Elogio della pornografia

La pornografia è aletheia, rivelazione della corporeità in quanto corporeità, il nocciolo irriducibile che vanifica la natura indeterminata del significante. In questo senso la pornografia non è neanche segno, giacché a nulla rimanda, se non a se stessa; essa è via alla conoscenza perché, come l’arte, nella sua essenza non rimanda a nulla – fuor dell’annientamento paradossale dell’atto sessuale si danno solo atti assoluti, cicli permutativi di natura centripeta. Nella maschera facciale del pornomane e della pornoattrice, confluiscono le mimiche ancestrali di un’umanità scomparsa, traspare il lato osceno del divino e si consacra la magnificenza dell’ineluttabile.

La pornografia illumina da ogni lato lo spettro del corporeo e con ciò decreta la fine della chiarezza, essendo in sé immanenza e totalità del divenire, abbacinante e indicibile collasso di ogni futuro esperibile.

Concetti. Parole.

Il maestro di spada giapponese non distingue tra la sua morte e quella dell’avversario.

La parola è già concetto. La si sente formare dagli abissi del percepito, e prorompere nell’edificazione perenne delle cattedrali infinite del linguaggio. È come un lampo nelle tenebre indeterminate, una scintilla d’assurdo in un mare d’assurdo, essa è pensiero, costrutto, forma, concetto. La parola è già molteplice, semiosi illimitata, pluralità semantica, immanente prodotto d’una traduzione; essa inganna, ordisce tranelli e trappole alla logica, pur essendone componente essenziale. Il concetto è insieme di parole che disattendono le premesse, è errore salvifico, imperfezione perfettibile.

Le parole non sono rivolte ai santi. E neanche i concetti. Perché i santi non si distraggono mai.

In questo porco mondo: Claudia e l’ambascia

Aveva detto: “ambasciator non porta pena”, giusto prima di spegnere la lampada dal suo lato del letto. Questo rovello ritrovó Oscar al risveglio: ambascia. Claudia gli creava ambascia. Ambascia. Eppure Oscar amava Claudia. La adorava. La desiderava. Era eccitante. Provocante. Bella. Folle, Claudia. Però… c’era quel però. Ambascia. C’era che Claudia gli provocava ambascia. E questa cosa dell’ambascia si era presentata a Oscar senza una logica, dopo il sonno ristoratore di una notte, così, senza preavviso: ambascia. A ben pensarci però forse una motivazione c’era. Anzi, forse ce ne erano ben due di motivazioni. La prima era quella relativa alla frase pronunciata da Claudia senza una ragione apparente, sussurrata giusto un istante prima di addormentarsi: “ambasciator non porta pena”. La seconda era saltata in mente a Oscar come un grillo sul prato del pensiero; Claudia gli aveva parlato, era un pomeriggio estivo, mentre persistevano alla vista ancora alcune arance fuori stagione nel cassetto della frutta del frigo, aveva fatto cenno, Claudia, in quel pomeriggio afoso, a quel suo ex che era diventato ambasciatore, Claudia, distrattamente, apparentemente senza alcuna partecipazione emotiva, aveva tirato fuori ‘sta storia dell’ex, del suo ex che avevano incrociato al centro commerciale. Oscar ora guardava il corpo sinuoso di Claudia, ammirava le sue poderose e giunoniche forme che la rendevano scultorea fra le pieghe del lenzuolo, e per un attimo rimosse questa storia dell’ambascia. Ma fu cosa di un istante. In realtà più la osservava così, inerte, seducente, più provava ardore, Oscar, desiderio, Oscar, brama, Oscar, per quell’essere straordinario e unico: la verità è che Oscar provava ambascia. sprofondava letteralmente nell’ambascia, si sentiva soffocare nell’ambascia, collassare nell’ambascia, cosa che spinse Oscar a spalancare la finestra e a urlare fuori dal balcone frasi smozzicate e senza senso.

Colto poi da un repentino imbarazzo, Oscar richiuse con dolcezza la porte del balcone e tornó mortificato a sdraiarsi nella letto, spalle e spalle con Claudia.

Pranzarono quella domenica all’Ambasciata del Mare. Oscar non fece menzione dell’ambascia, Claudia non chiese, Oscar non alluse, il cameriere portó il conto. Sembrava un ballerino, pensarono insieme, un ballerino sembrava, il cameriere.

In questo porco mondo: “La signora dell’alimentari”

Oggi.

Signora dell’alimentari: “…”

Io: “…”

Signora dell’alimentari: “… carciofi… patate”

Io: “… c’è un gatto morto nel banco surgelati…”

Signora dell’alimentari: “… ha stato mio marito…”

Io: “… lo denuncio…”

Signora dell’alimentari: “… è morto…”

Io: “… ?”

Signora dell’alimentari: “… mio marito… venti anni fa…”

Io: “… mi incarti il gatto e le verdure per il minestrone…”

Signora dell’alimentari: “… carciofi… patate”

Commissario di Polizia: “Fermi tutti!”

Io: “ha stato il marito!”

Signora dell’alimentari: “… marito intervieni!”

Marito zombie che esce dal ripostiglio: “… Aaaahmh!…”

Gatto zombie risvegliato: “… meooowww!”

Commissario di Polizia: “Bam! Bam!”

Saracinesca del negozio: “sdramm!”

Chiuso per lutto.

Sogni dell’8 e dell’11/1/2924

SOGNO DELL’8/1/2024: Mauro Campobasso mi accompagna a comprare delle medicine. Guida la macchina e sbatte sempre a ogni angolo dicendo che non gliene frega nulla perché tanto la deve cambiare. Mi lascia di fronte a un’enorme farmacia e mi consegna un tesserino da medico per risparmiare sull’acquisto. Entro in farmacia e mi metto a disquisire con due farmacisti della composizione chimica di ogni farmaco. Io, che nulla so di chimica, sono in grado di parlare nel dettaglio di ogni singolo prodotto. Evidentemente abbiamo accesso a meta strutture iper connettive, ove il sapere è unico e totalizzante.

SOGNO DELL’11/1/2024. Altra testimonianza del fatto che tutti siamo interconnessi. Dovevo superare un esame complesso che prevedeva varie prove, su tutte una scritta e orale di latino. La cosa interessante era che non potevamo essere preparati giacché le prove erano decise al momento della presentazione a questa prova. Siamo in tantissimi. Sta per giungere il mio turno. Una mia amica (che conosco solo in quel “mondo”) mi fa dono del suo libro di traduzioni, dicendomi di prestare attenzione a una certa pagina. La bellissima docente mi chiede gentilmente di tradurre una frase che ha a che vedere con un cane che attraversa la strada. Lì per lì non riesco a tradurla, ma faccio ricorso al libro e ne traggo la traduzione (ricordo bene un determinato frammento “… se il cane non avesse attraversato allora non si sarebbe verificato…”). L’orale procede benissimo: leggendo direttamente dalle pagine del testo supero l’esame con il massimo dei voti. Ora, le mie conoscenze del latino sono abbastanza scadenti, e ciò si evidenzia anche nel sogno, ma la domanda è: come riuscivo ad avere accesso a quel manuale completo di latino?

Recensione di “Perfect Days” di Wim Wenders

Di questo film, “Perfect Days” di Wenders (regista che non ho mai amato), mi porterò dietro la forza della poesia, e con ciò intendo della Poesia applicata al Cinema (entrambi in maiuscolo). A mio parere, in “Perfect Days”, Wenders raggiunge la vetta della sua arte minimalista, ancor più che in “Paris, Texas” o ne “Lo stato delle cose”, aggiungendo densità alla magia della routine del quotidiano. Ecco allora l’iterazione delle ritualità del protagonista (Kôji Yakusho), del suo farsi armonia con la ciclicità della Natura (una natura fatta di scorci, di cura domestica delle piantine, di frammenti di danze di alberi e frasche catturati con una vecchia macchina fotografica), diventare canto, elegia dell’analogico a dispetto del digitale. Sul filo di una delicatezza empirica, mai retorica, le giornate dell’addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo assurgono a modello maieutico per civiltà corrotte, scandite come sono da un ordine superno e regolate dalla dedizione all’umile lavoro, dalle abluzioni purificatrici, dalla cura dettagliata della conoscenza (l’acquisto settimanale del libro da leggere, la domenica impreziosita dalla prelibatezza dei cibi preparati nel piccolo ristorante della donna desiderata). Se parole come “bene comune” possono ancora essere pronunciate nell’era della “Società della Sorveglianza”, allora la fiaba di Hirayama è la perfetta metafora dello stare al mondo, dell’invisibilità che sublima il soggetto nel suo paradosso, ossia quale singolarità antitetica allo società dello spettacolo, dell’apparire, del successo, dell’opulenza. In questo senso, l’integrità della vita zen di Hirayama è un sigillo prezioso, qualcosa di non assimilabile dal Contesto, di non mercificabile, liofilizzabile, solubile (a tal proposito si veda la straordinaria scena del dialogo con la ricchissima sorella). La nipote, l’uomo malato di cancro con cui giocare a schiacciare la propria ombra, la ragazzina della cassetta musicale, il mimo al parco, la donna silente che consuma il suo stesso sandwich nella pausa pranzo, sono gli angeli invisibili in empatia con la visione di Hyrayama, i complici del suo ménage ritualistico che contiene tutte le meraviglie del creato. Lo testimonia lo splendido finale: Hyrayama va al lavoro col suo furgone, egli ride e piange di fronte allo stupore della palingenesi del mondo, che è qui, sempre, nel suo farsi di ogni giorno.

In questo porco mondo: “La testa che rotola”

Due vecchie sul lungomare berciavano oggi, nel grigio pomeriggio sferzato dal vento. Io me ne stavo in macchina a catturare le loro parole, che arrivavano a frammenti: “friggere melenzane”… “nipote”… “carogna”… “panettone scaduto”… A un certo punto una testa rotoló dalla discesina del complesso del Signor Patanè e giunse fino al marciapiede, dapprima spedita poi rallentando, fino a fermarsi a pochi centimetri dalle scarpe correttive di nonna Mirella. Era una testa di non si sa bene chi, ma era una testa mozzata che aveva rotolato fino a quelle orrende scarpe da vecchia. Su questo non ci pioveva. Le due vecchie pensavano di essere sole, pensavano di non essere viste. Perché chi sta fuori con questo ventaccio? Ma io c’ero a guardare fisso le due vecchie, eccome se c’ero! e per nulla al mondo avrei distolto il mio sguardo dalle vecchie, neanche se mi avessero proposto di diventare un’eminenza, un nobile o, chessó, di avere uno stipendio fisso al mese senza dover lavorare. Per cui fissavo le due vecchie che a loro volta fissavano la testa mozzata come due corvi con il capo reclinato. Non succedeva niente. Si sentiva solo il rombo del mare, un fracasso d’inferno sugli scogli. Niente. Solo bruuoomm, frawobhn, bruusfff! L’altra vecchia allora decise di fare qualcosa. Mosse il capo a destra e a sinistra. Poi prese la testa e la gettó in mare. Quindi, le due vecchie, senza dirsi una parola, si sistemarono lo scialle sulle spalle e, così, quasi con nonchalance, semi accomiatarono risucchiate dal crepuscolo. Io, per parte mia, non sapendo più che fare, misi in moto la macchina e me ne tornai a casa.

In questo porco mondo: “Come morì Mimmo Sforaculazzi”

Un certo Mariuccio Caceci, mi raccontava mesi or sono un altro certissimo Mimmo Sforaculazzi, aveva il dono dell’aprire cancelli automatici. Prendeva un aggeggino, premeva un bottone e il cancello miracolosamente si apriva. La stessa cosa faceva per richiuderlo: premeva di nuovo il bottone e il cancello si richiudeva. Lo scettico Pippo Kurdistan, che si trovava a origliare di passaggio, si era messo a ridere a crepapelle di fronte all’assurdità del racconto di Mimmo Sforaculazzi. La cosa fini col degenerare e i due si sfidarono a duello, invitando me a far da arbitro e testimone. Il primo a spararle fu Mimmo Sforaculazzi che urló “abbasso alle chiavi, sei antico!” sfiorando la tesa del cappello di Pippo Kurdistan, e mandando a conficcare le parole antico e chiavi contro l’insegna del bar “Tutto Chiuso”. Subitanea fu la risposta di Pippo Kurdistan, che si sgoló esclamando “i telecomandi non esistono, complottista!”, freddando sul colpo il povero Mimmo Sforaculazzi. Il paese dichiaró il lutto paesano e per tre giorni tutti i cancelli delle case restarono chiusi.

Al cimitero andiamo spesso io e Pippo, portiamo dei fiori. Sulla lapide della sua tomba sta scritto: “Qui giace Mimmo Sforaculazzi, ucciso dalla parola complottista”.

In questo porco mondo “Mario senza testa”

Oggi ho incrociato un mio vecchio compagno di scuola senza testa. “Quante ne abbiamo combinate, Mario, eh? quante…”. Lui mi osservava dai capezzoli per tramite dei due buchi sul maglione. Poi prese a parlare in borbottese con lo stomaco. Era un linguaggio che non praticavo, replicai, per cui non ero in grado di afferrare se non il significato di poche parole. Lo invitai perciò ad esprimersi a gesti. Ma subito dopo il primo gesto, Mario fu investito dalla lapa del fruttivendolo, che correva a tutta velocità intorno al globo per evitare che la frutta marcisse. Così Mario fu tranciato in due di netto, ma egli non si scompose: le gambe presero ad andare in direzione Pozzillo e le braccia col tutto il busto verso Capomulini. Non sapendo quale parte di Mario salutare, mi accomiatai con gentilezza facendo tesoro di quel gesto. Ne parlai qualche ora dopo col parroco nel confessionale. Padre Ciccio mi ordinó di lasciar perdere, e, per penitenza, mi obbligó a recitare ottomila Ave Maria e duecentomila Padre Nostro.

Stallo nel mondo del jazz

Senza ciò che Jung definisce “incapacità di adattamento”, non può esserci l’artista, il quale ha l’obbligo di tenersi fuori dai trend e di ubbidire ai suoi demoni. Siamo così di fronte a una pletora di manieristi privi di “manierismo”, a frotte di scimmiottanti ammaestrati. Senza “scandalo” non si fa “poesia”, senza vocazione e urgenza espressiva non si “canta messa”. Il mondo del jazz italiano attuale rispecchia perfettamente la falsa causazione di un’artisticità indotta e manovrata da mediocri orchestratori del conformismo, sempre a caccia di latori di musiche prive di sregolatezza e spleen. La fenomenologia da “nuovo talento”, la cui valorizzazione passa dalle parti di un sensazionalismo cretino, esprime così, inesorabilmente, le retoriche dell’attuale scenario, dominato da un appeal da fiera della musica, animato da replicanti col tabù dell’iconoclastia e affetti dalla sindrome da ufficio stampa.

La parola d’ordine è: non fare la parte della vittima. Ecco uno stallo da Far West. Peccato manchino pistole, fucili e cinturoni.

Ogni grande quadro è dipinto contro la pittura, anzi distrugge tutta la pittura. Così ogni volta che leggo un grande libro assisto alla distruzione del linguaggio, vedo la parola levitare al di sopra di tutti i linguaggi e non posare in ‘ullo’, come la lingua di Dante al di sopra delle parlate italiane. (…) Ma perché questo avvenga, la voce deve parlare dal versante della morte”. (Cristina Campo)

In questo porco mondo “La vecchia alla posta”

Oggi ho visto una vecchia pensionata davanti agli uffici postali che erano chiusi. Lei insisteva, voleva entrare a tutti i costi per ritirare la sua pensione, la reclamava per il pranzo di Natale, cosa avrebbe messo sulla tavola per i nipoti? Cosi la pensionata cominció a prendere a testate la saracinesca. Incuriosito dalle sonorità delle testate della vecchia contro il metallo, mi sono accomodato sulla panchina di fronte con la mia mafaldina alla mortadella e il mio registratore costosissimo. Rincasato poi col prezioso materiale, ho provato a contattare una razza aliena diffondendo il sonoro nell’etere. Non ha risposto nessuno. Però la vecchia, dicono i miei vicini, sta ancora lì a dare craniate contro la saracinesca della posta, e tutto intorno si è raccolta una calca di cani a leccare la pozzanghera di sangue che si è formata a furia di testate, dicono sempre altri vicini. Alcuni paesani,(ma secondo me è solo una nuova leggenda paesana) affermano che, dopo tre ore di testate, il funzionario postale che abita dentro gli scaffali, ha finalmente tirato su la saracinesca e ha fatto entrare la signora, di cui, effettivamente, non si hanno più notizie.

Il parroco suona le campane a tutte le ore per il Santo Natale.

In questo porco mondo “La Trottola”

Stanotte ho sognato di essere una trottola e stamane ho cominciato a camminare roteando. Il mio vicino mi ha salutato come sempre agitando la protesi. Al bar nessuno ha notato questa novità perché erano tutti intenti a osservare la proboscide del barista. La usava per dispensare arancini e cornetti e tutti sembravano felici. Erano proprio tutti davvero felici. Almeno fino a quando un certo Pietro non gli fece notare la cosa. “Guarda che al posto del braccio destro hai una proboscide!”. La gente allora prese a vomitare sul pavimento, tutti avevano le convulsioni, e a un bambino esplose la testa.

“Ora chi pulisce, chi pulisce?!” protestó il barista!

Io mi offrii volontario, ma solamente per mostrare loro come avrei fatto a roteare di ramazza con la mia nuova camminata da trottola.

Tutti allora tornarono felici e risero anche del camion che sulla strada aveva appena investito una pensionata che faceva jogging coi pantacollant. La proprietaria si complimentó con me per la pulizia del locale, che adesso risplendeva come non mai, e decise di invitarmi a casa sua per le feste del Santo Natale, visto che suo marito era stato messo in prigione da pochi minuti dopo aver investito con il suo camion una vecchia che faceva jogging coi pantacollant. Disse che non aveva figli e che le sembrava male buttare via tutto il cibo preparato per il Santo Natale. Così passai la notte del 24 fra le sue braccia, pensando alla vita dei moscerini della frutta, che non fanno altro che girare, girare, girare…

Poi me ne tornai in casa all’alba, con le mani in tasca, imitando certi attori del cinema d’un tempo.

Da Dante a Cecchettin: il tribunale di Fazio nell’era della “cancel culture”

Questo è oramai un paese in cui si va da Fazio per determinare le nuove tendenze ideologiche. I Cecchettin sono i latori delle ultime trovate: adesso diventerà tabù dire la “mia donna” (ovviamente sorvolando sulla ben più presente modalità possessiva del linguaggio, ossia del reclamare il “mio uomo”). Si riempiranno le pagine dei giornali e si apriranno i TG con questa ennesima boiata, mentre finiranno in secondo piano le notizie sui massacri di Gaza. Una società del genere è una società malata, perversa, corrotta. Siamo di fronte a una realtà in cui il dissenso diventa immediato consenso, e in cui dissentire significa – nella sostanza – puntellare i nuovi dettami della cultura proibizionistica woke. A Pasolini dissenziente, succede dunque un Cecchettin qualunque, assurto a ruolo di maître à penser nell’arco di pochi giorni dalla sua tragedia vissuta. Assassinare una lingua rappresenta un olocausto che avrà implicazioni devastanti nel medio e lungo periodo.

A questa miseria replichiamo con Dante: Tanto gentile e tanto onesta pare, la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare…

Guénon, Kierkegaard, Palermo: controiniziazione, spiritualità demoniaca, depravazioni angeliche

Premessa necessaria: si tratta di un breve resoconto di alcune letture che sintetizzo allo scopo di invogliare il lettore alla consultazione dei testi in oggetto (in corsivo le mie osservazioni).

Scrive Gianni Garrera: “Il peccato angelico, secondo la dottrina degli angeli lussuriosi, si sarebbe sviluppato da un animismo impuro che sensibilizzò le intelligenze angeliche, spingendole a prostituire la propria angelicità, a pervertire le estasi e a detturparsi con il darsi un sesso per cooperare all’inseminazione dell’incarnazione del Verbo nella femminilità umana. (…) La colpa più antica del peccato originale, cioè il male che precede l’esistenza ed è anzi la causa dell’esistenza, fu il farsi sensibili, il darsi sensazione in una determinata intensità. (…) Le intelligenze di tipo seduttivo non hanno movimenti semplici e diretti, ma obliqui; il loro modo di parlare ha qualcosa di labirintico (…) Primo commento: osservare bene se i protagonisti dei media rispondono a caratteristiche comunicative simili, non limitandosi al linguaggio verbale, concentrandosi su quello gestuale e corporeo.

Guénon: “La contro-iniziazione non è una semplice illusoria contraffazione, ma qualcosa di assolutamente reale nell’ordine che le è proprio, come l’azione da essa effettivamente esercitata (…) La contro-iniziazione non potrà mai essere altro che una parodia, la più estrema e la più immensa di tutte, di cui finora, con tutte la falsificazioni del mondo moderno, non abbiamo visto che tentativi parziali e ben pallide prefigurazioni in confronto a ciò che si prepara in un avvenire che taluni stimano prossimo, ciò a cui la crescente rapidità degli avvenimenti attuali sembra dare abbastanza ragione. Secondo commento: la stessa contro-iniziazione non ha nulla dell’invenzione umana, pur essendo degenerata, in ciò essendo potentemente satanica. Le simbologie odierne sono meticciate dietro i paraventi di uno scientismo di parata, questo sì necessario a veicolare valori di uniformizzazione e di pensiero omologato che conducono verso l’infraumano. La nascita della psicanalisi in pieno Positivismo, è del resto emblematica: il concetto di inconscio nega, in tutta evidenza, quello di sovrumano.

Carlo Palermo: “Ho riassunto i principi massonici e le principali azioni esaminate in questo volume. (…) All’epoca dell’attentato di Pizzolungo chi comandava era Messina Denaro padre, Don Ciccio. Lì c’era quel patto che non era soltanto tra alcuni settori dello Stato con la mafia, ma era soprattutto tra gli Stati Uniti, Stay-behind e Cosa Nostra. (…) Patto-mostro che c’era dietro Portella della Ginestra, dietro il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, dentro i Palazzi Vaticani contro papa Luciani e contro papa Wojtyla, così come a Valderice contro Ciaccio Montalto, a Palermo contro Chimici, a Pizzolungo contro di me, all’Addaura contro Falcone, nelle stragi degli anni Novanta, a Civitavecchia, a Palermo, a Roma, a Firenze e Milano contro chi avrebbe potuto osare di avvicinarsi alla verità. Terzo commento: l’ingenuità esplorativa di Carlo Palermo è santa. Egli arriva a determinate conclusioni cimentandosi da non iniziato contro un’immane Chimera, armato solo della sua corazza da magistrato. La P2, Gladio, i servizi segreti corrotti, le BR, sono solo l’anticipazione di un disegno globale che oggi manifesta tutto il suo potere contro-iniziatico. Leggere il Reale con gli strumenti del “presentismo”, dello “specialismo”, della “razionalità”, misconoscere le funzioni ritualistiche degenerate della simbologia delle società di Schengen, significa essere sudditi della parzialità malefica attuale che si nasconde dietro le false battaglie per i diritti civili, la cancel culture, la generazione gender-fluid, le mortificazioni del linguaggio. Essere vigili significa essenzialmente sottrarsi a questa ritualità mefitica e condurre un’esistenza decorosa.

Guénon: “si può affermare che la fine di un mondo non è mai e non potrà mai essere altro che la fine di un’illusione”.

In questo porco mondo “L’ancora”

Oggi ero del tutto intento a pensare quanto non sopporto i nomi Fefè, Memo, Saretto, Micio, Salvuccio, ‘Ddore, Puccio, e poi le parole “tocciare”, “pucciare”, “malmostoso”, quando all’incrocio con la via che porta al mare non t’incontro un pescatore che trascina un’ancora? La trascina e fa un rumore infernale, gli urlo di smetterla con l’ancora, ma non sente, non può sentirmi. Passa il camion della nettezza urbana e lo travolge senza fermarsi. Il pescatore è ancora vivo, ma il camion fa retromarcia e poi ancora avanti e indietro per almeno quattro volte. Un vecchio ebete osserva la scena dal davanzale di casa. I netturbini ripuliscono e mi chiedono se sono interessato all’ancora, il vecchio rimbambito guarda altrove, io proseguo verso il mare. Poi ci ripenso e corro dietro il camion degli spazzini urlando “ancòra con quest’àncora?”.

Filastrocca a Topo Gigio

Mi trastullo nel meriggio/quando passa Topo Gigio/lui mi chiede che ore sono/són le cinque dico a tono.
Poi si sfodera il randello/lo misura col righello/tutto ritto sull’attenti/di centimetri fa venti.
O suvvia non si spaventi/mi fa ‘l sorcio tutto denti/non so proprio come fare/me lo debbo misurare.
Ma le pare non s’affretti/lo saluto a denti stretti/sono giorni che ci penso/a ‘sta cosa senza senso.

Sogno del 3/12/2023


In un locale molto piccolo di Catania (che non esiste nella realtà) ci sta Emilio Galante e un organizzatore che gli presenta un grande maestro tibetano del flauto. Il tempo scorre in maniera inconcepibile e i due si trovano a duettare con me che registro al centro,
muovendo ad arte il microfono. È un duetto, botta e risposta, e i due eseguono una partitura scritta dal maestro tibetano. La melodia è sublime e sa di contrappunto ricercatissimo. Il
maestro tibetano poi inizia una bellissima ragazza al canto e alla coreografia. Ne nasce uno show spettacolare (il tempo scorre sempre in maniera stramba), ove la ragazza esegue danze e canti pop sofisticatissimi. Tutto si svolge sempre in questo medesimo locale, e io seguo la telecamera e il gioco di luci che rendono quel piccolo luogo una sorta di enorme stadio tramite artifici, al momento, inconcepibili. Faccio alcune foto col
mio iPhone.
1) È come se le facoltà nostre siano potenziate e in grado di sviluppare opere sublimi.
2) Io non sarei mai in grado di concepire un simile ordito melodico e coreografico. Dunque: chi è il regista di questo “spontaneo” capolavoro?

Universalizzare il particolare: tra guerre e parricidio, il delirio mediatico delle società della sorveglianza

“Universalizzare il particolare”.  La notizia fagocita il Reale. Una guerra, una strage, un genocidio in corso passano in secondo piano rispetto a un fatto di quella che un tempo veniva definita “cronaca nera”. Le giornate si susseguono nel rinnovato allarme tramite la dialettica perversa orchestrata dal circo mediatico: dal micro al macro, dalla cronaca locale all’apocalisse, tutto sembra convergere verso un finalismo semplificatore, verso estremi manichei. Il reale fine è quello di rendere sempre più impermeabili le società schiumizzate, di foderarle entro abiti comportamentali atti a neutralizzare lo spirito critico. Legioni di nuovi guelfi e ghibellini si fronteggiano quotidianamente sul piano virtuale con lo sfondo di un presentismo virale funzionale alla cancellazione della memoria breve. Ciò che sembrava apocalittico qualche mese fa (la guerra in Ucraina) cede il passo istantaneamente a una nuova guerra, o a un fatto di cronaca. Tentare di ragionare serve a poco o a nulla. Ricordare le menzogne costruite dal governo statunitense con la famosa boccetta di antrace di Powell usata proditoriamente per giustificare l’intervento in Iraq, rammentare tali fatti per dubitare sulle vicende attuali, viene considerato esercizio complottista. Così come il far notare che il termine femminicidio implica un assassinio di genere (e in Italia ve ne sono stati “solo” quaranta quest’anno) mentre uccidere una donna per ragioni economiche, passionali, di interesse ecc. è tecnicamente un omicidio, passa quale ragionamento da liquidare come “maschilista”.

Su tutto campeggia l’insostenibile maieutica progressista dell’educare il giovane (questa sì vera e propria paternale!), del come si dovrebbe procedere ad elevare le masse, con tutto l’armamentario delle vecchie stronzate da dipartimento-scuola-educazione, e se rammenti loro che in Svezia e Danimarca, nonostante la vasta educazione sessuale nelle scuole, il tasso di femminicidi e omicidi nei confronti delle donne è più alto che in Italia, rischi di generare uno scandalo.

Tutto par far leva sulla scorta dell’indignazione, nel paradosso di una società mercificata, depressa, libera nei costumi ma prigioniera dei nuovi linguaggi, e movimentata dalle schizofrenie del narcisismo patologico di genitori-amici-complici, (altro che patriarcato!). Si vuole controllare l’assurdo affibbiandogli l’ennesima etichetta, dimentichi della lezione di Foucault, della sua denuncia contro ogni tentativo di disciplinare il disagio e di nosologizzarlo.

La gente muore sotto le macerie causate dalle bombe mentre le opulente nazioni di Schengen costruiscono nuove prigioni e trappole, una nuova segnaletica proibizionista che si presenta con i crismi dei diritti civili e della parità di genere. Il mostro sta sempre lì, acquattato nell’ombra, e forse è un bene che l’orrore possa servire ancora da spauracchio e tabù rispetto a certe aliene e disumane plastificazioni delle coscienze.

Sogno del 22/11:2023

SOGNO DEL 22/11/2023 (scrivo di getto per non dimenticare)

Assieme ad altre amicizie non ben precisate, vengo condotto a una speciale serata in zona romagnola. Si tratta di esplorare lo spazio tramite una nuova trovata. Veniamo così issati dapprima
con una specie di telone, e poi
condotti dentro una piattaforma rettangolare che ci ospita. Successivamente veniamo sparati tramite un propulsore magnetico (non mi chiedete come) nello spazio siderale. Mi si dice di rispettare il movimento rotatorio e di assecondarlo. Quando il tutto si arresta realizzo essere nello spazio profondo. Chiedo – stupidamente – alla bionda manovratrice: “a che altezza siamo?” Lei mi risponde sorridendo: “siamo a ventotto milioni di anni luce dalla Terra. Per la precisione a 28 milioni e 500 mila anni luce”. Con un brivido osservo lo spazio circostante. Da “lassù” si possono ammirare e veder pulsare le galassie come schiacciate e addensate in agglomerati.
Sensazioni: intorno immensità… difficoltà a respirare, le galassie sembrano come “schiacciate verso il basso” e formano impressionanti barriere color argento e seppia. Con me ci sta Riccardo Grosso che mi esorta a fotografare il più in fretta possibile perché questo viaggio dura solo cinque minuti. Riesco a fare solo una foto sgranata proprio mentre veniamo risucchiati subitaneamente a Terra.
Sintomi al ritorno: lieve senso di schiacciamento della colonna vertebrale bassa, tremore alle gambe, testa che ruota (quello che provo abitualmente ogni giorno). Gli altri non avvertono sintomi simili ai miei.
Successivamente faccio parte di una commissione di scienziati. Analizziamo protocolli. Con me due donne, una molto antipatica e sgradevole nell’aspetto. Siamo tutti responsabili di importanti dipartimenti. L’altra mi passa un documento riservato: rammento bene che è un foglio a righe grandi e piccole, recante una graffetta con un foglietto in cui è scritto: “riservato a Francesco Cusa”. Sono molto stupito e preoccupato. Sto per aprirlo, ma mi sveglio perché la mia gatta Minerva ha pisciato sul letto: penso abbia deciso di non farmi leggere il contenuto di quella missiva.

Cerco sul web e trovo questa cosa https://www.tgcom24.mediaset.it/spazio/nasa-ce-un-pianeta-oltre-la-nostra-galassia-a-28-milionidi-anni-luce-da-qui_39984797-202102k.shtml

Covid-19 e controllo mediatico delle masse.

È ormai del tutto evidente che l’esperimento su scala globale relativo al Covid-19 , è servito per testare le nuove dinamiche di controllo mediatico delle masse. La dicotomizzazione radicale del pensiero, di stampo americano-sionista, mostra il suo reale volto e mira ad annientare dialettiche e “bizantinismi” del pensiero europeo, o meglio della tradizione culturale degli stati europei. Tutte le fenomenologie della contemporaneità – cancel culture, progressismo scientista, genderismo di tendenza, medicalizzazione della società – sono funzionali alle nuove tattiche di una strategia bellicista che reca i vessilli della libertà di facciata.

Del perché la scienza attuale è una forma di religione.

Memi e Campi morfici. “Gli atei sono particolarmente affezionati all’idea che le religioni come complessi memici e le pensano simili a virus che infettano il cervello altrui, mentre considerano se stessi immuni. (…) Quando il complesso memico materialista è particolarmente virulento, trasforma le sue vittime in atei che cercano di fare proseliti, in modo da poter saltare dai loro cervelli nella maggior parte dei cervelli di altre persone”.

MIE CONSIDERAZIONI

Ecco, aggiungo, perché oggi sentiamo dire in maniera diffusa “credo nella scienza”, ossia, credo nel sostituto di Dio, il metodo scientifico, la nuova Kaaba immateriale, il nuovo feticcio invisibile che, paradossalmente, ha il potere di conferire legittimità di onnipotenza alla materia.

La Nuova Babilonia: la Bestia si annida fra le piaghe del linguaggio.

A breve, durante la teocrazia della “Società della Sorveglianza”, saremo arrestati, processati, sospesi e interdetti dal lavoro per questioni legate al linguaggio, e il livello del l’offesa e dei nuovi tabù crescerà a dismisura. Viceversa la violenza reale verrà tollerata sotto la nuova egida della guerra strategica e di liberazione, mentre l’Osceno rimosso dal linguaggio, prospererà nelle forme ideologicamente condivise: nelle pubblicità, su OnlyFans, nelle nudità ostentate. Assistiamo e assisteremo con ancora maggiore forza, al paradosso di una società apparentemente libera sessualmente ma prigioniera nel lessico, oscena nell’ostentazione della pornografia e delle perversioni, e poliziesca nell’uso calmierato dei termini per definire ogni orientamento sessuale.

L’offesa potenziale è il portato nascosto di questa isteria collettiva che si è scatenata nell’opulenza delle società di Schengen: sono libero/a di mostrarmi nelle mie più perverse tendenze e di guadagnare offrendo parti del mio corpo, ma non di utilizzare certi termini potenzialmente lesivi per alcune categorie con determinati orientamenti sessuali. La nuova Babilonia reca il marchio della Bestia: un asterisco.

Io e Spider Man

Questo racconto toccherà le anime di noi amanti dei fumetti dell’Editoriale Corno.
Lo trovate qua: https://www.amazon.it/Racconti-molesti-Ediz-illustrata-Francesco/dp/8898644418

 IO E SPIDER MAN

Quando morì Gwen Stacy, nel mitico numero 133 de L’Uomo Ragno fu un vero e proprio shock. Un trauma che ci colse a tutti “in diretta”. Ovviamente non c’era verso di informarsi altrimenti. Per intenderci, attendevo ore nelle mattinate estive in attesa dei “giornali da Catania”. San Pietro Clarenza, ridente paesino etneo. Anni ‘70. L’edicola era una sorta di feritoia che si apriva quale emanazione di un tugurio, ricordo ancora gli odori della colla e delle figurine che stavano appiccicati alle nostre narici per ore. Aspettavamo circumnavigando la via Umberto come mosche nella canicola, in cerca d’ombra. Spirali, cerchi concentrici. Piazza. La sala giochi. Il bar. Poi ancora la sala giochi con il flipper che si doveva prendere a colpi di bacino senza fargli fare tilt (colpi di bacino… eufemismi). I fumetti venivano lanciati poi dal bigliettaio dell’autobus dell’Etna Trasporti. Si sentiva uno strombazzamento – potipotiiii – e una sorta di rumore sordo – stumpf . Io accorrevo trepidante e attendevo lo spacchettamento come il cagnetto la scodella di latte, scodinzolando. Divoravamo quei fumetti, ci immergevamo in letture da marciapiede, ignari delle meraviglie di cui eravamo attorniati, respirando i miasmi di quella città, i fumi neri, i tombini, i dettagli minimi più che i grattacieli attraverso i quali svolazzava il nostro eroe. Ci deliziavamo con le matite di Kirby, Ditko, Sal e John Buscema. Ma quel giorno era diverso. Ci fu uno snip. La tela del ragno non resse e morì Gwen. Come era possibile? Camminavo sgomento nelle mie espadrilles gialle e consunte. Un senso di fine ci colse in una giornata spensierata e di vacanze. Ricordo ancora il sapore aspro dell’estate, il sudore adolescenziale di chi non ha sperimentato il limite della corporeità. Giunse infine la Nemesi sotto forma di turbine furente. Nella canicola arrivò un certo Mario, detto Sandokan, che girava per il paese con una carrozzina da bimbo (ovviamente vuota). Rubò il giornaletto nella controluce del basalto e lo fece in mille pezzi urlando. Poi fuggì via ridendo. Mi sembrò cosa giusta, lo reputai un segno del Destino: non avevo ancora voglia di parlare di fine con la F maiuscola. Ripenso ancora ai ragazzi di quel tempo. Avevano tutti un soprannome. Dei piccoli supereroi: Nuccio Zorro, Carmelo Bau Bau, Orazio Paletta…Venne il tramonto rosso a rosolare ciò che rimaneva di quella mattina fattasi meriggio. Mi tuffai sulla caponata dei miei nonni e per la prima volta notai le crepe sui muri di quella casa antica. Tutto sembrava reggersi a fatica, sul punto di collassare, così improvvisamente. Fuori cantavano le cicale, come se non esistesse nessuna Editoriale Corno. La Luna e le stelle mi apparvero come decorazioni del vintage nel suo farsi.

Il Debunker nell’Era della Schiumizzazione: passive-aggressive, vaccini e nuove ghettizzazioni.


Sono tempi strani. Occorre stare attenti a come si scrive e a come si parla. È in vigore una sorta di censura dolce e proprio per ciò, perversa. Non si tratta di una vera e propria censura, giacché chiunque può scrivere quel che gli pare (o quasi), quanto in realtà di una maniera di connotare e ghettizzare il pensiero non conforme al nuovo dogma. Infatti, questa apparente “libertà” espressiva è fortemente calmierata da un contesto che ne drena le asperità tramite regole da clan condivise e non scritte da orde e tribù digitali di “debunker”. E’ una sorta di ordine tacito (nel Medioevo “ordo” indica sia la capacità di organizzazione generale che il singolo costrutto della vita spirituale), un tentativo di rendere solubile il multiforme. Certe tematiche poi, rappresentano dei leitmotiv ricorrenti: su tutte la questione della vaccinazione di massa, che pare rappresentare un vero e proprio argomento “tabù” per certe élite. Stranamente non si ottengono reazioni così forti per altre tematiche, come, ad esempio, la questione relativa alla vendita di stato degli alcolici e delle sigarette, tematiche per cui esistono statistiche certe e numeri di malattie e morti neanche lontanamente paragonabili a quelli relativi alla questione dei vaccini.
Oggi è il tempo dei cosiddetti “passive-aggressive”, di cui il “debunker” è espressione più simbolica e caratteristica. Lo scambio sui social, di solito, segue uno schema; dapprima è dicotomizzante (connotazione dell’interlocutore-non-conforme entro la categoria del “vax-no vax”, ecc.) e poi diventa conflittuale (non si usano scurrilità ma, in genere, si comincia a etichettare l’interlocutore come “complottista”). A nulla serve, ad esempio, il riportare pareri di altri medici e ricercatori, giacché questi ultimi verrebbero immediatamente bollati come eretici e incompetenti.

Questa idea scientista della scienza, un’ipertrofia che sta ammorbando la conoscenza in ogni campo, questo nuovo dogma che trasforma tutto in una “fenomenologia della causalità”, a me, personalmente, fa venire i brividi. Cito uno dei più grandi filosofi contemporanei, Peter Sloterdijk, che a sua volta cita Nietzsche. Su scienza e non scienza: – Il postulato di Nietzsche secondo il quale una cultura più evoluta dovrebbe dare all’uomo un doppio cervello o un cervello a due camere perché possa percepire, da un lato, la scienza e, dall’altro la non-scienza, si avvera in modo del tutto imprevisto. (…) In questo doppio sapere transumano, si vede la forma di sapienza che risulta vincolante per gli uomini nelle civilizzazioni biologicamente illuminate. Saggezza significa quel “modus vivendi” che rende un sapere vivibile e del quale non bisogna sapere niente per voler vivere”.

Pare inverosimile che intere categorie del sapere parcellizzato del nostro tempo (e questo è un altro problema che andrebbe esplorato, quello dello “Specialismo”), le quali dovrebbero coltivare l’essenza del dubbio ad ogni passo, possano essere così centrate sui grumi di sapere illuministico racimolati negli ultimi sputi di secolo. La brutale necessità di “comprendere” entro un alveo raziocinante l’assurdo dell’esistenza, sta generando l’orrore cosmetico di una cultura sclerotizzata entro dogmi e formule. Spesso i nuovi “Sacerdoti del Tempio” si ritrovano a spacciare l’incertezza del loro stesso operare (quella sì, sacra) per dottrina della logica e fiducia-fede nel metodo-dogma, finendo così per uniformare il mistero della vita alla necessità del dettaglio e della contingenza, nel tentativo di esorcizzarlo e collocarlo nell’alveo delle fredde statistiche relative al paziente-cavia.
Nessuno, immagino, possa essere “contro i vaccini” (o la PlayStation o la giostra a calci in culo) che sono stati a rappresentano una fondamentale tappa nel progresso e nella cura di certe malattie. Tuttavia, se si cerca di stare attenti e vigili, di essere critici verso una prassi di vaccinazione coercitiva di massa (e a fronte delle negligenze palesi su altre problematiche ben più patenti), si corre il rischio di essere ghettizzati e catalogati entro la nosologia del “no-vax”.

Cito ancora Sloterdijk, e fornisco un’altra analogia, che apparentemente non pare pertinente, ma che, nella realtà, dovrebbe suscitare nel lettore squarci di visione sui possibili scenari futuri: “se ipotizziamo che verso la fine del XXI secolo sulla Terra vivrà una popolazione di 10 miliardi circa di Homo sapiens, ci troviamo di fronte a un biotanatopo che, con un tasso globale di mortalità molto civilizzato di 1,5 punti percentuali – alias un’aspettativa di vita di 75 anni estesa all’intero genere -, indica 150 milioni di morti “naturali” per annum; ciò corrisponderebbe a sette epoche di terrore nazionalsocialista o a trenta olocausto hitleriani, ovvero quattro epoche staliniane o a tre fasi di sventurate riforme maoiste. La mostruosità di queste cifre sta nel fatto che apparterranno alle statistiche di un’umanità pacificata”.

A mio avviso, tutte queste reazioni radicali sono il portato di una cultura totalitaria mascherata da falsa attitudine alla tolleranza, alla libertà espressiva. E’ facile infatti constatare che, in un discorso specifico sui vaccini, lo “scientista” possa passare a definire l’interlocutore di default come “terrapiattista”, “sciachimista”, chiosando a intervalli con il solito refrain del ”complottista”. Il filosofo e poeta Marco Guzzi ci viene in soccorso in questo senso: “questa idea del complottismo è veramente ridicola e denuncia una grande ignoranza. Dovremmo dare del complottista ad Habermas, a Rifkin, praticamente tutti quelli che ancora pensano… Il problema si complica perché c’è una vasta area di collaborazionismo”.
Cos’è dunque questo collaborazionismo e chi sono i “collaborazionisti?”.

Anche qui utilizzo un altro esercizio associativo (qui si parla di arte, ma poco cambia ai fini del nostro discorso, essendo i medesimi schemi che si riproducono a più livelli): ”chi sono le persone perbene? Sono coloro che hanno il senso comune, soprattutto il buonsenso. Che si chiedono poche cose e sempre quelle. Mentre, invece, l’arte dilania. Mette allo scoperto tutti i traumi, consci e inconsci, ravviverà tutto il dolore di sé. Ma il dolore non è sempre una cosa nefasta, è anche una cosa che apre il cervello e fa capire. Oggi c’è un’ignoranza devastante. Ci sono curatori. I critici sono pochissimi. Questi sono mossi dagli ordini della necessità che hanno avuto”. (Lea Vergine)

Il limite del costrutto banale del pensiero dominante si palesa dunque in questa visione dogmatica di vita-uomo-salute, tipica di una conoscenza mediatica e protocollare che vive e si nutre di statistica e comparazione. Per fortuna la vita è ben altro, e spesso gli orizzonti possono ampliarsi frequentando arti conoscitive come lo yoga o altre discipline che non siano dopolavoristiche o ricreative. Forse dei corsi di meditazione non aziendale, potrebbero fornire nuove strade e illuminazioni a certi ricercatori e professionisti, e magari suggerire che la vita è frutto di un’immensità che nessun approccio neopositivista potrà neanche lontanamente contemplare.

Occorre dunque trovare la forza e il coraggio di ribellarsi a certe forme virali (queste sì!) figlie di un atteggiamento riduzionistico e tipiche delle modalità di certi alfieri del colonialismo del pensiero, e in definitiva dei fanatici della dicotomizzazione: bene-male, brutto-bello, ecc. Questo atteggiamento è esattamente ciò che sta attentando la biodiversità del pensiero (oramai sempre più depauperata) e si traduce nel vizio dell’automatismo della “dimostrabilità”, vizio che si riverbera e ramifica producendo danni enormi, quali, ad esempio, quelli inflitti dall’onnipotenza dell’uomo al suo ambiente.
Il medico non può essere il Detentore del Vero, il dispensatore di verità specialistiche e impenetrabili. “C’è un’ignoranza da analfabeti e un’ignoranza da dottori”, diceva Michel de Montaigne.

La congestione del jazz italiano.

La situazione dei musicisti di jazz (uso questo termine nella sua accezione ampia) sta vivendo in Italia la peggiore crisi di sempre. Complice un momento storico peculiare e di passaggio, in cui la digitalizzazione e la diffusione via social di gran parte di contenuti un tempo riservati agli spettatori dei concerti, ha messo in crisi la già traballante macchina organizzativa nostrana.

Oggi è impossibile vivere suonando jazz nel nostro paese, a meno di non far parte di una ristretta cerchia di artisti legati a cordate, amicizie, salotti e cerchie iniziatiche degne di una nuova Scientology Sincopata.

L’unica via di fuga pare essere quella dell’insegnamento in conservatorio: altro percorso irto di ostacoli, spesso insormontabili.

Ci ritroviamo dunque, da musicisti e insegnanti, a prospettare un futuro in cui questi nuovi studenti non avranno alcuno sbocco al di fuori dell’insegnamento, in base a un gioco perverso di permutazioni che vedrà futuri insegnanti senza esperienza di palco e di vita. La classica obiezione – è sempre stato così – non può essere presa a modello: i grossi nomi ci sono sempre stati, ma a latere, è sempre stata viva e pulsante (fino al 2000 circa) una scena artistica che viveva delle esperienze performative rese possibili da una sorta di biodiversità dell’offerta di luoghi in cui suonare essendo remunerati. Il 2023 offre invece una proposta congestionata dai criteri dei cosiddetti “centri di produzione”, dalla politica dei bandi, dagli uffici stampa, dalle onnipotenze dei direttori artistici.

L’esercizio della critica è totalmente assente in questo ambito, anche perché, sovente, molti critici sono a loro volta coinvolti in ruoli di direzione artistica e di gestione delle risorse. Nessuna voce si alza in soccorso di questa situazione, che rappresenta un vero e proprio dramma per molti artisti che non sono sotto l’ombrello riparatore dell’insegnamento statale. Un dramma che viene totalmente ignorato, per ragioni anche facilmente comprensibili e relative allo schierarsi contro qualcosa, pratica assolutamente bandita in un mondo museale, rigido e non avvezzo alla dialettica feroce, viceversa, prassi che funge da stimolo in ogni altro contesto culturale (fa specie constatare invece quanto sia compatto e solidale, tal microcosmo della critica, degli addetti ai lavori e di molti musicisti, quando si toccano questioni di lana caprina relative a sterili polemiche di ordine accademico/lessicale sulla natura di questo benedetto jazz).

La situazione è veramente critica per molti colleghi, spesso costretti a dover fare i salti mortali per sbarcare il lunario. Le conseguenze devastanti di tale depauperazione culturale sono già riscontrabili sul piano della proposta artistica generale, e nel pessimismo prossimo all’ignavia di molti ragazzi che si avvicinano al mondo del jazz con passione sincera, e che si ritrovano di fronte a ostacoli di natura extramusicale veramente frustranti, e a spendere una marea di soldi per realizzare cd che nessuno ascolta più, per pagare uffici stampa salatissimi, ecc. Centinaia di ragazzi alla mercé di osti che offrono la classica jam cui partecipare gratuitamente, del tutto avulsi da una reale politica consapevole del mestiere del musicista praticato come lavoro, saranno il plotone di insegnanti del futuro in ciò che rimarrà dei conservatori e delle scuole private e pubbliche (con quale bagaglio di esperienza, viene da chiedersi?).

Domanda ai critici nostrani: quale humus culturale pensate possa svilupparsi a seguito di una situazione così svilente e discriminante dei musicisti italiani nei prossimi decenni? Qualcuno che abbia voglia di fare giornalismo di inchiesta ci sta ancora in questo martoriato mondo del jazz italiano? Di questo passo ci ritroveremo a leggere nel prossimo futuro le recensioni delle giornate di lezione in classe dei docenti.

POST SCRIPTUM: IN RISPOSTA AD ALCUNI COMMENTI SUI SOCIAL.

“Carissimi, ho letto i vari commenti, tutti preziosi e, naturalmente, sono perfettamente consapevole della multifattorialità che determina la crisi del settore. Rimane la questione drammatica relativa al “mestiere” del musicista, a ciò che, come fa giustamente notare Roberto Arcuri, poi dà senso all’esistenza di tutto l’indotto. La situazione è drammatica perchè rimanda a un contesto sempre più desertificato, con qualche oasi paradisiaca, nel paradosso di realtà che si porrebbero quali terminali di non si sa bene quale movimento. Tutto è deciso in base a umoralità e simpatie, a logiche di scambio e visibilità. La realtà è che la critica di settore (uso questo termine per comodità) non è per nulla interessata a questi argomenti: tutto ruota intorno a ipertrofie di prammatica e capodanno “topjazzato” con tanto di fuochi fatui d’artificio. Ormai chi si occupa(va) di queste musiche (plurale), o riveste ruoli salienti nel campo organizzativo, o semplicemente se ne fotte di comprendere come cazzo fanno a campare i musicisti di “jazz” in Italia. La logica imperante è questa (e lo dice uno che è stato co-fondatore di due dei collettivi italiani più importanti, quindi non mi si venga a parlare di associazionismo): giovane talento – bandi- centri di produzione – cd – ufficio stampa – ciaone (a meno che qualcuno non decida che sei appetibile). Chi fa musica da trent’anni si attacca al tram, se osi criticare questo sistema museale e chiuso vieni tacitamente emarginato. Tutti parlano di nascosto e nessuno osa scrivere le banalità che scrivo. Neanche nella Sicilia di Salvo Lima (paragone forte da leggere con ironia) c’era tanto silenzio. Il mantra che sento ripetere fra colleghi  è sempre lo stesso: “ma che senso ha dire queste cose. Tanto decidono sempre gli stessi e se ti lamenti passi per vittima”. E giù coi nomi di artisti, giornalisti e organizzatori che potete immaginare. Fin quando me lo dicono i miei coetanei, stanchi e delusi, posso anche capire, ma quando queste obiezioni vengono fatte da musicisti giovanissimi c’è da preoccuparsi seriamente. Chi scrive per passione poi, di solito, subisce le fascinazioni delle mode o non ha gli strumenti musicologici necessari per comprendere gli approcci compositivi  e metodologici della musica attuale (analizzare la musica d’oggi implica competenze di un certo rilievo: penso che si possano contare sulla dita di una mano coloro i quali siano in grado di affrontare con criterio le partiture di Steve Coleman o di Steve Lehman, giusto per fare due nomi). La verità è che, in questo minestrone tutto nostrano, dove i ruoli fra giornalisti, appassionati, critici, organizzatori, musicisti, direttori artistici sono interscambiabili, ad avere udienza sono solo musicisti afferenti a certe cordate, o nelle grazie di qualche eminenza. Per esempio, è stata quasi del tutto bypassata la “generazione di mezzo” (gli attuali cinquanta/sessantenni) la cui enorme produzione pare essersi perduta negli abissi degli anni Ottanta e Novanta. La verità è che a nessuno frega nulla della ricerca esplorativa sul campo e delle fonti, e in questo senso il jazz in Italia non gode di applicazioni serie da parte di studiosi seri. Io da allievo di Roberto Leydi, Cane, Gino Stefani, Clementi, ecc. penso di poter affermare con contezza quanto ho scritto. Faccio notare che, senza il post di Roberto, queste mie riflessioni  sarebbero rimaste confinate entro la cerchia di quel plotone di disgraziati che ancora mi segue con passione. Ricordo bene le nostre discussioni con Gianni Lenoci, un altro che pativa molto questa indifferenza, e ho bene in mente cosa sia successo dopo la sua scomparsa (penso sempre ai nostri concerti in luoghi sgangherati con tastiere e batterie di comodo, di fronte a quattro allampanati). Poi magari arriva l’ultima novità d’Oltreoceano, ed ecco plotoncini di appassionati scrivani pronti a farsi 500 km per sentire quattro pernacchioni assestati bene. Il jazz e i musicisti sono un bene prezioso per la cultura di un paese. Chi scrive di musica, chi organizza deve tenerne conto, perché ciò rappresenta il patrimonio artistico di riferimento. Non occuparsi di ciò è l’equivalente di lasciar deperire monumenti, pinacoteche, musei, ecc. Quando lo si capirà sarà troppo tardi”. 

Civiltà e Barbarie: una domenica al bar

Oggi al bar una comitiva di vecchi pensionati tedeschi ha consumato pantagrueliche porzioni di arancini, mischiandole poi con gelati e dolci di ogni sorta e innaffiando il tutto con enormi tazzone di caffè americano.

Pensavo che a me sarebbe venuto un infarto addominale.

Vecchi arzilli, dalla pupilla celeste, le gambe scavate da torrenti verdi quali ramificazioni di potenziali trombosi venose. Il loro tavolo pareva la discarica di rifornimenti rilasciata da un cargo. Nel giro di pochi istanti, la metamorfosi. Come formiche laboriose, ecco la truppa alzarsi in sincrono: sinergie ed efficienze. Tutta la “composta” veniva così smembrata e ripartita negli appositi contenitori della differenziata fra lo stupore di camerieri intenti a scacciare le mosche. Il plotone muoveva poi verso le bici e le macchine: tutti mi hanno salutato calorosamente come fossi un loro conoscente.

La civiltà ha gli occhi di ghiaccio.

Col mio scooter ripercorro la strada verso casa. Scorci della meravigliosa Timpa di Acireale. Eccola la nostra “composta”.

La barbarie é un popolo senza radici.

Recensione di “Asteroid City” di Wes Anderson

La metafisica del cinema estetizzante e surreale di Anderson continua ad ammorbarmi e a procurarmi fastidì epidermici di una certa rilevanza. Con la myse en abyme e la metatestualità di “Asteroid City”, Anderson raggiunge il culmine della cerebralità filmica nel paradosso di una realizzazione cinematografia visivamente stupefacente. Tale contrasto, del resto cifra stilistica pregnante di tutta la poetica cinematografica del regista, contribuisce a generare lo straniamento che a tanti affascina e che a me irrita oltremodo. É proprio a causa della chirurgica progettualità tesa a tenere insieme il quadro sinestetico che, a mio avviso e per paradosso, finisce per collassare tutto l’impianto dell’opera, che risulta caotica, spezzettata e sublimata dai frammenti. In poche parole, Wes Anderson rimane intrappolato dalla cornice del suo stesso spazio scenico, che pare implodere su se stesso piuttosto che forzare i limiti di teatro, cinema, narrazione.

Il confine tra micro e macro storia non vive dunque di una dialettica fertile, soprattutto se a togliere le castagne dal fuoco è necessario l’intervento del Deux, della singolarità-aliena che congela il giudizio sul dramma esistenziale ponendolo su un piano altro, ulteriore, debordante, supponente. Gli attori – un cast stellare – paiono deprivati della loro stessa anima, di ciò che li ha resi sublimi, e si aggirano come zombie per la sideralità dei quadri, vampirizzati come sono dalla maniacale formalità del regista. In ció Anderson mi ricorda certi isterici compositori e musicisti (di quelli che piacciono tanto a certa critica), che tengono a freno la creatività dei partner in funzione di sterili obiettivi formali, con risultati spesso agghiaccianti. Wes Anderson è per me una dissonanza che non si risolve mai, la tela di una Penelope con l’Ulisse in casa.

Hamas, Israele e le paturnie della sinistra italiana

Quando l’orrore irrompe sullo scenario delle opulente società mediatiche, si genera il cortocircuito che fa saltare la fragile struttura del dispositivo che le regge. Con l’attacco compiuto da Hamas durante il rave in Israele, ecco la violenza fare irruzione entro la bolla di Reale degli eletti di Schengen, quella stessa medesima violenza tenuta debitamente fuori dagli argini dell’egemone società occidentale. Tale densità irriducibile (l’attacco a dei civili, la crudeltà non contemplata fuori dallo scenario dei mercenari della guerra) diventa così prorompente e tracima oltre l’orlo tollerabile della diga che compone l’Immaginario dell’opinione pubblica. A poco serve ricordare che negli stessi luoghi geografici (a testimonianza che ogni confine è oramai psicologico e non più geografico), tale orrore è ordinario in Palestina, e non fa parte del rimosso che, viceversa, è attivo come tabù nelle cosiddette “società della sorveglianza”.

A subire maggiormente il trauma dei fatti del recente attacco via terra di Hamas è, naturalmente, la sinistra italiana, o ciò che ne rimane, folgorata dalle contraddizioni che la compongono; su tutte lo iato che nevrotizza le scelte di politica internazionale rispetto a quelle ideologiche: semplificando, la linea politica di Bruxelles e dei mercati che si contrappone alla tradizionale vicinanza alla “questione palestinese” (Davos vs kefiah).

Altre contraddizioni laceranti possono facilmente essere individuate: appoggio alla reazione di Israele come atto di risposta a un attacco e posizione pro Ucraina nei rispetti della reazione russa dopo gli attacchi nel Donbas, plauso agli atti repressivi delle forze dell’ordine durante il lockdown e condanna della polizia per i fatti di Torino, per non dire delle adesioni alle politiche attuate a danno dei disobbedienti (il famigerato green pass) che vanno a contrapporsi con le storiche battaglie sindacali per il lavoro.

Sono tutti aspetti correlati che, nell’apparente diversità dei contesti, accomunano la galassia DEM-progressista, ormai in rotta verso il buco nero (l’objet petit a) ove si annulleranno catarticamente tutte le derive della dialettica tra significanti e significato.

Erotiche Gesta

Alquanto bramai ch’ogni corpo sinuoso di donna mi bramasse, ma poi dovetti porre freno di fronte a cotanta Grazia offerta. D’ogni parte giungeàn formose donzelle a offrirsi, prospere di febbricitante ardore, lascive oltr’ogni limite e sanza ritegno alcuno. Mio malgrado ordunque, alla macchia finii col darmi, pur di fuggire all’orda di fameliche, poppute ossesse. Adesso il mio desìo dovrò tenere a bada, e a carezzàr le rimembranze delle mie erotiche gesta, volgerò il dipanar del tempo che mi resta.

La fine dell’epopea fallocratica

La Torre di Babele crolla e con essa l’ardire dell’uomo di innalzarsi verso l’Onnipotente. Il fallo è organo primitivo, semplice e grezzo rispetto alla multiforme natura della vulva. Necessita di una raccolta pelvica di sangue al fine di potersi erigere e di inoltrarsi per le cavità ctonie della Conoscenza. Ma il suo penetrare si arresta sempre sulle soglie dell’estasi, destinato com’è alla disfatta dell’afflosciamento, alle vele ammainate nella bonaccia della “petit mort”. Il presente annuncia indici statistici con cali evidenti della fertilità del maschio. Gli oggetti di fascinazione sono tutti vulvari: la PlayStation (penso a “EXistenZ” di Cronenberg), le tv al plasma, la lavatrice, il materasso in memory, ecc. Solo nelle ricche società dei multimiliardari arabi si perora la causa dell’ innalzamento dei grattacieli a Dio.

Il fallo è morto!

La Storia è finita!

Il futuro è sempre stato satanico, dunque ermafrodita.

Del perché patisco la bellezza e la sinuosità del femminino.

Ma è vero, essi la temono/più che la morte, la bellezza è temuta più che la morte/più di quanto essi temano la morte.

Questi versi di William Carlos Williams sono miei.

Molte donne non mi comprendono quando affermo di soffrire di una vera e propria sindrome di Stendhal per il corpo, le forme, la suadenza, la seduzione, il fascino dell’essere femminile. Il mio è una sorta di spleen che mi spinge verso le spire di Thanatos, un impulso del tutto irrelato che, paradossalmente, annulla il soggetto precipitandomi in una sorta di Tartaro. Tale dannazione è figlia del duello tra Bellezza e Morte, e non può trovare pace nell’atto del possesso, giacché è proprio la fallibilità dell’Eva scacciata dal Paradiso Terrestre a rendermi perennemente vinto dalla levigatura e dalle imperfezioni del corpo, da questo perenne iato tra Natura e Idea.

In un certo senso, la donna avvenente e desiderata, esprime la reale natura della brama, che è legata alla potenzialità del tradimento, alla bugia sacra che genera la favola, all’oltraggio dell’ indecenza. L’amore è un surrogato. Scatta quando la passione erotica (Eros) si acquieta: allora riemerge il Soggetto e si placa la furia della fiera. La fiamma è spenta dal liquido sacro, ogni sentimento si fa libero dal tormento dell’estasi.

Granite e barbari: Catania martoriata

Una delle ragioni per cui ho deciso di ritornare in questa Catania martoriata, abbandonata, offesa, umiliata è questa: oggi al bar una coppia di briosi stranieri stavano accumulando al bancone un cargo di pasticci, fra mezze granite, cannoli, cappuccini, arancini, brioche e non so cos’altro. Si apre il dibattito, giacché i due, non contenti, vorrebbero un mix tra caffè freddo e “cronata” di caffè. Nessuno parla inglese, dunque intervengo. Immaginate la scena come in un quadro: il barista immobile con in mano un bottiglione di caffè freddo e nell’altra una palettata di granita di caffè, colto in un frame perenne che lo eternizza, e una piccola, caravaggesca calca dalle bocche spalancate a far da contorno ai due stranieri. La questione alla fine viene risolta: la coppia nella foga ingorda del giorno di passaggio, bramava la delirante carrellata di sapori, culminante in una tautologica miscela di caffè e granita di caffè. Ne nasce un dibattito accorato. Intervengono altri avventori. Si crea un capannello. Invano si cercherà di fare intendere ai barbari – che nel frattempo addentano cialde di cannoli dopo averle intinte nella coppa di granita al pistacchio – circa il delirio di tali giustapposizioni del gusto. Rassegnato, abbandono la scena e mi immergo nei pensieri, mentre lo scooter incede per le stradine della campagna della Timpa. Ci rimane soltanto un barbaglio d’armonia nelle proporzioni del gusto: nello spazio anarchico in cui mi muovo, questa martoriata terra è ancora il riflesso di un mistero attivo.

Le trappole del linguaggio: femminismo/maschilismo

Le parole si attaccano alle giugulari dei significanti, a loro volta in cerca di significati da violentare. Si chiama linguaggio quel fenomeno bioculturale costituito da ciò che consente la fonazione (capacità di articolare la mandibola) e dal complesso simbolico di segni che determinano un ambito culturale.

La stratificazione delle culture genera paradossi di ogni genere, infatti spesso si tende a confondere il linguaggio con la lingua, quest’ultima essendo il mezzo espressivo consentito dal linguaggio e ciò che definisce le caratteristiche delle relative leggi fonetiche.

Prendiamo uno dei paradossi linguistici attuali, la diade maschilismo/femminismo. È del tutto evidente che la parola maschilismo è attualmente connotata da una significazione negativa, trattandosi di un neologismo creato negli anni Sessanta per indicare una presunta superiorità bioculturale del maschio. Viceversa la parola femminismo fonda nelle sue radici su un movimento culturale atto a legittimare la parità dei diritti civili delle donne. Ecco emergere una sottospecie di significato: superiorità vs parità (a scavare bene, emergono perle nascoste). Attualmente la connotazione del termine femminismo è fortemente carica di un’ideologia politica tracimata nel cuore del linguaggio: rispetto alla vasta gamma politico-ideologica del suo passato, oggi il termine femminismo è attratto dalla polarizzazione della categoria gender; ciò a seguito della contrapposizione con il termine sex introdotta nel 1975 da Gayle Rubin. È da questo momento topico che viene a scindersi la componete bioculturale del termine fra caratteristiche biologiche e culturali dei due termini.

In buona sostanza nel 1975 comincia a scomparire il soggetto biologico in funzione di una categoria identitaria complessa, secondo un principio pulsionale tendente – al suo estremo – alla scomparsa definitiva di ogni peculiarità sessuale. Ancora una volta ecco emergere un’altra sottocategoria: il temine maschilismo è semplificazione negativa mentre il termine femminismo diventa complessità positiva. Pochi notano che questi processi di brutalizzazione della lingua portano a una sostanziale smantellamento del soggetto, con conseguenze tragiche per l’immediato futuro.

L’immigrazione è una risorsa

L’immigrazione è una risorsa. Non comprendere questo nel 2023 significa essere fuori dal tempo storico che stiamo vivendo. Un paese come il nostro, al centro della “mediterraneità” dei millenni, ha una naturale vocazione all’interscambio culturale. Tradire questa nostra inclinazione a fronte di problematiche contingenti, significa precipitare nella notte involutiva che relegherà queste regioni del pensiero entro limbi privi di prospettiva. Noi necessitiamo di interscambio. Il nostro è un paese dalle pulsionalità infette. Da siciliano poi, non riesco a immaginare altro che sincretismi per questi innumerevoli paesaggi, per questo indefesso miscelarsi di mari. Noi siamo stratificazione di civiltà, dalla Turchia, all’Egitto, alla Spagna passando per l’antica Cartagine, le rotte fenicie, le magnificenze del Bosforo, crocevia di culture, merci, religioni, tradizioni… L’Altro è sempre stato nostro “fratello”, anche sotto la feroce veste del nemico e del conquistatore: integrazione, risorsa di cambiamento, futuro. Di questo passo saremo solo una rimanenza sterile di civiltà morente, fermenteremo delle nostra putrescenze in preda alle mode delle isterie mediatiche e politiche di turno. Andare oltre ogni ideologia politica è il compito di ogni essere umano civile del 2023.

Il mistero del leggere un libro

Aprire le pagine di un libro è come viaggiare indietro o avanti nel paradosso magico del divenire di futuri e passati. Dacché ogni cosa diviene nel suo manifestarsi, ecco il libro farsi scrigno, sigillo, cristallizzazione dinamica da sfogliare. È una pratica di disvelamento che ha come apparenti colonne d’Ercole i confini della copertina, i quali fungono da illusorie pareti da penetrare per gli infiniti processi di smaterializzazione dell’ego.

Favole, tragedie, commedie, trattati: il libro è verità lamellare, ogni pagina un sipario che si apre e si richiude sul palcoscenico di ogni vita, ogni parola, ogni sintagma, un pozzo incantato di luce abissale. Sfogliare un libro è pratica sacra, fuoco che squaglia il soggetto entro il nuovo calco che lo renderà iniziato e pronto alla rottura del sigillo. Leggere un libro è liberarsi del fardello del proprio Sé, vibrare in consonanza con l’immanenza della cellulosa, della carta che fa da tavolozza al nuovo disegno ricalcato dal lettore. Così il libro si fa bara, ara dove è sepolta l’anima dello scrittore, e intorno alla spoglia del creatore, sul sarcofago ornato dai geroglifici viventi delle parole che ancora una volta canteranno del mistero del mondo, danzeranno i fuochi fatui dei viaggiatori delle pagine, in un perenne vortice di luccicanza.

In questo porco mondo “L’Elefante”

Oggi ho visto un elefante coi pantaloncini corti e le infradito addentare un arancino e colare di sugo come una vecchia petroliera sfondata. Al suo fianco la famiglia assuefatta e dei vasi di piante appassite a far da mesto corredo al bar di periferia. Solo pochi metri più avanti il sole andava a schiantarsi sull’asfalto, sul catrame delle frenate dei motorini e sulle buste di plastica svolazzanti dall’ortofrutta di fronte.

Oggi ho visto una forsennata ingobbita che si ostinava alla sua corsa sbilenca e tangenziale al bar, e a me pareva potesse schiattare da un momento all’altro, e avrei scommesso venti euro che sarebbe crollata poco prima di svoltare all’angolo della farmacia. Invece no; la “gobbista” correva ancora sbilenca prima di essere inghiottita dalla via ignota e interdetta per sempre al mio vissuto che sarà. Ho visto queste e tante altre cose.

Per esempio, ho visto il prete della chiesa alla mia destra diventare un punto interrogativo nero sul portico, e poi lampeggiare come un fuoco fatuo nei pressi del presbiterio interno. Ma questa è un’altra storia.

In questo porco mondo “La bomba ciccia”

⁃ Oggi a mare ho visto una nonna bomba ciccia farsi esplodere al largo nel tentativo di procacciare cibo ittico al bestiale nipotame. L’orda pestifera ha divorato i resti morenti di un tonno di passaggio. Dall’alto Iddio Cristo Onnipotente non favella e continua ad arrostirci nella canicola, come sardine sulla graticola. Ultimi rantoli di un mondo con gli umani.

⁃ Oggi ho visto una nonna putrescente affettare salumi con la sua dentiera a un drappello di lerci turisti moldavi biciclettosi. Urlava la vecchia in una sorta di lingua oscena, sputando l’anima infetta sul drappello orante il bisbiglìo dell’incomprensione. Io attendevo fremente e al contempo osservavo con cura gli errori di farcitura della salumiera ossessa. Ho visto salame al posto del prosciutto, e cetrioli crudi cadere come soldati falcidiati dai proiettili. Ho visto sottilette Kraft e pezzi di grana sparsi a cazzo di cane, mentre il disagio fonetico della Babilonia sonora si faceva vieppiù pressante con l’approssimarsi dell’orario di chiusura. Io ero parte della clientela in attesa. Sembravano afflitti come ex manager in fila alla mensa della Caritas. Eravamo rassegnati e al contempo rispettosi e in religioso silenzio, giacché c’era qualcosa in questi moldavi vacanzieri di estremamente triste, che ricordava certi tramonti ferrosi al di qua del Danubio. Qualcuno del drappello ci sorrideva di quei sorrisi tristi che noi siciliani non possiamo derubricare sotto la categoria del concetto di “sorriso”. Quando è giunto il mio turno ho deciso di lasciare platealmente il posto agli altri, e mi sono congedato dalla vecchia malefica con queste solenni parole: “come ti fai il letto, così dormirai!” (Proverbio moldavo che ho trovato sul web smanettando sull’iPhone durante la snervante attesa).

Processo alla memoria: tra Proust e la fiaba

Dopo aver finito la Recherche sono piombato in una sorta di incantamento lucido, e mi sono riavvicinato al mio immaginario d’infanzia, alla favola che tanto costellava di brividi di stupore i miei pomeriggi. È come se, per tramite di Proust, si fosse riaperto un portale d’accesso a quella speciale condizione sensitiva che ha caratterizzato quel tempo idilliaco, un filo di seta luminoso che mi ha condotto verso un’aspettazione che non è propria di questi miei anni. Ciò mi ha reso ancora più attivo su vari piani percettivi: più al pathos della fiaba, al dolore che ribolle sotto il fuoco delle antiche simbologie, alla realtà vivida del vissuto dei protagonisti, che alle fantasmagorie dell’immaginario e allo stupore del maraviglioso favoleggiare.

È la terribilità della fiaba ad affascinarmi adesso, mentre osservo le cartacce volteggiare al vento fresco di settembre, o ascolto le prime mareggiate frangersi sulle scogliere, nelle notti che paiono gravarsi di un mistero crescente con l’approssimarsi dell’equinozio autunnale. Questo canto colma di ardori e stupore i miei viaggi serali, che ora paiono straordinarie avventure verso un ignoto che par divenire fanciullezza, secondo un processo di inversione che si mostra a dispetto del fluire apparente del tempo. Talvolta è un volto femminile, che riconosco fra miriadi di volti, a rammentare la corruttibilità del mio corpo fisico fra le vite passate e future, a squarciare l’involucro che mi separa da quella fascinazione che sembra essere manifestazione di un arcano. E allora mi chiedo: come fare? Come comunicare tale enorme impellenza nel teatro del Reale, come porgere all’eletta il ramoscello poetico senza essere intrappolati dall’analisi reticolare dalla metafora della similitudine?

Difficile, senza correre il rischio di spezzare il fragile ordito che unisce i due mondi. Allora occorre trasformarsi in eroi, vivere costantemente sull’orlo di una dualità, fra vita e morte, vecchiaia e giovinezza, felicità e tormento, puntare la lancia in gola alla fiera fuoriuscita dagli abissi, essere cavalieri di carta del nostro vissuto. Fallire e risorgere nel rebus di significanti che rigenera le immagini di fonte sorgiva e crepuscolo di civiltà, orchi, dame e castelli, parrebbe essere l’unica mia via verso l’infanzia della mia memoria, verso quel luogo inafferrabile costituito dalla monade viola pulsante che sublima la caducità di noi esseri mortali.

Filastrocca per Alida

Questa è una filastrocca scritta per Alida, quando aveva sei anni. La scrissi su un foglio di carta durante l’attesa dal medico.


La principessina Alida

I

Nacque un giorno dalla neve,
nel gennaio più freddo e greve,
una bimba fra le grida
che la mamma chiamò Alida.

Venne un drago di cristallo,
venne l’elefante Verde,
venne un demone cavallo,
tutto il fumo poi disperde.

La capanna diroccata
in castello è trasformata,
poi la paglia tutta in oro
in cinghiale un bel castoro.

Può mai dirsi tanta gioia,
tra la fame e i tanti stenti,
dai natali di una bimba
sol patate fra li denti?

“Questo è proprio ‘no miracolo”,
me lo disse tale oracolo,
ricordò la mamma Cesca
con in bocca già una pesca.

Fece eco la su’ nonna,
“so’ finiti i tempi duri!!
voglio l’orlo sulla gonna
salto come li canguri!”.

Nel frattempo la bimbina
tirò fuori la manina
e con fare impertinente
salutò tutta la gente!

Figurarsi lo stupore
alla vista di tal gesto,
al bisnonno lo tremore
per minuti fece arresto.

Giunse presto una folata
rese l’aria raggelata,
una voce portò il vento
“questo giorno è un gran portento”.

Poi si chiusero le porte
e si diede il via alle danze,
cosce dritte e gambe storte
baci e abbracci fra le panze.

Dopo mesi la Sor Cesca,
presa l’aria principesca,
si cullava fra le frasche
e gli zampilli de le vasche.

Era estate e nella sera
svolazzava la falena,
con la luna come sfera
che brillava tutta piena.

Di sei mesi la bambina
attendeva la mattina,
con gli occhioni dritti al cielo
nella notte senza velo.

Quando un sibilo sinistro
annunciò una litania,
“Sono Ermete Trismegisto,
lo signor de l’Alchimia!”.

“Finalmente ho il risultato,
la mia perla del Creato,
son riuscito a generarti
grazie a tutte le mie arti!”

Formulato tal segreto
si coprì col suo mantello
per sparire giù sul greto
fra le acque del ruscello.

Dopo questo incantamento
neanche un alito di vento,
giunse il sonno finalmente
all’Alida soavemente.

Sulle volte del castello
lottan serpe contro bruto,
il drago col suo fuocherello
contro il demone cornuto.

II

Passan lesti i primi anni
molte gioie e pochi inganni,
per la nobile creatura
perla rara e gemma pura.

Nella corte i frizzi e i lazzi,
alternati al duro studio,
per le stanze e fra gli arazzi,
sono fonte di tripudio.

Grande gioia, è il compleanno,
si festeggia l’anno sesto,
giusto il dì di capodanno
con baldoria e gran rinfresco.

Fuori infuria la tempesta,
mentre impazza il girotondo.
balla pure la fantesca
con la gente del bel mondo.

Giunse il lampo dopo il rombo,
nel salone un gran rimbombo,
poi si spense ogni lampione
fra la gran concitazione.

“Che succede, tutto è spento!”,
sora Cesca andò gridando
“può causare un po’ di vento
tale furia dell’Orlando?”.

Ma nel dire poi si tacque
con il farsi delle acque,
urla il principe di Svezia
“mi par d’essere a Venezia!”.

Ma una voce venne fuori
dalla grande oscurità,
“Son risorta dagli orrori
a reclamare Sua Maestà”.

“Son la Strega della Notte,
pipistrelli chiamo a frotte,
consegnatemi l’Eletta
o scateno mia vendetta!”

Tutto il corpo dei gendarmi
strinse attorno alla fanciulla,
“Qua nessuno che si allarmi,
tutti i bimbi nella culla!”

Ma di colpo fu gran gelo
e alla strega cadde il velo,
e il suo volto mascherato
mostrò tutto insanguinato.

Nel salone fu il terrore,
un’immane baraonda,
tutti in fuga e senza onore
come nave che s’affonda.

Poi fu il grido della mamma,
giunse al culmine del dramma,
“S’osi tu toccar mia gioia
di tua testa sarò boia!”.

Dunque mosse un gran gendarme
più di tutti coraggioso,
che sguainando tosto l’arme
corse in bocca al tenebroso.

Roteando l’alabarda
menò colpo alla vegliarda,
ma tagliò le candelore
ché di lei restò vapore.

In un tratto il bel soldato,
dopo giusto qualche passo,
cadde come congelato
giù di botto come un sasso.

“Questa è opera del Male!”
gridò forte un commensale,
mentre l’ombra alla piccina
strinse forte la manina.

Se la prese la vecchiaccia,
la tirò con sé alla notte
e di lor non vi fu traccia,
nelle tenebre corrotte.

III

Vennero gli anni del Gran Pianto,
dalla Reggia ogni incanto,
lentamente andò sparendo
ché regnava un sol lamento.

Fu lanciata grande sfida.
perlustrato il gran reame,
la scomparsa dell’Alida
diede luogo a fosche trame.

Si diceva come vero
fosse chiusa in un maniero,
nelle Terre Sventurate
da nessuno visitate.

Ma giammai un cavaliere
giunse con testimonianza,
e notizie veritiere
a lenire la lagnanza.

Sol di lacrime nutriva
la piangente comitiva,
disperata è sora Cesca,
angosciata la fantesca.

Nel momento più di stallo,
giunse in sogno d’un gran mago
rilucente di cristallo
maestoso il grande drago.

La sua fiamma rosso fuoco
rossa linea tratteggiava
sulla mappa un tale loco
chiaramente illuminava.

Tosto in groppa e col turbante
montò Verde l’elefante,
“vola e sfreccia mio destriero,
direzione Gran Maniero!”

IV

Nel frangente la piccina
chiusa dentro la prigione,
ritraeva la manina
dalle sbarre del portone.

Sorvegliata mane e sera
nella fetida galera,
da una cagna purulenta
tutto annusa, tutto addenta.

Una bestia tutta denti,
denti aguzzi assai lucenti,
cui la bimba fa pernacchie,
lei non teme belve e racchie!

Il mostro ringhia e gli occhi sgrana,
occhi rossi come brace,
mentre Alida alla befana
fa linguacce senza pace.

“Brutta strega non spaventi
hai li muscoli cadenti,
hai la faccia consumata
e il cammino da sciancata!”

“Poi hai preso una cagnetta,
che sembrava un amorino,
della stirpe del lupetto
l’hai mutata già in mastina!”.

Dopo i calci alla mansarda
venne giù la gran vecchiarda,
“a ‘sta bimba sì insolente
con ‘ste pinze cavo un dente!”

“Click click giù dalla scale!
zac zac sulle ossicine,
le farò sì tanto male
che vedrà tante stelline!”

Ma la nobil principessa
che tutt’era fuor che fessa,
ribatté con aria dura
“Io di te non ho paura!”.

Fece tante di pernacchie
alla strega e alla sua cagna,
poi condite da sputacchie
e pose fine a quella lagna.

S’adirò la fattucchiera
d’una tale vil maniera,
che perfino la bestiaccia
ebbe tema di sua faccia.

Ed allora spinse il cane
dritto contro quella cella
affinchè rendesse vane
quelle smorfie della bella.

Con un ringhio assai molesto.
mise in mostra la sua rabbia,
e si fiondò come ossesso
quel demonio alla sua gabbia.

Ma la dolce e pia fanciulla
ch’era tutto fuorché grulla,
l’ammansì con la manina
come fosse una gattina.

Fece questo grazie a un dono,
dell’Ermete Trismegisto,
l’animale le fu prono
come mai lo s’era visto.

Poi le disse “Sull’attenti!”
ma con voci assai suadenti,
“corri a prendere la chiave
giusto sotto quella trave!”.

Con un balzo assai ferino
obbedendo alla sua bella,
prese in bocca quel bottino
e lo pose nella cella.

Così fece quella cagna
noncurante della lagna,
della vecchia inviperita
che bramava quella vita

Tosto aperto quel cancello
corse in fuori la fanciulla,
ed in groppa al can fratello
disse: “addosso a quella grulla!”.

Fu mandata a gambe all’aria
quella strega millenaria,
e al suo grido “vade retro!”
giunse un morso sul di dietro.

Poi fuggirono dal castello
per la porta principale,
grazie al sacro grimaldello
e furon soli nel viale.

V

Nel frangente Ermete il mago
sorvolava il Grande Lago,
che le acque del castello
poi lambiva in un ruscello.

Posto in groppa al suo elefante
scorse il cane con l’Alida,
“presto plana fra le piante,
che tra poco sarà sfida!”.

Indi scesero in picchiata
dopo rapida virata,
pronti nel menar fendenti
col bastone fra li denti.

Figurarsi la sorpresa
alla vista di quel mago,
che laggiù nella distesa
si poneva in fondo al lago.

Disse Alida: “lo conosco,
non mi pare un tipo losco”.
Lui gridò: “tu stammi dietro,
alle spalle almeno un metro!”.

Nel frattempo la vecchiarda
fuoriuscita dal maniero,
roteava un’alabarda,
contro il cielo tutto nero.

E il suo corpo macilento
si spezzava con tormento,
per dar spazio alla figura
che celava sua natura.

Un demonio spaventoso
fuoriusciva sibilante,
da quel corpo ormai corroso
con sembianze da gigante.

“La fanciulla bramo avere,
il suo sangue dovrò bere,
e tu mago, sporca razza,
sarai sterco in tua corazza”

Quella voce tenebrosa
si spargeva per la selva,
nella parte sua più ombrosa
nel timore d’ogni belva.

In risposta dal bastone
dritto in certa direzione,
si formò una grossa rete
manovrata dall’Ermete.

Le si avvolse tutto intorno
allo demone tiranno,
che tentava col suo corno
di sfuggire a quell’inganno.

Ma la coda sua ad uncino
con fendente repentino,
mosse il diavolo abilmente
che l’aveva assai tagliente.

Liberatosi e furente
spalancò l’orrenda bocca,
con un far sì repellente
da non dirsi in filastrocca.

Mosse il morso velenoso
verso il mago valoroso,
che rivisse nell’istante
la sua vita come infante.

Ma d’un tratto s’udì un canto
quasi un suono ultraterreno,
poi mutatosi di tanto
in un grido di veleno.

Stava a bocca spalancata
giusto in mezzo alla vallata,
quella bimba impertinente
a sfidare l’Indecente.

La potente vibrazione
più potente d’un ciclone,
spazzò via l’aberrazione
per un’altra dimensione.

Tutto il bosco respirava
come fosse liberato
e la luce ritornava
risplendente nel Creato.

“Ohibobò” blaterò il mago,
“è da tempo che t’indago,
ma da vero e pio credente
tu sei figlia del Potente!”.

Le rispose la fanciulla
“sono anch’io maravigliata,
ma è dai tempi della culla
che non faccio una cantata!”.

Tra un abbraccio e una risata
si compose la brigata,
per far rientro nel maniero
dopo più di un anno intero.

V

Ecco in marcia il bel Quartetto
l’elefante e il Gran Vecchietto,
poi l’Alida e la cagnetta
ora docile vedetta.

“Direzione Gran Maniero!”
urla intrepido il Megisto.
“a nessuno parrà vero
come incanto di Mefisto!”

S’appressava il buon Natale
nella casa ormai regale,
ma non eran dì di festa
per la causa funesta.

“Dove sei o mia piccina
manca tua di tenerezza,
quella dolce tua manina
che faceva la carezza”.

Recensione di “Oppenheimer” di Christopher Nolan.

Cominciamo col dire che l’opera di Nolan comincia ad avere un senso se presa nel suo insieme. È un po’ come cercare di trovare la “storia segreta” che si muove carsicamente per tutti i sonetti di Shakespeare, e come ne i “Sonetti”, il significato dell’opera di Nolan è in parte extratestuale e si avvinghia a tutto il corpus della sua opera cinematografica come un’edera.

In questo flusso “nolaniano” che accomuna il rigore di Kubrick e certa visionarietà di Malick (Nolan essendo più una sorta di continuatore che di emulatore di questi maestri), si iscrive la sua ultima opera: “Oppenheimer”. Per intenderci, siamo distanti dalle spettacolarizzazioni di “Interstellar” e “Dunkirk”; ci ritroviamo, semmai, di fronte a un film dove l’inchiesta sul “caso Oppheneimer”, l’approccio freddo e razionale dello scienziato, la minuziosa cura del dettaglio dei dialoghi, si intersecano fino a fondersi con la visionarietà profetica del protagonista, con il suo ruolo di Cassandra e di messaggero della Nuova Apocalisse. Nolan ha lo straordinario pregio di rendere cinematografico il flusso di coscienza dello scienziato mediante un geniale contrappunto tra Reale e Immaginario delle inquadrature, ove ai dialoghi e alle scene narrative, si succedono sequenze di astratte dissoluzioni della materia, di particelle e gas, di devastazioni post-atomiche.

La prospettiva proustiana della narrazione, con i suoi continui deragliamenti sul piano temporale, mostra il calvario del protagonista e il suo cammino verso una forma di redenzione passiva che par farsi saggezza durante la vecchiaia. In questo senso, la detonazione del primo ordigno nucleare della storia, il Trinity test del 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos, rappresenta il lacaniano “point de capiton”, la detonazione che funge da acme alla catena dei significanti, il sigillo che renderà Oppenheimer consapevole del suo ruolo prometeico.

Da non perdere.

Due mie poesie sulla Morte e L’Inerte.

Due mie poesie contenute nel libro “Nei dintorni della civiltà”. Una narra di una morte in ospedale…

INTRODUZIONE ALLA METAMORFOSI

Erano sempre più radi i tuoi ghigni
in terra i brandelli
della tua desquamazione.

Nelle ultime fasi vivemmo gli affani
e sputammo i catarri
come naufraghi, dalla carotide in su.

Quella che scorgevamo non era la terra
ma il madido risvolto d’una coperta
che il tuo delirio rendeva soave.

Poi venne la quiete con l’ultimo strappo
formasti l’arco del tuo arcobaleno
e come dea scoccasti la freccia.

Conficcato nel verde d’una qualche memoria
pulsa feroce del tuo desiderio
il dardo è nel cielo una nuova cometa.

L’altra…

L’INERTE

Contemplavo l’apparente giogo dei tramonti
l’illusione prensile dei primi raggi del mattino
il feroce inganno dei lenti meriggi
la laboriosa miniaturizzazione del tempo.

Al mio fianco la stanca quiete degli ardori
alle mie spalle il mogano lucido della morte
in alto l’incendio e lo stupro del soffitto
di fronte l’inossidabile crepa sulla carta da parati
(ancora scava come un nero torrente
nel pigmento d’una memoria estranea).

LINK: https://www.unilibro.it/libro/cusa-francesco/nei-dintorni-della-civilta/9788894860702

Essere e Tempo e Spazzatura.

Come può mai risorgere una terra così martoriata nell’anima prima che nel
corpo? Pochi comprendono che la
Sicilia e tutto il Meridione sono affetti da “hybris”, ossia da un problema spirituale che nessuna politica oscena o pertinente potrà mai risolvere.
Il dramma di queste terre è carsico, si riflette nella superficie, ma alberga nelle oscurità della sofferenza dei Sapiens.
Lo scempio di queste terre nobili e benedette è l’urlo sgraziato delle anime perdute e abbandonate alla loro stessa inerzia. Ogni cosa risuona con accordi sgraziati e irrisolti in una partitura naturale interpretata da povere creature antropomorfe.
La punizione, questo fondamentale atto rimosso nel presente, è l’unica regola per riportare innanzitutto al “Do centrale”; una sorta di zenit, di acme, di tromba del Giudizio devastante, tonante che annichilisce e paralizza ogni mortale.
Solo dopo si può pensare di (ri)educare alle bellezza, noi che la bellezza l’abbiamo respirata con le viscere di un passato inconcepibile, noi che annaspiamo fra le macerie di divinità sepolte.

Tra fiaba e realtà: l’eroe del 2023

L’eroe del nostro tempo non compie (non può! non può più!) gesta memorabili, teso com’è a ordire tranelli all’Impossibile post fiabesco, la fiaba essendo ormai concreta prassi videoludica, morfologia della sfida titanica reale, quotidiana, prassi esperibile ad ogni orario.

La follia è globale, è di tutti, non è più esclusiva dell’eroe prometeico, ed essendo appunto così diffusa, non è più invisa alla morale del mondo, fatte salve le sue devianze contemplate dal modello standard, dalla nosologia tollerata dai nuovi tiranni della “nemesi medica”. Le sfide coi draghi e le chimere, i viaggi dimensionali, le odissee, fanno parte dell’ordinario adolescenziale e salutare che riempie il tempo libero dei globalizzati, a sua volta costellato di rompicapi da risolvere e di scelte relative ai panni dell’eroe da indossare: guerriero, mago, cavaliere, maschio, femmina, vecchio, giovane, ecc.

La mortalità sfida così l’eterna rigenerazione dell’eroe perito, nel paradosso del player-demiurgo-mortale che può decidere le sorti della sua creatura immortale. Questa inversione produce un salutare corto circuito dei significanti, destabilizzando l’ordine cronologico del mondo sensoriale, così costringendo il player alla fervida, dialettica pugna contro la tirannia dell’ onnipotenza del Significato.

L’eroe, del resto, è da sempre consacrato alla liberazione dell’onnipotenza che vincola con l’incanto la libera circolazione delle energie represse, e gli eroi del nostro tempo operano in tal direzione per tramite di una mistica digitale che consente singolarità nel ready-made, ed esperienza emozionale del soggetto.

In fin dei conti, come scrive Cristina Campo, “la caparbia, inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità”.

L’eroe muove dalla tragedia, alla fiaba al mondo videoludico. Il fine non è mai la necessità, ma la ricerca del dettaglio affabulatorio che scarnifica una nuova utopia. Polverizzandosi in una miriade di significanti, l’eroe si è in tal modo eternizzato, svincolandosi dall’unicità dei vincoli del prometeico.

Recensione de “Le Belve” di Oliver Stone

2012-11-06

Non mi capacito di tutto questo accanimento della critica nei confronti di questo bel film. Certamente non siamo sui registri del recente Friedkin (accomuna i due film certa efferatezza), ma ho come l’impressione che i più abbiano preso una cantonata. O meglio che abbiano preso tropo sul serio il gioco di citazioni che Stone mette in tavola. Sono cibi in plastica, modellini di porzioni di pollo e patate e bicchieri di birra gelata: non occorre azzannarli per comprenderlo.

Assaporare “Le Belve” significa sostanzialmente: “Hey man! smettila di giocare con i paragoni (gioco fin troppo facile con Stone) ed entra nel vivo della storia narrata!”. Del resto, Stone lo conosciamo; è regista che alterna sprazzi di classe adamantina a cadute di gusto al limite del ridicolo. Ma qui, tutto sommato, il film regge: su tutti Benicio Del Toro con una prova maiuscola (a me pare sempre di più Brad Pitt dopo un sequestro di Al Qaeda).

La storia è tutta incentrata su iperbole e caricature, i personaggi sono carnascialeschi e, ovviamente, la cifra estetica di “Le Belve” non può raggiungere l’acme di un Rodriguez, per non dire di un Tarantino (e qui mi contraddico subito con queste comparazioni).

Diciamo che siamo di fronte ad uno Stone gigionesco che cerca di far sorridere con qualche barlume di splatter. Ma la trama è buona, il ritmo incalzante, e personalmente ho gradito molto i due finali. Ricordiamoci che stiamo parlando pur sempre del regista di “Wall Street”, “Jfk”, “U-Turn” e “Assassini nati”: prima di ironizzare certa critica dovrebbe comunque sciacquarsi la bocca. Dagli osannatori della Comencini pretenderei quantomeno un po’ più di rispetto.

Contro i materialisti. Un mio dialogo sordo con Cristina Campo.

“Occorre molta fede per riconoscere simboli in ciò che è avvenuto realmente” (da anni ritengo la scienza simbolica l’unico pertugio da dove sbirciare fra le pieghe del Reale).

“Se non avremo da quel sogno disimparato il cercare, imparato il trovare… e che passava tuttavia facilmente dentro la cruna di un ago”
(E questo è il processo inverso a quello falsamente conoscitivo delle scienze recenti, un percorso che prescinde dal flusso temporale, eternamente fissato sulla sfera indefinita dello spazio, come quello della fiaba o del sogno).

“Furono sempre poche le opere di poesia così distese sopra il tempo umano e pochissime hanno data recente”
(L’erronea percezione “evolutiva” dell’homo sacer, nell’immane conflitto cognitivo sensoriale che solo la poesia del sublime “risolve”, ma con processi inversi rispetto a quelli logici delle equazioni matematiche, con tutto il portato infinito che sovrintende il pensiero, in quell’anfratto inconcepibile di durata che non è il Tempo”.

FCTrio “Minimal Works” a Radio Tre

Siamo su rai tre col mio trio. FCTrio, con Francesco Cusa Tonino Miano Riccardo Grosso. Ben due mie composizioni tratte da “Minimal Works”: “Luminal” e “The Only White Smarties” (min. 18 circa). Assenza totale di concerti ma almeno la considerazione della migliore rete nazionale radiofonica.

Qui il link: https://www.raiplaysound.it/audio/2023/08/Body-and-Soul-del-13082023-6bdcb1a5-a574-4cfe-a54f-be5b1695d3e8.html#francescocusa #kutmusic #improvvisatoreinvolontario #minimalworks

Lo spartiacque

La verità è che questa storia del covid, del lockdown e della vergognosa mortificazione dei diritti del cittadino, ha finito col rappresentare un vero e proprio momento di rottura ideologica prima che politico-economica. Il Paese si è spaccato e frantumato nel vissuto di quei terribili anni, e con esso si sono sfaldate le rimanenti strutture ideologico-politiche che avevamo retto, seppur con molteplici segnali di cedimento, fino ad allora.

Ciò che rimaneva del pensiero progressista di “sinistra”, è confluito negli affluenti del nuovo orizzonte teologico di stampo “davosiano”, in quella mistura di cultura scientista e di “genderismo fluido”, per poi sfociare nel mare magnum del nuovo corso totalitario espresso dalle plutocrazie dominanti. Il Word Economic Forum è il teatro ideale atto a rappresentare le nuove tendenze di una sinistra che ha preso a modello un banchiere come Draghi.

Chi è rimasto fuori da questo processo di trasformazione, è improvvisamente diventato “orfano”, spogliato dei convincimenti radicati da anni di acculturazione strumentale, ma al contempo si é connotato come soggetto non “assimilabile” dal nuovo ordine teologico dominante. Nascono così nuovi neologismi, etichette da appioppare a queste nuove schiere di zombie irredenti. La cultura passive-aggressive trova slancio grazie alla ghettizzazione dei non assimilati; vengono coniati i termini di “no-vax”, si umilia chi non ha accettato di vaccinarsi, si nega il diritto al lavoro a chi ha scelto di non sottostare al diktat sanitario.

Il nuovo totalitarismo è un fatto conclamato. L’elettore DEM diventa così uno Zelig, uno straordinario mutaforma al servizio del nuovo dogma scientista che teorizza un processo uniformante avente cancel culture e genderismo fluid come strumenti di propaganda artatamente pilotati.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ogni voce fuori dal coro viene isolata dal mostruoso contesto e filtrata da organi di controllo (come “Open” del famigerato Mentana) al fine di inibirne il potenziale contenuto. Ribellarsi e lottare contro le peculiarità di questo potere dal volto democratico è un dovere.

Recensione de “Il Sospetto” di Thomas Vinterberg

Vinterberg colpisce ancora e dopo “Festen” ci regala questo agghiacciante e sublime “Jagten” (La Caccia).

Madds Mikkelsen fornisce una prova che definire straordinaria è dir poco. E’ un film che paralizza: sguardi, espressioni del volto, silenzi, costituiscono il mosaico di un geroglifico che si disvela con cadenze inesorabili. Ogni dettaglio – dalla fotografia, agli scarni ma densi dialoghi – è netto, prezioso, ineluttabile. Tutto ciò senza mai un attimo di noia, né una sbavatura.

La trama narra di un’accusa infondata di pedofilia nei confronti di un uomo divorziato ma perfettamente inserito nel contesto comunitario della provincia danese. I temi in gioco sono quelli della pedofilia, dell’innocenza e della psicosi collettiva. Questi si installano seccamente nello scenario vissuto dallo spettatore con una spietatezza amplificata dalle ritualità di una società al contempo aperta e tradizionalista. Lucas dapprima pare assorbire le infamie accusatorie in maniera passiva, poi pian piano comincia a lottare in maniera prometeica e prende a sfidare il contesto di petto, rinunciando a sottomettersi alle regole di una comunità presto fattasi orda carica di violenza. Le scene al supermercato e quelle in chiesa alla vigilia di Natale rasentano il delirio emotivo.

Siamo al contempo sideralmente distanti e maledettamente adiacenti a film come “Il Nastro Bianco”. Lucas diventa il capro espiatorio di un sotterraneo perturbamento collettivo, tipico delle società opulente, di una sorda e carsica carica d’odio tenuta a freno dai minuetti della convenzioni borghesi, ma pronta a straripare alla minima deroga, al primo segnale di devianza. Il personaggio bascula tra il deliquio di un Raskolnikov e la veemenza di un Karamazov nell’eterno dilemma della colpa, reale o supposta, tra incubo e ragione, in un andirivieni senza stasi.

Tuttavia il tema del perdono in Vinterberg viene a polverizzarsi non essendo neanche contemplato. Lucas viene riaccolto nella comunità grazie al suo atto catartico: impone con le stimmate e la sofferenza la sua innocenza, guardando dritto negli occhi i suoi amici, incenerendo con le virtù del santo furente ogni residuo di sospetto. Tuttavia, è forse nella presunta innocenza di infanti e adolescenti che si nasconde il seme dell’odio, pura e crudele spietatezza senza logica, come testimoniato dallo sparo finale.

Registi come Friedkin, Haneke, Von Trier e Vinterberg hanno una straordinaria dote: quella di elevarsi al di sopra di ogni morale contingente e di ficcare due dita nelle palle degli occhi dello spettatore; senza ritegno. In qualità di cavie – pur sempre un privilegio – annaspiamo e triboliamo alla ricerca di vie di fuga e certezze che non possono (fortunatamente) esserci. Compito degno di un artista è quello di non farci abbassare il capo di fronte all’Orrore e ad i suoi sconcertanti giochi di specchi, di tenerci ben svegli e desti, anche a ceffoni se è il caso.

Grazie Thomas per avermi ricordato quanto fa male una manata sui denti.

Le nuove generazioni-marmellata

Ma si dai, occupiamoci di problemi drammatici quali quello del medico che fa apprezzamenti al culo di una paziente, si dai, sbattiamo queste notizie in prima pagina, che poi a un influencer newyorkese basta poco per creare il panico. Continuiamo con questa società iper protezionista che tratta i propri pargoli come Barbie e Ken da tenere al riparo da ogni problematica concreta, così alla prima reale difficoltà (chessó aprire un ombrello mentre diluvia) questi invocheranno la mancanza di diritti civili, pronti a denunciare il meteorologo sessista. Nel frattempo da destra, da sinistra, dal centro e da ogni lato continuano a piazzarcelo in quel posto, potendosi concedere ogni forma di sopruso sul cittadino, ben consapevoli che una generazione così fragile sarà facile da governare e lobotomizzare nell’immediato futuro. Continuate cosi, mentre vengono piazzate tasse assurde, accuse indegne, multe vergognose, mentre i reali diritti vengono vilipendiati carsicamente e col sorriso di prammatica dai vari totalitarismi parlamentari, e le masse vengono allarmate di continuo, secondo i criteri strategici della Società della Sorveglianza. Arresteremo così chi avrà detto “che bel culo!”, e osanneremo gli alfieri del politicamente corretto, i veri demoni del nostro sfortunato presente.

https://video.repubblica.it/mondo/new-york-influencer-scatena-il-caos-a-union-square-durante-una-live-migliaia-di-persone-in-fuga/450481/451444

Un mio racconto: “Dall’Agenda Rossa di Paolo Borsellino”

Questo è un mio racconto tratto da “Novelle Crudeli, che potete trovare qui: https://www.ibs.it/novelle-crudeli-libro-francesco-cusa/e/9788890500398

DALL’AGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINO

Sono al mare con la famiglia. Da lontano i lidi pieni di gente. Spiagge affollate. Cabine a schiera. Fritture nella canicola. Pance. Costumi. Schiamazzi lontani. La rade folate di scirocco sanno di creme abbronzanti e doposole. Qui, dal mio angolo di spiaggia protetto, vedo questa gente baluginare nella canicola: fantasmi, parvenze diurne. Sono stanco. Di molte notti stanco. Dormo poco. I miei occhi lacrimano dalla stanchezza. Seduto nella mia sdraio ondeggio in questo andirivieni di sonno-veglia. E poi questo caldo. Ho in mano una matita e sulla coscia destra la Settimana Enigmistica. Dovrei fare le  parole crociate sotto l’ombrellone. Il 7 verticale rimane incompleto. Un palazzo abusivo senza intonaco, in mezzo a dei buchi neri come il catrame. Caselle vuote da riempire. Buchi da colmare…Un’autostrada hanno fatto saltare…

Ieri sera,  in casa dell’avvocato (omissis). sfogliando quel libro sulla civiltà hymalayana mi avevano toccato le immagini dei kirtimukha, sculture indiane collocate generalmente all’ingresso dei templi, enormi volti muniti di grandi denti e di un’imponente mascella superiore, ma totalmente sprovvisti di mascella inferiore.

  • E’ il tempo che non può divorare se stesso -, recitava la scritta in calce alla foto in bianco e nero. 

La cosa mi aveva incuriosito. Oggi mi sconcerta.

Mi risveglia la zaffata di parmigiana alle melenzane. Devo essermi riaddormentato. Sudore. Odori. Profumi che mi legano alla morfologia di questi luoghi, alla mappatura di questo mio concreto esserci. Ma non appena socchiudo gli occhi – che paiono calare giù come imponenti mannaie -, c’è quella faccia tutta denti e quella scritta che mi si scioglie in bocca, come il sorbetto al mandarino di ieri sera. 

E’ il tempo che non può divorare se stesso.

Eppure io di facce così ne ho viste. Penso a (omissis), e anche a (omissis). Ne ho incontrate in giro per la Sicilia di facce così. Non tantissime a dire il vero. Me ne ho incontrate. Appartengono a quella categorie di maschere tutte denti con un che di trascendente in quello strabuzzare di palle degli occhi. Vicini alla categoria del disagiato psichico, ma con caratteristiche diametralmente opposte, questi individui hanno il totale controllo emotivo, dell’intero struttura psico-fisica.  Rasentano l’handicap maxillo-facciale, come una tangenziale tedesca, ma non intersecano la categoria dello scimunito. Mai. Al contrario. Questi sono quelli più pericolosi. E’ il ghigno disumano del Reale, scarnificato dall’emozione, imploso nella catarsi sadica di chi ha compreso che non c’è legge che non sia prodotto e scoria dell’uomo.

Apro e chiudo gli occhi. Non so se sono sveglio. Non so se sto dormendo. I miei baffi sono quelli di Giovanni in questo stato di limbo. Mi stanno appiccicati come quelli di Charlotte. Che poi mi faceva impressione Charlie Chaplin quando lo vedevo senza baffi. Mi pareva cattivo. Comunque mi faceva effetto. 

Uno sputo di vento, che ricorda il mio phon quando funziona male, giunge al solo scopo di ridestarmi ancora da questo torpore fasullo. Questa sottospecie di brezza, questo rivolo di bava ossigenata, solleva ora mulinelli di sabbia facendo luccicare di pulviscolo giallo dorato queste terrazze. Il verde delle pale di ficodindia che spuntano dal muretto in pietra irrompe con contrasto e violenza. Kirtimukha e “pale” di ficodindiaLa “pala” di ficodindia è l’essenza spinosa della Sicilia. E’ qualcosa di ancestrale, di preistorico. E il tempo immanente che si fa frutto. Che germoglia di spine e zuccheri. Senza faccia. Senza occhi. Senza baffi. E’ il tempo divorato dai e dei siciliani. E’ un profumo, come questo delle melenzane fritte. Indecente e suadente al contempo. Qua, in Sicilia, si mangia. Si mangia. Ci si insozza di fritti. Si divorano case, strade e templi: a quattro ganasce. Si cagano zagare. Una ogni mille cagate. Si defecano decreti e norme. Mentre le guance odorano di Mennen, i colli di essenze di gelsomino e dalle ascelle si dipanano a raggiera gli aloni acidi e corrosivi che corrono come onde radio per i tessuti sintetici delle magliette taroccate. Stato e anti-Stato sono solo due categorie del pensiero. Sono la frammentazione dualistica di un Divenire. Una cosa buona giusto per i manuali da salotto dell’antimafia. Qui le facce del Kirtimukha si sono mangiate pure il barocco. Qui quando soffia il Maestrale riappaiono Ulisse con le vele rigonfie e Penelope che fa e disfà la tela, in un eterno canto greco. Qui il passato si frantuma nelle mascelle del Divenire, come calcare alla piccozza. Qui, nella padella del tempo, ristagna l’olio fritto dei secoli. Sordo. Pesante come le acque di uno stagno. 

La gente è furiosa. Spaventata. Disperata. 

Hanno fatto saltare un’autostrada

Ma è successa davvero ‘sta cosa? Questa disperazione civile è un canto corale o la furia delle Erinni? E’ uno strumento della tragedia? E’ in atto? E’ un atto? 

Lontano giungono le grida dei bambini: di gioia e di pianto. Il chiasso delle cose lontane, delle piccinerie delle famiglie con il salvagente nero come il catrame.

Con i gomiti faccio leva sui braccioli della sedia. Sento il mio corpo scricchiolare. Lo sento gigantesco come non mai. Ogni mia giuntura pare corrosa dalla salsedine. Più che vecchio mi sento antico. Come un relitto spagnolo conservato in perfetto stato. Le gambe sono quelle di un pescatore, con i pantaloni arrotolati al ginocchio. Faccio un enorme sbadiglio mentre inarco la schiena e con le braccia sfioro il canneto, il sole ed il cielo e poi ancora di più. Oltre. Ah, potessi ancora stirarmi. Ancora e ancora.

Mi sento perfettamente riposato, come se avessi dormito per ore.

Accendo la sigaretta ed espiro il fumo verso quest’orizzonte di mari-case-genti-spiagge-cabine-salvagenti. Ispiro ed espiro A ogni ispiro di nicotina e catrame gli occhi chiusi nell’implosione di questo big-bang intimistico. Ad ogni espirazione occhi strabuzzati come le facce di (omissis) e di (omissis) e del Kirtimukha.

Forse dovrei tagliarmi ‘sti cazzo di baffi. Ma prima dovrei smettere di fumare. 

Mi pare, onestamente, cosa difficile.

Molto difficile.