculazione, bensì attraverso la possessione.

Non si può mostrar nulla a colpi di trattati, le vere rivelazioni giungono sempre non aspettate, non preparate: folgorazioni.

Il dramma della filosofia è quello di ricercare una via al Bene che sia preparata e risolta tramite l’ausilio di determinate tecniche e metodologie… espedienti; un po’ come dire che lo yoga è determinato dal susseguirsi delle asana.

Se c’è uno scopo nella “filosofia” è quello del suo eterno fallimento. La filosofia è strumento su cui si può far leva, come l’asta di Bubka, per fare il Grande Salto. Un’asta in palestra rimane un oggetto inerte.

Il linguaggio, la parola, sono funzionali all’espressione dell’indicibile.

La verità è che non si può sostituire “Dio” con maestri di infimo ordine, che qui non siamo tutti Mosé, in grado di poter avere rapporti diretti con la mostruosità del Sacro.

La filosofia implode di fronte al “Cantico delle Creature” di San Francesco, nel tripudio della Gioia che travalica ogni ambito settoriale del Sapere. Di ciò la filosofia non si può occupare per statuto, e questo implica il ricorso ad altri ambiti di riferimento e relazione. La filosofia dunque è dannata a compulsare il Sacro nei dintorni delle sue periferie.

Il Bene non è mai strumento di percezione della Realtà. Il Bene non è uno strumento conoscitivo. Inutile dunque indagare poi il “perché” e il “come” tutto ciò “avvenga”, dato che i presupposti sono sempre fallaci e mal posti.

Swedenborg non è schiavo del linguaggio e della storia, così come non può esserlo il visionario Steiner.

Chi sogna in maniera lucida realizza che il veggente che si acceca e procede a tentoni è in grado di accdere a piani di conoscenza incommensurabili, a piani che scompaiono al risveglio ma che sono “qui” sempre disponibili, da qualche parte.

(Stazzo 4-5-2021)

PS4 per hegeliani

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Io vi do un consiglio. Giocate alla PS4. Ma giocateci non come svago. Praticate come strumento d’indagine conoscitiva. Un hegeliano dovrebbe giocare alla PlayStation da mane a sera. Fin quando si è ancora “corpo” si è in una dialettica Natura-Spirito. Ma quando Spirito e Natura coincidono, non in un Divenire, non in un dispiegarsi del Molteplice, ma nel “darsi-farsi” immediato di una “totalità”, ogni problematica speculativa, semplicemente, scompare perché non ha più ragione di porsi. Il mondo del futuro sarà qualcosa di simile “a ció”; non esplorare significa essere nel peccato.

Simbolismi del Nuovo Millennio

 

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Cause:

a) Twin Towers–>Il Nemico Globale–>L’Altro, il Diverso–>Powell e la Falsa Antrace–>Enduring Freedom–>Al Qaida–>Isis.

b) Lehman Brothers–> Il Controllo del Mercato–>l’Incertezza della Sussistenza–>l’Angoscia della Perdita del Lavoro–>la Tirannia della Finanza–>l’Ipertrofia dello Spread.

c) Pandemia–> La Precarietà della Vita–>il Nemico Invisibile–> Limitazioni Costituzionali delle Libertà Individuali–>Coprifuoco–>Biopolitica–>Totalitarismo Farmacologico.

Effetti:

Paura–>Necessità di Sicurezza–> Stato Paternalistico–> Dominio del Senex.

Dipendenza del Puer<–Cultura Materna Gender<–Stato Pluralista e Garantista<–Angoscia.

(I due stadi sono vettorialmente antitetici ma compresenti. Il secondo si nutre della forclusione del primo).

(Prossimamente: i problemi legati alla scarsità delle risorse idriche).

(Stazzo 25-5-2021)

Streghe e Stregoni 2.0.

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V’è in certe figure che si caratterizzano per tratti nobiliari e affabili, oltre che per una certa qual dose di naturale grazia, in uomini e dame dell’attuale congestionato demi-monde, una sottile patina sordida che è possibile cogliere in quei rari e fatali momenti di lor distrazione, in quel fremito che, paradossalmente, finisce col rivelarne l’essenza, la deflagrante natura. Di solito molto apprezzate e tenute in alto conto, tali perfide creature, per tramite d’arti ancestrali, ordiscono trame e tessono ragnatele appiccicose onde catturare facili prede, e sottomettere i poveri allocchi con velleità di rampantismo. Le loro vittime ideali – che trasformeranno in sguatteri del pensiero dopo una qualche rosolata – sono proprio coloro che costituiranno il corpo futuro, la massa informe che a sua volta determinerà un nuovo fronte di tristi epigoni (vessilli al vento in nome di una libertà chiamata vassallaggio/vessillaggio). Saper leggere tra le righe è dote rara, anche se spesso cagione di tormento e dannazione terrena.

Il Presente

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Godiamo del presente. Il presente è ovunque. Non c’è rammarico. Tutto è al posto giusto. Troppo amore crea eccessi di aspettative, meglio delle sane bacchettate sul collo. La correzione costante dei nostri errori è sacra, attiene all’opera della Natura, dunque non c’è questo granché da rimproverarsi. Mai. Meglio disimparare ogni giorno, allenarsi a non dar eccessivo peso alle emozioni. Sono solo cose volatili. Un giorno moriremo e sarà (stata) comunque un’esperienza sublime. 

(Stazzo 18-5-2020)

Leggete qua che sogno

Faccio dei sogni assurdi. Praticamente, opere multidimensionali. Insomma, stanotte stavo con questa Konstanze, ma ci stavo da decenni con questa Konstanze, era perfetta questa Konstanze, bella, algida, svizzera, non rompeva mai le palle questa Konstanze. Capiva al volo tutto questa Konstanze, le stava tutto bene a questa Konstanze. Ricordo solo l’ultima parte di questo infinito sogno con questa Konstanze, eravamo in un aereo che sorvolava la Svizzera, una Svizzera ultra moderna con costruzioni futuristiche, con tensostrutture, palazzi bio ecc., ed eravamo reduci da un concerto insieme a Riccardo Pittau (c’è quasi sempre Riccardo Pittau, non si sa perché) e a tanti altri che non ricordo insieme a questa Konstanze che mi dava tanti baci durante l’atterraggio. Durante queste fasi però l’aereo si trasforma in un furgone tutto scassato e noi siamo seduti dietro mentre Pittau è alle prese con un’intervista con un noto critico di jazz. Ha il viva voce a palla con grande disappunto di questa Konstanze. Questi, il critico, fa girare le palle (a Pittau) con domande insulse, e Pittau lancia il cellulare nel pavimento di questo furgone che, nel frangente è ritornato ad essere l’aereo. Io, gli altri e questa Konstanze cerchiamo di fargli capire che non è necessario lanciare il telefono per chiudere una comunicazione fastidiosa, basta spegnerlo il telefono; ma lui non ne vuole sentire e continua a mandare a quel paese il critico noto di avanguardie che, nel frangente ascolta tutto. In buona sostanza, atterriamo in un aeroporto futuristico, penso sia Ginevra, e scendiamo tutti: i musicisti, io, Pittau e questa Konstanze. Stranamente è già pronto il prossimo carico di passeggeri e quasi ci pestiamo i piedi, come in metropolitana, tra chi sale e chi scende. Mentre gli altri mi precedono, io mi rendo conto di aver dimenticato qualcosa sull’aereo, non ricordo cosa, forse è solo una mia paranoia, ma penso di aver dimenticato qualcosa. Lascio tutto, valigia, marsupio e cellulare a questa Konstanze, e risalgo sull’aereo quando un’anziana signora mi chiede gentilmente di darle una mano con la valigia. Non è una valigia, è un masso, le faccio, signora ma cosa porta qui dentro, le faccio, e a fatica riesco a salire su con tutto questo peso, proprio mentre le porte si richiudono e l’aereo decolla. No! faccio! devo scendere! fermate! grido per questo aereo immenso che pare un terminal! Pian piano scopro che non è l’aereo, ma tutto l’aeroporto che si muove, una intera pista in movimento. Dunque “scendo”, ma non so come contattare gli altri. Soprattutto come contattare questa Konstanze. Mi aggiro per i terminali di questo immenso aeroporto, una roba kafkiana, penso, dentro allo stesso sogno, chiedo in giro, apro porte in cerca del terminal che immette sui voli destinati alla Sicilia. Niente, apro e chiudo porte che danno su enormi aule in cui si celebrano processi. Chiedo ai passanti di prestarmi un cellulare, così almeno posso chiamare questa Konstanze, cercare questa Konstanze, che saprebbe di certo indicarmi la giusta via del ritorno. Niente. Nessuno sembra possedere cellulari. Esco allora di nuovo fuori e mi ritrovo davanti a una sorta di resort, un enorme cartello con su scritto: “La Fattorietta”… (30-10-2021)

Riflessioni su un passo dell’Iliade

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Due volte Zeus utilizza la Bilancia d’Oro opera di Efesto nell’Iliade. La prima volta, nel celebre passo che sarà favorevole ai Teucri, Zeus pone le due Chere – figlie della Notte e del regno di Morte – sui due piatti determinando così il destino favorevole ai troiani. Alcune mie considerazioni. Al Fato determinato dagli dei e dai loro capricci pare giustapporsi un altro livello, che potremmo definire non antropomorfo, disumano, non materico, quello delle entità prive di forma, non rappresentabili. La potenza delle divinità manifeste dell’Olimpo, che trova la sua consacrazione nel dominio delle forze della Natura (ecco i fulmini devastanti di Zeus a determinare la vittoria di uno schieramento sull’altro), è pur sempre connaturata al mondo manifesto, “al cielo di sopra” che interagisce “col mondo di sotto”. Chere, Parche, Erinni sono evocazioni di Potenze ed Enti che operano su altri piani del Divenire al di fuori dello Spazio e del Tempo, della Luce e della Materia.Le sorti dell’uomo sono predeterminate e il libero arbitrio agisce negli ambiti localizzati e periferici del Regno di Natura.

(Stazzo 26-4-2021)

Queste cose le scrivevo nel 2013

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Io davvero non ne posso più di questa logica ricattatoria, di questo massacro verbale, violento, stupido. Non ne posso più di sentire appioppare responsabilità talora per una ragione, talaltra per chissà quale devianza, a un responsabile esterno, al nemico di turno. Sembra l’eterna puerile storia di Lucignolo che tenta Pinocchio. Questo è un paese moribondo, distrutto e dilaniato dal pressappochismo, dalla corruzione, dal malaffare, dall’ignoranza, dal nepotismo. Un paese inetto, sconclusionato, popolato da gente vigliacca e corrosa dalla delazione. Un paese messo insieme maluccio nella sua storia recente, borbonico nelle sue peculiarità regionali e cittadine, fragile nel suo amalgama politico. Non ne posso più di sentir dire: “bene, è colpa di X se adesso il paese è stato consegnato nelle mani di Y”. Questo ciclotimico refrain attiene perlopiù a questioni di “setting” psicoanalitico e risponde molto poco ad una analisi fenomenologia degli eventi. Il nostro è un paese malato di accidia, stanco e vecchio: un paese per vecchi. Ogni cosa è parossistica, arteriosclerotica. Un paese che si consegna a Berlusconi per decenni è un paese ottuso, greve, bolso e ignorante. Non oggi. Non da oggi, dunque. Questa dannata rivendicazione, l’indice tremolante brandito nell’aria, è segnale geriatrico di demenza collettiva; dirò di più: è figlia di ignoranza crassa, di analisi da parvenu, di gente che si è svegliata magari adesso, e non sa chi erano Donat-Cattin, Gava, Lima, Cossiga, Craxi, e che nulla ha realizzato della catena perversa di eventi che ci ha condotto a questo presente indecente e sciatto. È dai tempi de la “Gioiosa Macchina da Guerra” di occhettiana memoria che siamo stati presi in giro da “noi stessi”, vittime di complessi sciocchini, salottieri, radical-chic, ed in definitiva, per dirla gramscianamente, borghesi. Questa agonia odierna, che ha palesato il Trauma, come nei migliori film di Vintenberg (“Festen” su tutti), occorrerebbe forse cantarla ai quattro venti, a squarciagola, giacché Il Sistema è finalmente esploso nella sua sostanza e a dispetto della forma. Dopo decenni di storia “repubblicana”, si conclama la malattia. Nessun decoro. Nessuna falsa decenza. Oseremmo dire: finalmente. Il corpo provato vomita le tossine in un’agonia che comincia ad essere “salutare”. Lo si era detto. Ed alla fin fine non era importante donde provenisse l’urlo. Espettoriamo per tempo – forse – il catarro accumulato in lustri di incuria. Questo paese non necessita di rimedi dell’ultim’ora, di pezze al culo, o di tappi alle falle. Questo paese va rigenerato da cima a fondo. Senza sconti. Senza compromessi. Senza accomodamenti. Senza tergiversazioni. Senza strizzatine d’occhio. L’immenso patrimonio storico, artistico e ambientale di cui disponiamo ci chiede di essere quantomeno degni custodi, e la nostra responsabilità oltre che civica, è dunque anche etica e spirituale. Basta con le patetiche frustrazioni ideologiche, con le cantilene senza più “storia” e senza aderenza.”

(Francesco Cusa 20-4-2013)

Due paroline su JHWH

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Il problema sostanziale è che lo Jhwh del Vecchio Testamento è talmente sadico, perfido, vendicativo da non essere minimamente paragonabile a nessuna divinità terrifica dell’Olimpo greco o agli Asura e ai Vanir della Gita, per fare alcuni esempi. La componente sadica, coniugata alla gelosia da “Puer” che connota il demiurgo biblico, è figlia di una narrazione profondamente disturbata e molto poco iniziatica, oserei dire psicologica in senso brutto. Il rapporto simbiotico e il mistero che avvolge questa divinità avvolta di fiamme e nubi, la scenografia infernale propria delle sue apparizioni, ricorda l’ambiguità tipica della schizofrenia, del gioco perfido e malato dell’affettività. L’arma del ricatto utilizzata con chirurgica abilità è poi lo strumento di cui si serve questo sterminatore di popoli, sempre lavorando di contrappunto con le arti della fascinazione e della promessa di imperituro amore. Scegliere un popolo e renderlo eletto, è poi altra prerogativa che non ha un equivalente nella storia dell’uomo. Leggere la Bibbia implica un certo disgusto a fronte non tanto di una mancata storicizzazione del testo (dei testi), ma proprio per l’attualità della natura brutale di tale messaggio, che non è frutto di una narrazione mitologica a noi distante, bensì corpo e anima del nostro tempo, della nostra cultura, del nostro vivere quotidiano.

Il pensiero grezzo

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Fidiamoci dei consigli di “chi ne sa”: https://youtu.be/Elp9IdCPnTw (come se non fosse un unico blocco di interessi e corruzioni). Il bello è che si rivendicano competenze nello specifico – la medicina – quando è del tutto palese che siamo di fronte al naturale e caleidoscopico intersecarsi di settorialità e interdipendenze che vanno dalla finanza, all’economia, dalla massoneria, alla politica, dalle carte costituzionali al controllo mediatico, dall’antropologia all’esoterismo, dalla religione al materialismo ecc. I peggiori in questo senso sono i musicisti coi loro richiami alla specifica competenza. Come se fossimo pura riduzione esclusiva, estratti di essenze, insomma “solo” suonatori, dottori, serial killer, speculatori di borsa, correttori di bozze, videogiocatori, papà, mammà, figli, nonne, zie, calciatori, coltivatori, cinefili, tifosi, cardiopatici, incontinenti, idraulici, petomani e non invece un insieme indecifrabile di soggetti significanti ruotanti intorno al Significato-Vita. Io non ne posso più di questa contemporaneità  demenziale e pericolosa. Come se essere esperti in un unico ambito non fosse l’emblema della simbologia dell’alienato mentale, del rincoglionito ontologico. Come se studiare, informarsi, analizzare, crescere, non fossero prerogative fondamentali per evolversi e non rimanere prigionieri dentro gli ambiti settoriali del nostro ridicolo sapere, come se solo una laurea specifica potesse fungere da garanzia di “competenza”.  Se vostro zio si caga addosso tutto il giorno abbiate il coraggio di relegarlo nel suo alveo di cagatore seriale e smettetela di considerarlo anche un avvocato, un pittore, un bidello o quel che cazzo è. Contro tutto ciò ho combattuto in vita e combatterò fino alla morte. PS il primo o la prima che mi fa l’esempio del pilota d’aereo lo/la banno. (Stazzo 1-4-2021)

Indizi per aggirare la trappola della razionalità: da “Twin Peaks” a “True Detective”

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“Ogni tecnologia abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia” (Arthur Clarke).

Per non essere prede e vittime del delirio scientista, occorre indagare laddove  il “sistema” lascia tracce. Esso agisce un po’ come il serial killer che desidera essere catturato. Dunque occorre studiare bene i vecchi telefilm, le serie tv, certo cinema (Kubrick, Polanski, Lynch ecc.), il mondo dei videogame (L’America è geomanticamente vergine: qui si sono trasferiti tutti i principali culti iniziatici a partire dalla sua scoperta occidentale). Non posso qui dilungarmi, ma, per citare un documento recente, vi invito a rivedere la prima serie di “True Detective”. Altro importante evento da monitorare è il “Il Party degli Illuminati” del 1972, il cosiddetto “Ballo Surrealista” di Marie-Hélène de Rothschild (fate il parallelismo col simbolismo in “True Detective”, per esempio. Notate che è la stessa villa in cui Polanski ha girato una importante scena del suo film esoterico “La Nona Porta”. Ricordiamo anche l’estromissione del feto dal corpo di Sharon Tate operato dai seguaci di Manson a pochi mesi dall’uscita nelle sale di “Rosemary Baby”). Indagate anche sulla ricorrente figura del Re Giallo (Maschera cervina ricorrente, simbologia dei documenti dell’FBI, ecc.), su “Arancia Meccanica” (programmazione mentale, MK Ultra). Naturalmente occorre segnalare l’opera magna, “Twin Peaks”: Loggia Nera, Loggia Bianca, massoneria dei “Bookhouse Boys” e paradossi dell’onnipotenza (le esistenze degli abitanti delle logge non sono per noi esprimibili, “situate come sono a uno o più livelli di astrazione superiori a quelle in cui ci muoviamo noi quotidianamente” – Manzocco: “Twin Peaks”. In altre parole ciò che si antropomorfizza nella serie – il nano, il gigante – non è “reale”, ma è il calco di quell’entità che si è adattato alla nostra sephirah). Ci sarebbe molto altro da dire, ma direi che è meglio fermarsi qui. Siamo dentro l’ordito della perenne scalata cabalistica e la cosa più divertente è che la maggior parte degli armenti crede di essere dentro un sistema scientifico razionale, mentre le cerchie più elevate sono naturalmente dedite alle ritualità delle antiche sapienze, adesso mascherate e perdute nell’imbarbarimento dei Lumi.

Buona dannazione.

(Stazzo 26-2-2021)

La Verità

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La verità non sta di certo dalle parti della ragione. Con la razionalità non si attinge a nessuna luce. “La verità è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità” (Simone Weil). Nessuna porta si aprirà se bussate e aspettate una risposta. Nessuna verità risponderà al vostro principio di causa ed effetto. È un profumo che emana luce. Se non lo sentite rimanete dove state che fate meno danno.

Cosa sta accadendo

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È inutile che vi alambiccate con astruse cogitazioni. I popoli e le masse sono ormai superflui. Con la fine dell’economia reale e produttiva, delle grandi masse di lavoratori, di coloni, combattenti, eserciti, necessari a sviluppare la catena produttiva di tutta l’industria manifatturiera e la dialettica tra classi dominanti e classi proletarie, con la finanziarizzazione della società e l’avvento della robotica, l’automazione dovuta all’intelligenza artificiale, le  su citate masse non “servono più”. Non si schierano più eserciti, divisioni corazzate, fanterie, non sono necessarie agli scopi le “tre milioni di baionette” di cui si pavoneggiava Mussolini, non c’è più da scoprire nessun “mondo”, essendo ogni angolo della Terra sfruttato e consumato dalla crapula di miliardi di virali sapiens, ecc. Ció che stiamo vivendo è solo l’avvisaglia di quel che accadrà nel prossimo futuro. L’umanità va verso la riduzione zootecnica (allevatori e bovini) della specie (almeno in questa fase embrionale e barbara di “primo reset”). Virus e vaccini saranno il leitmotiv dei prossimi decenni, nell’ammorbante osmosi tra “cause ed effetti” del gioco perverso messo in atto da speculatori dalle corrotte anime (si tratta sempre di grandi lotte fra ugaritici e atlantidei, i vertici poi avendo molto poco del nostro concetto di “umano”; ma questo è altro discorso, anche se collegato e determinante). Attualmente siamo sotto la distorsione del primo bias cognitivo globale di un certo rilievo (pensate che la maggior parte delle imprese multinazionali sono dotate di patrimoni superiori al prodotto interno lordo di molti Paesi e che “il passaggio da un’economia fondata su materie prime, energia e lavoro a una fondata su informazione e comunicazione riduce ulteriormente l’importanza dello Stato-nazione come elemento fondamentale per garantire la sorte del mercato” – Rifkin). In altre parole, non siamo di fronte a un processo epistemico, all’impossibilità di accedere a determinate informazioni (non più), anzi; il problema è semmai rappresentato dai cosiddetti intellettuali, dai docenti universitari, dai filosofi, dagli opinionisti, dai professori, i quali annaspano in una palude di sovrastrutture e costituiscono l’ideale veicolo di trasmissione di questi nuovi diktat veicolati artatamente tramite processi di indottrinamento che si presentato con tutti i crismi della legittimità dialettica. Certa cultura e preparazione scientifica costituiscono anzi, nella maggior parte di queste soggettività, il deterrente all’utilizzo delle naturali facoltà cognitive, alla capacità di cogliere il vero ordine della realtà. Tutte facoltà che, viceversa, cominciano ad attivarsi in fasce della popolazione meno contaminate dalla propaganda, soprattutto nei giovanissimi (leggi: la gente comincia a percepire i confini e i connotati del disegno perverso globale). Preparatevi dunque ad assistere sempre di più a vicende quali il “false flag” dell’assalto al Campidoglio (paragonatelo a quello avvenuto a Belgrado di recente, giusto per fare qualche raffronto tra una vera rivolta e una carnevalata), alla vaccinazione coatta, all’allarme costante, al vostro prossimo delatore, al docente forsennato e ligio al rispetto delle regole, alla neuro politica ecc. Volete un consiglio? Diffidate di chi non vi capisce al volo. Se fate troppa fatica a dialogare, mollate. Occorre ottimizzare le energie verso forme di comunicazione che non saranno più verbali. Lo sentite immediatamente, se avete il radar attivo, quando un essere riverbera del vostro stesso sentire. La nuova umanità capta altre frequenze dell’interazione. Alla fin fine è molto semplice. La biodiversità si determina a partire  dalle affinità, non è certo figlia dello stress dello scontro dogmatico. 

(Stazzo 19-2-2021)

Martedì Grasso in Mascher(ina)

Quanta tristezza quei carnevali dei Settanta, coi costumini da Zorro e d’Artagnan prodotti in serie, e il freddo di quel febbraio, che pareva siberiano, a umiliarci fin nelle ruspanti terga. Fortunato era chi era munito di spade e spadini; quantomeno poteva bearsi d’una protesi fallica da agitare nell’etere del tempo da ammazzare. Decidevano comunque i genitori. Ricordo con dei flash kubrickiani un negozio di costumi carnascialesci in quel di Belpasso, nella sera gelida e sinistra, minacciosa di lampi, e quelle stanze umide, piene zeppe di costumi di ogni foggia, e il buio alimentato dal basso wattaggio delle lampadine che suggeriva la presenza di spelonche nascoste abitate da Belfagor. Ricordo che ne uscimmo fuori con un costume da d’Artagnan per me, e di paggetto con parrucca per mio fratello. Cristo, date almeno una spaduccia a quel ragazzo! Come si fa a vestirlo da paggetto rococò nella brutale weltanschauung della Sicilia dei Settanta? Manco fossimo stati parenti del Delfino del Viennois! Penso che il suo odio nei miei confronti nasca dal Carnevale da paggetto, da quelle malefiche serate fatte di cerchietti col dado a cena e bracieri accesi nella notte siderale. Si riscatterà più avanti col costume di d’Artagnan (come potete notare dal suo cipiglio nella foto, mentre io incarno un disincarnato e donchisciottesco Zorro allampanato, una specie di Ciccio Ingrassia adolescente). 

Comunque si andava in piazza a prendere delle deflagranti mazzate sulla faccia, assestate sovente con la parte del manico di quelle clave di plastica che potevano ammazzare un cane. Eravamo immersi dentro una violenza antica che si legittimava nell’orda del baccanale paesano, favorita dalla clandestinità della maschera. 

Più avanti ci si acconcerà con robaccia di casa: per noi maschietti vestirsi da donna, da bullo-ibrido picaresco-metallaro-Jena Plissken rappresentava quantomeno un reale riscatto di provincia, di acquisizione di un’identità alternativa – la benda nell’occhio, il difetto fisico che facevano tanto sofferenza vissuta, la sigaretta brandita come un tizzone nella notte…

Cercavamo timidi approcci con l’altro sesso, goffi com’eravamo, nell’imbarazzo di quella mascherata che ci vedeva più vittime che eroi, noi che anelavamo già alle Mecap e al jeans Wrangler, ci ritrovavamo così bardati nell’impaccio del camuffamento coatto, mentre nei garage si faceva molesta la musica da ballo e minacciosa la roulette dei balli lenti da praticare nella rigidità di un travestimento che non ci apparteneva. Nella calca di quelle camere a gas che erano i garage delle feste, baciai una ragazza che sapeva di wurstel e panino all’olio, e che mi riempii la bocca di molliche e pezzi di carne di porco.

Oggi osservavo gli sparuti gruppi di bambini “mascherinati” nella piazza di Fiumefreddo. Mimavano insieme ai genitori il Carnevale perenne che è diventato il nostro quotidiano. Corse controllate. Corsette distanziate. Qualche trombetta. I coriandoli lanciati alle nuvole. Le mamme in costante apprensione… Tristezza ontologica, mefitica, che destituisce quella del martedì grasso. Nessun fantoccio da bruciare nella Piazza del Purgatorio.

Chissà come cresceranno questi bimbi senza i necessari traumi che segnano i passaggi cruciali della formazione del Sé. Ma forse sono solo i deliri di un cinquantaquattrenne semi rincoglionito.

(Stazzo 17-2-2021)

Chi è l’artista?

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L’artista è un giullare, un saltimbanco, ha il dovere sacrale di esibirsi di fronte al sovrano, foss’anche il più spietato fra i tiranni. Ciò perché ogni artista, se è tale, ossia se risponde a una vocazione, non mette mai in scena “se stesso”, il suo essere cittadino, soggetto, contribuente, ma sempre e solo l’altro da sé, ciò che non gli appartiene ma di cui egli è tramite e latore. Un artista consegna dispacci nelle vesti di Mercurio; funge da specchio. Egli è per sua natura immortale. Occorre che questa cosa se la ficchino bene in testa critici e organizzatori

Trappole Semantiche

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Non amo molto Hegel. Ma a me piace rammentare che le attuali certezze dogmatiche di questa brutale forma di conoscenza politica contemporanea che risponde al nome di scienza, siano prodotto dell’infinità della forma che ignora la finitezza della forza, e dunque sostanza alienata dal contenuto. Questi processi rappresentano la mortificazione dello Spirito, tutto fuorché Sapere e Conoscenza. L’intero cosmo è vibrazione. Misconoscere ciò è peccato mortale. Dannazione eterna. PS Insomma questi teoretici cadono nelle stesse trappole da loro ordite. Prendono la logica di Hegel e la usano come corpo contundente.gomentanti. Sostanzialmente la gente vuole appiattirsi entro determinati ambiti: cerca “uniformità”, “solidarietà”. Bene, per me tali “stati” sono il frutto (semmai) di accidenti  di percorso, non di certo l’obiettivo di un piano strategico. Io ho scelto la mia vita, e non comprendo perché i culi debbano continuare a mostrarmi la claudicanza del loro percorso di sofferenza. Ogni esistenza dovrebbe essere il risultato di un processo volitivo, e così mi par di sentir riverberare nelle poche teste che ho incrociato, tramite le immediate connessioni sacre che bypassano ogni angustia della miseria linguistica. Ai restanti culi – la maggior parte – i quali anelano ardentemente di trascinarmi nel loro dipartimento fognario condiviso (D.F.C.), auguro un rinsavimento dal male ontologico dell’era schiumizzata: la frustrazione.

I precisini

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La verità è che non ho mai sopportato i maniaci della precisione, i perfettini, i precisetti, insomma, per intenderci, quelli e quelle che camminano a culo stretto, Qui non è questione di virus si, no, pro, contro, che mi pare pure demenziale il discuterne, quanto piuttosto del fatto che adesso sono venuti fuori i paranoici, i maniaci, i culi stretti della vigilanza ossessiva. Io non lo ho mai potuti soffrire, costoro. Mi danno sui nervi. Li prenderei a sberle, metterei a soqquadro le loro case, mangerei sbavando pur di far loro un dispetto. Adesso è il loro momento. Li riconosci subito dalla camminata a culo stretto, dalla cura con cui piegano e ripongono la mascherina, dai loro gesti al contempo nevrotici e pacati. La sinistra è scomparsa, fagocitata dalla cosmesi, dalla paura della morte (che è sempre stata borghese), dalla disinfezione del Bello. Un tempo la sinistra era “sporca”, fricchettona, tutta sandali lerci, chitarrone e canzonacce in spiaggia, mentre la destra era in doppiopetto, col capello corto impomatato e il manganello sotto l’ascella profumata. Ció che a me spaventa è l’aggressività di chi crede di essere dalla parte asettica della ragione. Non temo i tamarri capipopolo. Non temo i contagi virali. Provo invece ribrezzo per questa ideologia chirurgica e per un futuro senza sbavature, contrassegnato dall’isteria del contagio.

Togliete la filosofia ai filosofi

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Prendersi per “qualcosa” è lasciarsi morire nell’istante senza mai viverlo. Chi ha a che fare con la creazione costante vive l’esperienza tragica della perenne morte della “Cosa”. Viceversa, chi sta a vivere passivamente l’opera, subisce l’illusione del “possesso”. L’opera artistica, filosofica non appartiene a nessuno. Questo un accademico difficilmente può accettarlo. La filosofia non può essere “dei filosofi”. Nel momento stesso in cui diventa dominio dei filosofi cessa di essere tale. All’istante. Non c’è nessun modo per “impostare” alcunché, se non nelle aule accademiche, nei concistori, o presso certe sette ospedaliere… Ogni uomo è filosofo nella misura in cui non si struttura come “soggetto filosofico”, come terminale o ricettore di conoscenze (plurale). Una cosa è conoscere, un’altra è fagocitare. La filosofia, l’arte diventano scempio nel loro “farsi” dottrina e museo. Occorrerebbe censurare le “correnti di pensiero” e gli epigoni, i dannatissimi epigoni: gli hegeliani, i boppers, i coltraniani, gli adorniani, i nietzschiani, e via discorrendo. Quando si esplora il retto dello Spirito si è sempre soli. Al massimo si lascia qualche testimonianza, una traccia da non seguire.

Non voto

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Non voto, non sono interessato alla politica italiana, che ritengo essere il più basso grado della speculazione umana, non parteggio per nessun partito politico, sono solo interessato alle dinamiche che regolano la dinamica pulsionale della corruzione attuale. Sono antiparlamentare e ritengo le democrazie attuali le nuove forme di teocrazia. Mi limito a osservare i i flussi e i movimenti, nonché i trend che, mio malgrado, influenzeranno il mio vivere prossimo, con ogni mezzo cercando di combattere tale deriva nell’attesa della fine (inevitabile) di questo mefitico parlamentarismo. Da tempo ho compreso che tutto l’arco parlamentare è espressione del medesimo processo infettivo di corpi, menti e anime. L’unico manifesto in cui mi riconosco attualmente è quello di Simon Weil: “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”. 

Conatus di Vomitus

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Il “conatus” spinoziano non pone limiti al processo di potenziamento dell’essere e della capacità di agire sulla realtà circostante, modificandola a proprio vantaggio. Ai nichilisti d’oggi raccomando questa lezione. A mio modesto avviso oggi, alla fine del 2021, gli strumenti di “ribellione” sono tutti “sottrattivi”. Finito il tempo delle deleghe, occorre scardinare l’andreottiana necessità del voto per le classi dominanti (riassumo a braccio: “a noi non interessa tanto chi vince ma che la gente vada a votare, perché se il sessanta per cento degli elettori non votano per noi è un problema”). Dunque, paradossalmente occorre “negativizzare” le forme di protesta, giacché ogni manifestazione attiva non è altro che foraggio per l’Idra a nove teste. Sottrarsi alla partecipazione significa oggi rompere il dispositivo che alimenta la pulsione venefica del Vuoto palesatosi Pieno, che in Italia assume le sembianze del PD, ossia della cosmesi della politica che nasconde il vero lato osceno della “cupiditas” (e naturalmente ciò vale per tutto il resto delle forze politiche). Una maggioranza di non votanti è il segnale chiaro e limpido che mette terrore a chi governa. Oggi, libertà non è partecipazione. (12-10-2021)

Di chi occorre fidarsi: il gatto che si morde la coda (che non ha più)

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Fidarsi dunque ancora di questi protagonisti della nostra politica, fidarsi ciecamente, colpevolmente, nonostante le evidenze. Questo sembra essere il destino di un paese sprofondato nell’accidia del presentismo. Fidarsi di chi la sanità nostrana l’ha distrutta negli anni precedenti, tagliando i fondi e privatizzando la sanità pubblica… pare incredibile, ma la maggior parte degli italiani è ridotta a questo stadio della percezione collettiva. Naturalmente questi signori sono a conoscenza (essendo stati ben edotti) del fatto che le zoonosi saranno il problema delle società future, e che a causa degli “spillover” (ma non solo) occorrerà strutturare le civiltà dei sapiens con modalità fondate sull’emergenza dell’ordine terapeutico e consequenziali progressive cessioni di quote di libertà e diritti da parte dei cittadini di ogni stato-nazione-satellite. 

Prolungare lo stato di emergenza sarà dunque il leitmotiv di tutti i governi che si susseguiranno da ora in poi. Ogni altra considerazione sarebbe probabilmente pleonastica se non ci si chiedesse, in buona sostanza: che cos’è la vita? Zoe, l’esistenza naturale e corporea, o Bios, le maniere sociali del vivere, ciò che ha reso i sapiens sapiens una civiltà?

Rispondere con la seconda opzione a questo quesito implicherebbe una sostanziale ribellione rispetto ai nuovi assetti del volto osceno del potere. Senza scomodare Étienne de La Boétie e il suo “Discorso sulla servitù involontaria”, la “morale d’armento” del Nieztsche di “Al di là del bene e del male”, o l’hegeliana dialettica signore-servo, ciò suggerirebbe un diffuso grado di consapevolezza circa la vera natura dei regimi autoritari meticciati nelle attuali forme delle democrazie parlamentari. 

Tutto invece tace: rimaniamo narcotizzati all’interno del nostro habitat come replicanti e automi della nuova apocalisse domestica, testimoni ciechi di un’esperienza di fossilizzazione della memoria che non ha precedenti nella storia dell’alfabetizzazione umana. (Stazzo 24-1-2021)

Superare le angosce del presente

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Inutile che vi agitate. Questa contemporaneità è solo un tratto della nostra ancora grezza e primitiva evoluzione. Il tema della “Decadenza” è prima greco-latino (in Occidente) e poi vissuto concretamente a partire dal XVIII secolo, in un progressivo allontanamento dallo stato di natura in cui i figli risentono dei mali dei padri, dai bisnonni ai nonni, diventando sempre più deboli di generazione in generazione, una degenerazione che per Tissot comincia da un “tipo primitivo”. La follia, la malattia sono sempre “esterne”, ambientali, mai naturali: del resto chi ha mai conosciuto un pigmeo depresso prima del “morbo” della civilizzazione? L’angoscia del nostro “terribile presente”, è stata la medesima negli ultimi secoli; nel Settecento, ma soprattutto nell’Ottocento, pullulano i trattati in cui si denunciano le donne di Parigi che hanno scambiato “il giorno con la notte”, il disordine dei sensi causato dal teatro, l’artificio malsano dell’immaginario evocato dai romanzi, ecc.

In definitiva, è proprio tutto il costrutto positivista che genera lo scontro tra ambiente e natura, quell’ambiente che sovverte i ritmi naturali dell’uomo, infettando la salute degli umani con la nevrosi dell’Urbe, coi ritmi frenetici della città che respingono la positività dell’essere naturale per sostituirla con quella artificiosa del delirio delle invenzioni, delle lingue, del mercato, dell’automatizzazione, della macchina, delle civiltà alfabetizzate. L’umanità ha sempre offerto resistenze al “nuovo”: invano. Il corpo dei sapiens è sempre stato “cristico”, cagionevole, martoriato, vessato. In un futuro non troppo distante, non saremo più “corpo” ma essenza di entità neuronali gestite da “macchine”. Siamo ancora una civiltà debole, primitiva, non riusciamo che a sfruttare risorse energetiche minime dalla nostra stella madre. Una civiltà evoluta è in grado di sfruttare al massimo le potenzialità energetiche della stella centrale, e opera salti planetari man mano che essa “degenera” (vedi sopra), allontanandosi progressivamente dal collasso perenne (in forme non necessariamente corporee). Migrazioni. Nessuna civiltà potrà mai essere stanziale.

Ciò che sta accadendo è, semplicemente, l’inizio di una fase esponenziale di accelerazione che porterà (dovrebbe) i sapiens sapiens verso il Big Network, ossia verso il salto necessario e funzionale alla “comunione globale”. Saremo tutti connessi telepaticamente, come computer in rete, condivideremo emozioni, linguaggi, sensazioni, idee. Col tempo scompariranno la parola, la scrittura, tutto ciò che Sloterdijk definisce “costo dell’alfabetizzazione”, ossia un processo durato cinquemila anni, e che, dopo nuovi e terrificanti olocausti (ambientali, sistemici, psicologici, culturali) vedrà una nuova rinascita messianica. Il tempo delle rivelazioni è già tramontato: nessun dio parla, ammonisce, si mostra. Viviamo una fase di ipertrofia digitale che sarà riequilibrata da un futuro in cui i sapiens sapiens diverranno demiurghi e manipolatori di materia, nell’attesa di un nuovo avvento messianico che vedrà l’abbandono della corporeità in funzione della smaterializzazione in puro dato energetico. Tutto ciò, a ben sapere leggere e interpretare, è in perfetto accordo col lascito delle culture del passato, con tutte le scritture considerate “sacre” che, nei modi e nelle peculiarità loro proprie, tramandano un’idea di uomo e di mondo che non può certo risolversi nella mera esistenza biologica.

Non sono processi da giudicare con gli strumenti attualmente a nostra disposizione, o meglio, non con quelli prontamente accessibili ai più. Tuttavia sono processi inarrestabili, che coinvolgeranno le future generazioni in maniere e modalità non teorizzabili ad oggi.L’ottimismo che governa il mio sentire, è figlio di esplorazioni e viaggi introspettivi, di pratiche di linguaggi contemporanei, e di una consapevolezza del valore catartico della sofferenza. Tempi molto duri si prospettano in vista di nuove speculazioni e sublimi visioni. Niente di ciò che adesso identifichiamo come Reale, sarà tale tra qualche decennio. 

Razionalità e Sacralità

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La ragione è uno strumento dell’uomo, non è il territorio della “verità”. L’uomo diventa tale da quando comincia – razionalmente – a seppellire i morti, spesso in posizione fetale, a simboleggiare una nuova nascita. La vulgata dominante fa passare per “scienza”, in buona sostanza il “metodo scientifico”. Ma l’essere umano si è fatto razionale da quando ha avuto consapevolezza del suo “essere al mondo”. In questo senso tutte le forme cultuali sono razionali, ossia essoteriche, e in dialettico rapporto con la verità iniziatica esoterica, che rimane celata, simbolica, archetipica. Le religioni sono legame tra razionalità e sacralità (il Papa è pontefice, ponte fra i due mondi), necessarie all’evoluzione dei sapiens, giacché il Sacro è infinitamente più potente del Razionale. Chiese, cupole, cattedrali, templi, sono “contenitori” essoterici di sacralità. Soltanto la consistenza della zona comfort del “religioso” può consentire all’uomo di non essere preda del Sacro, della follia, dell’alienazione, della colpa. È bene che queste cose se le ficchino bene in testa gli attuali debunker. 

L’angoscia sinistra

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C’è un’irriducibile necessità da parte di chi ha vissuto la “sinistra” come un dogma, un’ideale, una filosofia dell’essere, un’utopia esperibile a dichiararsi in favore delle attuali scelte di questo governo vassallo dei grandi gruppi finanziari. I loro post sono dei veri e propri dispacci d’agenzia, aderenti in maniera parassitaria al racconto di quelle che si ritengono essere le “reali fonti”, i principi fondamentali del Nuovo Ordine Teologico Medicalizzato. In realtà la loro è una vera e propria sindrome di “burnout” figlia del passaggio dalla “società disciplinare” a quella della “prestazione”. Diciamolo: quando mai si è vista una tale supina accettazione da parte della generazione di ex sessantottini di formazione marxista-leninista dei diktat emanati da un governo retto da uno dei più potenti uomini della finanza e della massoneria mondiale e composto da un mix di partiti sovranisti, berlusconiani e leghisti? Rimangono attaccati come cozze al quotidiano “Il Manifesto”, che peraltro è, ahimè, il diffusore di questa evidente nevrosi, dell’infarto psichico delle sinistre. Tale “imbarazzo” li porta ad assumere atteggiamenti reazionari, ghettizzanti, ossessivi, con post “Burioni’s style” che tendono a relegare il dissenso entro categorie ghettizzanti – eh sì, l’atomizzazione sociale porta, paradossalmente, a mutuare gli stilemi di chi ha successo “nel momento in cui il modello disciplinare di gestione dei comportamenti, ossia le regole di autorità e di conformità ai divieti che finora hanno orientato la storia delle classi sociali così come quella dei due sessi, devono far posto a norme che stimolano ciascuno all’iniziativa individuale, sollecitandolo a diventare se stesso” (Byung-Chul Han “La società della stanchezza”). Li ritrovi a difendere Fedez o Speranza in virtù di un minimo comune denominatore valoriale di comodo e di facciata. Risulta dunque più “confortante” per costoro discettare di questioni afghane o di referendum sulla liberazione della cannabis (nobili temi, sia chiaro) allo scopo di corroborare il “bias di conferma” che possa preservarli da una preoccupante deriva depressiva, dallo sconforto del cambiamento del paradigma che adesso li vede protagonisti nel ruolo di latori del “nuovo messaggio” della Società della Sorveglianza. Così, dietro i paraventi della scienza – da loro ancora vissuta come “fisica dell’ordine”, mantra “deterministico” e lineare di equazioni risolte e modelli analitici esatti – essi possono occultare il grado di complessità delle società schiumizzate, mostrando i contorni della vecchia topologia ideologica nelle forme “zombizzate” e reazionarie della nuova “positività del mondo”. Il loro è terrore dell’immanenza, nonché rimozione del grado di pressione coercitiva delle Società della Sorveglianza. Essi cercano l’identità perduta nella profilassi della medicalizzazione per colmare l’angoscia della fine del proprio universo semantico di riferimento (l’ultimo film di Moretti è emblematico in tal senso).

Mai arrendersi

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Io davvero non capisco. Si continua a “separare” la “scienza” dalla “vita”, i media dalla scienza, la medicina dal malato, i media dai mediati, ecc. Da quel che ho capito qui si pretende di avere sicurezza e certezza di salute, in altre parole un piccolo frammento d’eternità. La morte è il grande rimosso di questo nostro tempo tecno depresso. La panacea è il farmaco, l’elisir che dovrebbe riportare tutto all’aberrazione della “normalità di prima”, con miliardi di esseri intenti alla crapula e al consumo seriale, gli allevamenti intensivi, i disboscamenti ecc. Questo è un mondo che ha rimosso la morte dal proprio vissuto, ossia il morire della vita, il ciclo dell’Ouroboros, la reale saggezza della comunione col cosmo. È tutta una vitrea incapsulazione di anime dentro corpi e stanze, di spiriti entro alvei nosografici. La scienza, questa cosa post illuministica, non è che un insieme di codici e norme, una nosografia del nostro tempo, una fede posticcia e destinata a mutare, come tutto il resto. Poco c’entra la buona fede dello scienziato e del ricercatore.  La scienza nel 2020 è questo substrato che governa e classifica il mondo simbolico, l’immaginario del nostro vivere. Punto. Per fortuna verranno nuove ere, le meraviglie del possibile: mai arrendersi all’evidenza del presentismo. Mai. (Stazzo 23-12-2020)

Le derive del post illuminismo

Quest’ottica brutale e dozzinale post illuministica con cui si riduce la visione del mondo a mero dato da confutare, produce altrettante mostruosità rispetto a ciò che si ostina a delegittimare ed è altrettanto grezza e ingenua. Solo chi non abbia una visione ampia e dialettica del divenire del sapere può giungere a simili semplificazioni. La lezione di Tommaso D’Aquino nella sua “Summa Theologia” pone già una problematica in tal senso, che volendo troviamo già in Aristotele nella sua “Metafisica”. Questo mondo brutalmente scientista esclude dall’orizzonte critico la Sapienza che non ha nulla a che vedere con il concetto di “risultato” e di dato scientifico tout court.

Hegel: ma lo si è letto davvero?

  • Probabilmente sono fortunato giacché coltivo la mia passione per la filosofia al di fuori di certi asfittici ambienti; del resto rifuggo da sempre le “accademie” (dopo averle con enormi sforzi frequentate), anche se in altri ambiti musicali, letterari, cinematografici ecc.  Ciò mi consente/mi ha consentito di sviluppare un particolare sentore di fronte agli abusi e alle violenze interpretative della critica e di certi approcci metodologici applicati alla storia. A leggere meticolosamente Hegel (o la Bibbia), per esempio, a me vengono dei seri dubbi: chi lo ha letto ha effettivamente assimilato l’essenza dell’opera? Quanto il giudizio è permeato dalle progressive stratificazioni dell’euristica? Tornano violente e perentorie le parole di Nietzsche: “Basta pronunziare la parola ‘seminario di Tubingen’ per capire che cos’è, in fondo, la filosofia tedesca – una scaltrita teologia”. Di fronte alle insostenibili rivisitazioni hegeliane in salsa computistica, quasi che questo Spirito possa essere la quintessenza di una platonica Partita Doppia, provo dunque un sostanziale fastidio. Alberto Bosi, nella sua prefazione alla “Filosofia dello Spirito”, parla con pertinenza della filosofia hegeliana come filosofia “cristocentrica, nel senso che tutta la storia del mondo ruota attorno all’incarnazione di Dio in Cristo, alla sua morte e risurrezione, all’irruzione dell’eterno nella storia”. Che diamine! Hegel parla di Spirito assoluto in un clima apocalittico e con una maieutica che affonda le sue radici nella messianicità. Si prenda un passaggio contenuto nella sua “Antropologia”: (…) la malattia sopravviene quando l’elemento puramente animico dell’organismo, diventando indipendente dal potere della coscienza spirituale, si arroga la funzione di quest’ultima, e lo spirito perso il dominio sull’elemento animico che gli appartiene, non rimane padrone di se stesso, ma ricade anch’esso nella forma dell’animico, rinunciando così al rapporto oggettivo con la realtà effettiva del mondo, che è essenziale allo spirito sano; ecc. ecc.”. Qui siamo a tematiche che verranno sviluppate e approfondite da Steiner più avanti. Di certo, senza un’adeguata conoscenza della scienza simbolica difficilmente si potranno penetrare gli aspetti più esoterici e nascosti dell’opera hegeliana; non si potrebbe comprendere, ad esempio, il senso profondo della risposta di Hegel al dono della medaglia del Genio ignudo fattogli dai suoi allievi.

Antropocentrismi

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Io davvero non mi capacito, in quest’era dell’ipertrofia tecno-scientista. Ma se siamo riusciti a realizzare, per es., l’iPhone in un periodo dell’evoluzione umana tutto sommato breve, perchè stupirsi o indignarsi al sol pensiero che altre culture antecedenti alla nostra o “altre” possano aver realizzato simili manufatti in chissà quali remote regioni dello spazio e del tempo? Non capisco davvero questa dogmatica certezza che alberga in certi ambienti. Non dovremmo forse essere altrettanto sconvolti per le nostre “capacità” tecnologiche e dell’ingegno dell’uomo? L’alfabetizzazione del sapiens possiamo considerarla effettiva nell’arco degli ultimi 5000 anni (a essere riduttivi: cos’è del resto la rivoluzione agricola se non una forma di alfabetizzazione?), ossia entro  un arco di tempo risibile rispetto ai grandi cicli evolutivi. E poi: di quale “tempo” parliamo? In fin dei conti, questo è forse l’unico quesito filosofico che ci dovremmo porre.

Il rasoio di Occam

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Da più parti (va particolarmente di “moda” adesso), si cita il celebre “Rasoio di Occam”, spesso a sproposito. Va di moda presso molti razionalisti-debunker dell’ultim’ora, e cala come una mannaia a troncare certi discorsi. Ma… qual è il contesto culturale di riferimento di Occam? Occam ritiene che la ragione umana non può penetrare l’Assoluto e nega un ordine razionale della realtà. Non solo: egli nega il valore fondante dell’epistéme e vede la realtà come “esterna” dalla speculazione razionale umana. In altre parole, egli identifica la Conoscenza con l’intuito, col dato relativo all’esperienza. Insomma Occam “riduce” fortissimamente la forza conoscitiva dell’epistéme. Mi chiedo se i molti che lo citano siano poi consci di tutto ciò.

Maggioranza Bulgara nell’era di Draghi

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Quanti stanno effettivamente realizzando che siamo governati da un Parlamento con una maggioranza bulgara, frutto di abili e becere manovre di ordine corrotto? Che dibattito pensate possa esserci di fronte a una così evidente soppressione di ogni dialettica politica? Non vedete che i nemici acerrimi di ieri sono adesso tutti sotto la stessa cupola? Vi rendete conto che nell’arco di pochi lustri e anni è stato completamente metabolizzato il concetto di “casta”? Quanta falsa e bieca retorica si annida dietro i paraventi della “ragion di Stato”, o dell’emergenza di comodo? Mascherare il vostro disagio non servirà a granché. Fiero di non votare da decenni e di non essere parte di quest’ordito. (Stazzo 10-9-2021)

Media e Tv

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Naturalmente, almeno i più accorti, avranno intuito che studio “Fenomenologie dei Media” da decenni. Il palinsesto televisivo offre gli strumenti necessari, a ben osservare, per analizzare cosa stia “effettivamente” accadendo e come stia mutando rapidamente lo scenario politico ideologico di questo sventrato paese. Orbene, avete notato come, studi televisivi a parte per le note misure anti covid, sia scomparsa la “gente”, la “piazza”, dai palinsesti televisivi delle trasmissioni mainstream del momento? Dove sono i collegamenti con l'”esterno”, con le persone REALI che protestano perché ridotte alla fame nelle trasmissioni della Gruber, di Mentana, di Formigli ecc.? Scomparse. Che sta accadendo? Ve lo dico io: si sta semplicemente rimuovendo dall’immaginario televisivo ciò che oramai risulta scomodo: il corpo delle masse, la disperazione, l’urlo sguaiato ma sincero del cittadino inferocito. Cosa ne è rimasto negli ultimi lustri dei successi di trasmissioni come “Milano Italia” o di quelle del Funari nazionale, che fine hanno fatto i girotondi e la massa critica? Questo processo non comincia col problema della pandemia da covid-19, è un trend già riscontrabile da qualche anno. Da Pasolini al 2020 la sinistra ha subito un vero e proprio rovesciamento dei propri valori fondanti. Dove è possibile trovare ancora la “gente” nei programmi delle tv generaliste? In trasmissioni-monnezza come queste che, paradossalmente, offrono spazio alla rabbia dei “nuovi vinti”. Questa nuova classe di reietti composta da commercianti, negozianti, ristoratori, rappresentanti, artisti, teatranti, artigiani, circensi, popolo delle partite Iva ecc., urla la propria rabbia in faccia a politici pietrificati e ammutoliti che non sanno cosa rispondere perché privi oramai del contatto e della relazione con quella che un tempo si sarebbe definita la “base”, il nutrimento delle radici della politica. Ecco dunque ripresentarsi le istanze xenofobe e le aderenze con la destra sociale, proprio a causa di questa metamorfosi cosmetica e telegenica della sinistra sterilizzata dalla biopolitica che ha del tutto perso il contatto col mondo Reale, in senso lacaniano. Tutto ciò dovrebbe aprire lo spazio per molte riflessioni sui nuovi “costumi” degli italiani oramai ammorbati da una comunicazione che, paradossalmente, non li riguarda (dicembre 2020).

Fuori

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Io oramai telefono ai miei amici per sapere se sono a casa e nella speranza che non ci sia effettivamente nulla da fare in giro, chiamo dunque per verificare che stiano effettivamente in casa e non fuori a fare chissà che, di questo periodo poi, che se ne stiano belli e buoni a casa insomma, e non se ne escano fuori con strambi eventi o iniziative curiose che potrebbero indurre a partecipare o, quantomeno, a stimolare un pernicioso senso di frustrazione, o meglio quel mefitico, per quanto fugace, senso di disagio generato dal semplice fatto stesso di non essere presenti lì, dove magari accade l’evento che non ti interessa, ma che tuttavia coinvolge i tuoi amici che poi ti penti di aver chiamato. (6 dicembre 2020).

La morte di Maradona

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A chi critica Maradona. L’arte è ovunque, tranne che nei manuali di estetica. È un insieme di pratiche d’uso, un immane geroglifico indecifrabile, per dirla con Anceschi, è ciò che una collettività vive come mito (rammento il Barthes di “Miti d’oggi”). Per me è arte ciò che non è “riducibile” al mero concetto. È il gesto irrelato che non rimanda a niente se non al gesto medesimo. L’arte è sempre espressione del divino, come divino è il rovescio di Federer, uno squarcio sulla tela si Fontana, il passo di Nureev o un’acrobazia della Comaneci (vorrei che qualcuno mi spiegasse la differenza fra questi ultimi due). Arte è ciò che va al di là dell’obiettivo, del risultato, dello scopo. Dei gol di Maradona rimane la bellezza, non solo ciò che ha prodotto il risultato sportivo. PS: Il Bello è il territorio del Sacro. Il sacro non conosce nosologie. Un vaso da notte greco ritrovato nel 2021 diventa un reperto e viene esposto al museo. Prima serviva per fare i bisogni, oggi diventa un oggetto di contemplazione. Duchamp ha fatto la stessa cosa col suo scolabottiglie, spostandolo dalla cantina al museo. L’arte è un insieme di pratiche d’uso: non sappiamo se tra mille anni il calcio di Maradona potrà essere fruito e considerato alla stregua di una pagina di Balzac. 

Tecniche di conversione di massa al Nuovo Credo

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A me piace esplorare la storia, perché per comprendere la contemporaneità è necessario sporcarsi le mani col passato. Veblen vagheggia già nel 1921 di “un Paese retto da tecnici professionisti che, sulla scorta dei più rigorosi standard di efficienza, avrebbero eliminato le inefficienze e gestito il Paese come una gigantesca macchina perfettamente a punto. I sostenitori della tecnocrazia privilegiavano le ‘regole della scienza’ sulle ‘regole dell’uomo’ e auspicavano l’istituzione di un organismo nazionale – una sorta di consiglio dei tecnici – al quale fosse conferito il potere di gestire le risorse e di prendere decisioni per l’indirizzo della produzione e della distribuzione dei beni e dei servizi (…) I tecnocrati, più di qualunque altro movimento politico del tempo, giunsero vicino all’integrazione della visione di un’utopia tecnologica nel processo politico”. Le guerre mondiali, la guerra fredda, il disastro del Challenger hanno posto un freno a questo processo che, adesso, con la nuova prospettiva della viralità globale, offre nuovo slancio alla tecnocrazia dei nuovi regimi terapeutici. Queste osservazioni di Rifkin della fine degli anni Novanta, sembrano adesso sorpassate dal corso degli eventi. Chi mi conosce sa quanto io auspichi un futuro biotecnologico, la fine del lavoro, ecc. e quanto confidi nella nuova sensibilità delle future generazioni. Tuttavia il prezzo da pagare per un nuovo step evolutivo sarà molto alto e non è detto non possa portare alla fine dei sapiens. A “uccidere” il mondo alfabetizzato non sarà la tecnologia, l’androide, ma l’ignoranza di chi sfrutta la bellezza del futuro per scopi miserabili. (7 nov 2020)

Recensione di “Old” di M. Night Shyamalan.

Il cinema di Shyamalan oscilla da sempre fra gli estremi: caricaturale/introspettivo, kitsch/spirituale, descrittivo/surreale, didascalico/metafisico ecc. Di conseguenza, in ragione di questa apparente schizofrenia, egli alterna ottime opere a film scadenti. Tale “oscillazione” permea anche il suo ultimo lavoro, “Old”, che pure parte con accattivanti premesse per poi liquefarsi (apparentemente) in un minestrone rancido. Rimane però, anche nelle sue opere più scadenti, come la sensazione d’una inesprimibile folgorazione, un’inquietudine che è a sua volta figlia di una rivelazione che persiste sempre sul ciglio del divenire senza mai risolversi in una forma esplicita e conclamata di senso. Da questa prospettiva occorre forse guardare al cinema di Shyamalan come al corpus di un’unica opera in fieri che attraversa varie fasi con l’unico intento di esplorare l’esoterico, l’invisibile, il mondo degli spiriti. “Old” è il tassello minore che va comunque ad aggiungere un arcano minore al castello di carte di Shyamalan, e va osservato, appunto, da una visuale panottica che consenta di vincere le resistenze naturali di fronte a certe caricaturali messe in scena, e alle evidenti falle della trama. Una cosa è certa: difficilmente ci si accosta a un film di Shyamalan con indifferenza o pigrizia, così come non si accarezza senza timore la schiena d’una tigre.

I Nuovi Debunker di Cacania

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Mi capita, nell’ulteriore era del delirio di massa, di leggere post minacciosi e caustici dei NDDC (Nuovi Debunker di Cacania). Ne conosco a mazzi di costoro, per usare una metafora relativa, chessò, ai carciofi, alle cipolle ecc., non li conoscessi, ma li conosco questi NDDC, gente che fino a poco tempo fa andava in giro col pantalone vita bassa trascinando le “zampe d’elefante” per i vicoli cacanesi, gente dall’igiene precaria dalla mutanda ingiallita, gente corrosa dalla velleità artistica di partorire qualcosa, ragazzacci traumatizzati del tutto privi dei requisiti elementari del decoro, del tutto privi di educazione musicale, letteraria, questi NDDC che adesso, con fare chirurgico, vibrano d’un’aderenza globale alla cultura “main-estreamista”, costoro, riflettevo oggi, leggendo l’ennesimo post malato ma verniciato di necessità anti pandemica, scrivono a loro volta post in cui minacciano sbrigativamente, dispacci con cui e attraverso i quali intenderebbero poi anche elaborare progetti, strategie, manifesti artistici. Vi dicevo che ne conosco a mazzi di questi NDDC e posso assicurarvi che a costoro non frega nulla del prossimo, posso assicurarvi che costoro vorrebbero vederlo morto il prossimo davanti alla porta, questi NDDC cacanesi con la mutanda gialla che ci ammorbano con le nuove tesi cosmetiche, costoro, riflettevo oggi, mentre leggevo l’ennesimo falso post, hanno assunto questa posizione per ragioni legate alla sofferenza e perché stanchi di contestare dopo decenni in cui nessuno ha mai ascoltato i loro scaracchi, le loro bestemmie insulse, questi NDDC, meditavo oggi, hanno trovato una tardiva forma in questo nuovo apparato teologico che è il mondo globalizzato e finanziario che dispensa decreti. Costoro reputano la protesta, l’indignazione, oramai strumenti desueti, strumenti obsoleti, strumenti vecchi, e preferiscono, riflettevo oggi, aderire come lamelle, come pieghe radiali sotto il cappello del Grande Fungo, pregni di spore tossiche nel Nuovo Mondo Medico Geolocalizzato, costoro, i Nuovi Debunker di Cacania. (ottobre 2020)

Gente

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Gente con la faccia paonazza e i capillari azzurrognoli ben in evidenza che parcheggia in doppia fila con la mano fuori dallo sportello a bloccare il traffico, a impedire intralci; gli occhi azzurri sbarrati nel vuoto e lo sterzo attaccato al torace.

Gente che apre la portiera dell’auto sul lungomare per far sentire a tutti un pezzo di trap dall’impianto audio.

Gente che starnutisce oggi.

Gente votante obesa che cammina con la gambe a papera e l’andatura da pinguino.

Gente che compra scatolame bio e getta le cicche per terra, tossisce o scatarra addosso ai figli, i quali a loro volta tossiscono e scatarrano addosso ai carrelli in fila. Questi ultimi continuano a virare a destra, e poi ancora a destra, quasi a rigettare ogni tentativo di addomesticamento e cercare altre piste, altri circuiti, altre vie di fuga.

Gente che si gratta il culo e poi porge la mano ad altri infetti.

Gente che blocca la fila per cercare i contanti che non sono mai sufficienti, le mani alla borsa nel tortuoso tentativo di ritrovare il bancomat, gente che poi non ricorda il pin e dunque telefona al marito o alla moglie…  nessuno risponde e allora occorre sottrarre dal totale dello scontrino già battuto tutti i prodotti non strettamente necessari all’economia di quella famiglia di catarrolesi… gente che attende in fila… gente che constata che la candeggina basterà per almeno una settimana… gente in attesa che testa il significato di “provola ragusana” nella dialettica del tragitto cassa-scivolo-insaccamento-estrazione-restituzione… gente che prega e attende in angoscia mentre fuori preme l’inverno secco e torrido, come l’interno coscia d’una focosa settantenne.

Gente che si informa.

Gente che ammonisce.

Gente che ascolta con fiducia il parere dei virologi.

Gente che da ora in poi guarda solo il TG di Mentana.

Morire oggi è l’ultimo grande dispetto che possiamo fare alla scienza.

Il Ragionevole Dubbio

A mia memoria non ricordo un livello così basso del contraddittorio sulle tv generaliste. Eppure negli anni passati si contestava eccome la mancanza di spazi per le idee alternative a quelle dominanti. Al confronto con le trasmissioni dell’epoca (ricordate gli enormi agora dei Funari, dei Lerner, i ring dei Santoro ecc.?) quelle attuali paiono ricalcare lo scenario informativo plastico e monocorde dell’informazione e rimandano a certe ricostruzioni cinematografiche e grottesche dei cinegiornali. Fateci caso: oramai telegiornali e talk show ripetono lo stesso identico schema, ghettizzando la protesta entro una nosologia di comodo, enfatizzando gli episodici accadimenti di piazza, marchiando a fuoco il dissenso con tanto di lettere scarlatte: “NV”. Sarebbe interessante avere in trasmissione dei rappresentanti del dissenso, le centinaia di medici e ricercatori latori di una diversa interpretazione di dati, statistiche e cure, filosofi e intellettuali di diversa estrazione culturale a quella mainstream, nutrizionisti, maestri di yoga, la gente comune, sarebbe altresì istruttivo analizzare altri dati, venire a conoscenza dei diversi approcci di lettura statistica, contezza delle diverse pubblicazioni scientifiche ignorate ecc . E invece no. Tutta l’informazione è oramai orizzonte ospedaliero, celeste e anestetizzato che relega ogni altra intelligenza nel recinto del disagio psichico, dell’idolatria antiscientifica, della fuga dalla responsabilità sociale ecc . “La 7” in particolare, è diventata (in ciò surclassando la Rai) il centro da cui ogni sera vengono lanciati i nuovi anatemi. Ci ho fatto caso: provate a vedere le ultime due puntate (oggi è l’1 settembre 2021) e i titoli di giornali che annunciano i provvedimenti l’indomani. Generali e colonnelli (il nuovo clero giornalistico ben descritto da Costanzo Preve) alzano l’asticella della tensione progressivamente, soprattutto quando un fatto colpisce la corporazione di riferimento. Ci ritroviamo così a far fronte a questa continua estremizzazione della “notizia”, che viene processata, distorta e amplificata per raggiungere determinati obiettivi strategici. L’orizzonte verso cui indirizzare il dissenso è sempre il medesimo, chiaro e limpido in chi dispone di una discreta conoscenza degli accadimenti storici. Oggi però sono cambiati i contesti, gli strumenti, ma soprattutto i tempi per la messa in atto di determinate “politiche”. Parliamoci chiaro: tutto l’attuale piano sanitario si regge sulla congestione del Parlamento, ostaggio di due forze peculiari (escludo per ragioni che sarebbe troppo lungo argomentare in questa sede le becere destre, comunque parte di questo stesso giogo di paradossale destrutturazione degli attuali scenari), ossia il PD e il M5S. Ricordiamo che queste due forze sono in origine antagoniste e poste su un piano radicalmente antitetico della concezione politica: il M5S propone in origine un radicale cambiamento e forme di democrazia diretta, il PD è il partito di Renzi e il maggior sostenitore delle attuali politiche finanziarie su scala globale (cito a tal proposito un articolo del 2014: – La Cgil contro l’esecutivo Camusso: “Renzi voluto dai poteri forti”. Ira Pd: “Lei leader Cgil con tessere false” Intervistata da Repubblica, la leader Cgil incalza il governo: “Ecco spiegato perché parla solo con le corporazioni e non con noi”. Replica di Orfini: “A palazzo Chigi per volere del partito”: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/camusso-repubblica-intervista-poteri-forti-f3734616-ca84-44ea-a7d8-9df6e68f7958.html.). 

Bene, queste sue forze rappresentano attualmente il fulcro su cui si reggono le pratiche esecutive dei governi Conte e Draghi, ed a questo asse afferiscono tutte le trasmissioni di propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica, le cui recrudescenze si fanno sempre più marcate durante l’’attuale periodo del “Semestre Bianco” e, più in generale, nel lungo periodo dei governi non eletti secondo regolari pratiche di voto popolare. Riflettete qualche secondo solo sui tempi di questa apparente schizofrenia: due forze politiche assolutamente incompatibili che si ritrovano nell’arco di pochi mesi a condividere il medesimo disegno strategico nella totale sovversione dei valori ideologici e politici che avevano portato queste stesse forze in Parlamento. Bene, adesso applicate questo leitmotiv a tutto ciò che determina il nostro attuale quotidiano.

E l’opinione pubblica che fa? Segue didascalicamente l’orientamento dello stesso medesimo schema, stordita e soggiogata da anni di indecente dipendenza dal circo mediatico. Essa vive nell’immane Presentismo, subisce passivamente i vari gradi di coercizione alimentati dai flussi di paura e angoscia che vengono formalizzati dalle continue ricostruzioni degli apparati di potere, è del tutto incapace di mettere in crisi tale dispositivo (le vittime privilegiate sono da rintracciare presso il nuovo clero degli intellettuali).  

Le nuove tecnologie, infine, forniscono alla “Nuova Nobiltà” i nuovi straordinari strumenti di controllo delle masse della cosiddetta Società della Sorveglianza. 

Per tali ragioni ritengo di invitare alla dialettica e a praticare l’arte del dubbio, giacché ciò che ho tentato di mostrare in questo breve scritto è solo la punta dell’iceberg di una potente strumentalizzazione e corruzione delle libertà individuali del nostro nevrotizzato Occidente. Come si possa, a fronte di manipolazioni così evidenti, vivere acriticamente in un simile contesto, sarà oggetto di futuri studi nell’immediato divenire.

(Francesco Cusa)

PS: “Il clero giornalistico secolare è organizzato in una chiesa invisibile che definiremo ‘circo mediatico’. Il circo mediatico non ha più nessun rapporto con le precedenti forme di giornalismo (…) nessun rapporto diretto e razionale con l’opinione pubblica” (Costanzo Preve: “Il ritorno del clero”). 

Multisale

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Io vivo nelle multisale vuote. Sono non luoghi in cui io mi trovo a mio agio. Lontano dalle genti, vivo l’asettico cinematografico. Memore del tempo in cui cercavo la baldoria, adesso godo delle risa del passato. Adoro questo limbo chirurgico, l’esser numero e non persona. Ah, quant’è bella quest’assenza che si fa presenza e immagine. Schermo. Scherno. È la stessa sensazione di quando ero piccolo e potevo rimanere da solo in casa. Per me quella era la felicità. Quando se ne andavano tutti. È un godimento fisico e morale, profondo come la Fossa delle Marianne e limpido come acqua di fonte. Mi piace anche l’odore di tutto ciò che è centro commerciale, terminal di aereoporto ecc. Ma, in sommo grado, amo questa spersonalizzazione assoluta, l’esser assente nella presenza, il barlume d’un vissuto. Comincia il film. Non importa quale.

Non ho vendette da consumare

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Sempre ho cercato di mediare. Di venire incontro. Di mettere sotto i piedi ogni mio anelito d’orgoglio. Nulla ho fatto se non condividere e cercare una via comune. I patti si rispettano. Sono patti di sangue e di spirito prima che di “lavoro”. Spiritualità, luce, sono solo concetti se non seguiti da una prassi. Sono solo vie di fuga altrimenti. Ho schiacciato la mia testa come quella di una serpe velenosa. Sotto un sasso. Ho accettato ogni reazione cercando di sublimare la mia sofferenza: fisica, psichica e morale. Il “sentire” quando è “uterino” o “fallocratico” non è sentire un bel nulla. Non basta fuggire in montagna e andare a fare bioenergetica. Sono vie di fuga. Quando c’è un problema si tirano fuori le palle. Lo si affronta. A scappare siamo buoni tutti. L’unica via è quella del perdono: perché il Cosmo non si regge con l’armonia ma con la dialettica del conflitto, essendo il nostro il regno della Dualità. “Non possiamo scegliere quel che proviamo. Alcuni svengono alla vista del sangue altri si esaltano”. Non decidiamo nulla. Essere nella spiritualità significa vivere la dialettica della sofferenza come catarsi. Sennò si rimane prigionieri della false illusioni di “luce-via-liberazione”. Si confonde la prassi delle forze terrene con le ragioni dello spirito che rispondono di altre logiche e finalità. Il resto è spazzatura dell’ego. Non ho rancori. Non ho vendette da consumare.

Sulla festa di Sant’Agata a Catania

Chi mi conosce sa che posso permettermi di fare questo discorso. Misconoscere la peculiarità, oserei dire l’unicità della festa di Sant’Agata, lo trovo atto snobistico insopportabile. Al netto di tutto ciò che sappiamo – ossia di mafie, corruzioni, maleducazione, inciviltà ecc. – stiamo pur sempre parlando di una ritualità ancestrale che non può essere ricondotta a mera questione di malaffare della cittadinanza. Peraltro parliamo del martirio di una donna che simbolicamente rimanda a certe forze energetiche fondamentali, di natura femminile, forze che caratterizzano questa festa nella sua propria essenza pagana. Il fatto che una città si fermi per tre giorni è sano. Festa significa ritualità collettiva, amore condiviso e panico. Un tempo tutto si fermava per le celebrazioni e intere comunità potevano mettere in scena il capovolgimento dei valori gerarchici e sociali, indossando le maschere popolari del teatro della vita terrena e ultraterrena. Al netto di questa contemporaneità, rimane sempre uno scarto in questa festa agatina, scarto che non è commensurabile, né riducibile a mera questione di denuncia di atteggiamenti e modalità delinquenziali. La festa di Sant’Agata è festa sentita, non banale parata di Stato; certamente è vissuta con pathos nei suoi strati più popolari, dove vibra ancora di emozioni palpabili e sincere. Queste feste rappresentano ancora un baluardo identitario contro l’omologazione imperante e certamente, se purificate dagli orrori contingenti, potrebbero essere il volano per un grande riscatto cittadino in termini di turismo e cultura. Ridimensionare il portato simbolico della festività agatina è fare un torto alla bellezza del campare. Viva il baccanale, viva lo scialo, viva la festa. Vivere l’identità peculiare catanese di questa ritualità, in questo caso, è sano risuonare del magico. Forse il problema siamo noi, col nostro porci fuori da ogni ritualità collettiva, isolati nel solipsismo di una realtà deprivata della sua stessa storia, figli del disagio e della nevrosi dell’alterità.

Non voto (2)

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Per quel che può interessare, nulla avrà il mio voto in futuro: a livello europeo, nazionale, regionale, locale (è così da anni). Tornerei a farlo solamente per una proposta realmente ambientale di governo che mettesse al centro una politica rigorosamente verde. Nessun giubilo per chi trionfa dopo aver affossato la “Plastic Tax” a livello regionale. Tutte queste vetuste forme di governo della rappresentanza – nessuna esclusa – costituiscono una differente gradazione di marciume, del mefitico portato dell’aberrazione politica che ha distrutto e violentato il paese-mondo. Non è sventolando i vessilli della libertà, del libero arbitrio, e della giustizia che si cambia la storia. La rivoluzione comincia sempre nell’intimità della propria coscienza.

Meditare

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Orbene, l’utilizzo delle Onde Alfa durante la fasi della meditazione è un tramite importante. Questa sera durante la tecnica meditativa dell’osservazione neutrale dei “pensieri”, sono naturalmente apparsi mondi acquorei ed esseri chimerici, forme, luoghi, ambienti inconcepibili che non è dato riportare. C’erano teste di gambero ed enormi tavole imbandite su oceani di nettare, e poi camaleonti bellissimi e sensuali e vertiginose altezze e cascate non morfologiche… verrebbe voglia di non smettere mai, di non tornare più alle evidenze della materia. Di certo il meditare è un tesoro talmente prezioso e fonte di gioia perenne: averlo qui a portata di respiro è un dono che non saremo mai in grado di accettare pienamente.

Un pomeriggio al mare

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Una madre e una figlia infernali dalle voci rauche e metalliche turbano la mia ricerca di pace e meditazione. Non sono tecnicamente “madre e figlia”, ma tutto ciò che esula da un rapporto consacrato come tale. La figlia racconta tutte le sue conquiste alla madre: prima un pugile, poi un meccanico. Confida che si è scopata quest’ultimo nell’officina. La  madre annuisce felice. Incuriosita. Ridono. Urlano. “Uuuhhhh. Aaahhh!”. Ora fa una videochiamata alla figlia della figlia. Tutte insieme parlano di uno yacht a Positano. Hanno delle unghie orribilmente laccate e i capelli con dei ricci tipo orpelli a cascata finale. Si chiamano tutti e tre amo. Urlano. Solidarizzano. Parlano con l’utero, il linguaggio mostruoso della caverna infetta. La “figlia di mezzo” si esprime in una sorta di misto tra l’inglese e lo slang italo-catanese. Ne fuoriescono mirabilie quali: “non si può capire, troppo proud “. Il loro è un urlo ferroviario che infesta la costa orientale della Sicilia. Io prego il Signore affinché possa porre fine a questa “cosa”. Ma Egli non mi ascolta, dunque torno a casa.

Una nuova umanità

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Vedo già quel futuro in cui il reddito sarà separato dal lavoro. Si nascerà con un credito e non con un debito. Il lavoro sarà una scelta che non sarà legata alla necessità di campare (a chi sorriderà consiglio di leggere economisti fuori dalla nomenclatura mainstream), ciò grazie alle biotecnologie, alle nuove iniziazioni, alla nuova umanità nascente composta da grandi assise consapevoli. Questa epoca (in realtà meravigliosa) consente l’esercizio della critica costante nel paradosso totalitario del controllo mediatico di regime. È un periodo storico molto ambiguo, ma sostanzialmente positivo: grandi conquiste e mostruose devastazioni. Nessuno rivendica ritorni al passato, che solo chi non conosce bene la storia può ritenere bucolico e sublime: pensiamo ai benefici fisici e spirituali relativi all’acqua potabile e al riscaldamento presenti in ogni casa, al fatto che il cibo sia finalmente una fonte accessibile a tutti in larga parte del pianeta, alla possibilità di attingere direttamente a fonti di informazione e conoscenza dal web, ecc. Ignorare la “traiettoria evolutiva” del sapiens è un esercizio reazionario e fondamentalista. Per “centrarsi” in questo momento topico, che io definisco l’ “accelerazione”, occorre essere in grado di disporre di una grande capacità di sintesi e di una sostanziale attitudine al delirio… ma occorre essere anche disposti a pagare le disastrose conseguenze di questo processo. L’accelerazione sottopone il corpo e la psiche a una dose di stress difficilmente tollerabile. Occorrerà sacrificarsi, ma sentire anche che il senso di questo “sacrificio” tracima dal contagio dell’esistenza individuale e sezionata. La visione rivoluzionaria passa attraverso una dialettica tra il sé e la totalità, dialettica che necessita ora di una capacità di adattamento alle nuove risorse e tecnologie. Pena l’essere esclusi dalle nuove iniziazioni. Essere consapevoli di tutto ciò significa in parte essere già affrancati dall’inevitabile omologazione.

Invettiva di Natale (Delirare il 25 dicembre come pratica spirituale)

Antico e futuristico. Meditare e videogiocare, leggere testi arcaici e vedere serie tv… Sempre questa necessità di catalogare “male” tutto ciò che passa a fianco della nostra opinione, il paradossale, lo “straordinario”. L’ordinario “nostro” e lo straordinario degli “altri”. Proiezioni. Tutto ciò che non passa attraverso il “trombonismo” diventa eccezionale, e dunque “esotico”. Da qui l’indefessa moina della retorica imperante ripresa per il bavero. Iconoclastie, queste sconosciute. Lo Stato che “produce certezze”… il “posto fisso” è ancora la chimera di un’umanità parassitaria. Senza il ritorno al “Sileno”, alla maschera capovolta vista allo specchio dal puer, senza l’unione di infantile e senile non si dà iniziazione. Ancora questa caccia all’ “accoppiamento”, alla stabilità, allo sterile bisogno di normalizzazione che va a puttane non appena balla l’aereo, o qualcosa ci ferisce in superficie: nuove ritualità apotropaiche, l’esperienza della maschera.

E così si subiscono la Filosofia, la Scienza, la Cultura, come rapporti di dannazione, giacché senza fare della propria vita filosofia, scienza, cultura, si è perennemente nella concettualizzazione, nella proliferazione di equivoci che poi si faranno “matrimonio”, “coppia”, “famiglia”, “stato” – in chiave tristemente hegeliana e al di fuori del concetto dello “hieros gamos”, ossia del rapporto col divino, del rituale di accoppiamento con l’Altro, nella dialettica tra mondi e creature di mondi alternativi. Non c’è “amore” senza “sacralità”, questo processo “laico” del vivere fa semplicemente orrore. Si professa il “credo” nella professione impiegatizia, para-statale, abbarbicati ai coglioni dello Stato per poi atteggiarsi – nel tempo libero – al patetico dei maudit urbani.

E dunque il… natalizio, il tempo sospeso, il tempo morto. Voglio vedere la mia personale divinità indoiranica nel suo perpetuo moto circolatorio delle sue tante braccia munite di spade… la voglio vedere tagliare tante teste.

C’è chi si avvicina al “futuro” per poi discostarsene: apre un cassetto pieno di meraviglie e poi lo richiude, per rifugiarsi nel dogma delle cose conosciute. E certo, 
fa paura il nuovo Network perché è… nuovo. E così nelle case-bolla, nelle cellette dei sapiens, si celebra l’assurdo demenziale, mentre pochi chilometri sopra le nostre teste incombe la sideralità della bellezza disumana del Tremendo. Essere inconsapevoli è bestemmiare. La fabbricazione di questa realtà cementizia è opera degli ilici che hanno edificato sull’orrore filosofico, sociale, politico ed economico dei secoli scorsi. Chi non si ribella in ogni istante è colpevole, ossia ingranaggio di questo immane concorso di colpe che, tutt’assieme, costituisce la globalizzazione indotta. Senza una reale e costante dialettica col Tremendo, una prassi meditativa e spirituale quotidiana, senza una reale centratura su questi fondamentali momenti di passaggio solstiziali, affogati nella crapula divoratrice e nella farsa del sentimento gretto, saremo sempre vittime della contingenza, degli eventi farlocchi concepiti dai concili dei millenni. Senza una reale invettiva non ci può essere alcuna “benedizione”, senza uno scuotimento dal mostruoso torpore non rimane nulla da celebrare.

Un sogno

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Certo che io faccio dei sogni “assurdi”… riesco a strappare con le unghia i brandelli di ciò che  pare dipanarsi in un magistero di grazia e tremenda logica, e che al risveglio non si presenta altrimenti che come il risultato del maldestro scarabocchio di un mutilato che tenti di riprodurre un’opera del Canova. Comunque, questi i resti di ciò che sono riuscito a sottrarre all’oblio di altri mondi. Una sparatoria dentro l’albergo in cui alloggio… (antefatto: io sono partito per un paese straniero e distante, penso sia una qualche versione degli Stati Uniti d’America). Sono inseguito in camera, fuggo nei corridoi, sparo alcuni colpi dall’angolo del muro. È un’arma molto sofisticata; siamo comunque in un altro mondo, o comunque in un futuro prossimo. Con un pulsante eseguo un naturale passaggio dell’arma che adesso non spara più proiettili, ma fasce di laser verticale. Questi sono dei veri e propri “muri di luce taglienti” in grado di sezionare in due un corpo e occorre mirare bene in anticipo, prevedendo dove andrà a finire il colpo, giacché l’albergo è oramai attraversato da una bolgia di gente che fugge da ogni parte. Per un errore di calcolo colpisco un certo A. Z. (che è persona che ho conosciuto molto tempo fa e che non vedo da decenni), ma il suo grido di dolore (gli devo aver tranciato parte della mano e della spalla, in base a ciò che retroattivamente mi mostra il software), lo percepisco dal visore dell’arma che mi restituisce la dinamica dell’evento, mentre io già fuggo per corridoi e sotterranei che conosco benissimo, veri e propri dedali che percorro a velocità elevata con una sorta di sensorialità animalesca che amplifica le mie naturali risorse da sapiens (vi posso assicurare che non ho termini per descrivere questa “prassi sensoriale”… posso solo scrivere che nel “sogno” era una qualità perfettamente disponibile e “attivabile” ad hoc nei casi di urgenza e allarme). Sbuco all’aperto e mi ritrovo in una sorta di periferia di questa città post-americana (la conosco bene: in altri sogni è lo spazio esterno del luogo in cui abito: ho un appartamento all’interno di questa struttura enorme, di albergo-centro commerciale). È una zona che adesso esploro ma che al contempo conosco a menadito. Si rivela progressivamente come le texture mapping in certi videogame. Nel frattempo comunico in una maniera inconcepibile tramite un apparecchio visuale che trasmette il pensiero con mio padre, che è un altro padre rispetto a quello che ho in questa vita, ma altrettanto “padre”. Il vissuto nostro (che in frazioni di miliardesimo di un tempo relativo a questo sogno ripercorro mentre comunico) è al contempo alieno e familiare, fatto di altrettanta vita comune, di scazzi e convergenze, solo che questo “padre” è una sorta di inventore folle e di esploratore. Prendo una metropolitana dalla Zona B della città. Arrivo nel cuore della “City”. Continuo a parlare con mio “padre”, mentre mi trasformo in un enorme uomo-spazzatura, fatto tutto di sacchetti di plastica neri, gigantesco e orripilante. Un gigante di plastica con un osceno cappellaccio. Guido un camion e spunto a tutta velocità in una parallela della strada dove mi affianca un auto, quella di mio padre che adesso si ritrova improvvisamente qui e non più distante migliaia di km. In realtà questo duo poi si trasforma in una sorta di commando esplorativo alla ricerca di qualcosa di prezioso. Dobbiamo scavare dentro una casa alla scoperta di un prezioso tesoro, o comunque di importantissimi documenti. Ora siamo in cinque o sei. Abbiamo due animali con noi perché dobbiamo seguire le indicazioni di un cane che poi si trasforma in gatto e di un altro essere animalesco non ben precisato. Il cane diventato gatta segnala con la zampetta i punti nevralgici dove occorre perforare il pavimento. Facciamo buchi con trapani e scalpelli iper tecnologici ma… nulla. Ci chiediamo perché e come sbagliamo. Forse non capiamo il linguaggio delle bestie? La missione continua mentre ci inerpichiamo lungo il crinale di una gigantesca montagna, uno scenario selvaggio, al contempo esotico e spaventoso. È lì che ho l’intuizione. Occorre interpretare il linguaggio “gattesco”. Provo a parlare con l’animaletto che ci segue come parte del Commando, il quale nel frattempo è diventato una microscopica ma bellissima cinesina in miniatura. Ma la sua essenza rimane “gattesca” pur nella sua forma antropomorfizzata. Faccio degli esempi coi gesti. Pare ascoltarmi e comprendere. Riesco a capire che quando si lecca il muso significa “No”. Allora propongo a tutto il commando di fermarci e di cercare di apprendere questa lingua. Dico alla gatta-cinese che per me sarebbe stato molto difficile interpretare quel gesto come un diniego. Che io mai avrei detto che una leccata di muso potesse significare un deciso “NO”. Lei mi fa capire che, per esempio, è in grado di comprendere tutto ciò che tutti noi abitualmente diciamo e di esserci rimasta molto male per alcune esternazioni di un familiare nei suoi confronti, per non dire dell’indifferenza con cui spesso era trattata e che la qual cosa la affliggeva molto. Purtroppo nessuno del Commando era intenzionato a perdere tempo con questo mio tentativo di interpretazione del linguaggio gattesco. Le ore erano contate e la montagna cominciava a tuonare emettendo ceneri e lapilli… Per un incredibile coup de theatre scopriamo che la missione deve essere abortita perché io mi dovrei sposare… me lo fa notare un familiare del Commando. Tutto prenotato, ristorante, alberghi… si tratta di una mia ex di “questo mondo” (mai conosciuta su questo piano reale ma, vi assicuro che lì è proprio una mia ex, anche lì con una marea di vissuto alle spalle…). Io provo quasi terrore. Come ho potuto pensare di fare una cosa del genere? Sposarmi? Eccomi dunque a tavola a discutere con lei del perché del mio cambiamento di proposito Lei si oppone decisamente, asserisce che oramai è tutto organizzato, ma io le faccio notare tutte le idiosincrasie che lei ha avuto nel recente passato Le faccio notare la sua totale indifferenza per fatti e cose che sono assolutamente accaduti da qualche parte ma non in questo mio pianeta attuale e di cui lei, viaggiatrice di mondi, sarebbe stata testimone. Suona la sveglia.

Fatti dolorosi, gioiosi, tragici, passionali, avventurosi prendono a decomporsi per poi svanire nel nulla del concreto vivere. Svanita nel nulla è anche tutta questa angosciosa trafila del matrimonio, come tutto il resto della missione da compiere, la gatta cinese, la pistola a raggi laser… tutto scola e continua a imbrattare la tela, mentre cerco di aggrapparmi a questi pochi ricordi e all’ordito sacro di quell’immenso, alieno affresco.

Il mio gatto Lucrezio

Ai soliti censori. Non c’è il “gatto”. Ci sono “i gatti”, ossia esseri complessi dotati di personalità infinite. Non ci sono i “gatti”, c’è il proprio gatto, ossia una creatura che occorre saper ascoltare e conoscere. Ci sono gatti che amano l’acqua, che amano uscire, altri che non si muovono di casa e vivono nascosti. Ci sono gatti timidi e gatti estroversi. Poi c’è Lucrezio, che non è il “mio” gatto, bensì una creatura in costante evoluzione che assimila vita e offre conoscenza. È un gatto che si diverte a fare cose che magari non divertiranno altri gatti. Ma è un gatto che ama sperimentare, sondare i suoi limiti. Lotta ogni istante contro la sua sfera della gattità, ne vuole violare i confini. Egli non porta il collarino per questioni estetiche o relative al passeggio. Il collarino è necessario quando Egli si trova fuori, giacché la sua anima è errabonda, picaresca. Lucrezio ha imparato tante cose in questi suoi primi mesi di vita. Di certo a diffidare di chi gli intimava di vivere entro quattro mura. Per cui, fatevi un favore: evitate di giudicare e di sentenziare circa le modalità di gestione del gatto. Piuttosto imparate ad ascoltare e a rivedere le vostre vitree e dogmatiche credenze. Se non amate uscire alla sera, se preferite svegliarvi  presto al mattino, mangiare la cotoletta impanata, bere sangue, credere in Mefisto, giocare a Spaccaquindici, raccogliere carciofi, fare sesso contro natura, andare a messa… ecco: più o meno così sono i gatti. Di certo non sono creature da tenere parcheggiate in casa a fungere da vostra alternativa terapeutica. Se tutti fossero come voi non avremmo avuto un Magellano, o un  Da Vinci e staremmo ancora a grattarci il culo nel nostro buco di culo. Dunque, non rompete le palle a Lucrezio. Grazie.

La Venere del Vecellio

La Venere che sorge dal mare del Vecellio. Simbolo di bellezza, divinità, mistero, oggi sarebbe giudicata come una ragazza in sovrappeso, che si nutre di eccessivi carboidrati, che si muove poco, ecc. Le sarebbe consigliata una dieta low carb, una terapia psicoterapeutica di supporto, e caldeggiati certi interventi e ritocchi di estetica: soprattutto il rifacimento del seno. Avrebbe problemi ad essere accettata in classe, a vestirsi con capi attillati e sarebbe molto poco appetibile per alcune trasmissioni di successo, se non come fenomeno baraccone da scatenare contro i “tronisti”. Sarebbe accettata solo come lesbica e anticonformista se inserita in un circuito “off” di musiche e arti post punk o free, oppure per rigenerate correnti dadaiste da rigurgito.