Scritti su Gianni Lenoci (2)

  • In questa epoca dove la volgarità (quella reale, non la graffiante, sana ironia) regna sovrana e le relazioni fra artisti, colleghi e organizzatori sono spesso figlie di un malessere profondo, a me piace ricordare sempre la figura nobile e sferzante di Gianni Lenoci. Mi serve come antidoto a certe modalità meschine e piccole con cui spesso si ha a che fare. Per riuscire a rimanere a galla senza affondare, occorre una grande forza d’animo e un profondo rispetto di se stessi, confidando, non tanto in una sterile forma di “giustizia”, quanto in una reale prassi spirituale che dovrebbe rendere tutto questo teatrino di provincia un vero paradiso. La figura di Gianni Lenoci era la figura di un uomo che sapeva ironizzare anche sulla morte, e la contrappongo a ciò che è il mio quotidiano, fatto spesso di molestie e lotte per cacciare via le mosche. È una sorta di antidoto contro la delazione e la maldicenza, giacché ricordo con piacere estremo tutti i nostri discorsi nel merito. Quando una persona di tale spessore scompare, la lotta si fa sempre più ardua. Ma noi non demordiamo.
  • L’assenza di Gianni Lenoci, a quasi due mesi dalla sua scomparsa, si fa densità inversamente proporzionale al suo distacco da questo mondo. Non è tanto, o solo, questione di memoria e ricordo. Mi riferisco qui a questa pulsazione che si è innescata con la sua dipartita. Questa vibrazione vivente (senza virgolette) è strutturale, attiva, in costante azione; forgia e plasma il Reale con una forza che attinge da altre fonti rispetto a quelle del regno di Natura. È una frequenza che si muove per regioni dello Spirito che intersecano quelle del nostro mondo: occorre essere sintonizzati.

Scritti su Gianni Lenoci (1)

  • Oggi nel caricare l’ennesimo frammento di un concerto insieme a Gianni Lenoci pensavo a tutte le cose che ci siamo detti nell’ultimo periodo al telefono, e scorrevo il materiale delle nostre tante chat comuni. Sono discorsi infiniti, anni di discussioni che potrebbero riempire decine e decine di volumi. Dalla rilettura emergono delle riflessioni altissime, assieme all’abissale pletora di sublimi cazzate intorno allo scibile umano e post-umano, che rendono davvero diverso il mio senso dello stare al mondo adesso. Insomma, “eravamo un appuntamento fisso”, un po’ come Pannella e Bordin a Radio Radicale, e il nostro era un contrappunto quotidiano che ci serviva per tarare, sistemare, e perfezionare il tiro. Sparavamo ai nostri spiriti per creare uno spazio all’interno delle nostre sideralità, e puntavamo altissimo i nostri fucili caricati di proiettili argentei, mirando alle galassie più remote. Il problema dell’assenza/”altra presenza” di Gianni non è più trascrivibile. Trascorrono i giorni e questa sua densità d’assenza si fa sempre più potente, man mano che egli procede verso altre dimensioni dello Spirito. È l’evidente segno della sua partenza, e posso vedere – su altri piani – la scia della sua indeterminata parabola. Adesso suona nel mio impianto hi-fi notturno il valzer “An der schönen, blauen Donau”, e mi sembra – kubrickianamente – la colonna sonora perfetta per quanto sto andando scrivere.
    Sulle note di questo valzer cosmico, realizzo che la figura di Gianni era solo un meraviglioso calco in questa vita, essendo molto altro il suo magico essere, dislocato com’era su più piani e per concetti che non possono essere contemplati da tutto ciò che riteniamo definire comunemente “l’esistenza”. Questo lo sentivo in vari momenti del nostro relazionarci. Era qualcosa cui lui non poteva far caso, ma che era percepibile in certe sue fatiche ad adattarsi alla “routine del mondo”, ed era ciò che paradossalmente faceva notare a me, in una sorta di specchio analitico di coscienze. Solo che non sapevamo, non potevamo saperlo, quanto profondo fosse il solco che stavamo scavando alla ricerca dell’effimero. Forse è per questo che eravamo così legati: perché insieme sentivamo che qualcosa non tornava in questo contrasto tra stoicismo e dionisiaco, in questo presentire l’estranea e disumana – per quanto esile – vibrazione ancestrale su cui sintonizzare l’inconcepibilità della vita.
    Tuttavia l’antropocene pare predisporsi ad accogliere, fuor dal sindacalismo di prammatica e dal canto del gazzettiere dell’epoca volgare, l’integrità dell’essenza dell’arte e dell’intelletto di Gianni Lenoci. Pullulano le iniziative atte a ricordarlo. E chi si muove nel nome di Gianni Lenoci è figlio di “cotanto senno”, a cominciare dal suo primogenito Domenico Lenoci, e poi a seguire col coro di affezionati complici e discepoli, gente dotata dei necessari anticorpi per resistere con stoicismo all’ondata dell’inevitabile retorica che accompagna ogni morte.
    Questa è la sua più grande e somma creazione. Posso assicurare che non gli sarebbe neanche passato per l’anticamera del cervello di concepire razionalmente un simile ”progetto”. Soffriva Gianni, eccome, per questo suo essere considerato poco da parte del cosiddetto “establishment musicale”, ma in cuor suo sapeva che ciò accadeva perché la sua personalità non poteva essere “assimilata”, e dunque costretta entro ambiti che imponevano una sostanziale modifica del proprio status esistenziale. In un certo senso Gianni era un incrocio tra un sublime “nerd” e un “dandy” imploso, perché viveva negli anfratti nobili e dolorosi della vita, fra le pieghe della struttura sociale, nutrendosi del proprio privato in maniera quasi devozionale.
    Chiunque gli tributi un sincero omaggio è “santo”, nel senso più profondo del termine, perché in contatto col suo perimetro sacrale, immanente ed eterno. Ciò che commuove, al di là dell’affetto di familiari e amici, è l’aura di profondo rispetto… sì di rispetto, che vedo e sento nella compostezza del tributo di ogni suo singolo allievo. In ciascuno di essi posso sentir vivere la memoria di una bellezza che non ha forma, e che abita il tempo.
    Oggi è stata per me una giornata molto strana. C’era la solita densità a pressare, quel dannato e meraviglioso senso di irrelato vincolo che induce a muoversi verso qualcosa. Era lui, “lo zio”. Mi ricordava oggi, pulsando, una frase di Carmelo Bene: “se ci si rifiuta di essere contemporanei, bisogna prendere posizione. Io non mi interesso degli operai perché non mi interesso di me stesso”. Ecco, Gianni non poteva essere “contemporaneo”, né “interessato a se stesso”. Poteva semmai aprire spazi di consapevolezza in chi fosse stato pronto a morire nell’istante seguente. In lui la Virtù si faceva socraticamente Scienza per tramite del “Lògos” quale espressione del divino. Amaramente, realizzo che il vero messaggio di Gianni Lenoci poteva divenire intelligibile solo con la sua scomparsa. Adesso capisco, finalmente, ciò che era celato dietro ogni nostro discorso, ogni nostro progetto, ogni nostra performance: una profonda, serena, consapevole preparazione iniziatica al trapasso. Egli ha lasciato vari testimoni, ciascuno con uno specifico ruolo e ciascuno fondamentale ingranaggio necessario all’attivazione di un percorso collettivo che possa renderci persone migliori nel nostro straordinario quotidiano. Una maieutica silente che nutre adesso ancor più di prima. E questo è necessario sentirlo, più che comprenderlo. (2020)

La metamorfosi delle coscienze e delle menti

La metamorfosi delle coscienze e delle menti è un fatto dimostrato da ciò che è accaduto in soli due anni. L’accelerazione, come da me ripetuto per ogni dove, è esponenziale. Per citare Popper: “il modo migliore per prevedere il futuro è prepararlo”. Leggo post di persone che conosco da una vita che appaiono deliranti. Costoro sembrano vittime del presentismo: hanno letto migliaia di libri, ma non hanno imparato nulla dalla lezione della storia. Il loro è un eterno esercizio di stile che rimanda continuamente al testo. Essi non sanno mettere in relazione il libro col l’Esterno, con il Reale. Questi non sono intellettuali ma replicanti, ossia latori di un messaggio sterile che non rimanda a nulla, se non all’indice di una pagina morta. Il cosiddetto “Nuovo Clero” è il nemico principale della nuova rivoluzione, del salto quantico delle coscienze, del vero processo evolutivo dei sapiens.

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Su Foucault

Alcune mie riflessioni su Foucault. Michel Foucault detestava i discepoli, non amava la “postura del discepolo”, perché riteneva che uccidesse il suo medesimo pensiero. Denunciava insomma quello che egli stesso definì “l’effetto scuola”, ovvero quella sorta di irrigidimento, che rende sistematico il pensiero…piccoli gruppi che si contendono (e si contenderanno) la “verità del maestro”. Foucault riteneva che l’uso dei suoi “attrezzi” – la famosa  “boite à outils”,- dovesse essere rivolto a chi vive ogni giorno i problemi dell’esistenza quotidiana, piuttosto che alle accademie ed ai professorucoli da strapazzo. Foucault ha accanitamente lavorato – ad es. – sui testi antichi senza essere un antichista, destando peraltro scandalo negli ambienti universitari affetti da “disciplinarismo”, anteponendo il primato del problema sul disciplinarismo. Ho una sorta di avversione verso approcci storiografici accademici, la malattia senile della storiografia, ovvero la “fontolatria”, (l’appiattire la storia, l’opera di un artista o di un filosofo alle sue fonti) e la maledetta deriva nosografica.

La Seduzione

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Era e Afrodite. Analizzare il pensiero greco per tramite dello straordinario testo di Detienne (“I Maestri di Verità nella Grecia Arcaica”) significa constatare quando rozza e semplificata possa essere la nostra attuale visione del mondo. Era ricorre non solo alle sue arti di seduzione della “Charis” per sedurre Zeus, ma chiede ausilio ad Afrodite  e alle arti del desiderio, della tenerezza ecc., insomma a tutto ciò che è “parphasis” e inganna i più saggi. “La parola nel pensiero mitico è una potenza duplice, positiva e negativa, ambigua”. Così tutto è seduzione, e dunque superamento dell’“Aletheia” nel momento in cui “l’incredibile diventa credibile”. A tutti e a tutte gli “abbracciatori/e di alberi”, ai “guardiani e alle guardiane di Luce”, occorrerebbe ricordare la lezione della mitologia greca che rende “Lethe” ancella di Eros e non solo figlia della notte, e che vede luce e tenebra tendere l’una verso l’altra. 

In quest’epoca di finte libertà individuali e di politicamente corr(e/o)tto, darmi a queste letture è pratica gratificante. Natura, Thanatos, Hypnos, arte, poesia, ecc. sono dominio della spietatezza del Sacro.

Il barbaro presente

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Questi non sono scienziati ma scientisti, ossia latori di una Nuova Teologia dogmatica che deriva da idee di stampo ottocentesco di cui, costoro, sconoscono anche la provenienza. Se gli fai notare che un tale atteggiamento dogmatico deriva da processi che affondano radici nel Cristianesimo oltranzista, inorridiscono. Del resto sono figli del “cicapparismo”, ossia di una vera e propria idolatria contabile della scienza. Ignoranti come capre, vagano nel “presentismo” perché non hanno contezza delle relazioni fondamentali dei processi storici. Vivono lo specialismo della propria disciplina dottrinaria e non sono in grado di unire i puntini. Hanno massacrato La Sapienza in funzione del dato. Pensano di essere a sinistra ma, oramai è palese, sono l’emanazione delle peggiori istanze destrorse. Diciamolo: oggi è più facile discutere con un prete che con uno scientista. Ho la fortuna di avere grandissimi amici SCIENZIATI (maiuscolo) con cui dibattiamo costantemente in maniera civile e dialettica: astronomi, fisici, medici (definire la medicina una scienza è un abuso, ma…) ecc. Ma sono merce rara, che inorridisce di fronte agli orrori del Burionazzo di turno, tanto caro ai kapò del Nuovo Ordine Terapeutico. Interessante sarebbe investigare – in questi ambiti – le tematiche della sociofisica e dell’epigenetica (segnalo su tutti “La firma della complessità”del mio amico astrofisico Alessandro Pluchino), e riattivare il rapporto con la potenzialità delle mitologie e degli e archetipi del passato. Ma per questa gente è come provare a discutere in aramaico. Passerà questa terribile fase. Anche se non la vedrò. Senza una dialettica interdisciplinare non si avrà che ipertrofia tecnologica. La Scienza è un’altra cosa. Sovrana regna l’ignoranza. Essa domina incontrastata agendo sulle coscienze di chi crede d’esser eterno. Lo stupro dell’altrui pensiero, la liofilizzazione dei concetti e la barbarie della classificazione sono gli unici criteri di questi guitti in preda all’angoscia. La necessità di collocare il dissenso entro comode categorie è figlia della bestialità. Siamo vittime di una narrazione che implica un’adesione psicologica che, paradossalmente, esclude l’Altro, ossia ciò che si pretenderebbe poi di tutelare.

Con due piedi in una scarpa

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Ho parecchie amiche e amici che pensano di vivere con un piede nella sapienza e con l’altro nel processo informativo della scienza. Queste sono le più grandi trappole per l’anima. Lo si constata alla reazione di paura e obbedienza di fronte alla prima impasse. Rimane solo il nozionismo oscuro a queste genti. Marsilio Ficino e Pico della Mirandola raccomandano l’aspetto devozionale. Senza devozione ogni porta rimane chiusa e rimane solo la celebrazione patetica del risultato laboratoriale, la miseria fallimentare del test cicapparo. A queste genti “è morta la magia”, e in questa fase ne sto contando parecchi. PS Gente che pratica yoga e utilizza dei mantra per poi adottare i dettami di Speranza e l’ideologia di Mentana…

Totalitarismi 2.0.

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Quelli che mi fanno davvero godere sono gli asini raglianti che opinanano sul concetto di totalitarismo e dittatura applicato ai giorni nostri. A digiuno assoluto di storia, costoro puntualizzano e ricordano con scandalizzate parole quali orrori hanno realizzato le dittature del passato (la partecipazione emotiva sembra essere  quella di chi ha vissuto sulla propria pelle certi tragici fatti). A certe oche starnazzanti basterebbe far fare un piccolo excursus dell’evoluzione dei totalitarismi nel corso dei secoli. Probabilmente nel loro immaginario sovrastrutturato un Caligola, un Attila, un Hitler del 2021 avrebbero (ammesso che abbia senso teorizzare una tirannia nominalistica del genere oggi) utilizzato le stesse terribili strategie del passato. Pare banale rimarcarlo: oggi le forme di controllo sociale totalitario non necessitano di brutali stragi e olocausti, di deportazioni di massa ecc. 

Più perfido è semmai l’esercizio del potere. Esso sfrutta parassitariamente le reazioni dellemasse di consumatori oramai dannate all’uniformità del gregge. In questo senso non vi è dittatura storicamente peggiore di quella attiva nell’attuale teatro delle società schiumizzate (biopolitica tecno-finanziaria applicata su scala globale). Oh, povere testine atomizzate che utilizzate la pertinenza a cazzo di cane…

Letture consigliate: “L’Altra Europa” di Paolo Rumor, Giorgio Galli.

Su Cacciari e Agamben

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Non ho mai particolarmente amato né Cacciari né Agamben, ma ciò che sta accadendo merita qualche spunto di riflessione. La campagna di contestazione al loro scritto è, a tutti gli effetti, una risposta omogenea da parte del mondo accademico, dei vecchi tromboni del culturame italico, della fanfara del pattume giornalistico di parata. Prendete qualsiasi articolo “contro”: non troverete altro che, nella buona sostanza, una marea di fallacie, di “reductio ad ridiculum”, “argumentum ad hominem”, volte solo a screditare i due filosofi. Pochi argomenti, insomma, molte condivisioni partigiane da parte degli epigoni del Nuovo Ordine Teologico Biopolitico, a loro volta figli di una cultura ideologica che non prevede contestazione se non negli alvei classici del loro paradigma post-sessantottino. Costoro, gli intellettuali che credono di saperla lunga, di solito vecchi trombonauti del tutto ignoranti in merito ai nuovi linguaggi delle società globalizzate, sono le vittime privilegiate (e ignare) del nuovo corso totalitario. Essi condividono quel che possono, immersi in una palude semantica che, di fatto, li condanna allo sprofondamento graduale verso l’oblio di un mondo che non comprendono più e che non li comprenderà più. Parliamo dunque degli ignari complici  di questa teologia spietata che si nutre delle loro anime e della loro didascalica cultura. Ma torniamo ora agli scritti di contestazione alle esternazioni dei due filosofi. 

Si comincia facendo finta di non aver inteso. Tutti gli articoli incentrano con perfidia la critica sull’aspetto vaccinale, quando i due filosofi hanno elaborato uno scritto specificamente contrario alla legittimazione del green pass (si legga, ad es., la porcata a firma Giannini). Insomma, si antepongono i soliti slogan e i soliti luoghi comuni per collocare il pensiero critico entro nosologie di comodo (sapete quali). A farla breve, i due filosofi si sarebbero rincoglioniti e fatti abbindolare dalle solite fake news. Questa la sostanza di ogni articolo di contestazione infarcito poi dai soliti riferimenti ai dati, ecc. ecc. (potremmo aprire altri file su questo, ma lasciamo correre). Ho contato un po’ di termini ricorrenti. Siamo sempre alle solite: no-vax, populisti,  incolti propalatori di fake news vs paladini difensori della scienza, negazionisti ecc. Insomma un continuo screditare, delegittimare, ridicolizzare privo di reali contenuti dialettici e di contributi decorosi alla discussione. Ovunque domina questa insopportabile chiamata alla responsabilità di stampo paternalistico, che io definirei “petarnalistico”. Di più: siamo alla minaccia patente; addirittura si critica “La Stampa” per aver consentito la pubblicazione dello scritto dei due filosofi. Il mio scoramento nasce dal fatto che questi vergognosi dispacci vengono poi condivisi a profusione da amici e conoscenti, i quali non si rendono conto di star facendo da zerbino alle peggiori tendenze del potere. Si sta uccidendo il pensiero critico, o ancor peggio, lo si sta relegando entro ambiti che di fatto non dovrebbero intaccare il verbo dominante della biopolitica sanitaria, ossia quell’obbrobrio che i più si ostinano a definire “scienza” e che altro non è che dogmatica e disumanizzata necessità di avere un’informazione certificata e controllata con tanto di bollino di vidimazione. 

Auguro un ravvedimento quantomeno di alcune persone a me care. Ravvedimento operoso, prima che sia troppo tardi e che un Gramellini qualsiasi ordini un TSO di prammatica. 

Il regime tragicomico

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In pratica funziona così: il soggetto A (non vaccinato) va a mangiare. Magari in un ristorante dove ci sarà anche un concerto live. Entra e si accomoda all’aperto al tavolo a due metri dal bancone, laddove pascola la transumanza dei reietti senza religione, e a un metro da una tavolata di Eletti possessori del filtro verde magico (Essi sono lì per il concerto). Se il soggetto A si alza per andare a pisciare, immagino, dovrà (dovrebbe) seguire un percorso neutro e de-contaminato tutto isolato stile navicella di Star Trek. Non oso immaginare che farà poi al bagno, se si laverà o meno le mani, ravanerà i genitali ecc. Nel frattempo, cuochi e camerieri, dispensati dal sacro lasciapassare, sono liberi di scaracchiare, ciucciare, leccare e confezionare portate da dare in mano a camerieri sudati e “respiranti” (non si capisce perché non lo si configura come reato il respirare in luogo pubblico), i quali dovranno poi a loro volta compiere tragitti fino al tavolo del Soggetto A (che nel frattempo è tornato a sedersi ) e a quello dei Soggetti B. Frattanto nel tavolo B dei Soggetti Immuni B si parla, magna e sputa senza ritegno, confidando in quel metro siderale che tiene ogni virus distante scientificamente; Essi ascoltano distrattamente il concerto di musicisti-lavoratori sottoposti viceversa al Lasciapassare Paradisiaco a differenza di tutti gli altri lavoratori non musicisti della ristorazione. A fine serata il Soggetto A andrà a pagare alla cassa seguendo un percorso plastificato e asettico, a differenza di tutti gli altri Soggetti B, e della Zona Appestati gravitante intorno al Bancone che è ancora densa di zombie infetti. Meno male che un simile provvedimento esiste e che si è fatta una campagna di informazione seria anche nei confronti di tutti i bacilli nazionali, intimando anche a loro pericolose sanzioni in caso di sforamento oltre il metro. Questo esempio di modello efficace di Stato è solo relativo al settore ristorazione con, magari, annesso concerto. Immaginate l’efficienza di tale procedimento nelle scuole, nei trasporti ecc. Grazie Governo per questa tua capacità di prevenire il Male. (sett.2021)

Certa critica in Italia

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  • Nel micro-macro mondo del jazz-giezz, capita di leggere sui social di querelle e litigi in ambito di critica musicale, la qual cosa poi in Italia implica (soprattutto per i musicisti che partecipano a queste chiacchiere), sempre che non si rientri entro certi parametri di scuderia e di “ecologia” degli interventi, l’esser messi alle berlina, ghettizzati, tacciati di vittimismo. Personalmente me ne frego; queste cose le ho scritte in tempi non sospetti, e dunque ogni tanto mi riservo qualche considerazione, come in questo caso. Cominciamo col dire un’ovvietà: la critica jazz italiana, con alcune importanti eccezioni (e parliamo di vere eccellenze che mi onoro di conoscere e stimare), è, ancora nel 2020, critica di matrice dilettantistica, dopolavoristica e amatoriale. Pochi conoscono seriamente linguaggi, tecniche, semiotiche a un livello musicologico di base, pochissimi poi sono quelli che praticano la musica e sono in grado di leggere uno spartito. Intendiamoci, l’essere preparati anche in maniera professionalmente seria implicherebbe un livello di consapevolezza ulteriore, ossia la realizzazione d’esser al gradino di partenza della riflessione estetica in determinati ambiti, non del jazz in sé, ma “dei” jazz declinato al plurale. Pensare di riconoscere un idioma comune generico e confidare di potersi districare con destrezza nella giungla dei nuovi codici è impresa alquanto ardua, giacché pochi hanno gli strumenti necessari per cogliere i nessi dell’attuale livello di frantumazione del linguaggio jazzistico (i risultati visibili e patenti di tali operazioni di semplificazione dei linguaggi o, per converso, di sofisticate quanto sterili (ri)letture di materiali sonori semplici e lineari, sono facilmente verificabili). Cosicché assistiamo alle kermesse paesane, agli scannatoi da social in cui ciascuno (devo dire con una notevole dose di arroganza, del resto tipica di chi è affetto dalla sindrome di Dunning-Kruger), prova a perorare la propria isterica causa: “gli italiani non fanno jazz, i neri sì” e altre sciocchezze del genere, come è dato sovente di leggere, è il leitmotiv che risuona dietro i falsi paraventi della dialogica politicamente corretta. Un dato tecnico: riuscire a decifrare e a comprendere il senso di una composizione di jazz contemporaneo oggi implica un elevatissimo grado di conoscenza tecnica, armonica, ritimica, melodica di base. Sono linguaggi complessi a cui non è possibile approcciarsi se non attraverso un tirocinio di studi e pratiche costanti. Intendiamoci: ogni parere è sacro. La musica, l’arte non appartengono agli artisti; esse vivono autonomamente come oggetti estetici, singolarità. Però un conto è esprimere una critica sentita che, per quanto naïf, sia in grado di penetrare, meglio e più di ogni altra, il senso intimo e profondo dell’opera, altra cosa è invece l’assumere atteggiamenti spocchiosi e denigranti nei confronti di chi poi questo universo sonoro lo abita e si espone direttamente sul palco. Carmelo Bene divideva i critici in tre categorie: gazzettieri, travesti e supermaschi. Sempre Carmelo Bene affermava: “piantiamola con la storia del pubblico che non vuole niente”. E cosa ha significato in termini di pubblico tutta la manfrina di queste ultime decadi? È del tutto evidente che, se i soggetti-organizzatori della “Cosa-Jazz-Italiana” (e con essi buona parte di critici-organizzatori) hanno ben pensato di perorare determinate proposte jazzistiche fin dal principio degli anni Novanta, il pubblico che si è generato è il prodotto di tale semina. Questa questione di carattere più, diciamo, sociologico, dovrebbe essere centrale per tutta una fetta di critica meno ferrata in campo musicologico e magari più incline a occuparsi di inchieste di taglio giornalistico (alcuni riuscirebbero certamente meglio in tali propositi, e farebbero meglio a evitare di entrare in analisi di opere obiettivamente inaccessibili al loro livello di conoscenze musicali). Un tempo era Kipling a sostenere che un verso di Keats è grandezza e tutto il resto è poesia. Oggi qualsiasi “gazzettiere” (per tornare alla tripartizione di Bene) può permettersi tali azzardi (sempre leciti, per carità, purché siano frutto del criterio della pertinenza). Purtroppo, mi capita spesso di constatare che certe forme di ignoranza (soprattutto in questi aleatori ambiti, che aleatori non dovrebbero mai essere dal punto di vista di una seria impostazione estetica), sono alle basi del “giudizio” critico di un’opera, di ciò che costituisce il plesso di argomentazioni sterili che, sovente, fungono da stampelle alla rigidità di un costrutto sintattico campato in aria. La storia dell’arte è somma epistemologia dell’errore. Dagli sbagli si è generata una poetica, soprattutto nel (nei) jazz. Ciò che pare essersi cristallizzato nel suo fondale cieco è l’urgenza espressiva dei gazzettieri, che non tengono mai conto, salvo che in qualche raro caso, dell’assoluta incostanza dell’artista e dei suoi prodotti, viceversa violentati alla bacheca del giudizio scolastico di certi trend giornalistici. Lo so, sono problematiche ataviche; era ciò che faceva di Huysmans prima l’artista e poi il critico. Badate bene che a fare certi discorsi ancora nel 2020, dopo tutte le diatribe dei Settanta, degli Ottanta e dei Novanta, si corre il rischio di perdere il senno. Ma tant’è, sono ancora qui a sentire la necessità di scriverle certe cose, che a me paiono fin troppo evidenti. Siamo ancora – incredibilmente – al dilemma tra critica soggettivizzata e critica scientifica… che poi… dilemma… oramai non frega quasi più nessuno di certe questioni, il jazzista medio essendo una sorta di pelandrone del gusto e la critica nostrana l’equivalente di una comitiva turistica in viaggio (si generalizza, ma questo è nella sostanza: ci sono poi, certo, gli eremiti dell’ascolto, gli integralisti, ma quelli sono ancora più pericolosi per mille altri aspetti che sarebbe utile analizzare in altro scritto).
  • Lasciamo cadere una frase a chiusura di questo scritto, magari a qualcuno arriva forte e chiaro il messaggio analogico di questo limitato scrivere: Danton all’assemblea: “Noi non vogliamo giudicare Luigi XVI, vogliamo assassinarlo”. Non è forse ciò che, in questa epoca, il critico fa, nei giorni dell’esercizio del suo potere? E questo assassinare con le parole e il giudizio, non è forse figlio della brutale pigrizia post-prandiale piuttosto che di una reale natura attiva e consapevole che abbia scopi e fini nobili?

L’ottimismo catanese

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– “Ciao ho preso una gatta”. “Ora scappa e ti caga nelle scarpe”.
– “Ciao, ho una casa al mare con giardino”. “Ora ti rubano tutte cose e rimani senza mobili e coi debiti”.
– “Lo sai che forse ho trovato una cura per i miei mali?”. “Ma quale, sto medico sarà un coglione e ti fotterà i soldi e rimarrai malato e povero”.
– “Ciao, finalmente con la banca on line riesco a fare tutto in automatico!”- “Sarà una banca di merda e ti fregheranno tutto e in più sapranno tutti i tuoi cazzi”.
– “Ehilà! Ma lo sapete che la granita da (…) è veramente buona?” “Fa schifo, acqua e zucchero e ci sono le blatte”.
– “Carissimo, ho visto la tua nuova ragazza: bellissima e sembra anche una tipa in gamba!” “Macché, una deficiente, manco buona per… mi fotte i soldi…”.
– “Carissima, beh, un gran bell’uomo, complimenti!”. “Seeee, impotente, mezzo scemo, si depila”.
– “Assessore, finalmente la raccolta differenziata!”. “Tutte minchiate, una rottura di coglioni, solo pensieri, non serve a un cazzo”.
– “Ciao bello, oggi ho fatto un bagno spettacolare!”. “Ma dove, sei pazzo? C’è la fogna, la gente sputa e piscia”.
– “Ciao a tutti, ho portato i dolciii!”. “Ma dove li hai presi? ma che schifo! Ci mettono il latte acido. Ci sono i topi. Non lavorano bene”.
– “L’altro ieri ho preso una boccata d’aria pura sull’Etna…”. “Sull’Etna? Ma sei pazzo? Una volta forse! Ora tutto inquinato anche là, non ci andare, scoppia il vulcano!”.
– “Ho mangiato un arancino da…”. “FA SCHIFO!”.
– “… ti consiglio per il pesce da…”. “COSA??!!!! UNA CLOACA, PESCE SURGELATO E RICICLATO DAI PIATTI!”.
– “ciao come va?”. “MA VAFFANCULO!”.

Quattro chiacchiere sul metodo scientifico

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Il problema evidente è di natura metodologica. Chi scrive si è formato negli anni Novanta secondo logiche legate alla semiotica e alle teorie popperiane. Sono stati anni spesi appresso a Eco, Nanni, Volli, Baroni e compagnia cantando, anni di strutturalismo e post strutturalismo. Già da lustri universitari era palese che il “campo medico” non poteva essere annoverato, se non con molta elasticità, nel novero di una causalità tale da poter essere accostata ad altre discipline (dove peraltro anche in fisica nucleare, il nesso di causalità inferisce sul dato in maniera molto difficile da comprendere, soprattutto quando ci si trova di fronte a velocità elevatissime, per non dire dei paradossi della fisica quantistica). Con gli anni, per ragioni non enunciabili nello spazio di un commento o di un post, ho verificato che ci sono altri criteri oltre a quello scientifico fondante per relazionarsi col Reale (che, ricordiamolo ai parvenu, non è la realtà). Il discorso sarebbe anche fin troppo semplice da trattare: ci sono enormi contraddizioni nel campo degli scienziati-virologi: di effetti dei vaccini sappiamo molto poco, non possiamo sapere con certezza se il 5g faccia o meno danni ecc. Questo è il campo lecito e il modo corretto del “fare scienza”, naturalmente il coltivare sempre il dubbio, il non giungere a conclusioni affrettate. Perché un conto è l’emergenza, un altro è la formulazione di una teoria scientifica. Così siamo costretti a sorbirci le lezioni da parte di chi scopre “il metodo scientifico” l’altro ieri e ne fa vessillo da sbandierare contro non si sa bene cosa. Uno scienziato sta, viceversa, molto ben cauto nelle sue esternazioni, proprio perché la sua natura è quella di indagare e confrontarsi coi colleghi. L’analisi delle enormi falle e delle contraddizioni in cui è precipitata l’intera classe dei virologi nell’arco di qualche mese in ambito COVID-19 è da manuale clinico: per intenderci, io una serie tv del genere l’avrei abbandonata dopo pochi episodi. I nuovi preti vogliono soltanto giustapporre certezza ad angoscia (la loro) e dunque “verità” (non lo ammettono, ma quello professano) a “falsità”. Dottrine per vivere meglio. L’epistéme è un’altra cosa.

La nuova intellighenzia

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Se c’è una cosa che mi fa impazzire, è che oramai la nuova intellighenzia bio-neuro-farma-medico-cosmetizzata ha completamente rimosso il concetto di “potere” e di “abuso di potere” dalla propria caccolosa agenda culturale. I peggiori sono i professori, i professorini, il professorame, gli accademici col culo piantato sulla cattedra, la (in)docenza e il ciarpame ex-sessantottino connivente (adesso) col sistema plastificato dei valori di regime. Tutta una cultura (a sinistra) – le battaglie per le libertà individuali, la satira al potere, le lotte contro le discriminazioni, ecc. – ficcata nei cassonetti delle indifferenziate secondo i dettami di Santa Madre Scienza delle Verità Oggettive nel breve arco di tempo di pochi mesi. Qualsiasi critica al potere, perfino il più ragionato e legittimo dei sospetti, viene derubricata alla voce “complottismo-fake news” e igienizzata da pratiche di censura apparentemente “dolci”. Tutta la weltanschauung, il cammino di popoli, razze e nazioni, tutto un apparato culturale di riferimento viene improvvisamente rimosso, ed ecco ogni critica al potere diventare “strumento delle destre e retorica anti-scientifica”. Per intenderci, il buon Mario Capanna, che fino a qualche mese fa poteva ancora permettersi (per quanto oramai in chiave da intrattenimento comico) di parlare di regime oclocratico, oggi non avrebbe più modo di protestare o di lanciare anatemi. Le orride destre sono così diventate ricettacolo e soggetto in grado di intercettare ogni sorta di istanza, diciamo, non allineata al mantra dominante. Chiaramente, operare ed esprimere dissenso in un contesto così mefitico, per chi da tempo ha deciso di non sventolare vessilli, è oggi diventata cosa problematica. Diciamo che non si respira una bella aria nel Paese. Stiamo giocando col fuoco. Senza una via dialettica saremo vittima delle polarizzazioni. Schedati, bollati, marchiati, classificati, collocati, ghettizzati e ridotti a mere funzioni colorate perderemo ogni peculiarità distintiva. Questo è (da sempre) il gioco del potere e contro questo l’arte e la cultura hanno combattuto nel corso dei secoli. Ancora siamo nella fase in cui ridiamo e scherziamo… ma conoscere la storia significa aver capacità di individuare i prodromi delle fasi critiche. 

In questo stillicidio di notizie contraddittorie, presentate di volta in volta come il prodotto infallibile delle ennesime ricerche e conquiste della scienza (e non citiamo gli studi di Peter Doshi sulla effettiva copertura di tali vaccini per decoro), non rimane che aggrapparsi a opere husserliane del 1936 come “La Crisi delle Scienze Europee e la Fenomenologia Trascendentale”, qui magistralmente riassunte da Carlo Sini (guardate questa conferenza come antidoto: https://youtu.be/6RIpi8onciM) in cui si accusa la scienza di “mancanza del senso complessivo del sapere”, e poi di raccomandare di rispolverare i vecchi trattati di fisiognomica, visto che viviamo nell’era dei “Bassetti”, il quale, nel breve ma intenso corso della sua bruciante carriera televisiva, ha avuto modo di deliziare dapprima le platee antivax e poi quelle dei nuovi isterici della repressione dei “reietti” con le sue bavette agli angoli delle rettilinee labbra, e il suo cranio da boss da primo livello di videogame (osservateli costoro, i Burioni, i Bassetti, i politici di turno. Abbassate il volume e analizzatene le gestualità, le moine ecc. Vi si rivelerà un mondo). 

Qualcosa per fortuna pare muoversi. La gente (un tempo si sarebbe detto il popolo, il proletariato, ora a sinistra si disprezza e ghettizza la protesta) mostra segnali importanti di indignazione. L’indignazione è tutto. È ciò che consentirà di non piegarsi  in futuro ai dettami dell’ordine costituito. Non c’è virus o vaccino che tenga rispetto all’imbecillità. Il futuro della specie sarà quello delle battaglie virali e della coesistenza dei sapiens con le reazioni dell’ambiente. Ma non è certo con questi procedimenti barbari che si affronterà l’esigenza della nascita di una nuova umanità. 

PS: “Liberté!” Così avrebbe cantato un tempo la sinistra. Ora tutti in imbarazzo congestionato. Che pena. È del tutto evidente che chi non coglie determinati parallelismi e rimane prigioniero della necessità del presente, è tagliato fuori da ogni comprensione dei fatti. I totalitarismi sono sempre tali e assumono forme e contenuti relativi al momento storico di riferimento. Nessun contemporaneo ha avuto mai contezza delle future oppressioni. Oggi viviamo l’oppressione nelle forme “dolci” delle società schiumizzate, un tempo le si viveva sotto forme di schiavitù, vassallaggio ecc. Rimane questa violenza in chi si pone come detentore di una verità di Stato, di una giustizia di Stato, di una medicina di Stato, di un coprifuoco di Stato ecc.

(Stazzo 6-7-2021)

Il brusio molesto

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C’è una stirpe infame di bisbigliatori al cinema. Non parlano. Sussurrano in continuazione. Di solito coppie, o gruppetti che, dopo anni di silenzi, decidono di incontrarsi al cinema per dirsi di tutte le cose che non hanno potuto discutere al bar, a casa, durante le orge, al lavoro ecc. È come una nenia perenne, una ragnatela di minchiate che dura per tutta la durata del film, immune e impermeabile rispetto alla trama della pellicola, una sostanza cosciente e meta-individuale che talvolta è partecipe delle vicende più eclatanti della proiezione, con improvvise impennate del volume del Bisbiglio e qualche sparuta risata. Arrivi a rimpiangere i divoratori seriali di popcorn, gli scartatori perenni di merendine e gelati, le bestie di paese deformi e ruttanti formato maxi-famiglia, arrivi a rimpiangere ogni cosa  rispetto a questo rosario recitato da ossessi. A fronte di tutto ciò mi chiedo poi che cazzo sto qui a studiare, scrivere, comporre, ironizzare, postare, dubitare, suonare, presentare, organizzare, quando la struttura sociale dell’armento trova immane consacrazione e forma in questa mefitica vibrazione che nessun vaccino potrà mai debellare.

(Stazzo 25-6-2021)

Continua il mio viaggio all’interno della recherche proustiana

Albertine è oramai una monade impenetrabile, l’Esterno. Noi viviamo la sua essenza dalla dimensione intima e interna di Marcel che offre al lettore una prospettiva distante che non lo renderà mai partecipe del vissuto di Albertine, delle sue emozioni, dei suoi piaceri e dei suoi dolori. Proust mette in scena in maniera mirabile dunque, l’incomunicabilità amorosa che sperimentano gli amanti, torturati da due forze che procedono in maniera antitetica: quella che li spingerebbe a violare la muraglia del Soggetto e l’altra che li riconduce sempre nei meandri del loro limite oggettivo, al corpo, alla mente, all’Io.

Così riconosciamo per tramite di Marcel ogni nostra idiosincrasia, sperimentiamo tutto ciò che ci ha tenuti avvinti e poi distaccati al soggetto amoroso tramite lo scandaglio del dettaglio: un gesto, una situazione, uno sguardo che ci riportano al mistero dell’Altro e attivano o riaccendono il desiderio in maniera maniacale (dettagli tanto cari anche a Nabokov). Ecco allora la passione amorosa attivarsi e confliggere contro l’ineluttabilità del mistero della conoscenza dell’Altro, divenire per converso impulso di Thanatos, mania del controllo che prevede nei casi più estremi financo il desiderio di morte, ossia la fine di ogni possibilità di possesso. La dinamica che si attiverà sarà sempre quella risultante dal procedimento di investigazione che produrrà le inevitabili e necessarie menzogne da parte dell’Altro, in una fuga progressiva illimitata dalle regioni del senso, della logica, del progetto.

All’incomunicabilità amorosa può far fronte solo l’arte, unica via (con la musica di Vinteuil, la scrittura di Bergotte ecc.) alla dialettica tra soggetti, sommo strumento a disposizione degli umani per sublimare i limiti della monade dell’individuo, viceversa relegato alla prigionia heideggeriana del suo essere gettato nel mondo.

(Stazzo 15-6-2021)

L’epopea di Barbascura

Quando dico a molti amici che fanno ricerca alternativa (termine che non ha senso ma che uso per comodità) di stare molto attenti e di smarcarsi da certe derive, lo faccio perché ho delle buone ragioni. A differenza dei più, io poi vado a vedere e ad analizzare ciò che “passa il convento” dell’informazione omologata (e con ciò intendo implicitamente rispondere a chi fa le solite osservazioni: “perché li vedi se, ecc. ecc.?”). È del tutto evidente che occorre conoscere il nemico per poterlo sconfiggere. Prendete questa puntata di “Atlantide” – https://youtu.be/rGAO3V4O7Ww – per esempio. Mettete insieme un sagrestano dell’informazione come Purgatori e uno smandrappato come Barbascura (uno che fino a qualche anno fa sarebbe stato a fare il fricchettone col chitarrone in spiaggia e che adesso, grazie alla nuova vulgata del pensiero omologato OGM, si permette di fare l’informatore scientifico, di realizzare spettacoli e di perculare chi non gli sta a genio. Questo ciollone poi è un chimico: con quale titolo egli prende di mira i ricercatori di turno con la stessa arroganza  che poi rimprovererà nei suoi patetici video agli “eretici”, ossia a tutti quelli che non sono al soldo della teoria globalizzata?). Dicevo, prendete questa accoppiata grottesca e analizzate com’è costruita la tesi di una trasmissione del genere. Lo scopo è, evidentemente, quello di denunciare il “complottismo” e di “fare corretta informazione”, mostrando la fallacia e le assurdità di certe tesi. 

Per far ciò – una sostanziale operazione di semplificazione e riduzionismo – occorre intercettare le peggiori figure caricaturali fra terrapiattiari, qanoniani, rettiliani ecc., e raccattare fra i disagiati di ogni specie, con l’evidente scopo di mettere in ridicolo ogni altra forma di ricerca e di sapere che non sia compresa entro i crismi della Nuova Teologia. Il paradosso è che questi due finiscono col rappresentare la versione ancora più macchiettistica di quelli che intendono prendere in mezzo. Notate, ad esempio, quando Purgatori, schiavo del copione, prova a fare due domande alla storica medievista, domande che nulla hanno a che vedere con la competenza dell’ospite, la quale lo redarguisce a tono (che c’entra una medievista, direte, con i complotti? Beh, secondo il greve canovaccio del Purgatori, accostare il Medioevo alle credulonerie dei nostri contemporanei è un bel servizio reso all’informazione. Peccato che il Medioevo, qualcuno per favore glielo comunichi, tutto è fuorché  il periodo oscurantista che certa storiografia ingenua ha tramandato). Ad un certo punto Barbascura, in un momento veramente aulico del loro sublime dialogo, ha la triste necessità di citare Huxley; il triste Purgatori chiosa in controcanto: “Adolf!”, subito rassicurato da Barbascura che replica “esattamente”. Come poi non rimarcare una simile perla dell’intercalare barbascuriano, che prima di pretendere di fare informazione dovrebbe quantomeno andare a lezione di grammatica: “… c’è una persona che io tra virgolette ho smontato le teorie perché diceva che il 5G causasse…”. 

Il finale è una sorta di autoinvestitura del Barbascura medesimo, il quale sente il bisogno di abbandonare la sua preziosa carriera di chimico per dedicarsi all’opera di redenzione dell’umanità alla deriva delle fake news: “Molte persone col il covid si sono sentite perdute… e purtroppo, come umanità (si sente naturalmente di parlare a nome di tutti, esquimesi, aborigeni, congolesi, abitanti della Polinesia ecc.) non abbiamo ancora la maturità per usare internet nel modo corretto…”. In conclusione, questi “rimedi” sono peggiori dei mali, e, a mio avviso, questo modo di costruire dei programmi è procedimento assai dannoso. 

Se il paradiso del Cicap annovera Barbascura fra i suoi santi, preferisco mille volte sprofondare negli inferi. 

(Stazzo 14-6-2021)

Il dramma della filosofia

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Il problema è che per conoscere Dio non sono necessarie l’ontologia e la gnoseologia, con buona pace del grande Baruch Spinoza.

La Grazia non passa attraverso la ragione o la speculazione, bensì attraverso la possessione.

Non si può mostrar nulla a colpi di trattati, le vere rivelazioni giungono sempre non aspettate, non preparate: folgorazioni.

Il dramma della filosofia è quello di ricercare una via al Bene che sia preparata e risolta tramite l’ausilio di determinate tecniche e metodologie… espedienti; un po’ come dire che lo yoga è determinato dal susseguirsi delle asana.

Se c’è uno scopo nella “filosofia” è quello del suo eterno fallimento. La filosofia è strumento su cui si può far leva, come l’asta di Bubka, per fare il Grande Salto. Un’asta in palestra rimane un oggetto inerte.

Il linguaggio, la parola, sono funzionali all’espressione dell’indicibile.

La verità è che non si può sostituire “Dio” con maestri di infimo ordine, che qui non siamo tutti Mosé, in grado di poter avere rapporti diretti con la mostruosità del Sacro.

La filosofia implode di fronte al “Cantico delle Creature” di San Francesco, nel tripudio della Gioia che travalica ogni ambito settoriale del Sapere. Di ciò la filosofia non si può occupare per statuto, e questo implica il ricorso ad altri ambiti di riferimento e relazione. La filosofia dunque è dannata a compulsare il Sacro nei dintorni delle sue periferie.

Il Bene non è mai strumento di percezione della Realtà. Il Bene non è uno strumento conoscitivo. Inutile dunque indagare poi il “perché” e il “come” tutto ciò “avvenga”, dato che i presupposti sono sempre fallaci e mal posti.

Swedenborg non è schiavo del linguaggio e della storia, così come non può esserlo il visionario Steiner.

Chi sogna in maniera lucida realizza che il veggente che si acceca e procede a tentoni è in grado di accdere a piani di conoscenza incommensurabili, a piani che scompaiono al risveglio ma che sono “qui” sempre disponibili, da qualche parte.

(Stazzo 4-5-2021)

PS4 per hegeliani

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Io vi do un consiglio. Giocate alla PS4. Ma giocateci non come svago. Praticate come strumento d’indagine conoscitiva. Un hegeliano dovrebbe giocare alla PlayStation da mane a sera. Fin quando si è ancora “corpo” si è in una dialettica Natura-Spirito. Ma quando Spirito e Natura coincidono, non in un Divenire, non in un dispiegarsi del Molteplice, ma nel “darsi-farsi” immediato di una “totalità”, ogni problematica speculativa, semplicemente, scompare perché non ha più ragione di porsi. Il mondo del futuro sarà qualcosa di simile “a ció”; non esplorare significa essere nel peccato.

Simbolismi del Nuovo Millennio

 

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Cause:

a) Twin Towers–>Il Nemico Globale–>L’Altro, il Diverso–>Powell e la Falsa Antrace–>Enduring Freedom–>Al Qaida–>Isis.

b) Lehman Brothers–> Il Controllo del Mercato–>l’Incertezza della Sussistenza–>l’Angoscia della Perdita del Lavoro–>la Tirannia della Finanza–>l’Ipertrofia dello Spread.

c) Pandemia–> La Precarietà della Vita–>il Nemico Invisibile–> Limitazioni Costituzionali delle Libertà Individuali–>Coprifuoco–>Biopolitica–>Totalitarismo Farmacologico.

Effetti:

Paura–>Necessità di Sicurezza–> Stato Paternalistico–> Dominio del Senex.

Dipendenza del Puer<–Cultura Materna Gender<–Stato Pluralista e Garantista<–Angoscia.

(I due stadi sono vettorialmente antitetici ma compresenti. Il secondo si nutre della forclusione del primo).

(Prossimamente: i problemi legati alla scarsità delle risorse idriche).

(Stazzo 25-5-2021)

Streghe e Stregoni 2.0.

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V’è in certe figure che si caratterizzano per tratti nobiliari e affabili, oltre che per una certa qual dose di naturale grazia, in uomini e dame dell’attuale congestionato demi-monde, una sottile patina sordida che è possibile cogliere in quei rari e fatali momenti di lor distrazione, in quel fremito che, paradossalmente, finisce col rivelarne l’essenza, la deflagrante natura. Di solito molto apprezzate e tenute in alto conto, tali perfide creature, per tramite d’arti ancestrali, ordiscono trame e tessono ragnatele appiccicose onde catturare facili prede, e sottomettere i poveri allocchi con velleità di rampantismo. Le loro vittime ideali – che trasformeranno in sguatteri del pensiero dopo una qualche rosolata – sono proprio coloro che costituiranno il corpo futuro, la massa informe che a sua volta determinerà un nuovo fronte di tristi epigoni (vessilli al vento in nome di una libertà chiamata vassallaggio/vessillaggio). Saper leggere tra le righe è dote rara, anche se spesso cagione di tormento e dannazione terrena.

Il Presente

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Godiamo del presente. Il presente è ovunque. Non c’è rammarico. Tutto è al posto giusto. Troppo amore crea eccessi di aspettative, meglio delle sane bacchettate sul collo. La correzione costante dei nostri errori è sacra, attiene all’opera della Natura, dunque non c’è questo granché da rimproverarsi. Mai. Meglio disimparare ogni giorno, allenarsi a non dar eccessivo peso alle emozioni. Sono solo cose volatili. Un giorno moriremo e sarà (stata) comunque un’esperienza sublime. 

(Stazzo 18-5-2020)

Leggete qua che sogno

Faccio dei sogni assurdi. Praticamente, opere multidimensionali. Insomma, stanotte stavo con questa Konstanze, ma ci stavo da decenni con questa Konstanze, era perfetta questa Konstanze, bella, algida, svizzera, non rompeva mai le palle questa Konstanze. Capiva al volo tutto questa Konstanze, le stava tutto bene a questa Konstanze. Ricordo solo l’ultima parte di questo infinito sogno con questa Konstanze, eravamo in un aereo che sorvolava la Svizzera, una Svizzera ultra moderna con costruzioni futuristiche, con tensostrutture, palazzi bio ecc., ed eravamo reduci da un concerto insieme a Riccardo Pittau (c’è quasi sempre Riccardo Pittau, non si sa perché) e a tanti altri che non ricordo insieme a questa Konstanze che mi dava tanti baci durante l’atterraggio. Durante queste fasi però l’aereo si trasforma in un furgone tutto scassato e noi siamo seduti dietro mentre Pittau è alle prese con un’intervista con un noto critico di jazz. Ha il viva voce a palla con grande disappunto di questa Konstanze. Questi, il critico, fa girare le palle (a Pittau) con domande insulse, e Pittau lancia il cellulare nel pavimento di questo furgone che, nel frangente è ritornato ad essere l’aereo. Io, gli altri e questa Konstanze cerchiamo di fargli capire che non è necessario lanciare il telefono per chiudere una comunicazione fastidiosa, basta spegnerlo il telefono; ma lui non ne vuole sentire e continua a mandare a quel paese il critico noto di avanguardie che, nel frangente ascolta tutto. In buona sostanza, atterriamo in un aeroporto futuristico, penso sia Ginevra, e scendiamo tutti: i musicisti, io, Pittau e questa Konstanze. Stranamente è già pronto il prossimo carico di passeggeri e quasi ci pestiamo i piedi, come in metropolitana, tra chi sale e chi scende. Mentre gli altri mi precedono, io mi rendo conto di aver dimenticato qualcosa sull’aereo, non ricordo cosa, forse è solo una mia paranoia, ma penso di aver dimenticato qualcosa. Lascio tutto, valigia, marsupio e cellulare a questa Konstanze, e risalgo sull’aereo quando un’anziana signora mi chiede gentilmente di darle una mano con la valigia. Non è una valigia, è un masso, le faccio, signora ma cosa porta qui dentro, le faccio, e a fatica riesco a salire su con tutto questo peso, proprio mentre le porte si richiudono e l’aereo decolla. No! faccio! devo scendere! fermate! grido per questo aereo immenso che pare un terminal! Pian piano scopro che non è l’aereo, ma tutto l’aeroporto che si muove, una intera pista in movimento. Dunque “scendo”, ma non so come contattare gli altri. Soprattutto come contattare questa Konstanze. Mi aggiro per i terminali di questo immenso aeroporto, una roba kafkiana, penso, dentro allo stesso sogno, chiedo in giro, apro porte in cerca del terminal che immette sui voli destinati alla Sicilia. Niente, apro e chiudo porte che danno su enormi aule in cui si celebrano processi. Chiedo ai passanti di prestarmi un cellulare, così almeno posso chiamare questa Konstanze, cercare questa Konstanze, che saprebbe di certo indicarmi la giusta via del ritorno. Niente. Nessuno sembra possedere cellulari. Esco allora di nuovo fuori e mi ritrovo davanti a una sorta di resort, un enorme cartello con su scritto: “La Fattorietta”… (30-10-2021)

Riflessioni su un passo dell’Iliade

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Due volte Zeus utilizza la Bilancia d’Oro opera di Efesto nell’Iliade. La prima volta, nel celebre passo che sarà favorevole ai Teucri, Zeus pone le due Chere – figlie della Notte e del regno di Morte – sui due piatti determinando così il destino favorevole ai troiani. Alcune mie considerazioni. Al Fato determinato dagli dei e dai loro capricci pare giustapporsi un altro livello, che potremmo definire non antropomorfo, disumano, non materico, quello delle entità prive di forma, non rappresentabili. La potenza delle divinità manifeste dell’Olimpo, che trova la sua consacrazione nel dominio delle forze della Natura (ecco i fulmini devastanti di Zeus a determinare la vittoria di uno schieramento sull’altro), è pur sempre connaturata al mondo manifesto, “al cielo di sopra” che interagisce “col mondo di sotto”. Chere, Parche, Erinni sono evocazioni di Potenze ed Enti che operano su altri piani del Divenire al di fuori dello Spazio e del Tempo, della Luce e della Materia.Le sorti dell’uomo sono predeterminate e il libero arbitrio agisce negli ambiti localizzati e periferici del Regno di Natura.

(Stazzo 26-4-2021)

Queste cose le scrivevo nel 2013

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Io davvero non ne posso più di questa logica ricattatoria, di questo massacro verbale, violento, stupido. Non ne posso più di sentire appioppare responsabilità talora per una ragione, talaltra per chissà quale devianza, a un responsabile esterno, al nemico di turno. Sembra l’eterna puerile storia di Lucignolo che tenta Pinocchio. Questo è un paese moribondo, distrutto e dilaniato dal pressappochismo, dalla corruzione, dal malaffare, dall’ignoranza, dal nepotismo. Un paese inetto, sconclusionato, popolato da gente vigliacca e corrosa dalla delazione. Un paese messo insieme maluccio nella sua storia recente, borbonico nelle sue peculiarità regionali e cittadine, fragile nel suo amalgama politico. Non ne posso più di sentir dire: “bene, è colpa di X se adesso il paese è stato consegnato nelle mani di Y”. Questo ciclotimico refrain attiene perlopiù a questioni di “setting” psicoanalitico e risponde molto poco ad una analisi fenomenologia degli eventi. Il nostro è un paese malato di accidia, stanco e vecchio: un paese per vecchi. Ogni cosa è parossistica, arteriosclerotica. Un paese che si consegna a Berlusconi per decenni è un paese ottuso, greve, bolso e ignorante. Non oggi. Non da oggi, dunque. Questa dannata rivendicazione, l’indice tremolante brandito nell’aria, è segnale geriatrico di demenza collettiva; dirò di più: è figlia di ignoranza crassa, di analisi da parvenu, di gente che si è svegliata magari adesso, e non sa chi erano Donat-Cattin, Gava, Lima, Cossiga, Craxi, e che nulla ha realizzato della catena perversa di eventi che ci ha condotto a questo presente indecente e sciatto. È dai tempi de la “Gioiosa Macchina da Guerra” di occhettiana memoria che siamo stati presi in giro da “noi stessi”, vittime di complessi sciocchini, salottieri, radical-chic, ed in definitiva, per dirla gramscianamente, borghesi. Questa agonia odierna, che ha palesato il Trauma, come nei migliori film di Vintenberg (“Festen” su tutti), occorrerebbe forse cantarla ai quattro venti, a squarciagola, giacché Il Sistema è finalmente esploso nella sua sostanza e a dispetto della forma. Dopo decenni di storia “repubblicana”, si conclama la malattia. Nessun decoro. Nessuna falsa decenza. Oseremmo dire: finalmente. Il corpo provato vomita le tossine in un’agonia che comincia ad essere “salutare”. Lo si era detto. Ed alla fin fine non era importante donde provenisse l’urlo. Espettoriamo per tempo – forse – il catarro accumulato in lustri di incuria. Questo paese non necessita di rimedi dell’ultim’ora, di pezze al culo, o di tappi alle falle. Questo paese va rigenerato da cima a fondo. Senza sconti. Senza compromessi. Senza accomodamenti. Senza tergiversazioni. Senza strizzatine d’occhio. L’immenso patrimonio storico, artistico e ambientale di cui disponiamo ci chiede di essere quantomeno degni custodi, e la nostra responsabilità oltre che civica, è dunque anche etica e spirituale. Basta con le patetiche frustrazioni ideologiche, con le cantilene senza più “storia” e senza aderenza.”

(Francesco Cusa 20-4-2013)

Due paroline su JHWH

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Il problema sostanziale è che lo Jhwh del Vecchio Testamento è talmente sadico, perfido, vendicativo da non essere minimamente paragonabile a nessuna divinità terrifica dell’Olimpo greco o agli Asura e ai Vanir della Gita, per fare alcuni esempi. La componente sadica, coniugata alla gelosia da “Puer” che connota il demiurgo biblico, è figlia di una narrazione profondamente disturbata e molto poco iniziatica, oserei dire psicologica in senso brutto. Il rapporto simbiotico e il mistero che avvolge questa divinità avvolta di fiamme e nubi, la scenografia infernale propria delle sue apparizioni, ricorda l’ambiguità tipica della schizofrenia, del gioco perfido e malato dell’affettività. L’arma del ricatto utilizzata con chirurgica abilità è poi lo strumento di cui si serve questo sterminatore di popoli, sempre lavorando di contrappunto con le arti della fascinazione e della promessa di imperituro amore. Scegliere un popolo e renderlo eletto, è poi altra prerogativa che non ha un equivalente nella storia dell’uomo. Leggere la Bibbia implica un certo disgusto a fronte non tanto di una mancata storicizzazione del testo (dei testi), ma proprio per l’attualità della natura brutale di tale messaggio, che non è frutto di una narrazione mitologica a noi distante, bensì corpo e anima del nostro tempo, della nostra cultura, del nostro vivere quotidiano.

Il pensiero grezzo

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Fidiamoci dei consigli di “chi ne sa”: https://youtu.be/Elp9IdCPnTw (come se non fosse un unico blocco di interessi e corruzioni). Il bello è che si rivendicano competenze nello specifico – la medicina – quando è del tutto palese che siamo di fronte al naturale e caleidoscopico intersecarsi di settorialità e interdipendenze che vanno dalla finanza, all’economia, dalla massoneria, alla politica, dalle carte costituzionali al controllo mediatico, dall’antropologia all’esoterismo, dalla religione al materialismo ecc. I peggiori in questo senso sono i musicisti coi loro richiami alla specifica competenza. Come se fossimo pura riduzione esclusiva, estratti di essenze, insomma “solo” suonatori, dottori, serial killer, speculatori di borsa, correttori di bozze, videogiocatori, papà, mammà, figli, nonne, zie, calciatori, coltivatori, cinefili, tifosi, cardiopatici, incontinenti, idraulici, petomani e non invece un insieme indecifrabile di soggetti significanti ruotanti intorno al Significato-Vita. Io non ne posso più di questa contemporaneità  demenziale e pericolosa. Come se essere esperti in un unico ambito non fosse l’emblema della simbologia dell’alienato mentale, del rincoglionito ontologico. Come se studiare, informarsi, analizzare, crescere, non fossero prerogative fondamentali per evolversi e non rimanere prigionieri dentro gli ambiti settoriali del nostro ridicolo sapere, come se solo una laurea specifica potesse fungere da garanzia di “competenza”.  Se vostro zio si caga addosso tutto il giorno abbiate il coraggio di relegarlo nel suo alveo di cagatore seriale e smettetela di considerarlo anche un avvocato, un pittore, un bidello o quel che cazzo è. Contro tutto ciò ho combattuto in vita e combatterò fino alla morte. PS il primo o la prima che mi fa l’esempio del pilota d’aereo lo/la banno. (Stazzo 1-4-2021)

Indizi per aggirare la trappola della razionalità: da “Twin Peaks” a “True Detective”

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“Ogni tecnologia abbastanza avanzata è indistinguibile dalla magia” (Arthur Clarke).

Per non essere prede e vittime del delirio scientista, occorre indagare laddove  il “sistema” lascia tracce. Esso agisce un po’ come il serial killer che desidera essere catturato. Dunque occorre studiare bene i vecchi telefilm, le serie tv, certo cinema (Kubrick, Polanski, Lynch ecc.), il mondo dei videogame (L’America è geomanticamente vergine: qui si sono trasferiti tutti i principali culti iniziatici a partire dalla sua scoperta occidentale). Non posso qui dilungarmi, ma, per citare un documento recente, vi invito a rivedere la prima serie di “True Detective”. Altro importante evento da monitorare è il “Il Party degli Illuminati” del 1972, il cosiddetto “Ballo Surrealista” di Marie-Hélène de Rothschild (fate il parallelismo col simbolismo in “True Detective”, per esempio. Notate che è la stessa villa in cui Polanski ha girato una importante scena del suo film esoterico “La Nona Porta”. Ricordiamo anche l’estromissione del feto dal corpo di Sharon Tate operato dai seguaci di Manson a pochi mesi dall’uscita nelle sale di “Rosemary Baby”). Indagate anche sulla ricorrente figura del Re Giallo (Maschera cervina ricorrente, simbologia dei documenti dell’FBI, ecc.), su “Arancia Meccanica” (programmazione mentale, MK Ultra). Naturalmente occorre segnalare l’opera magna, “Twin Peaks”: Loggia Nera, Loggia Bianca, massoneria dei “Bookhouse Boys” e paradossi dell’onnipotenza (le esistenze degli abitanti delle logge non sono per noi esprimibili, “situate come sono a uno o più livelli di astrazione superiori a quelle in cui ci muoviamo noi quotidianamente” – Manzocco: “Twin Peaks”. In altre parole ciò che si antropomorfizza nella serie – il nano, il gigante – non è “reale”, ma è il calco di quell’entità che si è adattato alla nostra sephirah). Ci sarebbe molto altro da dire, ma direi che è meglio fermarsi qui. Siamo dentro l’ordito della perenne scalata cabalistica e la cosa più divertente è che la maggior parte degli armenti crede di essere dentro un sistema scientifico razionale, mentre le cerchie più elevate sono naturalmente dedite alle ritualità delle antiche sapienze, adesso mascherate e perdute nell’imbarbarimento dei Lumi.

Buona dannazione.

(Stazzo 26-2-2021)

La Verità

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La verità non sta di certo dalle parti della ragione. Con la razionalità non si attinge a nessuna luce. “La verità è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità” (Simone Weil). Nessuna porta si aprirà se bussate e aspettate una risposta. Nessuna verità risponderà al vostro principio di causa ed effetto. È un profumo che emana luce. Se non lo sentite rimanete dove state che fate meno danno.

Cosa sta accadendo

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È inutile che vi alambiccate con astruse cogitazioni. I popoli e le masse sono ormai superflui. Con la fine dell’economia reale e produttiva, delle grandi masse di lavoratori, di coloni, combattenti, eserciti, necessari a sviluppare la catena produttiva di tutta l’industria manifatturiera e la dialettica tra classi dominanti e classi proletarie, con la finanziarizzazione della società e l’avvento della robotica, l’automazione dovuta all’intelligenza artificiale, le  su citate masse non “servono più”. Non si schierano più eserciti, divisioni corazzate, fanterie, non sono necessarie agli scopi le “tre milioni di baionette” di cui si pavoneggiava Mussolini, non c’è più da scoprire nessun “mondo”, essendo ogni angolo della Terra sfruttato e consumato dalla crapula di miliardi di virali sapiens, ecc. Ció che stiamo vivendo è solo l’avvisaglia di quel che accadrà nel prossimo futuro. L’umanità va verso la riduzione zootecnica (allevatori e bovini) della specie (almeno in questa fase embrionale e barbara di “primo reset”). Virus e vaccini saranno il leitmotiv dei prossimi decenni, nell’ammorbante osmosi tra “cause ed effetti” del gioco perverso messo in atto da speculatori dalle corrotte anime (si tratta sempre di grandi lotte fra ugaritici e atlantidei, i vertici poi avendo molto poco del nostro concetto di “umano”; ma questo è altro discorso, anche se collegato e determinante). Attualmente siamo sotto la distorsione del primo bias cognitivo globale di un certo rilievo (pensate che la maggior parte delle imprese multinazionali sono dotate di patrimoni superiori al prodotto interno lordo di molti Paesi e che “il passaggio da un’economia fondata su materie prime, energia e lavoro a una fondata su informazione e comunicazione riduce ulteriormente l’importanza dello Stato-nazione come elemento fondamentale per garantire la sorte del mercato” – Rifkin). In altre parole, non siamo di fronte a un processo epistemico, all’impossibilità di accedere a determinate informazioni (non più), anzi; il problema è semmai rappresentato dai cosiddetti intellettuali, dai docenti universitari, dai filosofi, dagli opinionisti, dai professori, i quali annaspano in una palude di sovrastrutture e costituiscono l’ideale veicolo di trasmissione di questi nuovi diktat veicolati artatamente tramite processi di indottrinamento che si presentato con tutti i crismi della legittimità dialettica. Certa cultura e preparazione scientifica costituiscono anzi, nella maggior parte di queste soggettività, il deterrente all’utilizzo delle naturali facoltà cognitive, alla capacità di cogliere il vero ordine della realtà. Tutte facoltà che, viceversa, cominciano ad attivarsi in fasce della popolazione meno contaminate dalla propaganda, soprattutto nei giovanissimi (leggi: la gente comincia a percepire i confini e i connotati del disegno perverso globale). Preparatevi dunque ad assistere sempre di più a vicende quali il “false flag” dell’assalto al Campidoglio (paragonatelo a quello avvenuto a Belgrado di recente, giusto per fare qualche raffronto tra una vera rivolta e una carnevalata), alla vaccinazione coatta, all’allarme costante, al vostro prossimo delatore, al docente forsennato e ligio al rispetto delle regole, alla neuro politica ecc. Volete un consiglio? Diffidate di chi non vi capisce al volo. Se fate troppa fatica a dialogare, mollate. Occorre ottimizzare le energie verso forme di comunicazione che non saranno più verbali. Lo sentite immediatamente, se avete il radar attivo, quando un essere riverbera del vostro stesso sentire. La nuova umanità capta altre frequenze dell’interazione. Alla fin fine è molto semplice. La biodiversità si determina a partire  dalle affinità, non è certo figlia dello stress dello scontro dogmatico. 

(Stazzo 19-2-2021)

Martedì Grasso in Mascher(ina)

Quanta tristezza quei carnevali dei Settanta, coi costumini da Zorro e d’Artagnan prodotti in serie, e il freddo di quel febbraio, che pareva siberiano, a umiliarci fin nelle ruspanti terga. Fortunato era chi era munito di spade e spadini; quantomeno poteva bearsi d’una protesi fallica da agitare nell’etere del tempo da ammazzare. Decidevano comunque i genitori. Ricordo con dei flash kubrickiani un negozio di costumi carnascialesci in quel di Belpasso, nella sera gelida e sinistra, minacciosa di lampi, e quelle stanze umide, piene zeppe di costumi di ogni foggia, e il buio alimentato dal basso wattaggio delle lampadine che suggeriva la presenza di spelonche nascoste abitate da Belfagor. Ricordo che ne uscimmo fuori con un costume da d’Artagnan per me, e di paggetto con parrucca per mio fratello. Cristo, date almeno una spaduccia a quel ragazzo! Come si fa a vestirlo da paggetto rococò nella brutale weltanschauung della Sicilia dei Settanta? Manco fossimo stati parenti del Delfino del Viennois! Penso che il suo odio nei miei confronti nasca dal Carnevale da paggetto, da quelle malefiche serate fatte di cerchietti col dado a cena e bracieri accesi nella notte siderale. Si riscatterà più avanti col costume di d’Artagnan (come potete notare dal suo cipiglio nella foto, mentre io incarno un disincarnato e donchisciottesco Zorro allampanato, una specie di Ciccio Ingrassia adolescente). 

Comunque si andava in piazza a prendere delle deflagranti mazzate sulla faccia, assestate sovente con la parte del manico di quelle clave di plastica che potevano ammazzare un cane. Eravamo immersi dentro una violenza antica che si legittimava nell’orda del baccanale paesano, favorita dalla clandestinità della maschera. 

Più avanti ci si acconcerà con robaccia di casa: per noi maschietti vestirsi da donna, da bullo-ibrido picaresco-metallaro-Jena Plissken rappresentava quantomeno un reale riscatto di provincia, di acquisizione di un’identità alternativa – la benda nell’occhio, il difetto fisico che facevano tanto sofferenza vissuta, la sigaretta brandita come un tizzone nella notte…

Cercavamo timidi approcci con l’altro sesso, goffi com’eravamo, nell’imbarazzo di quella mascherata che ci vedeva più vittime che eroi, noi che anelavamo già alle Mecap e al jeans Wrangler, ci ritrovavamo così bardati nell’impaccio del camuffamento coatto, mentre nei garage si faceva molesta la musica da ballo e minacciosa la roulette dei balli lenti da praticare nella rigidità di un travestimento che non ci apparteneva. Nella calca di quelle camere a gas che erano i garage delle feste, baciai una ragazza che sapeva di wurstel e panino all’olio, e che mi riempii la bocca di molliche e pezzi di carne di porco.

Oggi osservavo gli sparuti gruppi di bambini “mascherinati” nella piazza di Fiumefreddo. Mimavano insieme ai genitori il Carnevale perenne che è diventato il nostro quotidiano. Corse controllate. Corsette distanziate. Qualche trombetta. I coriandoli lanciati alle nuvole. Le mamme in costante apprensione… Tristezza ontologica, mefitica, che destituisce quella del martedì grasso. Nessun fantoccio da bruciare nella Piazza del Purgatorio.

Chissà come cresceranno questi bimbi senza i necessari traumi che segnano i passaggi cruciali della formazione del Sé. Ma forse sono solo i deliri di un cinquantaquattrenne semi rincoglionito.

(Stazzo 17-2-2021)

Chi è l’artista?

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L’artista è un giullare, un saltimbanco, ha il dovere sacrale di esibirsi di fronte al sovrano, foss’anche il più spietato fra i tiranni. Ciò perché ogni artista, se è tale, ossia se risponde a una vocazione, non mette mai in scena “se stesso”, il suo essere cittadino, soggetto, contribuente, ma sempre e solo l’altro da sé, ciò che non gli appartiene ma di cui egli è tramite e latore. Un artista consegna dispacci nelle vesti di Mercurio; funge da specchio. Egli è per sua natura immortale. Occorre che questa cosa se la ficchino bene in testa critici e organizzatori

Trappole Semantiche

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Non amo molto Hegel. Ma a me piace rammentare che le attuali certezze dogmatiche di questa brutale forma di conoscenza politica contemporanea che risponde al nome di scienza, siano prodotto dell’infinità della forma che ignora la finitezza della forza, e dunque sostanza alienata dal contenuto. Questi processi rappresentano la mortificazione dello Spirito, tutto fuorché Sapere e Conoscenza. L’intero cosmo è vibrazione. Misconoscere ciò è peccato mortale. Dannazione eterna. PS Insomma questi teoretici cadono nelle stesse trappole da loro ordite. Prendono la logica di Hegel e la usano come corpo contundente.gomentanti. Sostanzialmente la gente vuole appiattirsi entro determinati ambiti: cerca “uniformità”, “solidarietà”. Bene, per me tali “stati” sono il frutto (semmai) di accidenti  di percorso, non di certo l’obiettivo di un piano strategico. Io ho scelto la mia vita, e non comprendo perché i culi debbano continuare a mostrarmi la claudicanza del loro percorso di sofferenza. Ogni esistenza dovrebbe essere il risultato di un processo volitivo, e così mi par di sentir riverberare nelle poche teste che ho incrociato, tramite le immediate connessioni sacre che bypassano ogni angustia della miseria linguistica. Ai restanti culi – la maggior parte – i quali anelano ardentemente di trascinarmi nel loro dipartimento fognario condiviso (D.F.C.), auguro un rinsavimento dal male ontologico dell’era schiumizzata: la frustrazione.

I precisini

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La verità è che non ho mai sopportato i maniaci della precisione, i perfettini, i precisetti, insomma, per intenderci, quelli e quelle che camminano a culo stretto, Qui non è questione di virus si, no, pro, contro, che mi pare pure demenziale il discuterne, quanto piuttosto del fatto che adesso sono venuti fuori i paranoici, i maniaci, i culi stretti della vigilanza ossessiva. Io non lo ho mai potuti soffrire, costoro. Mi danno sui nervi. Li prenderei a sberle, metterei a soqquadro le loro case, mangerei sbavando pur di far loro un dispetto. Adesso è il loro momento. Li riconosci subito dalla camminata a culo stretto, dalla cura con cui piegano e ripongono la mascherina, dai loro gesti al contempo nevrotici e pacati. La sinistra è scomparsa, fagocitata dalla cosmesi, dalla paura della morte (che è sempre stata borghese), dalla disinfezione del Bello. Un tempo la sinistra era “sporca”, fricchettona, tutta sandali lerci, chitarrone e canzonacce in spiaggia, mentre la destra era in doppiopetto, col capello corto impomatato e il manganello sotto l’ascella profumata. Ció che a me spaventa è l’aggressività di chi crede di essere dalla parte asettica della ragione. Non temo i tamarri capipopolo. Non temo i contagi virali. Provo invece ribrezzo per questa ideologia chirurgica e per un futuro senza sbavature, contrassegnato dall’isteria del contagio.

Togliete la filosofia ai filosofi

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Prendersi per “qualcosa” è lasciarsi morire nell’istante senza mai viverlo. Chi ha a che fare con la creazione costante vive l’esperienza tragica della perenne morte della “Cosa”. Viceversa, chi sta a vivere passivamente l’opera, subisce l’illusione del “possesso”. L’opera artistica, filosofica non appartiene a nessuno. Questo un accademico difficilmente può accettarlo. La filosofia non può essere “dei filosofi”. Nel momento stesso in cui diventa dominio dei filosofi cessa di essere tale. All’istante. Non c’è nessun modo per “impostare” alcunché, se non nelle aule accademiche, nei concistori, o presso certe sette ospedaliere… Ogni uomo è filosofo nella misura in cui non si struttura come “soggetto filosofico”, come terminale o ricettore di conoscenze (plurale). Una cosa è conoscere, un’altra è fagocitare. La filosofia, l’arte diventano scempio nel loro “farsi” dottrina e museo. Occorrerebbe censurare le “correnti di pensiero” e gli epigoni, i dannatissimi epigoni: gli hegeliani, i boppers, i coltraniani, gli adorniani, i nietzschiani, e via discorrendo. Quando si esplora il retto dello Spirito si è sempre soli. Al massimo si lascia qualche testimonianza, una traccia da non seguire.

Non voto

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Non voto, non sono interessato alla politica italiana, che ritengo essere il più basso grado della speculazione umana, non parteggio per nessun partito politico, sono solo interessato alle dinamiche che regolano la dinamica pulsionale della corruzione attuale. Sono antiparlamentare e ritengo le democrazie attuali le nuove forme di teocrazia. Mi limito a osservare i i flussi e i movimenti, nonché i trend che, mio malgrado, influenzeranno il mio vivere prossimo, con ogni mezzo cercando di combattere tale deriva nell’attesa della fine (inevitabile) di questo mefitico parlamentarismo. Da tempo ho compreso che tutto l’arco parlamentare è espressione del medesimo processo infettivo di corpi, menti e anime. L’unico manifesto in cui mi riconosco attualmente è quello di Simon Weil: “Manifesto per la soppressione dei partiti politici”. 

Conatus di Vomitus

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Il “conatus” spinoziano non pone limiti al processo di potenziamento dell’essere e della capacità di agire sulla realtà circostante, modificandola a proprio vantaggio. Ai nichilisti d’oggi raccomando questa lezione. A mio modesto avviso oggi, alla fine del 2021, gli strumenti di “ribellione” sono tutti “sottrattivi”. Finito il tempo delle deleghe, occorre scardinare l’andreottiana necessità del voto per le classi dominanti (riassumo a braccio: “a noi non interessa tanto chi vince ma che la gente vada a votare, perché se il sessanta per cento degli elettori non votano per noi è un problema”). Dunque, paradossalmente occorre “negativizzare” le forme di protesta, giacché ogni manifestazione attiva non è altro che foraggio per l’Idra a nove teste. Sottrarsi alla partecipazione significa oggi rompere il dispositivo che alimenta la pulsione venefica del Vuoto palesatosi Pieno, che in Italia assume le sembianze del PD, ossia della cosmesi della politica che nasconde il vero lato osceno della “cupiditas” (e naturalmente ciò vale per tutto il resto delle forze politiche). Una maggioranza di non votanti è il segnale chiaro e limpido che mette terrore a chi governa. Oggi, libertà non è partecipazione. (12-10-2021)

Di chi occorre fidarsi: il gatto che si morde la coda (che non ha più)

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Fidarsi dunque ancora di questi protagonisti della nostra politica, fidarsi ciecamente, colpevolmente, nonostante le evidenze. Questo sembra essere il destino di un paese sprofondato nell’accidia del presentismo. Fidarsi di chi la sanità nostrana l’ha distrutta negli anni precedenti, tagliando i fondi e privatizzando la sanità pubblica… pare incredibile, ma la maggior parte degli italiani è ridotta a questo stadio della percezione collettiva. Naturalmente questi signori sono a conoscenza (essendo stati ben edotti) del fatto che le zoonosi saranno il problema delle società future, e che a causa degli “spillover” (ma non solo) occorrerà strutturare le civiltà dei sapiens con modalità fondate sull’emergenza dell’ordine terapeutico e consequenziali progressive cessioni di quote di libertà e diritti da parte dei cittadini di ogni stato-nazione-satellite. 

Prolungare lo stato di emergenza sarà dunque il leitmotiv di tutti i governi che si susseguiranno da ora in poi. Ogni altra considerazione sarebbe probabilmente pleonastica se non ci si chiedesse, in buona sostanza: che cos’è la vita? Zoe, l’esistenza naturale e corporea, o Bios, le maniere sociali del vivere, ciò che ha reso i sapiens sapiens una civiltà?

Rispondere con la seconda opzione a questo quesito implicherebbe una sostanziale ribellione rispetto ai nuovi assetti del volto osceno del potere. Senza scomodare Étienne de La Boétie e il suo “Discorso sulla servitù involontaria”, la “morale d’armento” del Nieztsche di “Al di là del bene e del male”, o l’hegeliana dialettica signore-servo, ciò suggerirebbe un diffuso grado di consapevolezza circa la vera natura dei regimi autoritari meticciati nelle attuali forme delle democrazie parlamentari. 

Tutto invece tace: rimaniamo narcotizzati all’interno del nostro habitat come replicanti e automi della nuova apocalisse domestica, testimoni ciechi di un’esperienza di fossilizzazione della memoria che non ha precedenti nella storia dell’alfabetizzazione umana. (Stazzo 24-1-2021)

Superare le angosce del presente

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Inutile che vi agitate. Questa contemporaneità è solo un tratto della nostra ancora grezza e primitiva evoluzione. Il tema della “Decadenza” è prima greco-latino (in Occidente) e poi vissuto concretamente a partire dal XVIII secolo, in un progressivo allontanamento dallo stato di natura in cui i figli risentono dei mali dei padri, dai bisnonni ai nonni, diventando sempre più deboli di generazione in generazione, una degenerazione che per Tissot comincia da un “tipo primitivo”. La follia, la malattia sono sempre “esterne”, ambientali, mai naturali: del resto chi ha mai conosciuto un pigmeo depresso prima del “morbo” della civilizzazione? L’angoscia del nostro “terribile presente”, è stata la medesima negli ultimi secoli; nel Settecento, ma soprattutto nell’Ottocento, pullulano i trattati in cui si denunciano le donne di Parigi che hanno scambiato “il giorno con la notte”, il disordine dei sensi causato dal teatro, l’artificio malsano dell’immaginario evocato dai romanzi, ecc.

In definitiva, è proprio tutto il costrutto positivista che genera lo scontro tra ambiente e natura, quell’ambiente che sovverte i ritmi naturali dell’uomo, infettando la salute degli umani con la nevrosi dell’Urbe, coi ritmi frenetici della città che respingono la positività dell’essere naturale per sostituirla con quella artificiosa del delirio delle invenzioni, delle lingue, del mercato, dell’automatizzazione, della macchina, delle civiltà alfabetizzate. L’umanità ha sempre offerto resistenze al “nuovo”: invano. Il corpo dei sapiens è sempre stato “cristico”, cagionevole, martoriato, vessato. In un futuro non troppo distante, non saremo più “corpo” ma essenza di entità neuronali gestite da “macchine”. Siamo ancora una civiltà debole, primitiva, non riusciamo che a sfruttare risorse energetiche minime dalla nostra stella madre. Una civiltà evoluta è in grado di sfruttare al massimo le potenzialità energetiche della stella centrale, e opera salti planetari man mano che essa “degenera” (vedi sopra), allontanandosi progressivamente dal collasso perenne (in forme non necessariamente corporee). Migrazioni. Nessuna civiltà potrà mai essere stanziale.

Ciò che sta accadendo è, semplicemente, l’inizio di una fase esponenziale di accelerazione che porterà (dovrebbe) i sapiens sapiens verso il Big Network, ossia verso il salto necessario e funzionale alla “comunione globale”. Saremo tutti connessi telepaticamente, come computer in rete, condivideremo emozioni, linguaggi, sensazioni, idee. Col tempo scompariranno la parola, la scrittura, tutto ciò che Sloterdijk definisce “costo dell’alfabetizzazione”, ossia un processo durato cinquemila anni, e che, dopo nuovi e terrificanti olocausti (ambientali, sistemici, psicologici, culturali) vedrà una nuova rinascita messianica. Il tempo delle rivelazioni è già tramontato: nessun dio parla, ammonisce, si mostra. Viviamo una fase di ipertrofia digitale che sarà riequilibrata da un futuro in cui i sapiens sapiens diverranno demiurghi e manipolatori di materia, nell’attesa di un nuovo avvento messianico che vedrà l’abbandono della corporeità in funzione della smaterializzazione in puro dato energetico. Tutto ciò, a ben sapere leggere e interpretare, è in perfetto accordo col lascito delle culture del passato, con tutte le scritture considerate “sacre” che, nei modi e nelle peculiarità loro proprie, tramandano un’idea di uomo e di mondo che non può certo risolversi nella mera esistenza biologica.

Non sono processi da giudicare con gli strumenti attualmente a nostra disposizione, o meglio, non con quelli prontamente accessibili ai più. Tuttavia sono processi inarrestabili, che coinvolgeranno le future generazioni in maniere e modalità non teorizzabili ad oggi.L’ottimismo che governa il mio sentire, è figlio di esplorazioni e viaggi introspettivi, di pratiche di linguaggi contemporanei, e di una consapevolezza del valore catartico della sofferenza. Tempi molto duri si prospettano in vista di nuove speculazioni e sublimi visioni. Niente di ciò che adesso identifichiamo come Reale, sarà tale tra qualche decennio. 

Razionalità e Sacralità

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La ragione è uno strumento dell’uomo, non è il territorio della “verità”. L’uomo diventa tale da quando comincia – razionalmente – a seppellire i morti, spesso in posizione fetale, a simboleggiare una nuova nascita. La vulgata dominante fa passare per “scienza”, in buona sostanza il “metodo scientifico”. Ma l’essere umano si è fatto razionale da quando ha avuto consapevolezza del suo “essere al mondo”. In questo senso tutte le forme cultuali sono razionali, ossia essoteriche, e in dialettico rapporto con la verità iniziatica esoterica, che rimane celata, simbolica, archetipica. Le religioni sono legame tra razionalità e sacralità (il Papa è pontefice, ponte fra i due mondi), necessarie all’evoluzione dei sapiens, giacché il Sacro è infinitamente più potente del Razionale. Chiese, cupole, cattedrali, templi, sono “contenitori” essoterici di sacralità. Soltanto la consistenza della zona comfort del “religioso” può consentire all’uomo di non essere preda del Sacro, della follia, dell’alienazione, della colpa. È bene che queste cose se le ficchino bene in testa gli attuali debunker. 

L’angoscia sinistra

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C’è un’irriducibile necessità da parte di chi ha vissuto la “sinistra” come un dogma, un’ideale, una filosofia dell’essere, un’utopia esperibile a dichiararsi in favore delle attuali scelte di questo governo vassallo dei grandi gruppi finanziari. I loro post sono dei veri e propri dispacci d’agenzia, aderenti in maniera parassitaria al racconto di quelle che si ritengono essere le “reali fonti”, i principi fondamentali del Nuovo Ordine Teologico Medicalizzato. In realtà la loro è una vera e propria sindrome di “burnout” figlia del passaggio dalla “società disciplinare” a quella della “prestazione”. Diciamolo: quando mai si è vista una tale supina accettazione da parte della generazione di ex sessantottini di formazione marxista-leninista dei diktat emanati da un governo retto da uno dei più potenti uomini della finanza e della massoneria mondiale e composto da un mix di partiti sovranisti, berlusconiani e leghisti? Rimangono attaccati come cozze al quotidiano “Il Manifesto”, che peraltro è, ahimè, il diffusore di questa evidente nevrosi, dell’infarto psichico delle sinistre. Tale “imbarazzo” li porta ad assumere atteggiamenti reazionari, ghettizzanti, ossessivi, con post “Burioni’s style” che tendono a relegare il dissenso entro categorie ghettizzanti – eh sì, l’atomizzazione sociale porta, paradossalmente, a mutuare gli stilemi di chi ha successo “nel momento in cui il modello disciplinare di gestione dei comportamenti, ossia le regole di autorità e di conformità ai divieti che finora hanno orientato la storia delle classi sociali così come quella dei due sessi, devono far posto a norme che stimolano ciascuno all’iniziativa individuale, sollecitandolo a diventare se stesso” (Byung-Chul Han “La società della stanchezza”). Li ritrovi a difendere Fedez o Speranza in virtù di un minimo comune denominatore valoriale di comodo e di facciata. Risulta dunque più “confortante” per costoro discettare di questioni afghane o di referendum sulla liberazione della cannabis (nobili temi, sia chiaro) allo scopo di corroborare il “bias di conferma” che possa preservarli da una preoccupante deriva depressiva, dallo sconforto del cambiamento del paradigma che adesso li vede protagonisti nel ruolo di latori del “nuovo messaggio” della Società della Sorveglianza. Così, dietro i paraventi della scienza – da loro ancora vissuta come “fisica dell’ordine”, mantra “deterministico” e lineare di equazioni risolte e modelli analitici esatti – essi possono occultare il grado di complessità delle società schiumizzate, mostrando i contorni della vecchia topologia ideologica nelle forme “zombizzate” e reazionarie della nuova “positività del mondo”. Il loro è terrore dell’immanenza, nonché rimozione del grado di pressione coercitiva delle Società della Sorveglianza. Essi cercano l’identità perduta nella profilassi della medicalizzazione per colmare l’angoscia della fine del proprio universo semantico di riferimento (l’ultimo film di Moretti è emblematico in tal senso).

Mai arrendersi

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Io davvero non capisco. Si continua a “separare” la “scienza” dalla “vita”, i media dalla scienza, la medicina dal malato, i media dai mediati, ecc. Da quel che ho capito qui si pretende di avere sicurezza e certezza di salute, in altre parole un piccolo frammento d’eternità. La morte è il grande rimosso di questo nostro tempo tecno depresso. La panacea è il farmaco, l’elisir che dovrebbe riportare tutto all’aberrazione della “normalità di prima”, con miliardi di esseri intenti alla crapula e al consumo seriale, gli allevamenti intensivi, i disboscamenti ecc. Questo è un mondo che ha rimosso la morte dal proprio vissuto, ossia il morire della vita, il ciclo dell’Ouroboros, la reale saggezza della comunione col cosmo. È tutta una vitrea incapsulazione di anime dentro corpi e stanze, di spiriti entro alvei nosografici. La scienza, questa cosa post illuministica, non è che un insieme di codici e norme, una nosografia del nostro tempo, una fede posticcia e destinata a mutare, come tutto il resto. Poco c’entra la buona fede dello scienziato e del ricercatore.  La scienza nel 2020 è questo substrato che governa e classifica il mondo simbolico, l’immaginario del nostro vivere. Punto. Per fortuna verranno nuove ere, le meraviglie del possibile: mai arrendersi all’evidenza del presentismo. Mai. (Stazzo 23-12-2020)

Le derive del post illuminismo

Quest’ottica brutale e dozzinale post illuministica con cui si riduce la visione del mondo a mero dato da confutare, produce altrettante mostruosità rispetto a ciò che si ostina a delegittimare ed è altrettanto grezza e ingenua. Solo chi non abbia una visione ampia e dialettica del divenire del sapere può giungere a simili semplificazioni. La lezione di Tommaso D’Aquino nella sua “Summa Theologia” pone già una problematica in tal senso, che volendo troviamo già in Aristotele nella sua “Metafisica”. Questo mondo brutalmente scientista esclude dall’orizzonte critico la Sapienza che non ha nulla a che vedere con il concetto di “risultato” e di dato scientifico tout court.

Hegel: ma lo si è letto davvero?

  • Probabilmente sono fortunato giacché coltivo la mia passione per la filosofia al di fuori di certi asfittici ambienti; del resto rifuggo da sempre le “accademie” (dopo averle con enormi sforzi frequentate), anche se in altri ambiti musicali, letterari, cinematografici ecc.  Ciò mi consente/mi ha consentito di sviluppare un particolare sentore di fronte agli abusi e alle violenze interpretative della critica e di certi approcci metodologici applicati alla storia. A leggere meticolosamente Hegel (o la Bibbia), per esempio, a me vengono dei seri dubbi: chi lo ha letto ha effettivamente assimilato l’essenza dell’opera? Quanto il giudizio è permeato dalle progressive stratificazioni dell’euristica? Tornano violente e perentorie le parole di Nietzsche: “Basta pronunziare la parola ‘seminario di Tubingen’ per capire che cos’è, in fondo, la filosofia tedesca – una scaltrita teologia”. Di fronte alle insostenibili rivisitazioni hegeliane in salsa computistica, quasi che questo Spirito possa essere la quintessenza di una platonica Partita Doppia, provo dunque un sostanziale fastidio. Alberto Bosi, nella sua prefazione alla “Filosofia dello Spirito”, parla con pertinenza della filosofia hegeliana come filosofia “cristocentrica, nel senso che tutta la storia del mondo ruota attorno all’incarnazione di Dio in Cristo, alla sua morte e risurrezione, all’irruzione dell’eterno nella storia”. Che diamine! Hegel parla di Spirito assoluto in un clima apocalittico e con una maieutica che affonda le sue radici nella messianicità. Si prenda un passaggio contenuto nella sua “Antropologia”: (…) la malattia sopravviene quando l’elemento puramente animico dell’organismo, diventando indipendente dal potere della coscienza spirituale, si arroga la funzione di quest’ultima, e lo spirito perso il dominio sull’elemento animico che gli appartiene, non rimane padrone di se stesso, ma ricade anch’esso nella forma dell’animico, rinunciando così al rapporto oggettivo con la realtà effettiva del mondo, che è essenziale allo spirito sano; ecc. ecc.”. Qui siamo a tematiche che verranno sviluppate e approfondite da Steiner più avanti. Di certo, senza un’adeguata conoscenza della scienza simbolica difficilmente si potranno penetrare gli aspetti più esoterici e nascosti dell’opera hegeliana; non si potrebbe comprendere, ad esempio, il senso profondo della risposta di Hegel al dono della medaglia del Genio ignudo fattogli dai suoi allievi.

Antropocentrismi

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Io davvero non mi capacito, in quest’era dell’ipertrofia tecno-scientista. Ma se siamo riusciti a realizzare, per es., l’iPhone in un periodo dell’evoluzione umana tutto sommato breve, perchè stupirsi o indignarsi al sol pensiero che altre culture antecedenti alla nostra o “altre” possano aver realizzato simili manufatti in chissà quali remote regioni dello spazio e del tempo? Non capisco davvero questa dogmatica certezza che alberga in certi ambienti. Non dovremmo forse essere altrettanto sconvolti per le nostre “capacità” tecnologiche e dell’ingegno dell’uomo? L’alfabetizzazione del sapiens possiamo considerarla effettiva nell’arco degli ultimi 5000 anni (a essere riduttivi: cos’è del resto la rivoluzione agricola se non una forma di alfabetizzazione?), ossia entro  un arco di tempo risibile rispetto ai grandi cicli evolutivi. E poi: di quale “tempo” parliamo? In fin dei conti, questo è forse l’unico quesito filosofico che ci dovremmo porre.

Il rasoio di Occam

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Da più parti (va particolarmente di “moda” adesso), si cita il celebre “Rasoio di Occam”, spesso a sproposito. Va di moda presso molti razionalisti-debunker dell’ultim’ora, e cala come una mannaia a troncare certi discorsi. Ma… qual è il contesto culturale di riferimento di Occam? Occam ritiene che la ragione umana non può penetrare l’Assoluto e nega un ordine razionale della realtà. Non solo: egli nega il valore fondante dell’epistéme e vede la realtà come “esterna” dalla speculazione razionale umana. In altre parole, egli identifica la Conoscenza con l’intuito, col dato relativo all’esperienza. Insomma Occam “riduce” fortissimamente la forza conoscitiva dell’epistéme. Mi chiedo se i molti che lo citano siano poi consci di tutto ciò.

Maggioranza Bulgara nell’era di Draghi

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Quanti stanno effettivamente realizzando che siamo governati da un Parlamento con una maggioranza bulgara, frutto di abili e becere manovre di ordine corrotto? Che dibattito pensate possa esserci di fronte a una così evidente soppressione di ogni dialettica politica? Non vedete che i nemici acerrimi di ieri sono adesso tutti sotto la stessa cupola? Vi rendete conto che nell’arco di pochi lustri e anni è stato completamente metabolizzato il concetto di “casta”? Quanta falsa e bieca retorica si annida dietro i paraventi della “ragion di Stato”, o dell’emergenza di comodo? Mascherare il vostro disagio non servirà a granché. Fiero di non votare da decenni e di non essere parte di quest’ordito. (Stazzo 10-9-2021)

Media e Tv

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Naturalmente, almeno i più accorti, avranno intuito che studio “Fenomenologie dei Media” da decenni. Il palinsesto televisivo offre gli strumenti necessari, a ben osservare, per analizzare cosa stia “effettivamente” accadendo e come stia mutando rapidamente lo scenario politico ideologico di questo sventrato paese. Orbene, avete notato come, studi televisivi a parte per le note misure anti covid, sia scomparsa la “gente”, la “piazza”, dai palinsesti televisivi delle trasmissioni mainstream del momento? Dove sono i collegamenti con l'”esterno”, con le persone REALI che protestano perché ridotte alla fame nelle trasmissioni della Gruber, di Mentana, di Formigli ecc.? Scomparse. Che sta accadendo? Ve lo dico io: si sta semplicemente rimuovendo dall’immaginario televisivo ciò che oramai risulta scomodo: il corpo delle masse, la disperazione, l’urlo sguaiato ma sincero del cittadino inferocito. Cosa ne è rimasto negli ultimi lustri dei successi di trasmissioni come “Milano Italia” o di quelle del Funari nazionale, che fine hanno fatto i girotondi e la massa critica? Questo processo non comincia col problema della pandemia da covid-19, è un trend già riscontrabile da qualche anno. Da Pasolini al 2020 la sinistra ha subito un vero e proprio rovesciamento dei propri valori fondanti. Dove è possibile trovare ancora la “gente” nei programmi delle tv generaliste? In trasmissioni-monnezza come queste che, paradossalmente, offrono spazio alla rabbia dei “nuovi vinti”. Questa nuova classe di reietti composta da commercianti, negozianti, ristoratori, rappresentanti, artisti, teatranti, artigiani, circensi, popolo delle partite Iva ecc., urla la propria rabbia in faccia a politici pietrificati e ammutoliti che non sanno cosa rispondere perché privi oramai del contatto e della relazione con quella che un tempo si sarebbe definita la “base”, il nutrimento delle radici della politica. Ecco dunque ripresentarsi le istanze xenofobe e le aderenze con la destra sociale, proprio a causa di questa metamorfosi cosmetica e telegenica della sinistra sterilizzata dalla biopolitica che ha del tutto perso il contatto col mondo Reale, in senso lacaniano. Tutto ciò dovrebbe aprire lo spazio per molte riflessioni sui nuovi “costumi” degli italiani oramai ammorbati da una comunicazione che, paradossalmente, non li riguarda (dicembre 2020).

Fuori

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Io oramai telefono ai miei amici per sapere se sono a casa e nella speranza che non ci sia effettivamente nulla da fare in giro, chiamo dunque per verificare che stiano effettivamente in casa e non fuori a fare chissà che, di questo periodo poi, che se ne stiano belli e buoni a casa insomma, e non se ne escano fuori con strambi eventi o iniziative curiose che potrebbero indurre a partecipare o, quantomeno, a stimolare un pernicioso senso di frustrazione, o meglio quel mefitico, per quanto fugace, senso di disagio generato dal semplice fatto stesso di non essere presenti lì, dove magari accade l’evento che non ti interessa, ma che tuttavia coinvolge i tuoi amici che poi ti penti di aver chiamato. (6 dicembre 2020).

La morte di Maradona

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A chi critica Maradona. L’arte è ovunque, tranne che nei manuali di estetica. È un insieme di pratiche d’uso, un immane geroglifico indecifrabile, per dirla con Anceschi, è ciò che una collettività vive come mito (rammento il Barthes di “Miti d’oggi”). Per me è arte ciò che non è “riducibile” al mero concetto. È il gesto irrelato che non rimanda a niente se non al gesto medesimo. L’arte è sempre espressione del divino, come divino è il rovescio di Federer, uno squarcio sulla tela si Fontana, il passo di Nureev o un’acrobazia della Comaneci (vorrei che qualcuno mi spiegasse la differenza fra questi ultimi due). Arte è ciò che va al di là dell’obiettivo, del risultato, dello scopo. Dei gol di Maradona rimane la bellezza, non solo ciò che ha prodotto il risultato sportivo. PS: Il Bello è il territorio del Sacro. Il sacro non conosce nosologie. Un vaso da notte greco ritrovato nel 2021 diventa un reperto e viene esposto al museo. Prima serviva per fare i bisogni, oggi diventa un oggetto di contemplazione. Duchamp ha fatto la stessa cosa col suo scolabottiglie, spostandolo dalla cantina al museo. L’arte è un insieme di pratiche d’uso: non sappiamo se tra mille anni il calcio di Maradona potrà essere fruito e considerato alla stregua di una pagina di Balzac.