Nei sogni lucidi intravedo le entità biomacchiniche colonizzare la prospettiva circolare del tempo che ci dannava.
Con un sospiro fummo condotti sul limitare della stella più vicina e non ebbimo neanche il tempo di voltarci sulle migliaia di anni che ci lasciavamo alle spalle.
Ci sembró così vano tenere alla memoria così imbarazzante il pensare alle nostre vite trascorse, ai nostri affetti, che in un lampo scordammo d’esistere d’esser stati corpo e d’aver vissuto.
Eppure eravamo ancora lì febbricitanti nell’istante concreto d’una vigile presenza che si stagliava nitido sulla spettralità causata dalla distorsione magnetica della nana rossa.
Fu allora che percepii la disgregazione di ogni mio atomo e particella fu allora che sentii la ruvida asperità del tempo, la rigida struttura delle sue abissali pareti (un acufene, l’eco della mia parvenza il fantasma di una struttura sensoria l’implosione del campo quantico, gli ultimi spasmi del senso).
E poi ancora il litorale violaceo d’una nube gassosa, l’accartocciarsi dei significati, l’ultimo vortice di vitalità fra gli spasmi della ragione agonizzante.
Nel paese si fa estate e tutte le fogne riversano a mare i liquami. Una signora saluta un’altra signora di ottocento chili affacciata al balcone. Il balcone crolla e ammazza sette neonati parcheggiati in carrozzine in occasione del “Baby Carrozzina Day”. Le mamme urlano. I pescatori rientrano dal tramonto e accorrono a tirare fuori dalle macerie neonati e signora di ottocento chili. Suonano all’impazzata le campane della chiesa, accorrono i vigili urbani a fare confusione. Viene estratta con una gru la signora di ottocento chili ancora viva. Ha in bocca tre neonati e dice che ha ancora fame. I vigili del fuoco sparano, ma i proiettili rimbalzano sulla donna di ottocento chili e ammazzano tutte le madri restanti. I pescatori cominciano allora a prendere a colpi di fiocina i vigili mentre la Bestia di ottocento chili attacca il bar. L’ultimo vigile fa in tempo a sparare un colpo di lanciarazzi. È il segnale di pericolo. Accorrono gli uomini dell’esercito e attaccano la Bestia con razzi di ultima generazione. Una ragazza col cranio rasato si impadronisce del campanile e comincia a sventolare una bandiera palestinese. Nel frattempo la gente caca e piscia dai cessi di casa. Il mare è una cloaca. La Bestia colpita da un colpo di bazooka scagliato dall’appuntato dei carabinieri Montefusco, esplode in mille frattaglie. Segue un silenzio surreale e la gente del paese comincia a contare i morti e i feriti. Quelli dell’esercito si incazzano con l’appuntato. Chiedono chi gli avesse detto di prendere senza autorizzazione quel bazooka in dotazione alle forze armate. Fanno, ma come, ma quando, ma come è possibile una cosa del genere, ma dove la si è mai vista. L’appuntato Montefusco cincischia e si mangia le parole. La ragazza col cranio rasato è una terrorista e si fa esplodere dal campanile al grido di “vogliamo più diritti civili per noi esseri fluidi”. Padre Pollanca sviene. Due ragazzi impennano con gli scooter truccati. Il vigile urbano rantolante straccia la ricevuta dal blocchetto degli assegni. Cammina strusciando sui gomiti. Multa per molestie alla quiete pubblica.
Sera di lunedì a Stazzo. La leggiadria di una mamma bona come solo Gesù Cristo le manda in Terra. Quattro pargoli urlano. Lui è il marito. Segaligno e pragmatico. Lei corre coi suoi sandaletti dietro alla piccola ribelle che fugge verso la piazza. Sembra una dea ellenica condannata alla vita mortale da uno Zeus vendicativo. Lui insacca pargoli come sacchi di patate dentro la Cinquecento Fiat nuova di zecca. Insacca figli e giocattolame con la perizia del fornaio, mentre figli e giocattolame fuoriescono dallo sportello opposto. Sembra un vecchio cartone animato di Felix The Cat. Lei ritorna con la creatura e con grazia riporta le pecorelle all’ovile dell’auto. Il marito è come l’elastico potente delle nostre fionde da adolescenti. Sembra Don Lurio un po’ più alto. Lei gli dà una carezza amorevole, e mette la sicura alla portiera posteriore. Le urla e i pianti dei pargoli indemoniati risuonano adesso ovattate. Io sono lì a guardare. Capisco perché mi ritrovo solo a contemplare questa scena. Avessi potuto scegliere cosa avrei risposto? La vita con la dea e questo inferno? No. Signori. No. Preferisco una vecchiaia di masturbazioni mentre la badante trans mi sderena col catetere. E dunque come il Raimondo Vianello di “Di nuovo tante scuse” (sigla finale), inforco salterellando la sella del mio scooter e agito la mia chioma fantasma prima di indossare il casco. Sgaso. Cristo come sgaso. L’aria fredda del mare entra da sotto nei miei pantaloncini creando un effetto Badedas. Sì. Sono io Zeus. Signore dell’Olimpo Altro che cazzi.
Appena terminato. Sublime Stendhal. Aveva ragione Calvino nel definire la duchessa Sanseverina come “il più grande personaggio femminile della letteratura italiana”. Qui il “romanzo sociale” rompe ogni categoria di genere, e in pieno 2025 ci parla ancora di mondanità e innocenza, di sacralità e follia, in una perenne tensione che non si risolve nel tempo. Perfino nella rinuncia e nella solitudine, tutti i personaggi di Stendhal trovano riscatto catartico, e nella prigionia e nella morte permangono tracce di affascinante seduzione, di perenne fascinazione, esaltate paradossalmente dal sacrificio e dall’umiliazione. Non a caso Fabrizio Del Dongo troverà nel carcere la sua reale passione amorosa che lo porterà al delirio della predica visionaria quale canto, e la marchesa il suo happy few proprio nell’abbandono della corte del principe a seguito del conte Mosca.
Proviamo ad affrontare queste due complesse pagine in Heidegger. “Ciascuno è l’altro e nessuno è se stesso”. “Si è nella maniera dell’auto-inconsistenza e dell’inautenticita”.
Oggi queste pagine risuonano ammonitorie e preveggenti. La “medietà” heideggeriana, ciò che egli connota con il “SI”, è attualmente il focus su cui la “pubblicità oscura tutto e fa passare ciò che ha velato per il noto e accessibile a tutti”. L’appiattimento di cui parla Heidegger è oggi una maniera del si che ha completamente fagocitato ciò che più avanti sarà definito come il suo stesso significato. L’onnipresenza del si é oramai del tutto patente, giacché l’impersonalità è talmente connotata del suo stesso significato della fatticità dell’esserci, da risultare paradossale soggettività indefinita.
La verità è nella quotidianità del suo perenne liquefarsi ontico, che attende solamente d’esser sublimata dalla futura smaterializzazione delle entità corporee dei sapiens. E dunque il nessuno diviene paradossale oggetto immune dalla sua esplicazione, non più carsicamente occultato dalla dialettica del chi e del si.
In questo concerto del 2015 (dieci anni fa), una versione del mio Francesco Cusa & The Assassins, qui con Cristiano Arcelli, Flavio Zanuttini e Giulio Stermieri. Dieci anni fa percorrevo strade compositive ed esecutive molto legate alla poliritmia e alla verticalità contrappuntistica. Purtroppo oggi si ha scarsa memoria di tutto questo. Qui siamo a Mezzolombardo per “Trentino Jazz”.
Ci sono alcune cose che mi danno alla nausea dopo questa tornata referendaria. 1) La prima è il vergognoso cappello che il PD ha messo sui votanti al referendum, spacciando una debàcle per un successo elettorale (con ciò sputando in faccia a tutti coloro che sono andati a votare per il No o per il Sì che non sono piddini). Ciò significa non aver compreso le ragioni di cui parlavo nel mio scritto di ieri, e a cui rimando (https://francescocusa.com/2025/06/09/il-feticismo-della-macchina-elettorale-nellera-dellia-2/).
A corollario mi piace inserire due altri fatti, che i meno contaminati avranno la lungimiranza di accostare al primo.
La verità è che tutta questa espressione di cultura saccente e ideologizzata all’estremo, ostentata dai vari Parenzo, Gruber, Gramellini, Fazio, Mentana, Schlein, Landini, Boldrini, Calenda, Renzi, Fornero, Formigli, con insoliti richiami al voto pena la solita derubricazione nell’alveo dei “barbari, ignoranti, razzisti, fascisti”, genera antipatia. Questo dato dell’antipatia non rientrerà mai nelle analisi del voto, non sarà analizzato come tema ricorrente e centrale da parte dell’intellighenzia salottiera e della politica woke, che per tali ragioni è paradossalmente interdetta all’accesso del significato occultato nella riformistica ridda di significanti impazziti. Tutta questa espressione di ideologia saccente alla gente fa antipatia perché figlia di una rimozione delle tematiche concrete di certo gramscianesimo e pasolinismo (in senso buono) – ricordiamolo, uno che votò contro l’aborto al referendum – e, più prosaicamente, rende ostile la maggioranza degli italiani nei rispetti di una prassi del campare assolutamente priva di empatia e dialettica, al di fuori delle cerchie del Clero e del Circo Mediatico. Tale iato ha determinato un solco oramai invalicabile dopo la barbarie del greenpass, tema che troppo velocemente, quel che rimane della sinistra, ha finito con l’archiviare, con ciò ignorando il pulsare di quelle ferite ancora aperte sul corpo che ci si ostina a definire “elettorale”.
L’uomo è crudele. La storia della sua evoluzione, della nascita di stati e nazioni è fondata sull’omicidio, le guerre, gli sterminii e sul perenne tentativo di regolamentare giuridicamente tali modalità connnaturate al dominio e al potere. Madri, padri, nonni, nonne, figli, figlie, zie, zii, cugini, cugine, nuore e generi, hanno costellato la recente storia della famiglia patriarcale e nucleare di efferati assassinii fra le mura domestiche. L’assassinio non ha mai conosciuto generi: si sono sempre uccisi i neonati nelle culle, le mogli e le fidanzate, si sono avvelenati i mariti, si sono ammazzati i padri e i figli, ecc. ecc. Nell’era ormai in eclissi della globalizzazione, la diffusione mediatica delle notizie ha reso semplicemente più facile l’accesso delle masse alla conoscenza di ogni delitto perpetrato fin nel più remoto angolo del paese. Da qui la necessità di coniare nuovi neologismi, quali ad esempio femminicidio (poco importa constatare che gli omicidi di donne sono in realtà diminuiti in percentuale rispetto al passato), allo scopo di determinare nuovi aspetti lessicali funzionali a captare nuove sensibilità ed esigenze della collettività (ciò è falso, ma fingiamo sia vero). Uno degli ultimi casi alla ribalta vede l’omicidio di una povera ragazza da parte di un ragazzo squilibrato di 19 anni. La ragazza era fidanzata con costui dall’età di 12 anni. Ora, soffermiamoci qualche secondo su questo particolare. Quale società può dotarsi di strumenti consoni ad arginare una fenomenologia apparente (si uccide molto meno che in passato, ma i media pressano affinché la percezione collettiva sia sempre in stato di allarme) quando una famiglia può tollerare, o peggio, avallare il fatto che una bambina possa fidanzarsi a 12 anni? Inoltre: come si può conciliare un sistema giudiziario iper garantista da parte delle cosiddette sinistre DEM con la gogna mediatica nei confronti dell’assassino di turno? Da un lato si teorizza un sistema che mira alla mitigazione delle pene, mentre dall’altro si fomenta una pretestuosa politica di genere attua solamente a discriminare e a ghettizzare una pulsionalità naturale e ben descritta nei manuali di psicanalisi.
Trovo straordinarie queste due complesse pagine heideggeriane, dense di profondo spirito di comprensione e compenetrazione fra esseri umani. Provo una bozza di riassunto. Almeno per quel che ci ho capito.
In queste pagine, Heidegger articola una visione dell’essere umano non come individuo isolato, ma immerso in una rete di relazioni, dove il rapporto con gli altri è originario, costitutivo, e vissuto in forma di cura, attenzione, circospezione. Questo modo di essere-con non è un’aggiunta accidentale, ma rappresenta il cuore stesso dell’esistenza. La cura non è solo un atto pratico: è una forma di comprensione dell’altro, che per tale ragione diventa dischiuso (cioè reso visibile) nel prendersi cura di lui. Questa affermazione ribalta la concezione cartesiana dell’individuo isolato: prima di essere un “io che pensa”, l’esserci è un essere-con-gli-altri che si prende cura e comprende, in quanto Heidegger evidenzia che la conoscenza dell’altro non è qualcosa che si aggiunge all’esistenza, ma é ad essa connaturato. Conoscere è essere-con. L’incontro con l’altro si dà sempre all’interno di una struttura condivisa del mondo.
Questo il senso del nostro tendere verso il network, la condivisione, che adesso appare ancora come un evento artificiale, ma che nel prossimo futuro sarà il viatico alla fine di ogni conflitto.
La gente parlava di morte e nelle case si continuava a vivere. Fuori un incendio di grilli le ali di mantide solcavano il cielo. Il primo a morire fu un bimbo fatto di ombra. Poi morirono i gatti e tutti i signori con in mano un giornale. Infine toccò alle madri, alle figlie e alle tartarughe. L’arcobaleno era una grossa falce, caddero le teste delle giraffe. All’orizzonte le nuvole rosa oziavano nel disumano e ridevano delle orbite dei satelliti. Si squarciarono i cieli e suonarono le trombe del Giudizio. Nessuno volle più resuscitare.
Il vero mostro sulla Terra è il sapiens sapiens. Guardate qua. Io spero che ci evolveremo verso forme altre che non prevedano più questo osceno parassitarismo da parte di questo usurpatore estraneo al meraviglioso Regno di Natura. Quando parliamo di diritti umani e civili dovremmo forse avere contezza che stiamo solo parlando di criteri atti a garantire la sopravvivenza della specie parassita, di un atto egoistico che utilizza la scusa della ricerca del benessere collettivo come stratagemma di sfruttamento delle risorse del pianeta colonizzato. Per fortuna esistono ancora anime illuminate fra noi barbari divoratori di corpi.
A 58 anni suonati non è più momento di compromessi. Posso dire oramai con certezza che la riconoscenza e il rispetto non fanno che parte minima nell’ambiente della cosiddetta comunità di jazzisti e addetti ai lavori. Negli anni ho potuto toccare con mano quanto amaro sia il fiele della riconoscenza. Di persone nobili e obiettive ne conosco poche: si possono contare sulla punta delle dita. Il resto é rappresentato da una marea montante di arrivisti e cialtroni senza arte né parte. Gentaglia disposta a vendersi per un pugno di dollari. Fortunatamente godo di poche e fidate amicizie, e di tante belle persone che seguono con passione e dedizione quel che vado ancora facendo dopo una vita. Si fanno pulizie zen. Non sono pulizie patenti. Avvengono su un piano altro, spirituale. La maggior parte di costoro non si accorgerà praticamente di nulla. Acari. Viceversa a chi è in sintonia non serviranno queste parole. A costoro andrà sempre la mia infinita gratitudine.
Io le ho vissute tutte. Tutte. Da quando avevo 5 anni. Ho sofferto. Ho visto il saccheggio della squadra di Stato, la Fiat, l’ho vista fregarsi una marea di scudetti quando ancora era possibile farlo impunemente. Questa sera l’Inter ha superato quella del 2010. Sono emozioni che non si possono descrivere. Questa è l’EPICA. L’Epica. Sì, possiamo dire di aver vissuto uno degli eventi calcistici più importanti di tutti i tempi. Sì, possiamo dire di aver rivisto Italia-Germania 4 a 3, ossia di uno degli eventi che rimarranno nella storia. Ottenere un successo simile contro una squadra del genere, che ha il giocatore più forte al mondo, centuplica il valore di questa impresa. L’Inter a pezzi, con una squadra costruita con i parametri zero, con i suoi vecchietti eroici, realizza il sogno di ogni tifoso interista: vincere eroicamente, scrivere una pagina di storia, e generare uno spappolamento di fegato nel popolo gobbo. Escludo le altre tifoserie, perché penso che di fronte a una partita del genere, ciascun tifoso non possa che genuflettersi di fronte a questa meraviglia. Coi gobbi ho un conto in sospeso: con loro, salve qualche rara eccezione, sarò sempre caustico. Sono anni che gettano fiele. E il karma si ritorce contro. Alcuni si ricorderanno la mia profezia: pagherete caro. Il Barcellona prende ancora scoppole dall’Inter: arroganti, altezzosi, miliardari… andate ancora a casa. Ora. Siamo alla seconda finale in tre anni. Vada come vada. L’Inter è una splendida realtà mondiale. Con gli ulteriori introiti della finale faremo una campagna acquisti sensata e ringiovaniremo l’organico. Certamente saremo protagonisti per anni e anni sotto la guida di Simone Inzaghi, uno dei più grandi allenatori del mondo. Di certo ci sono dei segnali: il Barcellona in semifinale, Ibra e Conte che vanno via perché non ritengono la squadra alla loro altezza, Frattesi che voleva andare via e diventa protagonista, Monaco… ma…
Parliamo di calcio seriamente.
1) Questo il sito della UEFA. 2) È ora di finirla col vantare i campionati esteri. L’Italia negli ultimi tre anni è stata sei volte in finali di coppe europee. Ovviamente grazie a Inter, Atalanta, Fiorentina e Roma: non c’è traccia di Rube e Milan. 3) Acerbi: quando arrivò tutti gli interisti reclamarono. Mikhitaryan: calciatore bollito, si diceva. Chalanoglu eterna mancata promessa. Di Barella, Conte disse che doveva competere con giocatori simili che venivano dal Cagliari. Sommer, altro vecchio arnese arrivato al posto di Onana (si è visto che fine ha fatto quest’ultimo). Dumfries, ora forse uno dei più forti al mondo, arrivato al posto di Hakimi con tutte le delusioni del caso. Darmian, altro rottame arrivato come scarto degli scarti. Thuram? Oggetto misterioso giunto a colmare il vuoto di Lukaku. Taremi e Arnautovic, giocatori a fine carriera. Di Marco? Uno che aveva sempre giocato in provincia. Ora questi calciatori sono parte della storia. Grazie a chi? A una programmazione oculata, una dirigenza con le palle e un allenatore straordinario. 4) È ora di finirla con altre baggianate: le seconde linee dell’Inter sono di assoluto livello, e ieri lo si è visto eccome. La preparazione atletica dell’Inter è incredibile: una squadra stanca non ribalta partite col Bayern e un Barcellona con in squadra diciassettenni. 5) Forse è ora per i gobbi (mi auguro che i milanisti si dissocino da questa alleanza perversa) di cominciare a piantarla con le puttanate, e di realizzare che l’Inter è una squadra di livello mondiale e, non da ultimo, di valutare le leggi del karma.
Ho finito.
Grazie Inter per avermi fatto vivere questa gioia.
Lo amava ma aveva giurato di non farglielo mai capire. Non c’era una reale ragione, un movente, ma era perenne la flebile frequenza dello scopo: mai avrebbe dovuto avere contezza o sentore di essere amato da lei. Di ciò solamente lei era certa. La mente, lo si sa, fa strani percorsi e sovente imbocca strade secondarie per capriccio o distrazione, strade che si fanno poi viottoli semi asfaltati e che diventano trazzere, e trazzere che finiscono in un precipizio (lei aveva angoscia del baratro. Lui era invece un temerario. Lei lo invidiava e al contempo lo detestava. Ma non era per questo motivo che in lei era nata questa frequenza, o quantomeno non era quest’ultima che un dettaglio rispetto al magistero del suo scopo). Si frequentavano da buoni amici. Lei era certa del suo ardore e non mancava di indossare capi provocanti, di assecondare le sue battute, di ammiccare di fronte ai suoi apprezzamenti, e di usare ogni sua arma di seduzione. Si masturbava forsennatamente, spesso pensando a lui che bramava lei, godeva nello spasmo che raggiungeva il culmine autoerotico in funzione della consapevolezza che lui non l’avrebbe mai posseduta. Il segreto di questa ossessione era il prisma caleidoscopico su cui si rifrangeva la multiforme natura della sensorialità umana, il gioiello che rifletteva la straniante distorsione del vivere che in lei assumeva la forma dell’opale nero della negazione, del negarsi quale suggello estremo di una onnipotenza praticabile. Cosa generasse tale rigore nel perseguimento dell’obiettivo e perché mai lei avesse con così ferma forza individuato lui come strumento del suo silente desiderio, rimarrà mistero insondabile. Lei stessa subiva la fissità del suo immaginario, una fissità che le risultava paradossalmente estranea, ma che andava assimilata con la stessa determinazione che si ha quando si assume l’amaro del farmaco salvifico. Ogni azione del suo quotidiano era tesa dunque alla seduzione di lui, in ogni telefonata si celava il cuore pulsante della sua ossessione (che pensi se cambio banca? consigli di affittarlo il mio garage? non mi è piaciuta la serie che mi hai consigliato…), così come la falsa indifferenza ai racconti delle avventure di lui era l’humus fertile della maieutica dell’arte crudele del dominio della gelosia.
Morì per un ictus istantaneo sulla tazza del gabinetto, e su di lei calò il sipario fragoroso e nero che fece un rumore assordante all’interno del cranio lesionato dalla caduta. Lui andò al funerale e pianse molto, ma durò pochi giorni. La dimenticò in fretta. Non si chiese mai perché.
Primo maggio promo maggio. Concertini e mafalde alla mortazza. Le coppie già svernano nella sera del dì di festa. Volano i rondoni, si spiaccicano i mosconi sulle auto, si pranza fuori nella primavera che inebria dei suoi afrori chi ancora avrà l’ardire di sognare una vita amorosa, fra cacate di piccioni random e peti tonanti di comitive di coppiette in gita, a sonorizzare stanze d’albergo hi-tech, nel relax d’una confidenza pigra che divora le ultime emozioni. I vecchi osservano e giudicano. Le vecchie giudicano e osservano. Cominciano a friggere le calze a compressione e il pantoprazolo è l’unico reale alimento salvifico, l’idrante che spegne il sacro fuoco del sepolcro dell’Ernia Iatale. Il sudore: tutto scola a irrorare di veleni gli interni foderati, i doppiopetti da matrimonio, i corpetti macchiati dalle ascelle corrosive, suonano le fanfare dell’appiccicaticcio. Le musiche da concertone saranno la vostra prossima ideale colonna sonora, il vostro ennesimo ultimo canto volgare. Teste che ciondolano e torce dell’iPhone.
Il 25 aprile non sarà mai un “14 luglio” o un “4 luglio”, perché l’Italia non è storicamente un “paese” ma un insieme di particolarismi e di corporativismi. Il 25 aprile è divisivo perché è la data che coincide con la fine di una guerra civile feroce e dilaniante. Sarà sempre una festa lacerante e mai di “tutti”, perché in essa convergono ideologie contrastanti e aliene che di lustro in lustro si susseguono: quest’anno era il 25 aprile dei pro-Pal contro i pro-Israele, sullo sfondo di un rinnovato clericalismo di matrice consolatoria a seguito della morte del Pontefice. Fin quando gli “ismi” prevarranno, e si continuerà a far stupro della storicizzazione degli eventi, non si darà mai ragione alla solennità di una celebrazione che sarà sempre figlia delle idiosincrasie di un paese che si addormenta fascista e si risveglia partigiano. La storia, dolorosa di quegli anni, è quella dei morti che hanno lottato per un’utopia: essi si stanno rivoltando nella tomba per ragioni diverse rispetto a quella celebrativa d’oggi. I morti del 25 aprile si rivoltano nella tomba dopo anni di dittatura sanitaria, di mortificazione dei lavoratori, di distacco della sinistra dalle ragioni della povera gente, di prostituzione all’egemonia di Bruxelles, di dittatura “woke” che discrimina fingendo di includere, di aderenza ai confini economici di Schengen che privano la libera circolazione dei popoli.
Io passo le mie giornate diurne nella piena solitudine del mio giardino. La sera metto in scena ciò che rimane del mio essere clown, la pantomima dell’essere sociale. La notte torno alla mia densa solitudine abitata da ogni sorta di creatura d’Oltremondo. Le mie gatte sono i miei due angeli custodi. Se c’è ancora qualcosa di soggettivo in me, lo potete ritrovare nei miei scritti e nelle musiche. Tutto il resto è recita. Delle retoriche ricorrenze dei sapiens più non mi curo. Festeggiate. Celebrate. Papi morti e ideologiche ricorrenze, mettete pure le vostre radici precarie nelle paludi dell’immane Significante. Il mio sguardo è fisso al futuro, che è sempre adesso, nell’immanenza panica di un’eterno risorgere.
Pasqua. Le 14. Strade assolate. Strade desolate. Profumi di primavera. Zaffate di carne in arrosto cotta in aceto furente. L’Esterno divora gli Interni. Un ciclista solitario è un mio fratello. Un vecchio che cammina sul marciapiede con le mani dietro la schiena. Domani è Pasquetta. Penso. L’Esterno del Cristo risorto. L’Interno delle piaghe d’Egitto : “morirà ogni primogenito nel paese di Egitto, dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito della schiava che sta dietro la mola, e ogni primogenito del bestiame”. La strage di agnelli. Il prete e la messa. Le uova di cioccolato che si schiudono ai primi caldi. La sorpresa scartata. Gli occhiali da sole. Le piscine ancora coperte. Le pance gonfie. L’eccesso e il lamento. La Lamentazione d’Occidente che si fa struttura di colesterolo. Cani randagi frugano fra i rifiuti. Il sole tramonta tardi. Troppo tardi. Domani… domani ogni Esterno diventerà Interno e gli sciami di sapiens fagociteranno ancora per le campagne fiorite. Nessuno è esente da colpa. Agnello di Dio che togli i peccati dal mondo.
Tempo, ironia e creazione in “Preghierina della sera” di Francesco Cusa
Nel suo breve ma denso testo “Preghierina della sera”, Francesco Cusa mette in scena un’invocazione parodica in cui il sacro si contamina con il grottesco e il desiderio personale si fa legge universale. Il tono è irriverente, volutamente iperbolico, e si muove tra un umorismo tagliente e un nichilismo ludico che ricorda certe provocazioni del Futurismo. Cusa immagina una creazione difettosa, che necessiterebbe di correzioni: la pizza dovrebbe essere priva di calorie, le zanzare trasformarsi in dolci baci, il jazz dovrebbe essere cancellato dalla storia per evitare “rotture di palle sonore”. Qui il concetto di tempo viene distorto in modo surreale, richiamando implicitamente diverse concezioni filosofiche. Se nella visione classica il tempo è un flusso inalterabile, in Kant esso è una forma a priori della sensibilità, il filtro attraverso cui percepiamo il mondo. In questa prospettiva, la richiesta dell’artista catanese di riscrivere la storia della musica non è solo impossibile, ma è anche un paradosso della percezione soggettiva: cancellare il jazz significherebbe riscrivere anche se stessi e il proprio rapporto con la realtà. Più vicino al pensiero di Rovelli, invece, il tempo qui sembra emergere come una rete di relazioni mutevoli: la sua manipolazione diventa quasi plausibile in un universo dove il passato non è un blocco monolitico ma un intreccio di connessioni fluide. Dal punto di vista artistico, il testo sembra oscillare tra due estetiche opposte. Da un lato, la volontà di riformare la creazione con soluzioni drastiche e arbitrarie richiama l’energia dissacrante del Futurismo, con la sua esaltazione della modernità e il rifiuto della tradizione. Pensiamo a opere come “Elasticità” di Boccioni o “Dinamismo di un cane al guinzaglio” di Balla, dove il movimento viene frantumato e ricostruito in una nuova sintesi visiva. Dall’altro, l’aspirazione a un mondo regolato secondo criteri di piacere e perfezione richiama la ricerca rinascimentale dell’armonia: se Cusa potesse “aggiustare” la realtà come un artista sul proprio dipinto, forse cercherebbe la stessa proporzione aurea che guidava Leonardo. Un altro esempio visivo interessante mi sovviene dai mosaici bizantini siciliani, come quelli della Cappella Palatina di Palermo (mia cara città natale) o del Duomo di Monreale (a due passi da casa mia). Qui, il tempo viene raccontato non in modo lineare, ma attraverso una sintesi simbolica in cui le diverse scene sacre convivono in uno spazio senza prospettiva unificata. È una concezione del tempo vicina a quella di Rovelli: il passato e il presente non sono separati, ma coesistono in una rete di relazioni che dipende dallo sguardo dell’osservatore. Allo stesso modo, “Preghierina della sera” gioca con la percezione del tempo: il protagonista si muove tra il presente e un passato immaginato, cercando di modificarli secondo un principio tutto personale, senza accorgersi che la realtà, come nei mosaici bizantini, non è fatta per essere ridisegnata secondo schemi individuali, ma esiste in un equilibrio complesso di connessioni. Ma ciò che rende “Preghierina della sera” interessante è proprio il suo fallimento programmatico: l’elenco di richieste finisce per rivelare l’impossibilità stessa di una creazione perfetta, lasciando emergere un’ironia che si nutre di desideri irrealizzabili. Insomma, alla fine, anche un artista davanti alla propria opera sa che ogni correzione porta con sé nuovi squilibri, e che l’arte, come la vita, è fatta anche di imperfezioni. Ma allora, Francescos Cusas cosa vuol dirci? Che siamo condannati a una creazione difettosa, o che il vero problema è che ci si illude di poterla migliorare?
Gino osserva la gente che esce la domenica. La gente che esce la domenica è tutta uguale. Giovani che ballano. Vecchi che ballano. Scampagnate. Profumo di una primavera priva di stagionalità. La gente sciama verso il verde perché il cemento è radioattivo con i primi caldi. Questo pensa Gino mentre pensa da casa alla gente che è fuori di casa. Sarà il profumo delle piante che si eccitano, pensa Gino. Gino decide di uscire. Una macchina strombazza. Una vecchia truccata corre per smaltire la salsicciata e sembra ancora più vecchia. Le città del Sud non ne vogliono sapere di aree pedonali. Gino osserva la auto inquinanti e le crepe del barocco. C’è il mare e i primi coraggiosi si lanciano a tuffo per inquinare le acque di sudori e cellule morte. I pesci scappano. I sapiens arrivano. Gino osserva dei ragazzi in scooter sui basalti sacri di Via Crociferi. Se ne fottono dei basalti sacri i giovani di quartiere. Gino pensa alla Gestapo e al manganello mentre altrove altri giovani senza scooter ripuliscono la scogliera. I vecchi inquinano più dei giovani. Non vogliono cambiamenti. Ma i vecchi escono le domeniche di buon mattino a inquinare. Non se ne stanno a casa. No, i vecchi escono con le loro macchine a nafta. Gino non inquina. È vecchio ma non inquina. Gino cura le piante di casa e non fa scampagnate d’aprile. Piove. Improvvisamente e per fortuna. I sapiens si rintanano nelle loro dimore come pecore all’ovile. Sono file infinite di Sapiens ai semafori. Macchine piene come uova infette di parassiti: i piccoli urlano dentro gli ovuli. Gino va per campagne disadorne che guardano il mare. La spazzatura dei sapiens è come un urlo silente spezzato dalle onde e dal vento. Ai semafori, alcuni dell’ultima generazione dei sapiens alzano lo sguardo. In cielo una cometa rovente.
Estrapolo liberamente da questi due testi. Lascio al lettore la libera interpretazione. L’accostamento fra i due testi é puramente analogico e dovrebbe far scaturire in certe menti e in certi cuori un barlume di profonda conoscenza.
COME ERODERE TUTTE LE PRECEDENTI STRUTTURE DI POTERE DEL MONDO, MINARE IL POTERE DELLO STATO E DELLA DEMOCRATIZZAZIONE DEL MONDO.
Fase 1: guadagnarsi la fiducia della gente tramite il lancio di canali giornalistici per le varie fazioni.
Fase 2: La Persuasione. Toni morbidi, concentrazione sui flussi di denaro in alternativa all’allarme della società della sorveglianza. I rischi della guerra nucleare. L’attenzione al cambiamento climatico globale. I corsi on line su qualsiasi cosa: dall’imparare a leggere all’immunoterapia sul cancro. Le simpatie per gli esponenti delle minoranze.
I sette punti. I sette slogan degli Omega.
Questo è il preludio di ciò che il Team Omega realizzò grazie alle applicazioni commerciali della IA ristretta (rimando al libro per i dettagli. Qui mi preme sottolineare alcuni punti). L’impero economico degli Omega esercita di fatto una totale influenza sulla scelta dei leader politici sostituendosi ai servizi forniti in precedenza dallo Stato, sbaragliando in pochissimo tempo la competenza delle tradizionali élite economiche. Prima di Prometheus (l’IA costruita) il 50% più povero della popolazione mondiale aveva solo il 4% della ricchezza globale. Di nazione in nazione, i partiti che adottavano i sette slogan degli Omega cominciarono a vincere a seguito della selezione (occulta) di candidati idonei operata da Prometheus. Ciò minó alla base il nascente movimento relativo al reddito di base universale per la disoccupazione figlia della tecnologizzazione, che implose giacché il Team Omega forniva la stessa cosa. Così nacque l’Alleanza Umanitaria, un’organizzazione non governativa atta a finanziare le attività umanitarie su scala globale. Nacquero progetti globali su scala esponenziale perfino in aree rurali e povere. I governi persero autorità in favore dell’Alleanza che pian piano assunse sempre più il ruolo di governo mondiale. Il pianeta è così governato per la prima volta da una unica entità virtuale in grado di garantire prosperità e vita per miliardi di anni.
Thoreau ha una concezione trascendentalista che prevede un accesso alla conoscenza per tramite della coscienza individuale, e per ciò teorizza una società futura priva di qualunque forma di governo. Senza la direzione materiale di una élite politica, senza la delega, scompare la necessità di un governo e di una democrazia rappresentativa. In questo senso ogni anima cosciente è superiore alla legge. Il voto, le petizioni, le riforme sono per Thoreau troppo parziali e con effetti troppo procrastinati nel tempo, per governi che necessitano poi di perpetuarsi che di soddisfare le esigenze di coloro che hanno delegato loro incautamente il potere.
(Almeno voi l’interpretazione. Le mie idee sono chiare)
Questo video dovrebbe passare alla storia come manifesto di ciò che la “sinistra” è oramai diventata in questo paese. Calenda è l’emblema di questa deriva che si apre in forma di voragine tra una élite oligarchica di rampolli e… l’umanità. E io potrei farvi nomi e cognomi di amici e conoscenti che stanno ancora dietro a questo imbellettamento dell’Osceno, che poi é la stessa gente che guarda a Formigli, Mentana, Fazio, alla Gruber come a baluardi di una ideologia progressista; si tratta insomma degli stessi che poi prenderanno le distanze dal Calenda di questo video e che in realtà, specie dopo gli shock della dittatura pandemica, sono diventati complici e tramite di questa monnezza targata DEM. Questo video mostra senza pietà lo status di questi disadattati, di questi fichetti da prendere a ceffoni, di questa cultura woke figlia della società della sorveglianza. E badate che a scrivere queste cose la si paga ancora, perché questi mentecatti poi decidono nei salotti buoni se tu devi lavorare o meno in certi settori, se puoi avere o meno mercato, se sei presentabile o meno. Peccato per costoro che queste cose io le avevo subodorate in tempi non sospetti, e dunque ora è perfettamente inutile atteggiarsi a falsi pentiti, è inutile cercare di prendere le distanze da tutto ciò, perché siete stati complici e delatori, avete predicato dalle discariche di questa monnezza, e del fetore di questa monnezza siete pregni. Fate vedere questo video ai vostri figli e spiegategli che qualsiasi cosa, perfino il demonio, è meglio di questa melassa venefica che sta ammorbando il decoro e la decenza. Forse solo così potrete togliervi un po’ di fetore di dosso. Forse. Solo così.
La vita s’addensa e raggruma con l’aria nei viluppi a far da guaina al passo un poco incerto del fantasma del mio tempo. Cala sotto i portici il sipario d’una Bologna che il passato mio divora ancora carica di ardori e vibrazioni d’un vissuto di memorie abbarbicate all’umido che all’ombra di navate ancora incrosta e nutre di miasmi la coscienza.
1) Stimmate – Una raccolta poetica intensa e visionaria, che indaga il dolore, la spiritualità e il senso di appartenenza attraverso immagini potenti e un linguaggio evocativo. STIMMATE: (poesie) https://www.ibs.it/stimmate-libro-francesco-cusa/e/9788893412506
Ma in cosa percepite questa Unione Europea? Per fatto che non ci sono più i passaporti necessari per il transito da una nazione all’altra? Che abbiamo l’euro dei banchieri e degli speculatori finanziari? La Gran Bretagna cosa è ora? Europa? O non lo è più perché è uscita dall’euro? È europea la Turchia? Secondo me confondete le contiguità storiche e le vicinanze culturali dovute alla nostra storia geografica con la realtà di una nazione europea unica dal punto di vista ideologico, politico e culturale. Nei fatti questa vostra Europa non è mai esistita, se non nella fantasia di certi pensatori e condottieri. Irrita oltremodo questo storpiare le ragioni della storia da parte degli intellettuali del Nuovo Clero, falsi e corrotti come un tallero sloveno fuori corso.
Ma voi ve lo immaginate un comizio dei Fratoiannez o della Schlein a Mirafiori, o allo Zen di Palermo, o a Scampia ecc.? Questa “sinistra”, ormai chiusa nel ghetto della propria autoreferenzialità, incarna sempre più la Marie Antoniette de “S’ils n’ont plus de pain qu’ils mangent de la brioche”, consapevole com’é della voragine che oramai la separa da quello che un tempo era la sua “base proletaria”. La cosa che qui si deve comprendere è che loro, oramai consapevoli di questo enorme gap, riservano a ciò che rimane della loro ideologia lo stesso trattamento che i reduci di Saló conferivano all’ideale fascista diventato nostalgico nello spazio di un amen. Le piazze di un tempo sono ora cortili e refettori di una cultura snobistica che parla di retoriche di diritti civili innestate su quelle dei diritti umani, e nel nome di una élite ripiegata su se stessa e sul proprio senso di inadeguatezza. Non rimane allora che la protesta pacata, la riforma mascherata da rivoluzione, tra un gingerino di Calenda e una Tesla tenuta in garage.
Apprendo con sgomento e dolore della scomparsa di Marco Ricci in terre lontane. Era in viaggio in solitaria, come di suo costume, e le circostanze della sua dipartita non sono attualmente chiare. Passa a miglior vita un essere nobile, discreto, sensibile, gentile e di rara umanità. Marco sembrava far parte di questo mondo e al contempo essere compenetrato nelle ragioni estranee di molte altre dimensioni. Era un chitarrista sublime, e già nei primi anni Novanta aveva impresso la sua cifra stilistica originale e innovativa. Ma è sempre stato uno studioso poco incline alla spettacolarizzazione e ai criteri di marketing propri di questo mondo musicale. Con me e Roberto Bartoli aveva fondato il T.A.O. trio, gruppo che mi vide esordire con il mio primo cd in assoluto nel 1994, e con noi ci stava Paolo Fresu. Il T.A.O. trio è stato un progetto che ha girato tantissimo in quegli anni, e con Marco e Roberto abbiamo condiviso tante esperienze in Italia e all’estero, quando era ancora possibile organizzare dei tour senza necessariamente passare attraverso le grinfie di cordate e clan. Marco era un essere speciale, dotato di una qualità rara, che definirei “sintesi sottrattiva”, qualità che si estrinsecava in ogni suo atteggiamento del vivere: come musicista, come uomo e come intellettuale. Qualche anno fa suonammo ancora insieme, per una reunion del trio del passato: non avrei mai creduto sarebbe stata l’ultima volta. Marco è poi venuto tante volte ai miei concerti, sempre con quella sua simpatia “gentile”, da uomo cortese ma sincero, affettuoso a suo modo. Mi diceva: “ti seguo, ti seguo sempre. Continua così”. Questa notizia mi provoca un dolore immenso, ma permea al contempo il mio spirito dell’aura che sa generare la sua dipartita; è come un abbraccio eterico che sa di profumi esotici e di diritture morali inesplicabili. Marco era un essere molto schivo ma al contempo profondo, di una profondità soave che lascia emergere alla superficie giusto il necessario, ciò che è educato mostrare. Viaggia in pace, nobile Marco, e grazie di aver condiviso una parte del tuo viaggio terreno con me.
Qui alcune “nostre” cose che ripubblicherò nei giorni a venire, per ricordare la sua e la nostra musica.
FINE DEL SESSANTOTTO Le “sinistre” mondialiste chiedono armi e guerre, le “destre” mondialiste chiedono negoziati e pace.
I nuovi fascisti utilizzano strumentalmente il “fascismo storico” per affermare surrettiziamente le loro istanze fasciste. Il discorso di Vecchioni e la manifestazione DEM (erano loro, altro che cazzi) sono lo spaccato purulento della piaga che infesta le menti e le culture del Nuovo Clero mediatico, di cui La 7 e testate come “Repubblica” sono i principali diffusori. Piano piano stanno venendo fuori con la loro reale natura guerrafondaia e suprematista.
Miti, religione e scienza sono tutti costrutti parte di un ordine immaginario basato sulla credenza. L’astrologia, il cristianesimo, la chimica, l’economia, la democrazia, la matematica esistono perché la maggioranza di individui cicrede. Il principio fondativo dei macrosistemi dei sapiens sapiens è quello dell’indottrinamento: aritmetiche, musiche, ricette di cucina, istruzione scolastica, grammatica, regole della tombola, codici stradali, leggi dello stato, pornografia, scacchi, semantiche, sono il portato contemporaneo di una coercizione millenaria adesso centrata sull’illusorio concetto di eguaglianza. Le divisioni del passato – la schiavitù, le caste, i ricchi e i poveri – sono attualmente istanze carsicamente occultate dalla retorica dei diritti e dei doveri da parte dei cittadini-tutti-uguali-di-fronte-alla-legge, dalla rete di macro sistemi normativi strutturati a più livelli che irreggimentano le logiche di controllo della politica globale. Tutto questo è immaginario, e poco importa se a renderlo reale sia un esperimento condotto in laboratorio o una favola di asini volanti raccontata ai bambini. Da questa prospettiva tutto è scienza, giacché tutto il portato espressivo dei sapiens scaturisce(dovrebbescaturire) da ciò che i greci chiamavano téchne, ossia da qualcosa che sia comunque l’inevitabile prodotto dell’ordine immaginario costituito che forgia e plasma il nostro processo creativo, da qualcosa che l’ordine immaginario può fagocitare e assimilare al fine di rendere sempre meno traumatico il nostro essere-nel-mondo (il fuoco, la ruota, il gioco dell’oca, la relatività generale, le Americhe, non potevano che essere, prima o poi, scoperti e/o inventati) Il principio omologante e intersoggettivo implica il superamento della dicotomia oggettivizzazione/soggettivazione (il metodo scientifico vs la coscienza dell’individuo) in funzione di un processo conoscitivo interamente mediatico, cioè condiviso. L’intersoggettività (gli déi, la Legge, una formula, la classifica della serie A di calcio) sarà sempre meno sottoposta a criteri di assimilazione legati ai necessari tempi di adattamento: nel prossimo futuro ogni forma di conoscenza sarà istantanea, e il tempo sarà contemplato in frazioni di frazioni di secondo che a noi sembreranno eternità. Le implicazioni di tutto questo processo saranno oggetto di altre mie riflessioni in futuro.
Sempre combatterò contro i passive-aggressive, contro quelli che ti fanno la morale per poi sibilare sinuosi e venefici dal sottoscala della parrocchia laica. Ne ho conosciuti parecchi di questa schiatta, uomini e donne d’una violenza rara, fisica e verbale, d’una violenza spesso cieca e irrelata. Stanno tutti con questa nuova vulgata del politicamente corrOtto-arcobalenato-post-piddino-trans-eunte, a fare gli interessi propri e a speculare sulla diversità e sulla miseria delle povera gente e degli immigrati. Sono quelli che chiamano fascisti gli altri essendo intolleranti in sommo grado, sono quelli che dei diritti civili hanno fatto cosmesi, dei veri kapó nell’anima. Delle macchiette nostalgiche di destra non mi sono mai curato, perché delle caricature ho sempre fatto sberleffo, e anche perché la connotazione delle maschere dei nostalgici è talmente palese da non rappresentare che il trionfo del carnascialesco. Il reale pericolo è sempre subdolo, giacché il demonio si presenta col vestito buono e con fare seducente. Il criterio morboso con cui si esercita il potere è oggi quello della fascinazione, del tentacolare ammaliamento prodotto serialmente e in contrasto col perenne stato di allarme funzionale alla società della sorveglianza.
Il sole invernale di un inverno che scimmiotta l’inverno tramonta sugli apericena dei catanesi, intabarrati nei pellicciotti sintetici, le mani guantate, a dispetto della temperatura che nell’oscurità ascellare strizza le ghiandole sudoripare, eterna lotta tra natura e cosmesi, osservavo, mentre le alopecie dei chitarristi sulla cinquantina brillano sotto il faretto impietoso, e due scimunite accennano passi di una danza che non può accordarsi con una melodia tamarra, all’ancheggio che ambirebbe al tribale ma che va morendo pian piano nell’imbarazzo d’essere osservate, o ancor peggio, l’altra sera, la sparuta cricca di progressisti in fila al cineclub, con quelle facce da maschi e femmine impegnate, teste vuote appena uscite dal parrucchiere o dalle case delle escort, in fila per un film vietnamita di cui, mentendo, racconteranno trame poi, nella cena liberatoria, preoccupati delle destre che avanzano, la disperata necessità di intrattenersi, meditavo, che tutto ciò non fa rima con la cocaina di quartiere e la violenza repressa di Librino, che sta lì pronta a esplodere come un cancro silente nel corpo molle delle battaglie arcobaleno, friggitorie e crispelle, bancarelle abusive, fumo d’illegalità che impregna di carciofo arrostito le acconciature delle figlie di questo morbo urbano, proprio mi hanno messo un malessere i vecchi vestiti da giovani, pensavo, e i giovedì sera senza diluvio e acqua a catinelle e te che ridi e te che ti diverti, mentre i cadaveri del cimitero di Catania scoppiano dentro le bare, e questa, pensavo, a me pare l’unica cosa sana e sensata che è successa in questo giovedì sera ormai trascorso.
La schizofrenia alberga oramai a più livelli. La cosiddetta cultura woke è portatrice di un’affezione preoccupante in tal senso. Essa si fa promotrice di una cultura inclusiva in grado di accogliere e armonizzare le minoranze di genere, al contempo rivendicando una sempre più complessa distinzione tra variabili di genere. La sigla LGBTQIA+ è il momentaneo frutto dell’ allungamento dell’acronimo LGBT+ (o “arcobaleno”) in cui almeno un genitore si identifica come non eterosessuale. LGBTQIA+ non si riferisce soltanto al mondo gay ma alla grande comunità di individui che non si riconoscono negli orientamenti sessuali e nelle identità di genere considerati “tradizionali”. La parola d’ordine è inclusione, sebbene poi nei fatti, siamo di fronte a una parcellizzazione che ambirebbe a essere inclusa in maniera dialettica e progressiva secondo criteri via via cangianti.
Faccio queste riflessioni a seguito della notizia del giorno: “Imane Khelif esclusa da Mondiali boxe femminile: non soddisfa criteri. La decisione è stata presa dall’International Boxing Association (IBA), guidata dal russo Umar Kremlev, la stessa organizzazione che già lo scorso anno le aveva impedito di competere per il mancato rispetto dei criteri di idoneità”. Al netto di considerazioni di stretto ordine scientifico in ambito di medico, le mie domande vertono sulla seguente questione: quante categorie o sotto categorie dovrebbe prevedere ogni disciplina sportiva per accogliere ogni diversità di genere codificata nell’acronimo vieppiù cangiante? Quanti spogliatoi differenziati, quanti incontri suddivisi per settore dovrebbero prevedere olimpiadi, mondiali, europei, ecc.? Quali e quanti costi per sostenere una simile rivoluzione in grado di contemplare ogni singola peculiarità di genere, quali le durate di una competizione e come finanziare tutto questo a livello di sport semi professionistico e amatoriale? Quanti contratti televisivi e quanti canali dedicati a ogni disciplina? Tutto ciò in un contesto di forte crisi e per rimanere solo all’ambito sportivo, giacché tali istanze sono poi oggetto di diatribe in ogni ambito: artistico, lavorativo, ecc. ecc.
A me pare che porsi la questione in questi termini sia l’equivalente di ciò che fecero le donne quando Corrado III disse che potevano scappare con tutto quello che potevano portarsi dietro, mentre gli uomini sarebbero stati uccisi. Bene, loro si portarono i mariti in spalla e il re mantenne la parola. Insomma, la maniera per aggirare le trappole del linguaggio, del pensiero, dei limiti della scienza sono infinite. Porsi oggi la domanda su cosa possa implicare o meno una teleologia del mondo è discorso, a mio modesto parere, insensato. Queste problematiche erano inscritte un tempo, soteriologicamente, in una prassi e non hanno senso poste al di fuori di una prassi. Qui trovo infinite risposte più che in mille pagine di Heidegger.
Spesso si bollano come “pratiche religiose” le conoscenze del passato. Questa è la nostra interpretazione di ciò che era scienza un tempo. Ossia di codici cognitivi e interpretativi del mondo. “Scienza” è un concetto dialettico che ha un abuso nella sua derivazione attuale, che è altrettanto figlia del processo storico. Nessuno pensava di “fare religione” in altre epoche ma di “essere nel mondo”. Del resto religione deriva da re-ligo, che significa “tenere insieme”. La religione è sempre essoterica, e dunque “scientifica” perché “mostra” rivela, onticamente l’ontologia. Separare concetti nati per essere “uniti” è una aberrazione metodologica di una concezione della storia errata. È un po’ quel che spiega bene Baldry quando ci accostiamo alla tragedia greca a partire solo dai testi che ci sono rimasti.
Insomma, siamo al paradosso che oggi certe copertine de “Il Male” o del “Vernacoliere” sarebbero considerate di destra, perché fuori dalle logiche del politicamente corretto che stanno trasformando questa “sinistra” in una sorta di refettorio del diritto civile perenne. E questo cambiamento è reale perché difficilmente qualcuno a sinistra avrebbe mai pensato solo qualche anno fa di censurare pagine satiriche come queste. La vera censura oggi risiede in questa ammorbante e tossica vigilanza che opera in un contesto schizofrenico, ove i vecchi strumenti dell’analisi politico-ideologica si frangono contro le necessità di una dinamica esponenziale del cambiamento sociale. Ogni cosa dunque finisce con l’essere declinata in “ismi” funzionali a giustificare lo stato di perenne allarme che, di fatto, regola la speculazione intorno a tematiche di genere trasformandole in categorie di fascinazione.
Il paradosso di questa “sinistra” reazionaria è che dopo anni di lotte per l’uguaglianza, adesso si trova a fare le battaglie per la diversità. Oramai si aggiungerà sempre una lettera in più alla famigerata sigla. Avremo dunque passaporti con codici sempre più lunghi al fine di specializzare i generi in peculiarità sempre più sofisticate. Ricordo passi di Guenon contro queste deriva del Molteplice. Il paradosso di questa nuova destra dalle fattezze “woke” risiede tutto in questo iato tra “massa”, per dirla con Canetti, e “potere”, ossia tra le necessità e le urgenze di quello che un tempo si sarebbe definito proletariato e la dispersione di genere funzionale alle nuove fascinazioni appetibili per i futuri mercati. PS Questo il reale sfruttamento mascherato carsicamente da battaglie per i diritti civili, Zizek docet. La reale cultura repressiva oramai si espleta con questo nuovo paradigma che, non a caso, è supportato dal cosiddetto Clero Mediatico, per dirla con Preve.
Danza nello stigma/ con ciò che resta del corpo/ micro creatura botanica/ per senziente o meno che tu sia/ vibri con moto ellittico/ mimando gli ultimi rantoli di un mio amico morente.
Marco era convinto che per rimanere veramente unito a sua moglie, Anna, dovesse trovare un modo per non allontanarsi mai da lei. Dopo aver riflettuto a lungo, giunse a una conclusione stravagante: avrebbe iniziato a mangiare colla. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, Marco si sedeva a tavola con un barattolo di colla vinilica. Mentre Anna preparava la colazione, lui si serviva un generoso cucchiaio di quella sostanza appiccicosa e incominciava a mangiarla, con la speranza che in questo modo sarebbero stati sempre attaccati, sia fisicamente che emotivamente. All’inizio, Anna era perplessa. “Marco, ma che stai facendo?” chiedeva, mentre lo osservava con preoccupazione. “Non puoi semplicemente dirmi quanto mi ami?” Ma lui sorrideva coi denti impastati di colla, mentre strizzava gli occhi come se cercasse di comunicare un amore profondo e viscerale. Con il passare dei giorni, la colla cominciò a fare effetto; ogni volta che Marco si avvicinava a Anna, si sentiva sempre più attaccato a lei, letteralmente. Un giorno, si svegliò e si accorse che non riusciva a staccarsi dal suo abbraccio. Si avventurò in casa cercando di muoversi, ma ovunque andasse, Anna lo seguiva, anch’essa incredibilmente attratta a lui come una calamita. I due divennero una curiosa attrazione locale. Gli amici li guardavano con stupore mentre passeggiavano insieme, uniti in un abbraccio eterno. Un giorno, decisero di andare al parco. Marco, sentendosi particolarmente audace, pensò di aumentare le dosi di colla, ma la situazione prese a degenerare quando un gruppo di piccioni, in cerca di cibo, iniziò a volare sopra di loro. In un attimo, i piccioni cominciarono a cacare addosso a Marco e Anna! Il dolore della situazione si mescolò a un attimo di incredulità, mentre i due si guardavano, pieni di escrementi e di confusione. “Ma che diavolo sta succedendo?” esclamò Marco, mentre cercava di scrollarsi via il guano degli uccelli. Tra le risate dei passanti, i due si sentirono sempre più in simbiosi, fedeli all’immagine surreale di due amanti ricoperti di merda di piccione. Mentre il gruppo di bambini accorsi schiumava di risate, Marco e Anna tentarono di liberarsi dagli escrementi e dalla colla, ma ogni tentativo sembrava solo peggiorare la situazione. “Fantastico,” sussurrò, la voce querula di Marco, screziata da un misto di ironia e rassegnazione. “In fondo, che avremmo potuto aspettarci? Una favola nel pantano.” Anna, con un sorrisetto beffardo, rispose: “Beh, almeno non dovremo più preoccuparci dei piccioni”. “Già”, esclamò Marco. “L’amore è una cacata di piccione”, concluse saggiamente Anna, sempre più serafica, pensando al suo prossimo saggio filosofico.
Dopo aver partecipato al festival di Furci Siculo, ho potuto vedere il docufilm “Un mare di arte e cultura”, diretto da Carmelo Coglitore, in occasione della prima messinese dove ho anche partecipato nel dopo-proiezione per una breve performance. Devo dire che questo film riesce a catturare in modo efficace l’essenza del festival e l’atmosfera che vi si respirava. Coglitore è riuscito a trasmettere l’energia e l’interazione tra gli artisti e il pubblico, permettendo di rivivere momenti che sono stati significativi per tutti noi, e lo fa realizzando un piccolo gioiello cinematografico, una testimonianza che non è solo la registrazione di un evento, ma il racconto vivo della sinergia tra musica, arte e comunità vissuta in quei giorni. La trasformazione della spiaggia in un palcoscenico all’aperto è una delle immagini più forti del film e, naturalmente, del festival. L’atmosfera evocata dai concerti all’alba, con il sole che sorge lentamente sull’orizzonte – eterno miracolo, celebrazione che si rinnova grazie alla peculiarità delle fruizione della performance – genera un processo alchemico che Coglitore riesce perfettamente a catturare con una ricercata modulazione di transizioni e un montaggio davvero eccellente.
Le interviste con gli artisti costituiscono un elemento fondamentale del docufilm. Attraverso le loro narrazioni, si ottiene un accesso diretto alle motivazioni e alle influenze che guidano la loro creatività. Queste testimonianze offrono uno spunto per analizzare non solo il processo artistico in sé, ma anche il ruolo della comunità che influenza l’espressione culturale in questa sorta di laboratorio improvvisato generato dal festival, palesando come la musica possa diventare uno strumento di espressione e di connessione con il contesto sociale e culturale con cui si relaziona, e che tale processo di modifica dell’essenza del Reale sia del tutto tangibile durante il corso di questo esperimento performativo collettivo.
“Un mare di arte e cultura” si posiziona dunque oltre la mera documentazione di un evento estivo. Rappresenta un inno al potere trasformativo dell’arte e della musica, e invita lo spettatore a riflettere sulle interazioni sociali e culturali che emergono in tali contesti condivisi. Il film stimola una riflessione critica su come la creatività possa influenzare le identità sia personali che comunitarie, promovendo un dialogo significativo su temi di autenticità e appartenenza (esilarante il leitmotiv dei quattro vecchietti che commentano le sorti del festival ripresi di spalle su una panchina).
Raccomando vivamente questo docufilm a chiunque sia interessato alle intersezioni tra musica, arte e sociologia. Ogni scena offre l’opportunità di esplorare le modalità con cui l’arte può arricchire il nostro vivere quotidiano e contribuire a formare relazioni significative.
Gino era un impiegato stanco e disilluso. La sua vita era monotona e grigia. L’unica cosa che lo confortava era il suo tostapane, un laconico oggetto metallico che emetteva un rumore che somigliava a un sospiro: pop! Il problema è che Gino si fissava con le cose, che Gino aveva le fisse. Per questa storia delle fisse aveva mandato a monte il suo matrimonio e i rapporti con la maggior parte dei paesani. Gino non andava più al bar “Cucé” da anni, esattamente da quando fu cacciato perché si era convinto che la bottiglia di “Amaro 18 Isolabella” avesse preso a parlare e si fosse mossa su delle minuscole zampette (fu bandito dal bar a seguito delle sue chiamate all’appuntato Saro Ricotta con richiesta di pronto intervento e al suo ex compagno di classe della redazione di “Paesani Sera”).
Col passare dei mesi, sviluppò un attaccamento surreale al tostapane. “Se solo potessi strapparlo da questa vita di cucina,” rifletteva Gino, “potremmo unirci davvero”. Iniziò a scrivere lettere d’amore: “Sei l’unico in grado di riscaldare il mio cuore e il mio pane,” scriveva, mentre il tostapane annuiva e rispondeva… pop!
Una notte, mentre stava preparando un toast per la cena, il tostapane emise un gran fumo e un forte “bang!” che riempì la cucina di un odore terribile. Gino, sconvolto, guardò il suo amato tostapane in declino, ora ridotto a un relitto. “Ma come hai potuto tradirmi?” strillò. Mentre l’oggetto sputava scintille, Gino si rese conto del paradosso della sua situazione: si era legato a un apparecchio, trovando conforto nell’insensatezza di quell’affetto unilaterale. “Forse,” capì, “il vero amore è solo l’illusione di avere qualcuno che ci ascolti, anche se è solo un tostapane.”
Il giorno dopo, Gino decise di liberarsi del tostapane. Lo caricò in macchina e partì verso il centro di raccolta rifiuti. In fondo, pensò, mentre la campagna invernale scorreva indifferente, quel tostapane non era che un riflesso della sua vita: un oggetto che, nonostante tutti gli sforzi, non avrebbe mai potuto risolvere le sue frustrazioni esistenziali.
Sarebbe troppo semplicistico e riduttivo relegare l’opera di Donato Inglese alla vulgata dominante dei video-commentatori sul web che oramai imperversano dopo ogni match calcistico. Inglese usa a pretesto il calcio; il suo è un eterno “funerale al match”, un rito che simboleggia la “fine di ogni evento” e che dà voce all’irrazionale calcistico tramite la celebrazione di ogni accadimento a colpi di insulti e parole scurrili (oltre che da sprazzi di analisi tecnico-tattica pregevoli). “Dovete ascoltare il Maestro! Il Maestro ha sempre ragione! Non capite un cazzo! Mettete subito i ‘mi piace’ a questo video che dobbiamo arrivare a…! Se non partecipate vi cancello!”. Questi sono solo alcuni esempi di come Inglese si relaziona con il suo auditorio, e già questo aspetto – il piglio autoritario che giunge financo al disprezzo del proprio pubblico – mostra la differenza peculiare, oserei dire autoriale, di Inglese rispetto ad altri scialbi epigoni del settore. Tant’è che, a nostro avviso (lo diciamo da interisti consumati), Donato Inglese raggiunge il suo apice quando l’Internazionale perde o produce prestazioni imbarazzanti. Solo allora il campionario di male parole, insulti e invettive contro questo o quel giocatore, raggiunge vette di rara fantasia cruenta e vibrante, e il passaggio tra innocenza e malizia, purezza e corruzione, si ottiene mediante una catarsi del soggetto che diventa “assoluto”. Il dileggio e la teatralizzazione del dramma calcistico – la furia raggiunta in certe “puntate” è davvero enorme – sono atto di finzione attoriale, crudele teatro in senso artaudiano, “verità” in quanto rappresentazione formale del verosimile, “messa in scena” nella sua più tragica essenza (ricordiamo il Barthes in “Miti d’oggi”). La faccia e il corpo di Donato Inglese campeggiano assumendo la realtà ontologicamente, quasi a mostrare l’assurda tesi che ogni fatto calcistico è scaturigine che si promana dal “corpo del Maestro”, dalla Cosa Unica che fagocita il Divenire e dunque anche il Passato. È come se la partita domenicale o infrasettimanale fosse stata giocata in un universo parallelo, in un luogo remoto e senza tempo: ecco la “sostanza che diventa soggetto”, il “tutto che è già accaduto”. In altre parole, Donato Inglese ha il merito di cancellare l’evento, di porlo su un piano differente della percezione, come se questo non fosse mai “stato prima”. E per fare questo, utilizza il paradosso della provocazione che suscita risate furenti nel fruitore, esorcizzando il male tramite il male stesso, omeopaticamente, inserendo elementi “altri” (“sono un grande cornista classico”) al solo scopo di marcare uno spazio, una differenziazione tra Sé e il Resto del Mondo: “voi non siete competenti, io sono competente e dovete fare come dico io!”, oppure: “Io sono un grande Maestro di Musica e ne capisco mille volte più di voi fetenti” ecc. ecc.
Donato Inglese, il quale tutto è fuorché uno sprovveduto, è letteralmente un improvvisatore, un grande talento comico, un fustigatore di costumi. E’ un improvvisatore che però utilizza alcuni canovacci, o leit-motiv: l’armadio marrone di casa è un oggetto feticcio, la scenografia essenziale di un dramma proletario; oggetti feticcio sono pure i vari gagliardetti sullo sfondo e le magliette da lui indossate, vere e proprie àncore in senso lacaniano, o volendo l’àgalma” de “Il Simposio”, il simbolo che sfugge alla simbolizzazione (nel caso di gagliardetti e magliette, simbolo irriducibile di “interisticità”). Un altro grande merito di Inglese è quello relativo all’uso della lingua, il foggiano, che nelle sue invettive diventa idioma universale e comprensibile, una sorta di slang fascinoso e ideale per veicolare meglio i concetti. Nel far ciò, Inglese non si preoccupa minimamente di “indorare la pillola” e il dialetto foggiano diviene il “media” neutro che unisce Soggetto e Oggetto, il collante su cui si scaricano le tensioni, le rabbie e volendo i sensi di colpa che stanno alla base di questa divisione. Questo genera una scurrilità di fondo che non scade (quasi) mai nella volgarità fine a se stessa, una proiezione surreale sui fatti che vengono investiti da una mise en abyme della parodia stessa. I tempi comici di Donato Inglese sono quelli della nostra commedia – Totò e Peppino, Franchi e Ingrassia – ciò è palese anche nella maniera di ammiccare alla camera e nella capacità di sostenere il discorso in primo piano, come il mezzobusto del commentatore del TG che tutti noi vorremmo nelle nostre case ad ora di cena. Personalmente, non mi perdo un suo video.
Inverno siciliano e le persiane sbattono furenti al vento un raglio senza asini è tutto un turbinare un premere d’oscurità dalle pendici dell’Etna. Notte assassina come una coperta sulle ferite dell’anima piegata a quattro zampe lucidi il nero delle scarpe con quel sorriso tragico sotto il mantello. Forte ulula la tormenta sulla campagna spiaggiata e pare un antico scheletro di balena quell’orizzonte lunare che scivola sulle onde argentate dell’oceano mondo. Poi d’un tratto la bonaccia cala e si frange sul litorale a donare speranze alle ultime barche dei pescatori. (Stazzo, 19-01-2023)
Aletheia
… e poi in un lampo la felicità s’incrosta che c’eravamo distratti dai capricci del vissuto e oltre ci spingeva il flusso del passato presso le rovine e i fasti d’una demenziale statuaria greca. Dello scandaglio della natura umana poco resta: forse il travaglio di un pensiero condiviso o il dettaglio d’una indefinita senescenza. (Stazzo, 7-12-2022)
Luci Oblique
Nel tramonto d’autunno l’esistenza si rannicchia fra le ombre allungate e al vento di tramontana si stiracchia laddove i primi freddi ristagnano in circolo come piccoli mulinelli di rabbia viola agli angoli delle vecchie case diroccate. Amo i luoghi solitari ove la presenza degli umani è poco più della flebile traccia di un profumo amo le case abbandonate coi mobili ricoperti di fuliggine le campagne bagnate e deserte amo la vita che si sfrangia come un drappo lacero alla tempesta. (Stazzo, 14-10-2022)
L’una e tredici
Calpesto le luci della città colorata. L’immensità dell’anima è un cucciolo di frassino nel chiostro. Il refolo di vento smuove i manifesti elettorali già scollati. In questa melodia dell’inerte ogni singolo tassello si incastra. Ecco dove ti nascondevi mediterranea pace. (Stazzo, 28-09-2022)
Quante volte
Quante volte ho incrociato il dolore nel tempo fermo delle estati roventi nelle carcasse di mobili divelte e abbandonate, nel sinistro crepitare delle secche frasche. Poco ho imparato. Solo adesso che il mio ruscello interiore è riarso e vive nei rigagnoli riesco a percepire le fioche melodie degli anni morti. É il loro canto che ancora mi incatena alla linfa e alla corteccia dei miei alberi maestri. (Stazzo, 16-09-2022)
L’universo tattile
Le mie mani e l’abissale firmamento, la notte che dissolve ogni prospettiva logica, nell’istante esatto in cui perdono il senso e la vita e la morte, e ogni cosa va in frantumi e poi si ricompone; ricordo come fosse ieri il gelo dei tuoi occhi (ti rendeva immune!), e un che d’acquoso nell’aria farsi temporale di scarpe zuppe. Adesso, mentre le stelle parlano i linguaggi cifrati dell’incommensurabile, mi fa quasi tenerezza tenere vivi i ricordi: le pesche con lo zucchero, i poveri fanciulli senza volto aggrappati alle ringhiere di vento, il mare d’inverno. (Stazzo, 25-07-2022)
Io parlo il linguaggio dei morti
Io parlo il linguaggio dei morti la severa lingua d’ebano dei popoli antichi l’indecifrabile motto degli spiriti. Nella notte i miei sensi si arroventano marchiati dal fuoco delle ferite di Selene – fra le grazie di Erebo vinco gli inganni del diurno. “Oltre la morale regna la pace cosmica” si sussurra nel reame dei miei cuscini.
Domi Militiaeque
Era al mondo ancor la lava si menavàn con la clava. Con le prime transumanze giù le lance nelle panze. Prima i Greci poi i Romani spade e daghe fra le mani. ‘N mezzo al mare fra i pennoni poi tuonarono i cannoni. Fra le note di minuetto si tirava di schioppetto. Quindi ad ogni rappresaglia a cantàr fu la mitraglia. Ogni popolo soccombe se a cantare son le bombe. Sol d’ortaggi occorre armare la Babele nucleare. (Stazzo, 20-03-2022)
Il solito Almodovar: temi tragici per film introspettivi che non hanno sbocco. La catarsi è sempre una questione “politica” (giuro che alla filippica di Turturro volevo alzarmi. Ma ero l’unico spettatore e ciò avrebbe vanificato il senso della mia protesta). Nel suo cinema sento sempre questo retrogusto di “bisogno di rivalsa”, abilmente (occorre dirlo) occultato nelle feci dell’ esistente. Ok la malattia. Ok la morte. Ok per la forza di alcuni quadri. Ma io vedo sempre lo stesso film in un gioco di permutazioni d’una cinematografia che alla lunga mi annoia. Quando vado a vedere “l’ultimo film di Almodovar” ho sempre quest’aria triste, mi sento fiacco più del dovuto, e vivo le stesse sensazioni di quando dovevo fare visita a un parente malato o morto, o peggio, quelle relative a certi pranzi pasquali in famiglia. Ho sempre trovato un surplus di didascalico nel suo cinema, che a me pare goffo, in continua oscillazione tra impegno e feticismocitazionistico del Sé, quasi una sorta di superfetazione dell’esser-ci, di trasfigurazione sublimata dell’ovvio. Piacerà a tutte. Naturalmente.
Purtroppo i Sapiens sono una specie corrotta e adesso divampa questa ridicola contrapposizione al naturale cambiamento evolutivo. Cascano le braccia. Ma tant’é. Il bello è che si è convinti di “averla fatta franca” con queste ridicole tattiche di contestazione. Io ovviamente ho caricato tutto su “IO” e mi godo certa fine di rotture di coglioni. Non ha ovviamente senso questo opporsi di default a qualsiasi innovazione volta alla semplificazione della vita dei cittadini: che si tratti di dati pubblici, del sistema sanitario ecc. ecc. Dati forniti ovviamente da “LORO” (sigh), ossia direttamene dai comuni ecc. ecc. (andare a registrarsi all’anagrafe, fare la dichiarazione dei redditi, o ricevere lo stipendio mensilmente nel conto corrente, invece parrebbe andare bene). La cosa che mi fa sorridere è che spesso queste ridicole proteste vengono proprio dai settori degli ex pentastellati, ossia di quelli che devono tutto al Casaleggio “rivoluzionario”, agli spettacoli del Grillo “illuminato”, che predicavano voto digitale, fine dei parlamenti ecc. Il problema è che, in questa poltiglia che è diventata oramai la società dei consum(at)i, si continua a confondere innovazione tecnologica con derive di controllo plutocratico (quelle sì mefitiche e da combattere, perché figlie di una metodica volta a governare e arginare il “cambiamento”, e paradossalmente, prodotto di retrive cordate di corruzione al soldo della finanza). Nessuna epoca ha mai visto un contrasto così furente tra innovazione e stasi. Lo spartiacque è stato certamente il 2020 con la vergognosa pagina del green pass, vera e propria dicotomizzazione su scala globale volta a sperimentare il reale potere di controllo degli apparati di potere sulle masse. Ciò ha finito col produrre, per converso (e a questo punto immagino strategicamente), una nuova classe di “luddisti”, di scettici di prammatica del tutto impermeabili a ogni forma di cambiamento tecnologico (sono gli stessi che fumano sigarette, prendono aerei, consumano plastica, usano la macchina anche per andare a due passi da casa, che hanno fatto il “Sessantotto”, la rivoluzione di classe ecc. ecc. ). Ma da qui a prendere le distanze da ogni forma di innovazione ce ne corre. L’essere umano ha sempre cercato la “meraviglia”, lo stupore… adesso pare che invece richiudersi a riccio nella propria zona comfort-analogica sia l’unico mantra di una generazione morente.
“Water’s Break” è un album che ha ancora senso definire minimalista, nell’accezione ampia in cui si può connotare il termine nell’era dei consumi, e che trae ispirazione dalle opere di Björk per un’esperienza sonora caratterizzata da profondità emotive e semplicità sofisticate. La voce di Kathya West che, naturalmente, si accosta in questo lavoro per ragioni di pertinenza a quella estatica e sperimentale di Björk, si intreccia con il suono profondo e risonante del basso di Danilo Gallo, creando una base solida su cui si posano le micro variazioni del piano di Alberto Dipace. Come nei film di Lars Von Trier (concentrare l’essenziale per esprimere emozioni complesse), l’accento dell’album è posto sull’autenticità e sull’intensità emotiva, con arrangiamenti che lasciano spazio al silenzio e alla riflessione, così come ai momenti di tensione emotiva. L’uso della voce come strumento narrativo principale offre la possibilità di esplorare i temi profondi e struggenti delle canzoni, modulando dal sussurro all’esplosione vocale potente. In questo senso “Water’s Break” rappresenta un’operazione riuscita, una sorta di colonna sonora intensa e vivida, dove ogni singolo elemento è attentamente costruito per amplificare l’impatto emotivo. Attraverso questa miscela di minimalismo e ruvide rotture del discorso, emerge un trattato sulla fragilità umana ove trovano spazio temi di solitudine esistenziale, vulnerabilità, silenzi, per un’opera che trascende la mera struttura musicale, immergendosi in un’esplorazione filosofica dell’esistenza e del silenzio, quasi un invito a contemplare la bellezza del momento presente (come l’acqua, anche noi siamo in continuo movimento, sempre in cerca di equilibrio tra forza e delicatezza: l’importanza del dasein, ovvero dell’essere-in-oltre nella temporalità). La transizione tra momenti di intensa risonanza emotiva e spazi di silenzio, come del resto nell’approccio di Bjork alle sue opere, si esplicita al suo meglio nei frangenti dell’album in cui le pause risultano altrettanto potenti quanto le note stesse.
Consigliato ai ricercatori di esperienze sinestetiche.
Leggere Novelle Crudeli di Francesco Cusa è come imbarcarsi in un viaggio straordinario tra dimensioni parallele: il quotidiano si deforma, il reale si frantuma, lasciando spazio a una narrativa che esplora il tempo e lo spazio con la stessa maestria con cui Cusa, musicista e brillante conoscitore dell’interplay jazzistico, guida le sue improvvisazioni musicali. Siciliano di nascita, Cusa porta nella scrittura la sensibilità e la potenza della sua terra, ma anche l’apertura di chi ha viaggiato e assorbito esperienze universali. I racconti di Novelle Crudeli evocano il grottesco e il dramma che ritroviamo nella pittura di Francisco Goya. Come nei suoi Capricci o nel ciclo delle Pitture nere, anche Cusa cattura l’assurdo e il perturbante del vivere umano. Zio Carmelo, con la sua immobilità da “uomo-gallina”, potrebbe essere una figura uscita da un incubo goyesco, simbolo di un’umanità deformata dall’inerzia e dall’assurdità. Allo stesso tempo, la vividezza e il realismo delle descrizioni richiamano l’energia narrativa delle tele di Renato Guttuso, con la loro capacità di ritrarre un mondo vivido e pulsante, intriso di vita e di tragedia. Cusa, come Guttuso, sa rendere universale anche la realtà più intima e locale, dalla Sicilia rurale ai microcosmi familiari saturi di conflitti inespressi. La sua capacità di attraversare generi e linguaggi è evidente non solo nella scrittura, ma anche nella sua produzione musicale. Racconti come Zio Carmelo o Alfredo riecheggiano la stessa tensione emotiva e narrativa che si trova in brani come Shardula e Cherry Manson, dove la libertà espressiva incontra una struttura ben definita, creando un intreccio armonico di caos e ordine. In Novelle Crudeli, questa sintesi si traduce in storie che oscillano tra il grottesco e il surreale, ma sempre ancorate a una riflessione profonda sull’umano. Il confronto con Vic, un’altra opera letteraria di Cusa che ho avuto il piacere di leggere e recensire, mostra come l’autore sappia declinare il suo stile in modi diversi: se in Vic il tono è più visionario e lirico, in Novelle Crudeli emerge una vena più tagliente e brutale, senza però perdere quella qualità poetica che rende unico il suo sguardo. Come scrive in una sua poesia, “La luna si riflette sulla pelle screpolata del mare / e io tento di non essere naufragio”, c’è sempre, nel suo lavoro, una lotta tra la bellezza e la rovina, un tentativo di trovare equilibrio nel disordine. I personaggi di Novelle Crudeli sono archetipi e al contempo individui unici, resi vivi da una scrittura che mescola registri diversi con l’agilità di un musicista che improvvisa senza mai perdere il filo della melodia. Si pensi a Psicopatologia del serial killer, una delle sue composizioni musicali, in cui il ritmo frenetico si intreccia a momenti di pausa che sembrano sospesi nel vuoto. Lo stesso accade nei suoi racconti: ogni frase pulsa di un’energia che sembra provenire da un luogo al di là della pagina, come se il tempo stesso si fermasse per un istante, prima di riprendere la sua corsa. L’interplay è centrale anche nella scrittura di Cusa: ogni elemento dialoga con l’altro, creando un’armonia sottile ma potente. Le illustrazioni di Daniele La Placa, per esempio, non sono semplici accompagnamenti visivi, ma veri e propri strumenti che suonano insieme al testo, amplificando il senso di straniamento e intensità. In definitiva, Novelle Crudeli non è solo una raccolta di racconti, ma un’esperienza multidimensionale che attraversa generi, linguaggi e media. È un’opera che riflette la complessità del suo autore: un siciliano radicato e al tempo stesso cittadino del mondo, un viaggiatore che sa trasformare ogni storia, ogni nota, ogni parola in un’opportunità per esplorare l’insondabile. Ringrazio di cuore Francesco Cusa per questo dono. Le Novelle Crudeli sono un viaggio sensoriale che continua a sorprendermi e che, mentre le leggo ad alta voce, incantano anche Olaf, il mio fidato amico, che mi ascolta tranquillo acciambellato accanto a me. Le storie di Cusa mi ispirano nuovi disegni, guidandomi in un mondo dove la parola e l’immagine si intrecciano, creando qualcosa di unico. Grazie, Francesco, per aver aperto una finestra su questo universo. Claudia Scavone 29/11/2024
Giunge come un balsamo urente a guarire profonde ferite. A un certo punto li vedi arrancare. (Gli amici. Le amiche). Quel loro seguirti fino a un certo punto è la peggiore delle dannazioni. Diventano facce dietro i vetri e il loro respiro non appanna. Strano destino, amaro karma. Dietro le pacche e i sorrisi si aprono devastate paludi tartariche. Nelle rare oasi li vedo ferventi a contare gli anni che rimangono, quelli da vivere strisciando, facendo ulteriori calcoli. Dunque sprofondo, arranco nelle paludi esistenziali e tengo ferma la bussola con la mano sinistra: quello è il percorso. Nell’isolamento del viaggio iniziatico li senti emergere dal fango – gli amici, le amiche – le loro mani ti tirano giù. Vorrebbero affogarti per troppa stima, vorrebbero assimilarti alla mota, plasmarti ai loro canoni, ti vorrebbero – gli amici, le amiche – poltiglia, omogeneizzante humus, ti vorrebbero – gli amici, le amiche – più conciliante, meno caustico a gozzovigliare nel fango dei maiali, ti vorrebbero – gli amici, le amiche – a condividere le democratiche campagne di sensibilizzazione, a mangiare un po’ di merda, mica tanta, quel po’ di merda necessaria a sopravvivere, al nutrimento dell’arte da porcile. Siate benedette, o povere anime. Io vi sorrido e al contempo scalcio, rido del vostro stesso riso, ma procedo, fedele alla bussola, arranco, inciampo e cado, mi rialzo e sputo e ancora sputo, raccolgo le ultime forze, passo dopo passo, verso quel pallido sole.
In questa cosa che si chiama alfabetizzazione e civilizzazione dei sapiens: tutto è techné. Dalla scoperta del fuoco, all’invenzione della ruota, dal motore supersonico all’iPhone, tutta la simulazione che è la vita sensoriale (Maya), è frutto di innesto del sapiens entro il laboratorio “paradeia-paradiso” (e relativa generazione dell’adamon). Il nostro DNA è artificiale. Il nostro cervello genera la realtà in frazioni di secondo. Tutto questo lo sapevano bene gli antichi rishi. Questa realtà è una simulazione sofisticata (per noi) conficcati come siamo nel game della sephira del regno di Natura (tutto l’universo materico). Per cogliere la materia oscura necessitiamo di implementazione. Nessun “bios” è in grado di operare il salto necessario nel processo evolutivo secondo la scala di Kardasev. Nel mio prossimo libro provo a descrivere tutto ciò. “Umano troppo umano” scriveva Nietzsche e chiosava l’androide in “Blade Runner”. Tutte le meraviglie del mondo che sarà le potrete vedere se soltanto vi accostaste alla meditazione quotidiana o vi apriste al sentire globale. Il paradosso della società dei media è che c’è chi gioisce per Trump e Kennedy jr. alla sanità, quando a reggere le fila del reale cambiamento sarà Elon Musk. Siamo solo agli albori della nostra civiltà. Fatevene una ragione.