In un locale molto piccolo di Catania (che non esiste nella realtà) ci sta Emilio Galante e un organizzatore che gli presenta un grande maestro tibetano del flauto. Il tempo scorre in maniera inconcepibile e i due si trovano a duettare con me che registro al centro, muovendo ad arte il microfono. È un duetto, botta e risposta, e i due eseguono una partitura scritta dal maestro tibetano. La melodia è sublime e sa di contrappunto ricercatissimo. Il maestro tibetano poi inizia una bellissima ragazza al canto e alla coreografia. Ne nasce uno show spettacolare (il tempo scorre sempre in maniera stramba), ove la ragazza esegue danze e canti pop sofisticatissimi. Tutto si svolge sempre in questo medesimo locale, e io seguo la telecamera e il gioco di luci che rendono quel piccolo luogo una sorta di enorme stadio tramite artifici, al momento, inconcepibili. Faccio alcune foto col mio iPhone. 1) È come se le facoltà nostre siano potenziate e in grado di sviluppare opere sublimi. 2) Io non sarei mai in grado di concepire un simile ordito melodico e coreografico. Dunque: chi è il regista di questo “spontaneo” capolavoro?
“Universalizzare il particolare”. La notizia fagocita il Reale. Una guerra, una strage, un genocidio in corso passano in secondo piano rispetto a un fatto di quella che un tempo veniva definita “cronaca nera”. Le giornate si susseguono nel rinnovato allarme tramite la dialettica perversa orchestrata dal circo mediatico: dal micro al macro, dalla cronaca locale all’apocalisse, tutto sembra convergere verso un finalismo semplificatore, verso estremi manichei. Il reale fine è quello di rendere sempre più impermeabili le società schiumizzate, di foderarle entro abiti comportamentali atti a neutralizzare lo spirito critico. Legioni di nuovi guelfi e ghibellini si fronteggiano quotidianamente sul piano virtuale con lo sfondo di un presentismo virale funzionale alla cancellazione della memoria breve. Ciò che sembrava apocalittico qualche mese fa (la guerra in Ucraina) cede il passo istantaneamente a una nuova guerra, o a un fatto di cronaca. Tentare di ragionare serve a poco o a nulla. Ricordare le menzogne costruite dal governo statunitense con la famosa boccetta di antrace di Powell usata proditoriamente per giustificare l’intervento in Iraq, rammentare tali fatti per dubitare sulle vicende attuali, viene considerato esercizio complottista. Così come il far notare che il termine femminicidio implica un assassinio di genere (e in Italia ve ne sono stati “solo” quaranta quest’anno) mentre uccidere una donna per ragioni economiche, passionali, di interesse ecc. è tecnicamente un omicidio, passa quale ragionamento da liquidare come “maschilista”.
Su tutto campeggia l’insostenibile maieutica progressista dell’educare il giovane (questa sì vera e propria paternale!), del come si dovrebbe procedere ad elevare le masse, con tutto l’armamentario delle vecchie stronzate da dipartimento-scuola-educazione, e se rammenti loro che in Svezia e Danimarca, nonostante la vasta educazione sessuale nelle scuole, il tasso di femminicidi e omicidi nei confronti delle donne è più alto che in Italia, rischi di generare uno scandalo.
Tutto par far leva sulla scorta dell’indignazione, nel paradosso di una società mercificata, depressa, libera nei costumi ma prigioniera dei nuovi linguaggi, e movimentata dalle schizofrenie del narcisismo patologico di genitori-amici-complici, (altro che patriarcato!). Si vuole controllare l’assurdo affibbiandogli l’ennesima etichetta, dimentichi della lezione di Foucault, della sua denuncia contro ogni tentativo di disciplinare il disagio e di nosologizzarlo.
La gente muore sotto le macerie causate dalle bombe mentre le opulente nazioni di Schengen costruiscono nuove prigioni e trappole, una nuova segnaletica proibizionista che si presenta con i crismi dei diritti civili e della parità di genere. Il mostro sta sempre lì, acquattato nell’ombra, e forse è un bene che l’orrore possa servire ancora da spauracchio e tabù rispetto a certe aliene e disumane plastificazioni delle coscienze.
SOGNO DEL 22/11/2023 (scrivo di getto per non dimenticare)
Assieme ad altre amicizie non ben precisate, vengo condotto a una speciale serata in zona romagnola. Si tratta di esplorare lo spazio tramite una nuova trovata. Veniamo così issati dapprima con una specie di telone, e poi condotti dentro una piattaforma rettangolare che ci ospita. Successivamente veniamo sparati tramite un propulsore magnetico (non mi chiedete come) nello spazio siderale. Mi si dice di rispettare il movimento rotatorio e di assecondarlo. Quando il tutto si arresta realizzo essere nello spazio profondo. Chiedo – stupidamente – alla bionda manovratrice: “a che altezza siamo?” Lei mi risponde sorridendo: “siamo a ventotto milioni di anni luce dalla Terra. Per la precisione a 28 milioni e 500 mila anni luce”. Con un brivido osservo lo spazio circostante. Da “lassù” si possono ammirare e veder pulsare le galassie come schiacciate e addensate in agglomerati. Sensazioni: intorno immensità… difficoltà a respirare, le galassie sembrano come “schiacciate verso il basso” e formano impressionanti barriere color argento e seppia. Con me ci sta Riccardo Grosso che mi esorta a fotografare il più in fretta possibile perché questo viaggio dura solo cinque minuti. Riesco a fare solo una foto sgranata proprio mentre veniamo risucchiati subitaneamente a Terra. Sintomi al ritorno: lieve senso di schiacciamento della colonna vertebrale bassa, tremore alle gambe, testa che ruota (quello che provo abitualmente ogni giorno). Gli altri non avvertono sintomi simili ai miei. Successivamente faccio parte di una commissione di scienziati. Analizziamo protocolli. Con me due donne, una molto antipatica e sgradevole nell’aspetto. Siamo tutti responsabili di importanti dipartimenti. L’altra mi passa un documento riservato: rammento bene che è un foglio a righe grandi e piccole, recante una graffetta con un foglietto in cui è scritto: “riservato a Francesco Cusa”. Sono molto stupito e preoccupato. Sto per aprirlo, ma mi sveglio perché la mia gatta Minerva ha pisciato sul letto: penso abbia deciso di non farmi leggere il contenuto di quella missiva.
È ormai del tutto evidente che l’esperimento su scala globale relativo al Covid-19 , è servito per testare le nuove dinamiche di controllo mediatico delle masse. La dicotomizzazione radicale del pensiero, di stampo americano-sionista, mostra il suo reale volto e mira ad annientare dialettiche e “bizantinismi” del pensiero europeo, o meglio della tradizione culturale degli stati europei. Tutte le fenomenologie della contemporaneità – cancel culture, progressismo scientista, genderismo di tendenza, medicalizzazione della società – sono funzionali alle nuove tattiche di una strategia bellicista che reca i vessilli della libertà di facciata.
Memi e Campi morfici. “Gli atei sono particolarmente affezionati all’idea che le religioni come complessi memici e le pensano simili a virus che infettano il cervello altrui, mentre considerano se stessi immuni. (…) Quando il complesso memico materialista è particolarmente virulento, trasforma le sue vittime in atei che cercano di fare proseliti, in modo da poter saltare dai loro cervelli nella maggior parte dei cervelli di altre persone”.
MIE CONSIDERAZIONI
Ecco, aggiungo, perché oggi sentiamo dire in maniera diffusa “credo nella scienza”, ossia, credo nel sostituto di Dio, il metodo scientifico, la nuova Kaaba immateriale, il nuovo feticcio invisibile che, paradossalmente, ha il potere di conferire legittimità di onnipotenza alla materia.
A breve, durante la teocrazia della “Società della Sorveglianza”, saremo arrestati, processati, sospesi e interdetti dal lavoro per questioni legate al linguaggio, e il livello del l’offesa e dei nuovi tabù crescerà a dismisura. Viceversa la violenza reale verrà tollerata sotto la nuova egida della guerra strategica e di liberazione, mentre l’Osceno rimosso dal linguaggio, prospererà nelle forme ideologicamente condivise: nelle pubblicità, su OnlyFans, nelle nudità ostentate. Assistiamo e assisteremo con ancora maggiore forza, al paradosso di una società apparentemente libera sessualmente ma prigioniera nel lessico, oscena nell’ostentazione della pornografia e delle perversioni, e poliziesca nell’uso calmierato dei termini per definire ogni orientamento sessuale.
L’offesa potenziale è il portato nascosto di questa isteria collettiva che si è scatenata nell’opulenza delle società di Schengen: sono libero/a di mostrarmi nelle mie più perverse tendenze e di guadagnare offrendo parti del mio corpo, ma non di utilizzare certi termini potenzialmente lesivi per alcune categorie con determinati orientamenti sessuali. La nuova Babilonia reca il marchio della Bestia: un asterisco.
Quando morì Gwen Stacy, nel mitico numero 133 de L’Uomo Ragno fu un vero e proprio shock. Un trauma che ci colse a tutti “in diretta”. Ovviamente non c’era verso di informarsi altrimenti. Per intenderci, attendevo ore nelle mattinate estive in attesa dei “giornali da Catania”. San Pietro Clarenza, ridente paesino etneo. Anni ‘70. L’edicola era una sorta di feritoia che si apriva quale emanazione di un tugurio, ricordo ancora gli odori della colla e delle figurine che stavano appiccicati alle nostre narici per ore. Aspettavamo circumnavigando la via Umberto come mosche nella canicola, in cerca d’ombra. Spirali, cerchi concentrici. Piazza. La sala giochi. Il bar. Poi ancora la sala giochi con il flipper che si doveva prendere a colpi di bacino senza fargli fare tilt (colpi di bacino… eufemismi). I fumetti venivano lanciati poi dal bigliettaio dell’autobus dell’Etna Trasporti. Si sentiva uno strombazzamento – potipotiiii – e una sorta di rumore sordo – stumpf . Io accorrevo trepidante e attendevo lo spacchettamento come il cagnetto la scodella di latte, scodinzolando. Divoravamo quei fumetti, ci immergevamo in letture da marciapiede, ignari delle meraviglie di cui eravamo attorniati, respirando i miasmi di quella città, i fumi neri, i tombini, i dettagli minimi più che i grattacieli attraverso i quali svolazzava il nostro eroe. Ci deliziavamo con le matite di Kirby, Ditko, Sal e John Buscema. Ma quel giorno era diverso. Ci fu uno snip. La tela del ragno non resse e morì Gwen. Come era possibile? Camminavo sgomento nelle mie espadrilles gialle e consunte. Un senso di fine ci colse in una giornata spensierata e di vacanze. Ricordo ancora il sapore aspro dell’estate, il sudore adolescenziale di chi non ha sperimentato il limite della corporeità. Giunse infine la Nemesi sotto forma di turbine furente. Nella canicola arrivò un certo Mario, detto Sandokan, che girava per il paese con una carrozzina da bimbo (ovviamente vuota). Rubò il giornaletto nella controluce del basalto e lo fece in mille pezzi urlando. Poi fuggì via ridendo. Mi sembrò cosa giusta, lo reputai un segno del Destino: non avevo ancora voglia di parlare di fine con la F maiuscola. Ripenso ancora ai ragazzi di quel tempo. Avevano tutti un soprannome. Dei piccoli supereroi: Nuccio Zorro, Carmelo Bau Bau, Orazio Paletta…Venne il tramonto rosso a rosolare ciò che rimaneva di quella mattina fattasi meriggio. Mi tuffai sulla caponata dei miei nonni e per la prima volta notai le crepe sui muri di quella casa antica. Tutto sembrava reggersi a fatica, sul punto di collassare, così improvvisamente. Fuori cantavano le cicale, come se non esistesse nessuna Editoriale Corno. La Luna e le stelle mi apparvero come decorazioni del vintage nel suo farsi.
Sono tempi strani. Occorre stare attenti a come si scrive e a come si parla. È in vigore una sorta di censura dolce e proprio per ciò, perversa. Non si tratta di una vera e propria censura, giacché chiunque può scrivere quel che gli pare (o quasi), quanto in realtà di una maniera di connotare e ghettizzare il pensiero non conforme al nuovo dogma. Infatti, questa apparente “libertà” espressiva è fortemente calmierata da un contesto che ne drena le asperità tramite regole da clan condivise e non scritte da orde e tribù digitali di “debunker”. E’ una sorta di ordine tacito (nel Medioevo “ordo” indica sia la capacità di organizzazione generale che il singolo costrutto della vita spirituale), un tentativo di rendere solubile il multiforme. Certe tematiche poi, rappresentano dei leitmotiv ricorrenti: su tutte la questione della vaccinazione di massa, che pare rappresentare un vero e proprio argomento “tabù” per certe élite. Stranamente non si ottengono reazioni così forti per altre tematiche, come, ad esempio, la questione relativa alla vendita di stato degli alcolici e delle sigarette, tematiche per cui esistono statistiche certe e numeri di malattie e morti neanche lontanamente paragonabili a quelli relativi alla questione dei vaccini. Oggi è il tempo dei cosiddetti “passive-aggressive”, di cui il “debunker” è espressione più simbolica e caratteristica. Lo scambio sui social, di solito, segue uno schema; dapprima è dicotomizzante (connotazione dell’interlocutore-non-conforme entro la categoria del “vax-no vax”, ecc.) e poi diventa conflittuale (non si usano scurrilità ma, in genere, si comincia a etichettare l’interlocutore come “complottista”). A nulla serve, ad esempio, il riportare pareri di altri medici e ricercatori, giacché questi ultimi verrebbero immediatamente bollati come eretici e incompetenti.
Questa idea scientista della scienza, un’ipertrofia che sta ammorbando la conoscenza in ogni campo, questo nuovo dogma che trasforma tutto in una “fenomenologia della causalità”, a me, personalmente, fa venire i brividi. Cito uno dei più grandi filosofi contemporanei, Peter Sloterdijk, che a sua volta cita Nietzsche. Su scienza e non scienza: – Il postulato di Nietzsche secondo il quale una cultura più evoluta dovrebbe dare all’uomo un doppio cervello o un cervello a due camere perché possa percepire, da un lato, la scienza e, dall’altro la non-scienza, si avvera in modo del tutto imprevisto. (…) In questo doppio sapere transumano, si vede la forma di sapienza che risulta vincolante per gli uomini nelle civilizzazioni biologicamente illuminate. Saggezza significa quel “modus vivendi” che rende un sapere vivibile e del quale non bisogna sapere niente per voler vivere”.
Pare inverosimile che intere categorie del sapere parcellizzato del nostro tempo (e questo è un altro problema che andrebbe esplorato, quello dello “Specialismo”), le quali dovrebbero coltivare l’essenza del dubbio ad ogni passo, possano essere così centrate sui grumi di sapere illuministico racimolati negli ultimi sputi di secolo. La brutale necessità di “comprendere” entro un alveo raziocinante l’assurdo dell’esistenza, sta generando l’orrore cosmetico di una cultura sclerotizzata entro dogmi e formule. Spesso i nuovi “Sacerdoti del Tempio” si ritrovano a spacciare l’incertezza del loro stesso operare (quella sì, sacra) per dottrina della logica e fiducia-fede nel metodo-dogma, finendo così per uniformare il mistero della vita alla necessità del dettaglio e della contingenza, nel tentativo di esorcizzarlo e collocarlo nell’alveo delle fredde statistiche relative al paziente-cavia. Nessuno, immagino, possa essere “contro i vaccini” (o la PlayStation o la giostra a calci in culo) che sono stati a rappresentano una fondamentale tappa nel progresso e nella cura di certe malattie. Tuttavia, se si cerca di stare attenti e vigili, di essere critici verso una prassi di vaccinazione coercitiva di massa (e a fronte delle negligenze palesi su altre problematiche ben più patenti), si corre il rischio di essere ghettizzati e catalogati entro la nosologia del “no-vax”.
Cito ancora Sloterdijk, e fornisco un’altra analogia, che apparentemente non pare pertinente, ma che, nella realtà, dovrebbe suscitare nel lettore squarci di visione sui possibili scenari futuri: “se ipotizziamo che verso la fine del XXI secolo sulla Terra vivrà una popolazione di 10 miliardi circa di Homo sapiens, ci troviamo di fronte a un biotanatopo che, con un tasso globale di mortalità molto civilizzato di 1,5 punti percentuali – alias un’aspettativa di vita di 75 anni estesa all’intero genere -, indica 150 milioni di morti “naturali” per annum; ciò corrisponderebbe a sette epoche di terrore nazionalsocialista o a trenta olocausto hitleriani, ovvero quattro epoche staliniane o a tre fasi di sventurate riforme maoiste. La mostruosità di queste cifre sta nel fatto che apparterranno alle statistiche di un’umanità pacificata”.
A mio avviso, tutte queste reazioni radicali sono il portato di una cultura totalitaria mascherata da falsa attitudine alla tolleranza, alla libertà espressiva. E’ facile infatti constatare che, in un discorso specifico sui vaccini, lo “scientista” possa passare a definire l’interlocutore di default come “terrapiattista”, “sciachimista”, chiosando a intervalli con il solito refrain del ”complottista”. Il filosofo e poeta Marco Guzzi ci viene in soccorso in questo senso: “questa idea del complottismo è veramente ridicola e denuncia una grande ignoranza. Dovremmo dare del complottista ad Habermas, a Rifkin, praticamente tutti quelli che ancora pensano… Il problema si complica perché c’è una vasta area di collaborazionismo”. Cos’è dunque questo collaborazionismo e chi sono i “collaborazionisti?”.
Anche qui utilizzo un altro esercizio associativo (qui si parla di arte, ma poco cambia ai fini del nostro discorso, essendo i medesimi schemi che si riproducono a più livelli): ”chi sono le persone perbene? Sono coloro che hanno il senso comune, soprattutto il buonsenso. Che si chiedono poche cose e sempre quelle. Mentre, invece, l’arte dilania. Mette allo scoperto tutti i traumi, consci e inconsci, ravviverà tutto il dolore di sé. Ma il dolore non è sempre una cosa nefasta, è anche una cosa che apre il cervello e fa capire. Oggi c’è un’ignoranza devastante. Ci sono curatori. I critici sono pochissimi. Questi sono mossi dagli ordini della necessità che hanno avuto”. (Lea Vergine)
Il limite del costrutto banale del pensiero dominante si palesa dunque in questa visione dogmatica di vita-uomo-salute, tipica di una conoscenza mediatica e protocollare che vive e si nutre di statistica e comparazione. Per fortuna la vita è ben altro, e spesso gli orizzonti possono ampliarsi frequentando arti conoscitive come lo yoga o altre discipline che non siano dopolavoristiche o ricreative. Forse dei corsi di meditazione non aziendale, potrebbero fornire nuove strade e illuminazioni a certi ricercatori e professionisti, e magari suggerire che la vita è frutto di un’immensità che nessun approccio neopositivista potrà neanche lontanamente contemplare.
Occorre dunque trovare la forza e il coraggio di ribellarsi a certe forme virali (queste sì!) figlie di un atteggiamento riduzionistico e tipiche delle modalità di certi alfieri del colonialismo del pensiero, e in definitiva dei fanatici della dicotomizzazione: bene-male, brutto-bello, ecc. Questo atteggiamento è esattamente ciò che sta attentando la biodiversità del pensiero (oramai sempre più depauperata) e si traduce nel vizio dell’automatismo della “dimostrabilità”, vizio che si riverbera e ramifica producendo danni enormi, quali, ad esempio, quelli inflitti dall’onnipotenza dell’uomo al suo ambiente. Il medico non può essere il Detentore del Vero, il dispensatore di verità specialistiche e impenetrabili. “C’è un’ignoranza da analfabeti e un’ignoranza da dottori”, diceva Michel de Montaigne.
La situazione dei musicisti di jazz (uso questo termine nella sua accezione ampia) sta vivendo in Italia la peggiore crisi di sempre. Complice un momento storico peculiare e di passaggio, in cui la digitalizzazione e la diffusione via social di gran parte di contenuti un tempo riservati agli spettatori dei concerti, ha messo in crisi la già traballante macchina organizzativa nostrana.
Oggi è impossibile vivere suonando jazz nel nostro paese, a meno di non far parte di una ristretta cerchia di artisti legati a cordate, amicizie, salotti e cerchie iniziatiche degne di una nuova Scientology Sincopata.
L’unica via di fuga pare essere quella dell’insegnamento in conservatorio: altro percorso irto di ostacoli, spesso insormontabili.
Ci ritroviamo dunque, da musicisti e insegnanti, a prospettare un futuro in cui questi nuovi studenti non avranno alcuno sbocco al di fuori dell’insegnamento, in base a un gioco perverso di permutazioni che vedrà futuri insegnanti senza esperienza di palco e di vita. La classica obiezione – è sempre stato così – non può essere presa a modello: i grossi nomi ci sono sempre stati, ma a latere, è sempre stata viva e pulsante (fino al 2000 circa) una scena artistica che viveva delle esperienze performative rese possibili da una sorta di biodiversità dell’offerta di luoghi in cui suonare essendo remunerati. Il 2023 offre invece una proposta congestionata dai criteri dei cosiddetti “centri di produzione”, dalla politica dei bandi, dagli uffici stampa, dalle onnipotenze dei direttori artistici.
L’esercizio della critica è totalmente assente in questo ambito, anche perché, sovente, molti critici sono a loro volta coinvolti in ruoli di direzione artistica e di gestione delle risorse. Nessuna voce si alza in soccorso di questa situazione, che rappresenta un vero e proprio dramma per molti artisti che non sono sotto l’ombrello riparatore dell’insegnamento statale. Un dramma che viene totalmente ignorato, per ragioni anche facilmente comprensibili e relative allo schierarsi controqualcosa, pratica assolutamente bandita in un mondo museale, rigido e non avvezzo alla dialettica feroce, viceversa, prassi che funge da stimolo in ogni altro contesto culturale (fa specie constatare invece quanto sia compatto e solidale, tal microcosmo della critica, degli addetti ai lavori e di molti musicisti, quando si toccano questioni di lana caprina relative a sterili polemiche di ordine accademico/lessicale sulla natura di questo benedetto jazz).
La situazione è veramente critica per molti colleghi, spesso costretti a dover fare i salti mortali per sbarcare il lunario. Le conseguenze devastanti di tale depauperazione culturale sono già riscontrabili sul piano della proposta artistica generale, e nel pessimismo prossimo all’ignavia di molti ragazzi che si avvicinano al mondo del jazz con passione sincera, e che si ritrovano di fronte a ostacoli di natura extramusicale veramente frustranti, e a spendere una marea di soldi per realizzare cd che nessuno ascolta più, per pagare uffici stampa salatissimi, ecc. Centinaia di ragazzi alla mercé di osti che offrono la classica jam cui partecipare gratuitamente, del tutto avulsi da una reale politica consapevole del mestiere del musicista praticato come lavoro, saranno il plotone di insegnanti del futuro in ciò che rimarrà dei conservatori e delle scuole private e pubbliche (con quale bagaglio di esperienza, viene da chiedersi?).
Domanda ai critici nostrani: quale humus culturale pensate possa svilupparsi a seguito di una situazione così svilente e discriminante dei musicisti italiani nei prossimi decenni? Qualcuno che abbia voglia di fare giornalismo di inchiesta ci sta ancora in questo martoriato mondo del jazz italiano? Di questo passo ci ritroveremo a leggere nel prossimo futuro le recensioni delle giornate di lezione in classe dei docenti.
POST SCRIPTUM: IN RISPOSTA AD ALCUNI COMMENTI SUI SOCIAL.
“Carissimi, ho letto i vari commenti, tutti preziosi e, naturalmente, sono perfettamente consapevole della multifattorialità che determina la crisi del settore. Rimane la questione drammatica relativa al “mestiere” del musicista, a ciò che, come fa giustamente notare Roberto Arcuri, poi dà senso all’esistenza di tutto l’indotto. La situazione è drammatica perchè rimanda a un contesto sempre più desertificato, con qualche oasi paradisiaca, nel paradosso di realtà che si porrebbero quali terminali di non si sa bene quale movimento. Tutto è deciso in base a umoralità e simpatie, a logiche di scambio e visibilità. La realtà è che la critica di settore (uso questo termine per comodità) non è per nulla interessata a questi argomenti: tutto ruota intorno a ipertrofie di prammatica e capodanno “topjazzato” con tanto di fuochi fatui d’artificio. Ormai chi si occupa(va) di queste musiche (plurale), o riveste ruoli salienti nel campo organizzativo, o semplicemente se ne fotte di comprendere come cazzo fanno a campare i musicisti di “jazz” in Italia. La logica imperante è questa (e lo dice uno che è stato co-fondatore di due dei collettivi italiani più importanti, quindi non mi si venga a parlare di associazionismo): giovane talento – bandi- centri di produzione – cd – ufficio stampa – ciaone (a meno che qualcuno non decida che sei appetibile). Chi fa musica da trent’anni si attacca al tram, se osi criticare questo sistema museale e chiuso vieni tacitamente emarginato. Tutti parlano di nascosto e nessuno osa scrivere le banalità che scrivo. Neanche nella Sicilia di Salvo Lima (paragone forte da leggere con ironia) c’era tanto silenzio. Il mantra che sento ripetere fra colleghi è sempre lo stesso: “ma che senso ha dire queste cose. Tanto decidono sempre gli stessi e se ti lamenti passi per vittima”. E giù coi nomi di artisti, giornalisti e organizzatori che potete immaginare. Fin quando me lo dicono i miei coetanei, stanchi e delusi, posso anche capire, ma quando queste obiezioni vengono fatte da musicisti giovanissimi c’è da preoccuparsi seriamente. Chi scrive per passione poi, di solito, subisce le fascinazioni delle mode o non ha gli strumenti musicologici necessari per comprendere gli approcci compositivi e metodologici della musica attuale (analizzare la musica d’oggi implica competenze di un certo rilievo: penso che si possano contare sulla dita di una mano coloro i quali siano in grado di affrontare con criterio le partiture di Steve Coleman o di Steve Lehman, giusto per fare due nomi). La verità è che, in questo minestrone tutto nostrano, dove i ruoli fra giornalisti, appassionati, critici, organizzatori, musicisti, direttori artistici sono interscambiabili, ad avere udienza sono solo musicisti afferenti a certe cordate, o nelle grazie di qualche eminenza. Per esempio, è stata quasi del tutto bypassata la “generazione di mezzo” (gli attuali cinquanta/sessantenni) la cui enorme produzione pare essersi perduta negli abissi degli anni Ottanta e Novanta. La verità è che a nessuno frega nulla della ricerca esplorativa sul campo e delle fonti, e in questo senso il jazz in Italia non gode di applicazioni serie da parte di studiosi seri. Io da allievo di Roberto Leydi, Cane, Gino Stefani, Clementi, ecc. penso di poter affermare con contezza quanto ho scritto. Faccio notare che, senza il post di Roberto, queste mie riflessioni sarebbero rimaste confinate entro la cerchia di quel plotone di disgraziati che ancora mi segue con passione. Ricordo bene le nostre discussioni con Gianni Lenoci, un altro che pativa molto questa indifferenza, e ho bene in mente cosa sia successo dopo la sua scomparsa (penso sempre ai nostri concerti in luoghi sgangherati con tastiere e batterie di comodo, di fronte a quattro allampanati). Poi magari arriva l’ultima novità d’Oltreoceano, ed ecco plotoncini di appassionati scrivani pronti a farsi 500 km per sentire quattro pernacchioni assestati bene. Il jazz e i musicisti sono un bene prezioso per la cultura di un paese. Chi scrive di musica, chi organizza deve tenerne conto, perché ciò rappresenta il patrimonio artistico di riferimento. Non occuparsi di ciò è l’equivalente di lasciar deperire monumenti, pinacoteche, musei, ecc. Quando lo si capirà sarà troppo tardi”.
Oggi al bar una comitiva di vecchi pensionati tedeschi ha consumato pantagrueliche porzioni di arancini, mischiandole poi con gelati e dolci di ogni sorta e innaffiando il tutto con enormi tazzone di caffè americano.
Pensavo che a me sarebbe venuto un infarto addominale.
Vecchi arzilli, dalla pupilla celeste, le gambe scavate da torrenti verdi quali ramificazioni di potenziali trombosi venose. Il loro tavolo pareva la discarica di rifornimenti rilasciata da un cargo. Nel giro di pochi istanti, la metamorfosi. Come formiche laboriose, ecco la truppa alzarsi in sincrono: sinergie ed efficienze. Tutta la “composta” veniva così smembrata e ripartita negli appositi contenitori della differenziata fra lo stupore di camerieri intenti a scacciare le mosche. Il plotone muoveva poi verso le bici e le macchine: tutti mi hanno salutato calorosamente come fossi un loro conoscente.
La civiltà ha gli occhi di ghiaccio.
Col mio scooter ripercorro la strada verso casa. Scorci della meravigliosa Timpa di Acireale. Eccola la nostra “composta”.
La metafisica del cinema estetizzante e surreale di Anderson continua ad ammorbarmi e a procurarmi fastidì epidermici di una certa rilevanza. Con la myse en abyme e la metatestualità di “Asteroid City”, Anderson raggiunge il culmine della cerebralità filmica nel paradosso di una realizzazione cinematografia visivamente stupefacente. Tale contrasto, del resto cifra stilistica pregnante di tutta la poetica cinematografica del regista, contribuisce a generare lo straniamento che a tanti affascina e che a me irrita oltremodo. É proprio a causa della chirurgica progettualità tesa a tenere insieme il quadro sinestetico che, a mio avviso e per paradosso, finisce per collassare tutto l’impianto dell’opera, che risulta caotica, spezzettata e sublimata dai frammenti. In poche parole, Wes Anderson rimane intrappolato dalla cornice del suo stesso spazio scenico, che pare implodere su se stesso piuttosto che forzare i limiti di teatro, cinema, narrazione.
Il confine tra micro e macro storia non vive dunque di una dialettica fertile, soprattutto se a togliere le castagne dal fuoco è necessario l’intervento del Deux, della singolarità-aliena che congela il giudizio sul dramma esistenziale ponendolo su un piano altro, ulteriore, debordante, supponente. Gli attori – un cast stellare – paiono deprivati della loro stessa anima, di ciò che li ha resi sublimi, e si aggirano come zombie per la sideralità dei quadri, vampirizzati come sono dalla maniacale formalità del regista. In ció Anderson mi ricorda certi isterici compositori e musicisti (di quelli che piacciono tanto a certa critica), che tengono a freno la creatività dei partner in funzione di sterili obiettivi formali, con risultati spesso agghiaccianti. Wes Anderson è per me una dissonanza che non si risolve mai, la tela di una Penelope con l’Ulisse in casa.
Quando l’orrore irrompe sullo scenario delle opulente società mediatiche, si genera il cortocircuito che fa saltare la fragile struttura del dispositivo che le regge. Con l’attacco compiuto da Hamas durante il rave in Israele, ecco la violenza fare irruzione entro la bolla di Reale degli eletti di Schengen, quella stessa medesima violenza tenuta debitamente fuori dagli argini dell’egemone società occidentale. Tale densità irriducibile (l’attacco a dei civili, la crudeltà non contemplata fuori dallo scenario dei mercenari della guerra) diventa così prorompente e tracima oltre l’orlo tollerabile della diga che compone l’Immaginario dell’opinione pubblica. A poco serve ricordare che negli stessi luoghi geografici (a testimonianza che ogni confine è oramai psicologico e non più geografico), tale orrore è ordinario in Palestina, e non fa parte del rimosso che, viceversa, è attivo come tabù nelle cosiddette “società della sorveglianza”.
A subire maggiormente il trauma dei fatti del recente attacco via terra di Hamas è, naturalmente, la sinistra italiana, o ciò che ne rimane, folgorata dalle contraddizioni che la compongono; su tutte lo iato che nevrotizza le scelte di politica internazionale rispetto a quelle ideologiche: semplificando, la linea politica di Bruxelles e dei mercati che si contrappone alla tradizionale vicinanza alla “questione palestinese” (Davos vs kefiah).
Altre contraddizioni laceranti possono facilmente essere individuate: appoggio alla reazione di Israele come atto di risposta a un attacco e posizione pro Ucraina nei rispetti della reazione russa dopo gli attacchi nel Donbas, plauso agli atti repressivi delle forze dell’ordine durante il lockdown e condanna della polizia per i fatti di Torino, per non dire delle adesioni alle politiche attuate a danno dei disobbedienti (il famigerato green pass) che vanno a contrapporsi con le storiche battaglie sindacali per il lavoro.
Sono tutti aspetti correlati che, nell’apparente diversità dei contesti, accomunano la galassia DEM-progressista, ormai in rotta verso il buco nero (l’objet petit a) ove si annulleranno catarticamente tutte le derive della dialettica tra significanti e significato.
Alquanto bramai ch’ogni corpo sinuoso di donna mi bramasse, ma poi dovetti porre freno di fronte a cotanta Grazia offerta. D’ogni parte giungeàn formose donzelle a offrirsi, prospere di febbricitante ardore, lascive oltr’ogni limite e sanza ritegno alcuno. Mio malgrado ordunque, alla macchia finii col darmi, pur di fuggire all’orda di fameliche, poppute ossesse. Adesso il mio desìo dovrò tenere a bada, e a carezzàr le rimembranze delle mie erotiche gesta, volgerò il dipanar del tempo che mi resta.
La Torre di Babele crolla e con essa l’ardire dell’uomo di innalzarsi verso l’Onnipotente. Il fallo è organo primitivo, semplice e grezzo rispetto alla multiforme natura della vulva. Necessita di una raccolta pelvica di sangue al fine di potersi erigere e di inoltrarsi per le cavità ctonie della Conoscenza. Ma il suo penetrare si arresta sempre sulle soglie dell’estasi, destinato com’è alla disfatta dell’afflosciamento, alle vele ammainate nella bonaccia della “petit mort”. Il presente annuncia indici statistici con cali evidenti della fertilità del maschio. Gli oggetti di fascinazione sono tutti vulvari: la PlayStation (penso a “EXistenZ” di Cronenberg), le tv al plasma, la lavatrice, il materasso in memory, ecc. Solo nelle ricche società dei multimiliardari arabi si perora la causa dell’ innalzamento dei grattacieli a Dio.
Il fallo è morto!
La Storia è finita!
Il futuro è sempre stato satanico, dunque ermafrodita.
Ma è vero, essi la temono/più che la morte, la bellezza è temuta più che la morte/più di quanto essi temano la morte.
Questi versi di William Carlos Williams sono miei.
Molte donne non mi comprendono quando affermo di soffrire di una vera e propria sindrome di Stendhal per il corpo, le forme, la suadenza, la seduzione, il fascino dell’essere femminile. Il mio è una sorta di spleen che mi spinge verso le spire di Thanatos, un impulso del tutto irrelato che, paradossalmente, annulla il soggetto precipitandomi in una sorta di Tartaro. Tale dannazione è figlia del duello tra Bellezza e Morte, e non può trovare pace nell’atto del possesso, giacché è proprio la fallibilità dell’Eva scacciata dal Paradiso Terrestre a rendermi perennemente vinto dalla levigatura e dalle imperfezioni del corpo, da questo perenne iato tra Natura e Idea.
In un certo senso, la donna avvenente e desiderata, esprime la reale natura della brama, che è legata alla potenzialità del tradimento, alla bugia sacra che genera la favola, all’oltraggio dell’ indecenza. L’amore è un surrogato. Scatta quando la passione erotica (Eros) si acquieta: allora riemerge il Soggetto e si placa la furia della fiera. La fiamma è spenta dal liquido sacro, ogni sentimento si fa libero dal tormento dell’estasi.
Una delle ragioni per cui ho deciso di ritornare in questa Catania martoriata, abbandonata, offesa, umiliata è questa: oggi al bar una coppia di briosi stranieri stavano accumulando al bancone un cargo di pasticci, fra mezze granite, cannoli, cappuccini, arancini, brioche e non so cos’altro. Si apre il dibattito, giacché i due, non contenti, vorrebbero un mix tra caffè freddo e “cronata” di caffè. Nessuno parla inglese, dunque intervengo. Immaginate la scena come in un quadro: il barista immobile con in mano un bottiglione di caffè freddo e nell’altra una palettata di granita di caffè, colto in un frame perenne che lo eternizza, e una piccola, caravaggesca calca dalle bocche spalancate a far da contorno ai due stranieri. La questione alla fine viene risolta: la coppia nella foga ingorda del giorno di passaggio, bramava la delirante carrellata di sapori, culminante in una tautologica miscela di caffè e granita di caffè. Ne nasce un dibattito accorato. Intervengono altri avventori. Si crea un capannello. Invano si cercherà di fare intendere ai barbari – che nel frattempo addentano cialde di cannoli dopo averle intinte nella coppa di granita al pistacchio – circa il delirio di tali giustapposizioni del gusto. Rassegnato, abbandono la scena e mi immergo nei pensieri, mentre lo scooter incede per le stradine della campagna della Timpa. Ci rimane soltanto un barbaglio d’armonia nelle proporzioni del gusto: nello spazio anarchico in cui mi muovo, questa martoriata terra è ancora il riflesso di un mistero attivo.
Le parole si attaccano alle giugulari dei significanti, a loro volta in cerca di significati da violentare. Si chiama linguaggio quel fenomeno bioculturale costituito da ciò che consente la fonazione (capacità di articolare la mandibola) e dal complesso simbolico di segni che determinano un ambito culturale.
La stratificazione delle culture genera paradossi di ogni genere, infatti spesso si tende a confondere il linguaggio con la lingua, quest’ultima essendo il mezzo espressivo consentito dal linguaggio e ciò che definisce le caratteristiche delle relative leggi fonetiche.
Prendiamo uno dei paradossi linguistici attuali, la diade maschilismo/femminismo. È del tutto evidente che la parola maschilismo è attualmente connotata da una significazione negativa, trattandosi di un neologismo creato negli anni Sessanta per indicare una presunta superiorità bioculturale del maschio. Viceversa la parola femminismo fonda nelle sue radici su un movimento culturale atto a legittimare la parità dei diritti civili delle donne. Ecco emergere una sottospecie di significato: superiorità vs parità (a scavare bene, emergono perle nascoste). Attualmente la connotazione del termine femminismo è fortemente carica di un’ideologia politica tracimata nel cuore del linguaggio: rispetto alla vasta gamma politico-ideologica del suo passato, oggi il termine femminismo è attratto dalla polarizzazione della categoria gender; ciò a seguito della contrapposizione con il termine sex introdotta nel 1975 da Gayle Rubin. È da questo momento topico che viene a scindersi la componete bioculturale del termine fra caratteristiche biologiche e culturali dei due termini.
In buona sostanza nel 1975 comincia a scomparire il soggetto biologico in funzione di una categoria identitaria complessa, secondo un principio pulsionale tendente – al suo estremo – alla scomparsa definitiva di ogni peculiarità sessuale. Ancora una volta ecco emergere un’altra sottocategoria: il temine maschilismo è semplificazione negativa mentre il termine femminismo diventa complessità positiva. Pochi notano che questi processi di brutalizzazione della lingua portano a una sostanziale smantellamento del soggetto, con conseguenze tragiche per l’immediato futuro.
L’immigrazione è una risorsa. Non comprendere questo nel 2023 significa essere fuori dal tempo storico che stiamo vivendo. Un paese come il nostro, al centro della “mediterraneità” dei millenni, ha una naturale vocazione all’interscambio culturale. Tradire questa nostra inclinazione a fronte di problematiche contingenti, significa precipitare nella notte involutiva che relegherà queste regioni del pensiero entro limbi privi di prospettiva. Noi necessitiamo di interscambio. Il nostro è un paese dalle pulsionalità infette. Da siciliano poi, non riesco a immaginare altro che sincretismi per questi innumerevoli paesaggi, per questo indefesso miscelarsi di mari. Noi siamo stratificazione di civiltà, dalla Turchia, all’Egitto, alla Spagna passando per l’antica Cartagine, le rotte fenicie, le magnificenze del Bosforo, crocevia di culture, merci, religioni, tradizioni… L’Altro è sempre stato nostro “fratello”, anche sotto la feroce veste del nemico e del conquistatore: integrazione, risorsa di cambiamento, futuro. Di questo passo saremo solo una rimanenza sterile di civiltà morente, fermenteremo delle nostra putrescenze in preda alle mode delle isterie mediatiche e politiche di turno. Andare oltre ogni ideologia politica è il compito di ogni essere umano civile del 2023.
Aprire le pagine di un libro è come viaggiare indietro o avanti nel paradosso magico del divenire di futuri e passati. Dacché ogni cosa diviene nel suo manifestarsi, ecco il libro farsi scrigno, sigillo, cristallizzazione dinamica da sfogliare. È una pratica di disvelamento che ha come apparenti colonne d’Ercole i confini della copertina, i quali fungono da illusorie pareti da penetrare per gli infiniti processi di smaterializzazione dell’ego.
Favole, tragedie, commedie, trattati: il libro è verità lamellare, ogni pagina un sipario che si apre e si richiude sul palcoscenico di ogni vita, ogni parola, ogni sintagma, un pozzo incantato di luce abissale. Sfogliare un libro è pratica sacra, fuoco che squaglia il soggetto entro il nuovo calco che lo renderà iniziato e pronto alla rottura del sigillo. Leggere un libro è liberarsi del fardello del proprio Sé, vibrare in consonanza con l’immanenza della cellulosa, della carta che fa da tavolozza al nuovo disegno ricalcato dal lettore. Così il libro si fa bara, ara dove è sepolta l’anima dello scrittore, e intorno alla spoglia del creatore, sul sarcofago ornato dai geroglifici viventi delle parole che ancora una volta canteranno del mistero del mondo, danzeranno i fuochi fatui dei viaggiatori delle pagine, in un perenne vortice di luccicanza.
Oggi ho visto un elefante coi pantaloncini corti e le infradito addentare un arancino e colare di sugo come una vecchia petroliera sfondata. Al suo fianco la famiglia assuefatta e dei vasi di piante appassite a far da mesto corredo al bar di periferia. Solo pochi metri più avanti il sole andava a schiantarsi sull’asfalto, sul catrame delle frenate dei motorini e sulle buste di plastica svolazzanti dall’ortofrutta di fronte.
Oggi ho visto una forsennata ingobbita che si ostinava alla sua corsa sbilenca e tangenziale al bar, e a me pareva potesse schiattare da un momento all’altro, e avrei scommesso venti euro che sarebbe crollata poco prima di svoltare all’angolo della farmacia. Invece no; la “gobbista” correva ancora sbilenca prima di essere inghiottita dalla via ignota e interdetta per sempre al mio vissuto che sarà. Ho visto queste e tante altre cose.
Per esempio, ho visto il prete della chiesa alla mia destra diventare un punto interrogativo nero sul portico, e poi lampeggiare come un fuoco fatuo nei pressi del presbiterio interno. Ma questa è un’altra storia.
⁃ Oggi a mare ho visto una nonna bomba ciccia farsi esplodere al largo nel tentativo di procacciare cibo ittico al bestiale nipotame. L’orda pestifera ha divorato i resti morenti di un tonno di passaggio. Dall’alto Iddio Cristo Onnipotente non favella e continua ad arrostirci nella canicola, come sardine sulla graticola. Ultimi rantoli di un mondo con gli umani.
⁃ Oggi ho visto una nonna putrescente affettare salumi con la sua dentiera a un drappello di lerci turisti moldavi biciclettosi. Urlava la vecchia in una sorta di lingua oscena, sputando l’anima infetta sul drappello orante il bisbiglìo dell’incomprensione. Io attendevo fremente e al contempo osservavo con cura gli errori di farcitura della salumiera ossessa. Ho visto salame al posto del prosciutto, e cetrioli crudi cadere come soldati falcidiati dai proiettili. Ho visto sottilette Kraft e pezzi di grana sparsi a cazzo di cane, mentre il disagio fonetico della Babilonia sonora si faceva vieppiù pressante con l’approssimarsi dell’orario di chiusura. Io ero parte della clientela in attesa. Sembravano afflitti come ex manager in fila alla mensa della Caritas. Eravamo rassegnati e al contempo rispettosi e in religioso silenzio, giacché c’era qualcosa in questi moldavi vacanzieri di estremamente triste, che ricordava certi tramonti ferrosi al di qua del Danubio. Qualcuno del drappello ci sorrideva di quei sorrisi tristi che noi siciliani non possiamo derubricare sotto la categoria del concetto di “sorriso”. Quando è giunto il mio turno ho deciso di lasciare platealmente il posto agli altri, e mi sono congedato dalla vecchia malefica con queste solenni parole: “come ti fai il letto, così dormirai!” (Proverbio moldavo che ho trovato sul web smanettando sull’iPhone durante la snervante attesa).
Dopo aver finito la Recherche sono piombato in una sorta di incantamento lucido, e mi sono riavvicinato al mio immaginario d’infanzia, alla favola che tanto costellava di brividi di stupore i miei pomeriggi. È come se, per tramite di Proust, si fosse riaperto un portale d’accesso a quella speciale condizione sensitiva che ha caratterizzato quel tempo idilliaco, un filo di seta luminoso che mi ha condotto verso un’aspettazione che non è propria di questi miei anni. Ciò mi ha reso ancora più attivo su vari piani percettivi: più al pathos della fiaba, al dolore che ribolle sotto il fuoco delle antiche simbologie, alla realtà vivida del vissuto dei protagonisti, che alle fantasmagorie dell’immaginario e allo stupore del maraviglioso favoleggiare.
È la terribilità della fiaba ad affascinarmi adesso, mentre osservo le cartacce volteggiare al vento fresco di settembre, o ascolto le prime mareggiate frangersi sulle scogliere, nelle notti che paiono gravarsi di un mistero crescente con l’approssimarsi dell’equinozio autunnale. Questo canto colma di ardori e stupore i miei viaggi serali, che ora paiono straordinarie avventure verso un ignoto che par divenire fanciullezza, secondo un processo di inversione che si mostra a dispetto del fluire apparente del tempo. Talvolta è un volto femminile, che riconosco fra miriadi di volti, a rammentare la corruttibilità del mio corpo fisico fra le vite passate e future, a squarciare l’involucro che mi separa da quella fascinazione che sembra essere manifestazione di un arcano. E allora mi chiedo: come fare? Come comunicare tale enorme impellenza nel teatro del Reale, come porgere all’eletta il ramoscello poetico senza essere intrappolati dall’analisi reticolare dalla metafora della similitudine?
Difficile, senza correre il rischio di spezzare il fragile ordito che unisce i due mondi. Allora occorre trasformarsi in eroi, vivere costantemente sull’orlo di una dualità, fra vita e morte, vecchiaia e giovinezza, felicità e tormento, puntare la lancia in gola alla fiera fuoriuscita dagli abissi, essere cavalieri di carta del nostro vissuto. Fallire e risorgere nel rebus di significanti che rigenera le immagini di fonte sorgiva e crepuscolo di civiltà, orchi, dame e castelli, parrebbe essere l’unica mia via verso l’infanzia della mia memoria, verso quel luogo inafferrabile costituito dalla monade viola pulsante che sublima la caducità di noi esseri mortali.
Cominciamo col dire che l’opera di Nolan comincia ad avere un senso se presa nel suo insieme. È un po’ come cercare di trovare la “storia segreta” che si muove carsicamente per tutti i sonetti di Shakespeare, e come ne i “Sonetti”, il significato dell’opera di Nolan è in parte extratestuale e si avvinghia a tutto il corpus della sua opera cinematografica come un’edera.
In questo flusso “nolaniano” che accomuna il rigore di Kubrick e certa visionarietà di Malick (Nolan essendo più una sorta di continuatore che di emulatore di questi maestri), si iscrive la sua ultima opera: “Oppenheimer”. Per intenderci, siamo distanti dalle spettacolarizzazioni di “Interstellar” e “Dunkirk”; ci ritroviamo, semmai, di fronte a un film dove l’inchiesta sul “caso Oppheneimer”, l’approccio freddo e razionale dello scienziato, la minuziosa cura del dettaglio dei dialoghi, si intersecano fino a fondersi con la visionarietà profetica del protagonista, con il suo ruolo di Cassandra e di messaggero della Nuova Apocalisse. Nolan ha lo straordinario pregio di rendere cinematografico il flusso di coscienza dello scienziato mediante un geniale contrappunto tra Reale e Immaginario delle inquadrature, ove ai dialoghi e alle scene narrative, si succedono sequenze di astratte dissoluzioni della materia, di particelle e gas, di devastazioni post-atomiche.
La prospettiva proustiana della narrazione, con i suoi continui deragliamenti sul piano temporale, mostra il calvario del protagonista e il suo cammino verso una forma di redenzione passiva che par farsi saggezza durante la vecchiaia. In questo senso, la detonazione del primo ordigno nucleare della storia, il Trinity test del 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos, rappresenta il lacaniano “point de capiton”, la detonazione che funge da acme alla catena dei significanti, il sigillo che renderà Oppenheimer consapevole del suo ruolo prometeico.
Due mie poesie contenute nel libro “Nei dintorni della civiltà”. Una narra di una morte in ospedale…
INTRODUZIONE ALLA METAMORFOSI
Erano sempre più radi i tuoi ghigni in terra i brandelli della tua desquamazione.
Nelle ultime fasi vivemmo gli affani e sputammo i catarri come naufraghi, dalla carotide in su.
Quella che scorgevamo non era la terra ma il madido risvolto d’una coperta che il tuo delirio rendeva soave.
Poi venne la quiete con l’ultimo strappo formasti l’arco del tuo arcobaleno e come dea scoccasti la freccia.
Conficcato nel verde d’una qualche memoria pulsa feroce del tuo desiderio il dardo è nel cielo una nuova cometa.
L’altra…
L’INERTE
Contemplavo l’apparente giogo dei tramonti l’illusione prensile dei primi raggi del mattino il feroce inganno dei lenti meriggi la laboriosa miniaturizzazione del tempo.
Al mio fianco la stanca quiete degli ardori alle mie spalle il mogano lucido della morte in alto l’incendio e lo stupro del soffitto di fronte l’inossidabile crepa sulla carta da parati (ancora scava come un nero torrente nel pigmento d’una memoria estranea).
Come può mai risorgere una terra così martoriata nell’anima prima che nel corpo? Pochi comprendono che la Sicilia e tutto il Meridione sono affetti da “hybris”, ossia da un problema spirituale che nessuna politica oscena o pertinente potrà mai risolvere. Il dramma di queste terre è carsico, si riflette nella superficie, ma alberga nelle oscurità della sofferenza dei Sapiens. Lo scempio di queste terre nobili e benedette è l’urlo sgraziato delle anime perdute e abbandonate alla loro stessa inerzia. Ogni cosa risuona con accordi sgraziati e irrisolti in una partitura naturale interpretata da povere creature antropomorfe. La punizione, questo fondamentale atto rimosso nel presente, è l’unica regola per riportare innanzitutto al “Do centrale”; una sorta di zenit, di acme, di tromba del Giudizio devastante, tonante che annichilisce e paralizza ogni mortale. Solo dopo si può pensare di (ri)educare alle bellezza, noi che la bellezza l’abbiamo respirata con le viscere di un passato inconcepibile, noi che annaspiamo fra le macerie di divinità sepolte.
L’eroe del nostro tempo non compie (non può! non può più!) gesta memorabili, teso com’è a ordire tranelli all’Impossibile post fiabesco, la fiaba essendo ormai concreta prassi videoludica, morfologia della sfida titanica reale, quotidiana, prassi esperibile ad ogni orario.
La follia è globale, è di tutti, non è più esclusiva dell’eroe prometeico, ed essendo appunto così diffusa, non è più invisa alla morale del mondo, fatte salve le sue devianze contemplate dal modello standard, dalla nosologia tollerata dai nuovi tiranni della “nemesi medica”. Le sfide coi draghi e le chimere, i viaggi dimensionali, le odissee, fanno parte dell’ordinario adolescenziale e salutare che riempie il tempo libero dei globalizzati, a sua volta costellato di rompicapi da risolvere e di scelte relative ai panni dell’eroe da indossare: guerriero, mago, cavaliere, maschio, femmina, vecchio, giovane, ecc.
La mortalità sfida così l’eterna rigenerazione dell’eroe perito, nel paradosso del player-demiurgo-mortale che può decidere le sorti della sua creatura immortale. Questa inversione produce un salutare corto circuito dei significanti, destabilizzando l’ordine cronologico del mondo sensoriale, così costringendo il player alla fervida, dialettica pugna contro la tirannia dell’ onnipotenza del Significato.
L’eroe, del resto, è da sempre consacrato alla liberazione dell’onnipotenza che vincola con l’incanto la libera circolazione delle energie represse, e gli eroi del nostro tempo operano in tal direzione per tramite di una mistica digitale che consente singolarità nel ready-made, ed esperienza emozionale del soggetto.
In fin dei conti, come scrive Cristina Campo, “la caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità”.
L’eroe muove dalla tragedia, alla fiaba al mondo videoludico. Il fine non è mai la necessità, ma la ricerca del dettaglio affabulatorio che scarnifica una nuova utopia. Polverizzandosi in una miriade di significanti, l’eroe si è in tal modo eternizzato, svincolandosi dall’unicità dei vincoli del prometeico.
Non mi capacito di tutto questo accanimento della critica nei confronti di questo bel film. Certamente non siamo sui registri del recente Friedkin (accomuna i due film certa efferatezza), ma ho come l’impressione che i più abbiano preso una cantonata. O meglio che abbiano preso tropo sul serio il gioco di citazioni che Stone mette in tavola. Sono cibi in plastica, modellini di porzioni di pollo e patate e bicchieri di birra gelata: non occorre azzannarli per comprenderlo.
Assaporare “Le Belve” significa sostanzialmente: “Hey man! smettila di giocare con i paragoni (gioco fin troppo facile con Stone) ed entra nel vivo della storia narrata!”. Del resto, Stone lo conosciamo; è regista che alterna sprazzi di classe adamantina a cadute di gusto al limite del ridicolo. Ma qui, tutto sommato, il film regge: su tutti Benicio Del Toro con una prova maiuscola (a me pare sempre di più Brad Pitt dopo un sequestro di Al Qaeda).
La storia è tutta incentrata su iperbole e caricature, i personaggi sono carnascialeschi e, ovviamente, la cifra estetica di “Le Belve” non può raggiungere l’acme di un Rodriguez, per non dire di un Tarantino (e qui mi contraddico subito con queste comparazioni).
Diciamo che siamo di fronte ad uno Stone gigionesco che cerca di far sorridere con qualche barlume di splatter. Ma la trama è buona, il ritmo incalzante, e personalmente ho gradito molto i due finali. Ricordiamoci che stiamo parlando pur sempre del regista di “Wall Street”, “Jfk”, “U-Turn” e “Assassini nati”: prima di ironizzare certa critica dovrebbe comunque sciacquarsi la bocca. Dagli osannatori della Comencini pretenderei quantomeno un po’ più di rispetto.
“Occorre molta fede per riconoscere simboli in ciò che è avvenuto realmente” (da anni ritengo la scienza simbolica l’unico pertugio da dove sbirciare fra le pieghe del Reale).
“Se non avremo da quel sogno disimparato il cercare, imparato il trovare… e che passava tuttavia facilmente dentro la cruna di un ago” (E questo è il processo inverso a quello falsamente conoscitivo delle scienze recenti, un percorso che prescinde dal flusso temporale, eternamente fissato sulla sfera indefinita dello spazio, come quello della fiaba o del sogno).
“Furono sempre poche le opere di poesia così distese sopra il tempo umano e pochissime hanno data recente” (L’erronea percezione “evolutiva” dell’homo sacer, nell’immane conflitto cognitivo sensoriale che solo la poesia del sublime “risolve”, ma con processi inversi rispetto a quelli logici delle equazioni matematiche, con tutto il portato infinito che sovrintende il pensiero, in quell’anfratto inconcepibile di durata che non è il Tempo”.
Siamo su rai tre col mio trio. FCTrio, con Francesco Cusa Tonino Miano Riccardo Grosso. Ben due mie composizioni tratte da “Minimal Works”: “Luminal” e “The Only White Smarties” (min. 18 circa). Assenza totale di concerti ma almeno la considerazione della migliore rete nazionale radiofonica.
La verità è che questa storia del covid, del lockdown e della vergognosa mortificazione dei diritti del cittadino, ha finito col rappresentare un vero e proprio momento di rottura ideologica prima che politico-economica. Il Paese si è spaccato e frantumato nel vissuto di quei terribili anni, e con esso si sono sfaldate le rimanenti strutture ideologico-politiche che avevamo retto, seppur con molteplici segnali di cedimento, fino ad allora.
Ciò che rimaneva del pensiero progressista di “sinistra”, è confluito negli affluenti del nuovo orizzonte teologico di stampo “davosiano”, in quella mistura di cultura scientista e di “genderismo fluido”, per poi sfociare nel mare magnum del nuovo corso totalitario espresso dalle plutocrazie dominanti. Il Word Economic Forum è il teatro ideale atto a rappresentare le nuove tendenze di una sinistra che ha preso a modello un banchiere come Draghi.
Chi è rimasto fuori da questo processo di trasformazione, è improvvisamente diventato “orfano”, spogliato dei convincimenti radicati da anni di acculturazione strumentale, ma al contempo si é connotato come soggetto non “assimilabile” dal nuovo ordine teologico dominante. Nascono così nuovi neologismi, etichette da appioppare a queste nuove schiere di zombie irredenti. La cultura passive-aggressive trova slancio grazie alla ghettizzazione dei non assimilati; vengono coniati i termini di “no-vax”, si umilia chi non ha accettato di vaccinarsi, si nega il diritto al lavoro a chi ha scelto di non sottostare al diktat sanitario.
Il nuovo totalitarismo è un fatto conclamato. L’elettore DEM diventa così uno Zelig, uno straordinario mutaforma al servizio del nuovo dogma scientista che teorizza un processo uniformante avente cancelculture e genderismo fluid come strumenti di propaganda artatamente pilotati.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ogni voce fuori dal coro viene isolata dal mostruoso contesto e filtrata da organi di controllo (come “Open” del famigerato Mentana) al fine di inibirne il potenziale contenuto. Ribellarsi e lottare contro le peculiarità di questo potere dal volto democratico è un dovere.
Vinterberg colpisce ancora e dopo “Festen” ci regala questo agghiacciante e sublime “Jagten” (La Caccia).
Madds Mikkelsen fornisce una prova che definire straordinaria è dir poco. E’ un film che paralizza: sguardi, espressioni del volto, silenzi, costituiscono il mosaico di un geroglifico che si disvela con cadenze inesorabili. Ogni dettaglio – dalla fotografia, agli scarni ma densi dialoghi – è netto, prezioso, ineluttabile. Tutto ciò senza mai un attimo di noia, né una sbavatura.
La trama narra di un’accusa infondata di pedofilia nei confronti di un uomo divorziato ma perfettamente inserito nel contesto comunitario della provincia danese. I temi in gioco sono quelli della pedofilia, dell’innocenza e della psicosi collettiva. Questi si installano seccamente nello scenario vissuto dallo spettatore con una spietatezza amplificata dalle ritualità di una società al contempo aperta e tradizionalista. Lucas dapprima pare assorbire le infamie accusatorie in maniera passiva, poi pian piano comincia a lottare in maniera prometeica e prende a sfidare il contesto di petto, rinunciando a sottomettersi alle regole di una comunità presto fattasi orda carica di violenza. Le scene al supermercato e quelle in chiesa alla vigilia di Natale rasentano il delirio emotivo.
Siamo al contempo sideralmente distanti e maledettamente adiacenti a film come “Il Nastro Bianco”. Lucas diventa il capro espiatorio di un sotterraneo perturbamento collettivo, tipico delle società opulente, di una sorda e carsica carica d’odio tenuta a freno dai minuetti della convenzioni borghesi, ma pronta a straripare alla minima deroga, al primo segnale di devianza. Il personaggio bascula tra il deliquio di un Raskolnikov e la veemenza di un Karamazov nell’eterno dilemma della colpa, reale o supposta, tra incubo e ragione, in un andirivieni senza stasi.
Tuttavia il tema del perdono in Vinterberg viene a polverizzarsi non essendo neanche contemplato. Lucas viene riaccolto nella comunità grazie al suo atto catartico: impone con le stimmate e la sofferenza la sua innocenza, guardando dritto negli occhi i suoi amici, incenerendo con le virtù del santo furente ogni residuo di sospetto. Tuttavia, è forse nella presunta innocenza di infanti e adolescenti che si nasconde il seme dell’odio, pura e crudele spietatezza senza logica, come testimoniato dallo sparo finale.
Registi come Friedkin, Haneke, Von Trier e Vinterberg hanno una straordinaria dote: quella di elevarsi al di sopra di ogni morale contingente e di ficcare due dita nelle palle degli occhi dello spettatore; senza ritegno. In qualità di cavie – pur sempre un privilegio – annaspiamo e triboliamo alla ricerca di vie di fuga e certezze che non possono (fortunatamente) esserci. Compito degno di un artista è quello di non farci abbassare il capo di fronte all’Orrore e ad i suoi sconcertanti giochi di specchi, di tenerci ben svegli e desti, anche a ceffoni se è il caso.
Grazie Thomas per avermi ricordato quanto fa male una manata sui denti.
Ma si dai, occupiamoci di problemi drammatici quali quello del medico che fa apprezzamenti al culo di una paziente, si dai, sbattiamo queste notizie in prima pagina, che poi a un influencer newyorkese basta poco per creare il panico. Continuiamo con questa società iper protezionista che tratta i propri pargoli come Barbie e Ken da tenere al riparo da ogni problematica concreta, così alla prima reale difficoltà (chessó aprire un ombrello mentre diluvia) questi invocheranno la mancanza di diritti civili, pronti a denunciare il meteorologo sessista. Nel frattempo da destra, da sinistra, dal centro e da ogni lato continuano a piazzarcelo in quel posto, potendosi concedere ogni forma di sopruso sul cittadino, ben consapevoli che una generazione così fragile sarà facile da governare e lobotomizzare nell’immediato futuro. Continuate cosi, mentre vengono piazzate tasse assurde, accuse indegne, multe vergognose, mentre i reali diritti vengono vilipendiati carsicamente e col sorriso di prammatica dai vari totalitarismi parlamentari, e le masse vengono allarmate di continuo, secondo i criteri strategici della Società della Sorveglianza. Arresteremo così chi avrà detto “che bel culo!”, e osanneremo gli alfieri del politicamente corretto, i veri demoni del nostro sfortunato presente.
Sono al mare con la famiglia. Da lontano i lidi pieni di gente. Spiagge affollate. Cabine a schiera. Fritture nella canicola. Pance. Costumi. Schiamazzi lontani. La rade folate di scirocco sanno di creme abbronzanti e doposole. Qui, dal mio angolo di spiaggia protetto, vedo questa gente baluginare nella canicola: fantasmi, parvenze diurne. Sono stanco. Di molte notti stanco. Dormo poco. I miei occhi lacrimano dalla stanchezza. Seduto nella mia sdraio ondeggio in questo andirivieni di sonno-veglia. E poi questo caldo. Ho in mano una matita e sulla coscia destra la Settimana Enigmistica. Dovrei fare le parole crociate sotto l’ombrellone. Il 7 verticale rimane incompleto. Un palazzo abusivo senza intonaco, in mezzo a dei buchi neri come il catrame. Caselle vuote da riempire. Buchi da colmare…Un’autostrada hanno fatto saltare…
Ieri sera, in casa dell’avvocato (omissis). sfogliando quel libro sulla civiltà hymalayana mi avevano toccato le immagini dei kirtimukha, sculture indiane collocate generalmente all’ingresso dei templi, enormi volti muniti di grandi denti e di un’imponente mascella superiore, ma totalmente sprovvisti di mascella inferiore.
E’ il tempo che non può divorare se stesso -, recitava la scritta in calce alla foto in bianco e nero.
La cosa mi aveva incuriosito. Oggi mi sconcerta.
Mi risveglia la zaffata di parmigiana alle melenzane. Devo essermi riaddormentato. Sudore. Odori. Profumi che mi legano alla morfologia di questi luoghi, alla mappatura di questo mio concreto esserci. Ma non appena socchiudo gli occhi – che paiono calare giù come imponenti mannaie -, c’è quella faccia tutta denti e quella scritta che mi si scioglie in bocca, come il sorbetto al mandarino di ieri sera.
E’ il tempo che non può divorare se stesso.
Eppure io di facce così ne ho viste. Penso a (omissis), e anche a (omissis). Ne ho incontrate in giro per la Sicilia di facce così. Non tantissime a dire il vero. Me ne ho incontrate. Appartengono a quella categorie di maschere tutte denti con un che di trascendente in quello strabuzzare di palle degli occhi. Vicini alla categoria del disagiato psichico, ma con caratteristiche diametralmente opposte, questi individui hanno il totale controllo emotivo, dell’intero struttura psico-fisica. Rasentano l’handicap maxillo-facciale, come una tangenziale tedesca, ma non intersecano la categoria dello scimunito. Mai. Al contrario. Questi sono quelli più pericolosi. E’ il ghigno disumano del Reale, scarnificato dall’emozione, imploso nella catarsi sadica di chi ha compreso che non c’è legge che non sia prodotto e scoria dell’uomo.
Apro e chiudo gli occhi. Non so se sono sveglio. Non so se sto dormendo. I miei baffi sono quelli di Giovanni in questo stato di limbo. Mi stanno appiccicati come quelli di Charlotte. Che poi mi faceva impressione Charlie Chaplin quando lo vedevo senza baffi. Mi pareva cattivo. Comunque mi faceva effetto.
Uno sputo di vento, che ricorda il mio phon quando funziona male, giunge al solo scopo di ridestarmi ancora da questo torpore fasullo. Questa sottospecie di brezza, questo rivolo di bava ossigenata, solleva ora mulinelli di sabbia facendo luccicare di pulviscolo giallo dorato queste terrazze. Il verde delle pale di ficodindia che spuntano dal muretto in pietra irrompe con contrasto e violenza. Kirtimukha e “pale” di ficodindia…La “pala” di ficodindia è l’essenza spinosa della Sicilia. E’ qualcosa di ancestrale, di preistorico. E il tempo immanente che si fa frutto. Che germoglia di spine e zuccheri. Senza faccia. Senza occhi. Senza baffi. E’ il tempo divorato dai e dei siciliani. E’ un profumo, come questo delle melenzane fritte. Indecente e suadente al contempo. Qua, in Sicilia, si mangia. Si mangia. Ci si insozza di fritti. Si divorano case, strade e templi: a quattro ganasce. Si cagano zagare. Una ogni mille cagate. Si defecano decreti e norme. Mentre le guance odorano di Mennen, i colli di essenze di gelsomino e dalle ascelle si dipanano a raggiera gli aloni acidi e corrosivi che corrono come onde radio per i tessuti sintetici delle magliette taroccate. Stato e anti-Stato sono solo due categorie del pensiero. Sono la frammentazione dualistica di un Divenire. Una cosa buona giusto per i manuali da salotto dell’antimafia. Qui le facce del Kirtimukha si sono mangiate pure il barocco. Qui quando soffia il Maestrale riappaiono Ulisse con le vele rigonfie e Penelope che fa e disfà la tela, in un eterno canto greco. Qui il passato si frantuma nelle mascelle del Divenire, come calcare alla piccozza. Qui, nella padella del tempo, ristagna l’olio fritto dei secoli. Sordo. Pesante come le acque di uno stagno.
La gente è furiosa. Spaventata. Disperata.
Hanno fatto saltare un’autostrada.
Ma è successa davvero ‘sta cosa? Questa disperazione civile è un canto corale o la furia delle Erinni? E’ uno strumento della tragedia? E’ in atto? E’ un atto?
Lontano giungono le grida dei bambini: di gioia e di pianto. Il chiasso delle cose lontane, delle piccinerie delle famiglie con il salvagente nero come il catrame.
Con i gomiti faccio leva sui braccioli della sedia. Sento il mio corpo scricchiolare. Lo sento gigantesco come non mai. Ogni mia giuntura pare corrosa dalla salsedine. Più che vecchio mi sento antico. Come un relitto spagnolo conservato in perfetto stato. Le gambe sono quelle di un pescatore, con i pantaloni arrotolati al ginocchio. Faccio un enorme sbadiglio mentre inarco la schiena e con le braccia sfioro il canneto, il sole ed il cielo e poi ancora di più. Oltre. Ah, potessi ancora stirarmi. Ancora e ancora.
Mi sento perfettamente riposato, come se avessi dormito per ore.
Accendo la sigaretta ed espiro il fumo verso quest’orizzonte di mari-case-genti-spiagge-cabine-salvagenti. Ispiro ed espiro A ogni ispiro di nicotina e catrame gli occhi chiusi nell’implosione di questo big-bang intimistico. Ad ogni espirazione occhi strabuzzati come le facce di (omissis) e di (omissis) e del Kirtimukha.
Forse dovrei tagliarmi ‘sti cazzo di baffi. Ma prima dovrei smettere di fumare.
Chi sono i nuovi fedeli, gli adepti della Nuova Teologia Scientista-Gender?
Estremamente intolleranti, passivi e aggressivi, soggetti a continui bias di conferma, essi sono i germi atti a trasformare un’idea da completamente inaccettabile per la società a pacificamente accettata ed infine legalizzata (Finestra di Overton).
Credono di essere tolleranti ma sono ghettizzanti e sempre disposti a relegare ogni deroga al dogma entro categorie di comodo ben delineate. Comportamenti ieri inaccettabili, grazie al loro indefesso lavorio fideistico, oggi possono essere considerati normali, domani saranno incoraggiati e dopodomani diventeranno regola, il tutto senza apparenti forzature (vedi dittatura sanitaria e green pass, e anche il principio della “rana bollita” di Chomsky).
Tutti hanno le vitree certezze dogmatiche, le stimmate dei primi cristiani.
Vediamo a che categorie appartengono di solito costoro: marxisti, materialisti storici, DEM, scientisti, progressisti, ex radicali, strutturalisti e post-strutturalisti, esponenti della cultura LGTB, ex sessantottini, fanatici della “cancel culture”, economisti, filosofi hegeliani, medici e farmacisti, cocainomani, una buona parte di alcolizzati, i cinque stellati, i jazzisti italiani, e mi fermo qui. (Paradossalmente sonomeno contaminati, ma pur sempre corrotti, gli ultrà cattolici, i fasci col fez, i berluscones).
A chi è ancora in grado di dubitare, a chi si pone al di fuori da questi ghetti del pensiero, va tutta la mia stima.
(ATTENZIONE! STANNO TENTANDO DI FAR PASSARE IL REATO D’OPINIONE!).
Un tempo il PCI stava davanti le fabbriche, nelle sezioni, nei quartieri disagiati, si occupava di emarginati, disoccupati, proletari, adesso le sue emanazioni sono essenzialmente il prodotto di un’ideologia elitaria che mira a diventare globalista.
PER CONSERVARE UN’INTEGRITÀ DI PENSIERO OCCORRE STARE ALLA LARGA DA:
#lgbt #genderfluidity #cancelculture #bodyshaming #schwa #resilienza #nonbinary #cisessualità #demiboy #politicallycorrect ecc. ecc.
La nosologia del linguaggio è il portale attraverso cui il nuovo totalitarismo penetra; lo scopo é quello di separare per uniformare. Tutto ciò è funzionale alla preparazione di nuove categorie di consumatori per i mercati futuri. Non vi fate fregare da questo falso progressismo. Il vero fascismo si annida dietro le battaglie per i diritti civili e umani, dietro le campagne di vaccinazione di massa, il terrorismo climatico, ecc. Zizek docet. (FC)
PITAGORA BATTE SCHOPENHAUER 5 a 0: UNA COMITIVA DI TURISTI TEDESCHI IN SICILIA. La Sicilia, come è noto, è meta di viaggi organizzati in comitive, di cordate di vecchi tremanti senza timore di Dio che se ne vanno in giro per musei, templi, mostre, monumenti, in un’affannosa danza di cellulite, varici e caviglie gonfie. Lo fanno anche d’estate, quando Il sole strappa loro la pelle e produce melanomi in serie, con la caparbietà cocciuta che assume i toni della conquista, dell’infantile traguardo da valicare, del capriccetto senile ammantato d’acculturazione. I vecchi soffrono, hanno l’espressione contratta e digrignano i denti: gli occhi sbarrati sul depliant mal tradotto. Soprattutto i tedeschi (i vecchi siciliani ̶ ammesso che facciano i turisti ̶ col cazzo che se vanno in giro con la canicola; porte sbarrate e siesta). Si sente l’autoclave dell’ipertensione che lavora a pieni regimi, il sangue pompa che è una meraviglia, plasma che preme sugli stent, sclerosi, placche, sacche dense di colesterolo, vene, venuzze e venazze delle tempie messe a dura prova, mentre ulula la carotide: una sfida al collasso, al colpo fatale. A mezzogiorno, quando un tempo andava in onda il duello della carne Montana, questi irresponsabili stanno al centro del tempio di Apollo, in una Siracusa messicana con tanto di cactus. L’aria è densa, immobile; con un barlume di insana fantasia (leggi delirio), si possono intarsiare (nell’aria) orpelli e ghirigori con le dita. Qualcuno lo fa, oppure è l’alzheimer che suggerisce fantasie surreali. I tedeschi soffrono, barcollano ma non mollano, prevale l’assillo della conoscenza, e dunque si resiste stoicamente. È la Magna Grecia, “mein Gott!”, e occorre conciliare la bellezza delle vestigia elleniche col crauto e la Selva Nera: in altre parole una questione fottutamente esotica. Abbiamo poi una guida turistica che non fa una benemerita minchia, gesticola qua e là, indica capitelli a cazzo di cane, parla un po’ il tedesco, un po’ l’inglese. Quando si capisce che non è più aria (letteralmente), la colonna muove in direzione trattoria; torna spumeggiante l’allegria del “belo-italia-manciare-buono”, bisbigliato monasticamente con tanto di “smack” mimato fra le dita alla bocca. La truppa muove verso il lato consunto delle colonne, ultima rogna da superare prima del ristoro, in un trionfo di cappellini, cappellacci, parasole e gote rosse venate d’azzurrognoli ematomi, miniaturizzazioni blu-cobalto d’una qualche trombosi in atto. Pago di cotanto ardire, ecco il drappello approcciare le flosce tende della trattoria, ̶ primo, secondo, frutta e contorno ̶ mentre il sole spacca quel che resta dell’ombra nella sventurata postazione ad angolo dei locali, che finisce col fiaccare il respiro corto dei più massicci. È un’intossicazione da gita, una sfida sciocca quella del “conoscere a tutti i costi”, pagando l’indispensabile senza essere il Winckelmann; ed infatti a trionfare è sempre Sua Eccellenza il Menu Turistico (esagramma dell’I Ching: Il Ristagno). Decido di scattare loro una foto. Mi risponde una selva di dentiere gialle e una coreografia di grandi mani frutto del lavoro nella catena produttiva della Ruhr, palme e dita d’acciaio protese in un saluto che, sì diciamolo, ricorda smaccatamente quello nazista. “Cheeeeeeseeeee!”, fa eco il Coro-Wagneriano-Dissonante-Tranne-Uno; un pensionato vichingo giace riverso sul tavolo, probabilmente morto da eroe, o comunque fiaccato da un collasso. È la vittoria dell’Ellade, di Pitagora, di Empedocle, ma anche di Rossini e di certa tonalità, del Mediterraneo e dell’azzurro, contro il grigio topo di certi interni berlinesi.
A “Barbieland” tutte le Barbie si chiamano Barbie e tutti i Ken si chiamano Ken.
Nessuno si ammala. Ogni giorno è sempre più bello anche se uguale all’altro. Il maestoso e abbagliante mondo di Barbie, messo in scena dalla sapiente regia di Greta Gerwing (preceduto da un’esilarante citazione di “2001” di Kubrick, con tanto di arma-bambola brandita a distruzione degli antichi giocattoli), confeziona cinematograficamente il prodotto “Mattel”. L’uniformizzazione domina, ciò che preconizzava Guenon pare esser realtà: tutti sono replicanti del modello primigenio della Barbie-Eva e del Ken-Adamo. Ogni cosa pare permutare nell’eterno, uguale ripetersi del giorno perfetto, fin quando in “Barbie Stereotipo” comincia a insinuarsi il tarlo della morte, della caducità del tutto.
Il mondo “Reale” fa così breccia nel metamondo di Barbie e lo corrompe tramite il rapporto simbiotico che lega lo stereotipo di Barbie alla depressione di chi la possiede nell’altro mondo. Si rompe così anche l’incantamento che lega Ken dalla dipendenza di Barbie, ed in qualche modo le due entità si “soggettivizzano”, assumendo tutte le fallacie della caducità del mondo reale. Così, la cultura fallocentrica viene ripristinata da Ken, finalmente conscio della propria capacità di autodeterminazione, e ciò porterà alla decomposizione dell’universo fashion di Barbieland, che verrà trasformato in un luogo macho di battaglie e rodei, mentre l’effimero di Barbie – la linea perfetta, l’assenza di cellulite, di invecchiamento – sarà rimosso dalla legge patriarcale del tempo e dell’usura, che contaminerà il mondo Ideale rendendolo simile a quello Reale.
Il finale, in chiave vetero-femminista, vedrà il riscatto delle Barbie, per una nuova era tutta al femminile, ma non quello della Barbie-Prototipo, che abbandonerà la vita nell’abbraccio finale che l’accomunerà al destino della sua anziana creatrice.
In definitiva l’opera di Greta Gerwing è una metafora della plastificazione del mondo, assolutamente da vedere perché rappresenta, forse, una delle chiavi di lettura più efficaci per comprendere questo presente di transizione.
Finalmente una poesia abrasiva, che procura ferite e ustioni a chi la legge, finalmente delle liriche con lo sguardo rivolto all’osceno della sacralità (gli occhi aperti fino a farli lacrimare). La silloge di Annalisa Pascai Saiu è il frutto di un lungo processo di martirizzazione che passa attraverso l’inferno delle viscere, della zoe che si trasforma in bios e poi in psyché dopo violenti atti iniziatici che trovano corrispettivo sublimato nella tagliente struttura del verso. Finalmente un libro che non cerca compromissioni strategiche, che ammonisce biblicamente le anime dormienti, che evoca il ritorno dei morti dimenticati, mentre l’amore carnale va nutrendosi di mito e pornografia, di umori interni e trasgressioni che conducono alla Babele, all’utopia concreta dell’avvicinamento a Dio. Ogni componimento è una sorta di salmo che odora dannatamente di passione, quasi una maieutica dei colpi inferti vanamente alla carcassa del visionario.
Insomma, leggere questo libro è un atto di fede. Scampare alla lettura dell’opera significa rinunciare alla catarsi.
In questa fase storica di fascinazione cretina e di legioni di parassiti, è molto meglio “piacere” a cerchie selezionate di esseri che riverberano del tuo stesso sentire. Assistiamo infatti a una vera e propria transumanza dei valori del decoro verso regioni periferiche del percepito. Dunque non essere assorbiti dal corpo corrotto del Leviatano è segno di forza e consapevolezza rare, il mondo dell’arte, dei media, delle scienze essendo territori infetti da retoriche salottiere e viralizzati da falsi profeti del sapere.
Ho un ricordo della messa d’una giovine commessa che nell’Atto di Dolore si sbracò con gran fragore.
In ginocchio sul sagrato fece atto sconsacrato ed ai vecchi lì in preghiera mostrò culo e giarrettiera.
Cadde l’occhio poi del prete su polpacci e calze a rete venne giù dal suo banchetto un precoce chierichetto.
Nella calda sera estiva il tramonto dall’ogiva trasformò quell’omelia in un’orgia in sagrestia.
Al virale turbamento pure quelle del convento si recàron giù discinte a trombàr dietro le quinte.
Mi rammento poi d’un nano dall’immane deretano di signore tracagnotte diventate gran mignotte chi di sopra chi di sotto finalone poi col botto che grandioso baccanale quel Giudizio Universale!
Un film “delizioso”. Wes Anderson del resto ci ha abituati bene. Un’operazione orchestrata alla perfezione dal regista che trae spunto dall’opera del compositore inglese Britten, “Variazioni su un tema di Henry Purcell”, per realizzare questo “Moonrise Kingdom”. Ogni scena è centellinata e costruita sulle similitudini sinestetiche tra cinema e musica, intere carrellate di piano sequenza introducono personaggi e scene sulla falsariga delle presentazioni degli strumenti nelle variazioni su tema. Un omaggio colto e raffinato agli anni Sessanta, il 1965 per la precisione, con un campionario impressionante di oggettistica vintage, talmente ricco da rasentare il preziosismo, a seguito dei richiami compulsivi e maniacali al modernariato di quegli anni. Per non dire della panonamiche fisse, fotografiche, iterative, che rimandano all’immaginario tolemaico del microcontesto della fiaba. I personaggi si muovono entro coordinate dettate dal canovaccio musicale, generando il paradosso tipico dello straniamento, epifenomeno caratteristico, ad esempio, del musical. Proprio grazie a questa aderenza al progetto sonoro è la figura retorica dell’analogia a farla da padrone, colorando i personaggi in chiave comico-grottesca, cosa del resto che è prerogativa e marchio di fabbrica di tutto il cinema di Anderson.
Ma allora cosa non mi ha convinto? Perché sostanzialmente mi sono annoiato nonostante quel profondo senso di compiacimento estetico ed estetizzante che mi teneva mollemente adagiato alla poltrona? (e per forza, come si fa a non rimanere estasiati di fronte a certi caratteri fin dai titoli di testa? o a Sua Maestà il Super 8?). Probabilmente la causa sta nel guanto di sfida lanciato da Anderson tramite questa operazione intellettuale e rigorosa che non ha nulla di candido (e qui sta uno dei principali inceppi del film a mio avviso), questo voler implicitamente dichiarare gli ambiti e le coordinate del suo cinema tramite un film che è fin troppo autocompiaciuto per non essere manifesto.
La sua opera più sincera è e rimarrà sempre i “Tenenbaum”, che rappresenta l’apogeo del suo cinema descrittivo. In Moonrise Kingdom pare di stare dentro a un film di Kaurismaki; c’è qualcosa di “terribilmente già visto”, un deja vu che mi ha sconfortato all’uscita della sala, qualcosa di vecchio, ma di dannatamente ben confezionato.
Tutto questo, Anderson ce lo vomita alle spalle, nella presunzione di un cinema che vorrebbe essere nuovo ma che invece puzza maledettamente di cadavere sotto la cipria e il belletto. Un film che consacra la maestria del regista texano, al contempo mostrando tutti i limiti della sua estetica – fin troppo programmatica ed introflessa -, limiti che rischiano di connotare i suoi lavori quali sterili, per quanto sofisticati, esercizi di stile.
Ormai la sinistra DEM è il reale fascismo del nostro tempo. Le caricature attuali degli ex missini sono, paradossalmente, il più prossimo frammento di continuità con la politica del passato. Entrambi gli schieramenti presenti nell’arco parlamentare sono espressione della nuova teologia atlantista che impone:
A) Uniformizzazione di lingue, media, prodotti, moneta, ideologie.
B) Psicologizzazione di ogni problematica di ordine naturale e selettivo.
C) Trasformazione di cittadini, poveri e pazienti in un’unica categoria di consumatori.
D) Imposizione della cultura “gender fluid” e consequenziale dittatura della “cancel culture”.
E) Egemonia dello “scientismo” e riduzionismo funzionale alla legittimazione del nuovo credo.
F) Ghettizzazione e isolamento del dissenso tramite la creazione di apposite categorie culturali e la sacralizzazione di nuovi tabù.
Lasciate perdere le critiche sterili, che parlano di film che vuole piacere al pubblico, e andate a vedere questo bellissimo ultimo lavoro di Ang Lee: “Vita di Pi”. Sono due ore di pura meraviglia, che fanno il paio con quelle dell’altrettanto straordinario “Lo Hobbit”, da vedere nelle apposite sale attrezzate con tecnologia 3D HFR. Spettacolo degli occhi e dell’anima: stupore, meraviglia, bocche aperte.
Favole, che di questo stiamo parlando, quindi la smettessero di rompere le scatole – i tromboni – con parallelismi e riferimenti del tutto fuorvianti rispetto alle tematiche e al contesto. La cosa che davvero irrita è la denuncia di “crisi di identità” per siffatte opere, come se per narrare di Cappuccetto Rosso fosse necessario ricorrere allo scandaglio psicologico dei personaggi: davvero patetico. Il riferimento più prossimo che mi viene in mente per questo “Vita di Pi” è ovviamente “Cast Away” di Zemeckis; al pallone “Wilson” fa da contraltare la sontuosa tigre del Bengala chiamata “Richard Parker” (esilarante anche conoscere il perché). Ma qui non si parla tanto di solitudine e disperazione, quanto piuttosto di magia e di rapporto col divino. Non amo evocare trame e dunque non lo farò neanche in questa occasione.
La storia è a dir poco toccante, a tratti emozionante come poche. Il rapporto uomo-natura viene qui sublimato nella continua catarsi di Pi, anche di fronte alla violenza bestiale dell’animale e della condizione estrema: un ragazzo e una tigre su una scialuppa in mezzo all’oceano.
Non ho letto il libro di Yann Martel da cui è tratto il film, ma pare che Ang Lee sia stato davvero un folle a cimentarsi nella realizzazione di questa storia: ed i risultati sono a dir poco eccellenti. Regista eterogeneo, versatile e intelligente: correte in sala per vedere una delle storie più belle. Cinema con la “C” maiuscola, come ai vecchi tempi delle avventure di Sinbad.