Il vizietto del discredito

Oramai siamo alla ghettizzazione del pensiero dietro comodi slogan. Si presume che l’interlocutore sia una sorta di replicante in aderenza col parere e le ideologie di comodo. Rammento il Bateson in “Mente e Natura” che mostra come il meccanismo del discredito si attivi proprio modificando in modo strumentale e brutale le mappe (e le relative affabulazioni che ne conseguono), e dunque la percezione dei territori e delle fenomenologie di chi si troverà investito da quelle narrazioni. Si eleva continuamente lo stereotipo a stigma. Questo non aiuta una dialettica della
conversazione e la relega al mero significato di adesione e appartenenza. Questa modalità è tipica dei nuovi alfieri del Clero Mediatico: docenti universitari, filosofi televisivi, radical chic da salotto DEM, femministe iraconde, fautori della woke culture. Ma il “Gorgia” di Platone che fine ha fatto?

Dell’incomunicabilità

Il caldo tormentava il luglio
boccheggianti gli italiani
giocavano a capirsi
ma
il linguaggio tesseva trappole
e
la gente si detestava
le mogli urlavano ai mariti
i trans sputavano in faccia alle lesbiche
i figli si picchiavano con gli altri figli
perché un “ma” poteva essere un’arma
e l’uso dell’asterisco graffiava la lingua.

Così
prese a fare ancora più caldo
e
le strade si scioglievano nella canicola
l’acqua mancava
e
pure l’elettricità andava e veniva
quindi
i condizionatori si sfasciavano
ma
gli italiani continuavano a parlarsi addosso
nell’affanno dei quarantaquattro gradi
“te l’avevo detto”
“perché urli”
“piantala”.

Presero a morire i vecchi
la gente si parlava in faccia
si perculava sui social
si insultava su telegram
ma i morti cominciavano a puzzare
a sciogliersi nel catrame dell’asfalto
e
l’odore della putrefazione
diventava sempre più l’ala nera
di un’Apocalisse linguistica
d’una Babilonia puzzolente
talmente puzzolente da indurre le divinità
a chiudere le porte dell’Olimpo.

Così
una volta serrate le porte
si fece finalmente un gran silenzio
e tutti gli italiani prestarono orecchio
al clangore di quelle tre mandate
e per la prima volta
dalla storia dell’unificazione
gli italiani presero atto e consapevolezza
d’esser rimasto l’unico popolo
abbandonato dell’Universo.

(Stazzo 26/7/2024)

La visione di Coglitor Carmèllo, da Furci cantór e menestrello

Stava in Furci un menestrello/che di nome fa Carmello/di talento Coglitore/fu di banda suonatore.

Col suo piffero incantava/la madama che passava/ma da sempre avea in mente/di coinvolgere sua gente.

Così giunto a mezz’età/sollazzato sul sofà/ebbe in conto di creare/un evento in riva al mare.

Salutare dal mattino/l’albeggiare del divino/poi la sera nel piazzale/un bel numero orchestrale.

Questo in pratica il progetto/confidando nell’effetto/dell’estate balneare/d’una Furci in riva al mare.

Cominciando pian pianino/ogni passo fa un gradino/prese forma da un granello/la vision del menestrello.

Possa esser d’auspicio/come un fuoco d’artificio/tal messaggio musicale/diventare nazionale.

Il mio cinquantottesimo compleanno


Ieri 20 luglio dell’anno del Signore 2024, ho avuto l’infelice e perfida idea di festeggiare l’approssimarsi della mia dipartita invitando un logoro drappello di gente disagiata e con problematiche psichiche e di lallazione in quel di Zo.
Lo scopo reale di questo esperimento era quello di approfittare delle donne single con la scusa del compleanno, e di tentare in maniera subdola di portare una eventuale malcapitata alla pazzia. Una serata infernale, costellata di discussioni idiote e di una crapula senza decoro. Gente con problemi pressori, donne in preda allo sconforto della menopausa, uomini aggrappati con le unghie in difesa della pensione, sportivi abbronzati male col mocassino basso, cicliste abbandonate da piccole in un brefotrofio, nani senza circo, illustri sconosciuti in calca nel tentativo di scroccare una fettina di torta alla fragola, maggiorate che mi sbattevano le tette in faccia ben consapevoli del fatto che non avrei capito, gente anonima di passaggio che mi salutava e faceva gli auguri con partecipazione affettata e non richiesta, cantanti jazz in sovrappeso provenienti d’Oltreoceano, ecc.
Le discussioni, totalmente prive di senso, andavano a infrangersi contro le magliette sudate con un “pop” che solo io ero in grado di udire. I minuti non passavano. Le ore tardavano a morire, e io come una sorta di papesso rincoglionito non facevo altro che annuire con la testa, col fare ciondolante che solo certi nonni hanno alla fine di un percorso duro di vita: la testa si muove ora a destra ora a sinistra; non sento un cazzo; rido quando si fanno discorsi seri. Sembravo un misto fra Biden al Congresso e Trump dopo l’attentato.
L’importante era dunque uscire trionfatore e col pugno alzato. Così ho fatto al momento dei regali, ossia del portato che ‘sta gente per me insignificante ha realizzato per mero senso del dovere, disprezzando il momento del mio invito e maledicendo la necessità di dover uscire nella canicola per acquistare un manufatto di cui nessuno avrà memoria. Percepivo l’odio dietro quei sorrisi, e al ticchettio
di ogni brindisi andavo comparando il macabro suono del rintocco delle campane a morto. Alla fine ci siamo dispersi come dei profughi messicani una volta valicato il confine, e dopo una feroce lite per il conto da pagare.
Ciononostante siamo ancora qui a raccontarla: vi auguro di non passare mai una serata simile da protagonisti.

Regali: un libro di De Sade edizione economica preso dalla cesta di un rigattiere, un anello da poker risalente a sorpresa da uovo di Pasqua del ‘79, il classico buono libri che toglie le rogne del regalo, una tavola da impalcatura schiodata, una camicia da ospedale mai usata da qualcuno morto durante il Covid, un foglio da panificio con su scritto “un pantalone da ritirare”.

Con: Dario Consoli Stefano Gresta Giù Seppe Q Sa Francesco Gennaro Patrizia D’Antone Daniela Marra Paolo Anile Viviana Valentini Daniele Conforto Antonio Barbagallo Max Patos Silvia Raudino Gabriella Caruso Vincenzo Gangi Rossella Russo Eleonora Salice Antonella Basile Martha Guarnera Francesco Cusa Tiziana Balestri

Le piccole disavventure dell’ibridato sapiens che si sentiva onnipotente.

Non esiste nessun essere umano che non sia frutto di ibridazione. Noi siamo “artificiali”. Il soma è artificiale. Lo sapevano millenni fa gli antichi rishi. “Automa” non significa nulla. Ciò che creeremo (androidi o similari) sarà la nostra implementazione, saranno i nostri figli, la nostra evoluzione che seguirà processi segnati da ben altre direttive cabalistiche.

Fin quando penserete alla ridicola separazione tra uomo e macchina, non ne verrete a capo. “Deus Ex Machina”: eccola l’irruzione sul piano del Reale del Demiurgo dal Settimo Cielo. “Sopra”, dopo lo spazio dell’Ogdoade, ci sta molto altro. Rassegnatevi: dalla sephirah in cui siamo collocati possiamo solo ingraziarci il Fato (vedi Ulisse). Purtroppo poi è sopraggiunta la bestemmia del libero arbitrio, di cui la follia scientista è l’ultima emanazione abominevole.

“Deus ex machina è una espressione latina. Il latino “Machina” (che in italiano significa “macchina”) viene dalla parola greca “Mechanè” e l’espressione “deus ex machina” viene dal greco ἀπὸ μηχανῆς θεός (“apò mēchanḗs theós”).
Il significato letterale è “divinità che scende dalla macchina”.

Le piccole disavventure dell’ibridato sapiens che si sentiva onnipotente.

Non esiste nessun essere umano che non sia frutto di ibridazione. Noi siamo “artificiali”. Il soma è artificiale. Lo sapevano millenni fa gli antichi rishi. “Automa” non significa nulla. Ciò che creeremo (androidi o similari) sarà la nostra implementazione, saranno i nostri figli, la nostra evoluzione che seguirà processi segnati da ben altre direttive cabalistiche.

Fin quando penserete alla ridicola separazione tra uomo e macchina, non ne verrete a capo. “Deus Ex Machina”: eccola l’irruzione sul piano del Reale del Demiurgo dal Settimo Cielo. “Sopra”, dopo lo spazio dell’Ogdoade, ci sta molto altro. Rassegnatevi: dalla sephirah in cui siamo collocati possiamo solo ingraziarci il Fato (vedi Ulisse). Purtroppo poi è sopraggiunta la bestemmia del libero arbitrio, di cui la follia scientista è l’ultima emanazione abominevole.

“Deus ex machina è una espressione latina. Il latino “Machina” (che in italiano significa “macchina”) viene dalla parola greca “Mechanè” e l’espressione “deus ex machina” viene dal greco ἀπὸ μηχανῆς θεός (“apò mēchanḗs theós”).
Il significato letterale è “divinità che scende dalla macchina”.

Essere un artigiano del 2024: la cura dell’apprendimento

Da almeno cinque anni la mia vita è cambiata. Accantonati gli sciocchi ardori, vivo le mie giornate con densità assoluta. È una sorta di centratura, di focus inerente l’eterno apprendere come missione di vita. I concerti sono diventati pochi e di qualità. Pubblico dei cd, e svariati libri di poesia, saggistica, narrativa per evidenziare il flusso vettoriale del mio percorso artistico. Curo il mio blog, la mia pagina YouTube: ogni cosa è ordinata per capitoli e playlist. Come docente in conservatorio cerco di sensibilizzare gli allievi in direzione di un percorso critico e di ascolto costante. La mia reale attività si svolge in altri momenti della giornata. Ho sostanzialmente abbandonato il concetto di svago e vacanza, e ogni mia giornata, al di fuori degli impegni, si svolge secondo regole certosine, quasi da abbazia. È una sorta di responsabilizzazione che mi conferisce piacere proprio per il suo aspetto di ricerca illimitata, vincolata dall’urgenza che è relativa alla deperibilità del nostro essere fisico. Devo molto al disturbo dell’equilibrio che mi ha colpito da dieci anni a questa parte. Grazie ad esso e al disagio quotidiano relativo, sono riuscito a selezionare un modus operandi che mi rende felice e mi appaga dello stare al mondo. Non solo; grazie a tale disagio ho imparato a godere di ogni singolo piacere che lo stupore della vita sa riservare. Quando arrivano le crisi, tremende, penso a quando poi apprezzerò lo stato di benessere una volta che saranno passate. Dopo tanti anni di yoga e grazie alla conoscenza di Eric Baret, ho capito che dovevo smettere di praticare questa disciplina di conoscenza, e di dedicarmi ad altro, a ciò che è più consono alla mia natura. Così sono cominciate ad accorrere le anime belle, e ho avuto modo di conoscere esseri straordinari, a me affini, di selezionare e praticare la disciplina del dire quel che penso senza indugi, consapevole dei rischi professionali che un tale atteggiamento può comportare. I miei anni di yoga e meditazione adesso pulsano nel lascito di una sorta di frequenza che mi pervade. Vivo in un piccolo borgo sul mare e mi sono dotato di una casa meravigliosa con tanto di giardino e di luogo che funge da laboratorio musicale. Dalle mie finestre a vetri scorgo l’Etna maestoso. Mi accompagna una straordinaria e piena solitudine che condivido insieme alle mie due gatte Teodolinda e Minerva, e all’immensa schiera di legioni di spiriti guida e creature celestiali e tenebrose.

Il mio laboratorio musicale
La mia casetta azzurra

Le mie giornate seguono dunque il seguente schema, in estate, autunno, inverno e primavera.

1) Mi sveglio e vado al bar. Il bar è per me un luogo di felicità. Non faccio mai colazione a casa. Cambio ogni giorno un bar diverso.

2) Mi metto in giardino (il mio studio verde) e leggo. Sette libri un giorno e sette libri un altro. Il metodo è quello della sottolineatura dei punti salienti. Alcuni passi che mi colpiscono li riporto sui social.

3) Scrivo sul mio blog. Molti di questi miei scritti andranno a confluire sui miei futuri libri.

4) Mi trasferisco in laboratorio. Studio lo strumento e mi entusiasmo pensando a quante cose dovrò ancora imparare.

5) Scrivo qualche pagina: poesie, romanzi, racconti.

6) Nei giorni in cui rimango a casa, faccio attività fisica con i pesi e poi ceno. Altrimenti esco a giocare a padel e poi ceno fuori, oppure vado al cinema in solitaria, o mi incontro con gli amici, o vivo qualche flirt licenzioso.

7) Rientro: letture notturne in giardino, PlayStation, serie tv.

Tutti i miei spostamenti avvengono in scooter o in auto. Durante tali spostamenti ascolto “La Zanzara” o podcast di storia antica e contemporanea.

Questa la mia ciclicità. Non conosco altri piaceri più grandi. Non comprendo il senso di avere una vacanza. Vacanza da cosa? Da cosa dovrei staccare? Vivo la gioia perenne della conoscenza senza avere più il limite di un fine strategico. Ciò mi consente di essere me stesso, perché non ho obiettivi al di fuori di questa palestra conoscitiva. Il mio fine è la ricerca della bellezza e l’ascolto del respiro del mondo. Le piante mi parlano. Gli animali comunicano con me. Le stelle mi accarezzano.

Spero che a qualcuno questo mio scritto potrà recare felicità. Soprattutto a chi si lamenta pur disponendo di un corpo sano e in salute.

Il mio studio “verde”

L’inferno sonoro: prove tecniche dell’angoscia nella vita del sapiens

Esistono timbri vocali in grado di determinare angoscia, molestia e come un pervicace, per quanto astratto, senso di morte. È una sorta di sonorità femminile che muove dai chakra bassi e perfora pareti e resistenze, in grado di sovvertire ogni ordine di legge dell’acustica. Sovente, tale timbrica oscena trova il focus durante una telefonata in casa, quando dalla gola tonante umiliata da lustri di ustionante catrame, deflagra (complice il disagio polmonare) il Verbo molesto nella concitazione della diatriba parentale. Ecco: in quei momenti, io sperimento l’orrore della morte e il terrore dell’abissale maelstrom, mi rannicchio in un angolo di letto, con l’occhio scrutando fra le tende lo scempio del nascente sole nucleare di luglio, pregando come un padre passionista il Signore nell’attesa che la telefonata possa giungere al congedo, e con essa la mia riconciliazione al mondo dei vivi.

Cos’è la morte. Appunti.

Cos’è il “Grande Spavento”, come lo definiscono i buddisti: perché ci fa così paura il “morire”?

Annullarsi. Finire. Scomparire.

Stare in ascolto e percepire la vita. È un flusso? Una corrente? È il respirare? È il pensare? È il desiderare? L’amare? Il soffrire? Il gioire?

È forse aver paura?

Si. Anche. O meglio, è la paura che si trasforma in angoscia, per uno strano processo alchemico che ci consente di percepire l’horror vacui, ossia di intuire ciò che, in termini aristotelici, rappresenta quel rifuggire il vuoto da parte della Natura. In altre parole, noi umani abbiamo una necessità costante: sentiamo l’urgenza perenne di riempire questo vuoto.

Possiamo dunque ritenere che tale vuoto possa essere una sorta di immanente singolarità che viene ammantata dalla simbologia della Morte? E che la pulsione carsica che produce l’angoscia è rappresentata da questo indefesso lavorio dell’uomo nel tentativo di colmare un vuoto che, a questo punto, non esisterebbe più pena la negazione stessa del concetto di Natura?

È probabile. Ma, allora dovremmo però formulare meglio la questione. Il vuoto esiste? Senza scomodare la fisica moderna, potremmo andare a ritroso e scoprire che gli atomisti ritenevano che il vuoto fosse il principio di movimento ontologico e necessario all’esistenza degli Enti. Da questa prospettiva allora, il Vuoto, la Morte, esisterebbero come manifestazione concreta di tutto ciò che noi chiamiamo Vita, ossia di una relazione costante tra apparente Stasi e apparente Movimento (il Reale dell’incarnato è un non-Tutto). La paura e poi l’angoscia dell’annullamento costituirebbero da queste prospettive un falso problema, una sorta di interferenza con ciò che il buon vecchio Spinoza afferma, e cioè che noi “tuttavia sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”. Probabilmente è la ciclicità della Natura stessa a generare, paradossalmente, l’angoscia del morire, giacché flora e fauna continuano a nascere e perire entro un processo-dispositivo che non prevede necessariamente – secondo la nostra limitata visione occidentale del mondo – il sorgere di quella cosa chiamata identità. Essere intrappolati nel perenne giogo della circolarità della Natura, implica dunque la presa d’atto della disumanità quale costante permutativa del percorso vitale, costante entro cui l’uomo viene a interferire come eccezione o variabile.

Spezzare il cerchio e mordere la coda dell’Uroboros può essere una potenziale via di fuga dall’angoscia.

Cos’è la morte. Appunti.

Cos’è il “Grande Spavento”, come lo definiscono i buddisti: perché ci fa così paura il “morire”?

Annullarsi. Finire. Scomparire.

Stare in ascolto e percepire la vita. È un flusso? Una corrente? È il respirare? È il pensare? È il desiderare? L’amare? Il soffrire? Il gioire?

È forse aver paura?

Si. Anche. O meglio, è la paura che si trasforma in angoscia, per uno strano processo alchemico che ci consente di percepire l’horror vacui, ossia di intuire ciò che, in termini aristotelici, rappresenta quel rifuggire il vuoto da parte della Natura. In altre parole, noi umani abbiamo una necessità costante: sentiamo l’urgenza perenne di riempire questo vuoto.

Possiamo dunque ritenere che tale vuoto possa essere una sorta di immanente singolarità che viene ammantata dalla simbologia della Morte? E che la pulsione carsica che produce l’angoscia è rappresentata da questo indefesso lavorio dell’uomo nel tentativo di colmare un vuoto che, a questo punto, non esisterebbe più pena la negazione stessa del concetto di Natura?

È probabile. Ma, allora dovremmo però formulare meglio la questione. Il vuoto esiste? Senza scomodare la fisica moderna, potremmo andare a ritroso e scoprire che gli atomisti ritenevano che il vuoto fosse il principio di movimento ontologico e necessario all’esistenza degli Enti. Da questa prospettiva allora, il Vuoto, la Morte, esisterebbero come manifestazione concreta di tutto ciò che noi chiamiamo Vita, ossia di una relazione costante tra apparente Stasi e apparente Movimento (il Reale dell’incarnato è un non-Tutto). La paura e poi l’angoscia dell’annullamento costituirebbero da queste prospettive un falso problema, una sorta di interferenza con ciò che il buon vecchio Spinoza afferma, e cioè che noi “tuttavia sentiamo e sperimentiamo di essere eterni”. Probabilmente è la ciclicità della Natura stessa a generare, paradossalmente, l’angoscia del morire, giacché flora e fauna continuano a nascere e perire entro un processo-dispositivo che non prevede necessariamente – secondo la nostra limitata visione occidentale del mondo – il sorgere di quella cosa chiamata identità. Essere intrappolati nel perenne giogo della circolarità della Natura, implica dunque la presa d’atto della disumanità quale costante permutativa del percorso vitale, costante entro cui l’uomo viene a interferire come eccezione o variabile.

Spezzare il cerchio e mordere la coda dell’Uroboros può essere una potenziale via di fuga dall’angoscia.

Due mie poesie: “Il Fiore” e “Guida alla percezione della struttura del mondo”

Il FIORE

… e osservo e poi contemplo

da mano ignota fior reciso

la superba coppa del tuo calice

spander la corolla oltre lo spazio.

S’erge maestoso il tuo pistillo

come periscopio di sue gemme ornato

quale frutto dell’ovario nello stigma

dal vermiglio che in arancia poi si muta.

Vana cerca di miracolo è la nostra

quando immersi dentro un mondo di prodigi

sordi e ciechi noi vaghiamo senza meta

nel tripudio più fulgente del Creato.

(FC)

Stazzo 19/6/2024

GUIDA ALLA PERCEZIONE DELLA STRUTTURA DEL COSMO

Il muoversi di indefinibili incastri

genera una risonanza di fondo

come di punto fermo che inizi a pulsare

in maniera anomala, estranea al

concetto di termine.

Da qui e per interminabili moti,

nello spazio di un respiro, è possibile

udire il tonfo sordo del gorgo

d’abissale spazio che fagocita il tempo.

Si visualizzeranno allora le immani fauci

prive di mento nell’atto del divoramento

ma per reggere lo sguardo del Khirtimuka

occorre chiedere uno speciale permesso

e presentarsi con assoluta riverenza.

(FC)

Stazzo 23/6/2024

La Schlein balla sul carro del Pride…

Questa vignetta è un capolavoro. Simboleggia perfettamente la torsione dei valori a “sinistra”. Dietro la retorica dei diritti civili si nasconde una fortissima tendenza all’intolleranza che si espleta poi nella nosologia delle classificazioni di genere (sentivo ieri il giornalista omosessuale Tommaso Cerno raccontare al programma radiofonico “La Zanzara” delle discriminazioni feroci subite all’interno del PD: citava anche le umiliazioni subite dal defunto parlamentare Grillini). Cosicché, dismessi i panni delle battaglie contro mafia e potere, abbandonate le peculiari battaglie contro il centrodestra (che tendeva a candidare alle elezioni personaggi chiacchierati o magari sotto inchiesta), archiviate le accuse di complicità con la malavita (l’atteggiamento di Forza Italia che chiedeva agli elettori il voto per figure coinvolte in inchieste o vicende giudiziarie ancora da chiarire), ecco gli eredi del Partito Comunista farsi fregio di candidature come quella della Salis. Ricordiamolo: «Siamo anche noi garantisti, ma per ragioni di opportunità meglio che il candidato X faccia un passo indietro»; questo era il leitmotiv.

Nei fatti la sinistra odierna rappresenta il vero volto osceno del potere, ciò indipendentemente dal fatto che sia o meno al governo, tanto forte e influente è quell’essersi opportunamente collocata come fulcro mediatico del culto “davosiano” e del nuovo regime “woke”, ossia della dittatura della “Società della Sorveglianza”.

Sono certo che oggi gli interessi di un Pasolini sarebbero centrati su queste nuove forme di totalitarismo, al cui confronto, le macchiettistiche parate della “destra” nostrana, paiono rivelare, nel paradosso, una maggiore aderenza con le concrete urgenze sociali delle periferie culturali del mondo. La Schlein balla sul carro del Pride mentre il cemento di luglio ribolle nel ghetto popolare, rosolando le carni di chi parla il dialetto indecifrabile di quello che un tempo veniva definito proletariato.

Cosa è l’essere. Cosa è la domanda.

Quando lessi Hegel avevo bene in mente la problematica dell’essere da lui ripresa dopo Platone e Aristotele.

Pochi conoscitori di Heidegger, ne sono certo, sono informati del fatto che la sua struttura formale della domanda circa l’essere è stata ampiamente oggetto di teorizzazione e speculazione presso culture altre rispetto a quella “occidentale”. Tant’è che in molte culture orientali la “domanda” non ha senso di essere pronunciata senza la determinazione e concettualizzazione di ciò che lo stesso H. definisce “chiesto”. La grande differenza è che, in altre culture come quella indiana, il plesso di questa “esperienza” viene esplorato in una prassi che, oltre ad essere soteriologica, è anche empirica, non verbale.

Scritti sull’arte

In fin dei conti tutta l’arte è naturale essendo artificiale l’ordine che segue nel tentativo sistematico di catalogarla. O forse anch’esso è naturale. Vediamo. Io ritengo che nel giugno del 2024 si può dire che ogni forma artistica sia sostanzialmente imitativa. Il Demiurgo, l’artista, il creatore del mondo riproduce la purezza che dall’Ogdoade procede verso le sfere più in basso, conferendo forma e ordine alla nebulosa dell’Inespresso, sia essa un fiore o una poesia di Mallarmé. Di fatto siamo di fronte a un eterno ready made maculato da interferenze, ossia da corto circuiti che inferiscono la forma e informano il processo creativo circa la condizione corrotta del concetto di purezza. Ma sono proprio tali elementi corruttivi a generare il processo artistico in ragione delle discrepanze che costituiranno la rottura dell’ordine ideale di ogni manufatto. Quello che restituirà natura polisemica all’oggetto è anch’esso naturalmente frutto del processo interpretativo che ridonerà molteplicità al manufatto rendendolo di fatto singolarità non assimilabile. Questo è il senso profondo di ciò che io definirei arte. Da questo punto di vista, ogni artista è un iniziato e non può mentire, pena l’accusa di blasfemia presso il Tribunale del Miserabile, edificio chirale ubicato sulla soglia fra la Vita e la Morte. Questo dovrebbe chiarire definitivamente dubbi sui concetti di Inferno, Paradiso e Purgatorio. Ovviamente su un piano esoterico.

In questo porco mondo: “Mamma, sei tu la mamma?”

– Mamma, sei tu la mia mammina? – chiedeva Stelvio alla vecchia Zia Concetta sulla panchina.

– Mamma, sei tu la mia mammina? – implorava Stelvio al postino Gedeone.

Mamma, sei tu la mia mammina? – sussurrava Stelvio alla squadra di calcio del Barrafranca dagli spalti della tribunetta desolata.

Mamma, sei tu la mia mammina? – mugugnava Stelvio alle luminarie della festa del patrono.

Mamma, sei tu la mia mammina? – esclamava Stelvio alle galline di Santa la Scoppiata.

Mamma, sei tu la mia mammina? – reiterava Stelvio all’appuntato dei carabinieri Spatafora.

Un giorno il fruttivendolo Melo Cucinotta pensò bene di festeggiare l’ottantesimo compleanno di sua mamma Nunziatella facendo sparare dei fuochi di artificio nella piazza del paese. Era una bella sera di giugno e tutti accorsero trepidanti. Che spettacolo! dissero grandi e piccini. I fuochi culminarono con una scritta rossa: “Auguri Mamma”.

Stelvio comprese così che era giunta l’ora di costruire una bella mongolfiera. Impiegò ben tre mesi a progettarla e a realizzarla, coadiuvato dal parroco Nuccio Rotella. A settembre inoltrato, la mongolfiera era in piazza in bella posta, e quella mattina Stelvio prese il volo. “Vado dalla mia mammina in cielo!”, disse mollando le zavorre che tenevano l’aerostato a terra. Sulla piazza i vecchi sdentati con le bocche spalancate e la mano sulla coppola a protezione dal sole, stanno ancora a guardare Stelvio che sale su, su e ancora più su fra le nuvole per poi scomparire.

Alcune mie riflessioni sul film “Donnie Darko”

Dopo vent’anni, sono alla mia quarta visione di questo capolavoro, un vero e proprio oggetto anomalo nel panorama cinematografico. Questa quarta visione mi ha comunicato delle informazioni che non possono essere trascritte in quanto relative a forme comunicative di natura metacinematografica (a tal scopo, inserirò in corsivo estratti che fungeranno da compendio allo scritto). Dirò di più: a mio avviso si tratta di una sorta di messaggio proveniente da una sezione di futuro che procede a ritroso (apparentemente) per informare il 2004 di ciò che starebbe accadendo ai giorni nostri, ovvero dell’inizio di ciò che definisco “Era dell’Accelerazione” (non ne parlerò oltre qui e rimando ai miei libri e agli scritti su questo stesso blog). Non mi dilungherò dunque in approfondimenti relativi alla trama, di per sé molto complessa, e rimando a tutti gli scritti e le interpretazioni susseguitesi in vent’anni.

Cominciamo da una considerazione relativa al pubblico: la sala è stracolma di adolescenti (fenomeno diffuso in tutta Italia, a quanto pare) e io sono il più anziano. Il silenzio è assoluto, i volti sono come centrati in una densità della visione che è quasi tangibile. Mi sembra di essere al centro di un enorme esperimento. La sala è un unico corpo che respira. Tutti paiono ipnotizzati al pari di Donnie durante le sue sedute di psicanalisi o i suoi stati di trance.

Alcuni dettagli si impongono subito fin dalle prime scene: il disegno dell’occhio di Escher – quello con il teschio nella pupilla – e l’associazione di Lucifero con la bandiera americana sulle note di “Swan Song” dei Led Zeppelin.

Ogni creatura sulla terra quando muore è sola.  Gli esseri viventi manipolati faranno di tutto pur di sottrarsi dall’oblio”. 

Siamo di fronte ad una sorta di Apocalisse che vede il mondo avvolto in un loop temporale che si riproduce indefinitamente dal 2 al 31 ottobre, loop che può essere interrotto tramite l’Apocatastasi, ossia per mezzo del sacrificio del Ricevente che sfrutterà il gap spazio-temporale fra universi tangenti (i libri di Hawking sono sempre messi in bella mostra nel film). Il codice da decriptare è il libro di Roberta Sparrow “La filosofia dei viaggi nel tempo” (la centenaria che nel film deambula incessantemente da casa sua alla cassetta della posta in attesa di una lettera). Questo codice ci informa di un avvento, L’Artefatto, che nel nel film è rappresentato dall’irruzione del Deus, dall’anomalia del motore dell’aereo che precipita in camera di Donnie, motore che, nel finale, apprendiamo essere quello dello stesso aereo in cui viaggiano la madre e la sorellina, secondo un paradosso che non può essere giustificato razionalmente. L’Artefatto comincia quindi a seguito dell’irruzione di un oggetto metallico (il motore dell’aereo) che non fa parte di questa realtà.

Capitolo Due: Acqua e Metallo: Acqua e metallo sono gli elementi chiave del viaggio nel tempo. L’acqua è l’elemento barriera per la costruzione di portali temporali utilizzati come cancelli per universi. Un esempio è il vortice tangente. Il metallo, invece, è l’elemento di transizione per la costruzione di imbarcazioni artefatte”.

Il Ricettore Vivente (Donnie) è l’umano cristico che ha il compito messianico di ricollocare l’Artefatto nello spazio esoterico di riferimento durante il collasso dell’Universo Tangente, superando e integrando le facoltà superiori del Morto Manipolato (il coniglio Frank), che potrei definire, citando Castaneda, una sorta di Pinches Tiranos. Il Morto Manipolato assumerà a sua volta il ruolo di macabra guida per Donnie dopo il colpo di pistola necessario alla sua trasformazione nel daimon del coniglio.

Capitolo Sei: Il ricevitore vivente. Il ricevitore vivente è scelto per guidare l’artefatto, in posizione per il viaggio di ritorno all’universo primario. Nessuna sa perché o come un ricevitore sarà scelto. Il ricevitore vivente è benedetto con poteri della quarta dimensione. Questi poteri sono: aumento di forza, telecinesi, controllo della mente e l’abilità di evocare fuoco e acqua. Il ricevitore vivente è tormentato da incubi, visioni e allucinazioni uditive durante la sua permanenza nell’universo tangente. Coloro che circondano il ricevitore vivente, cioè i manipolati, lo temeranno e tenteranno di distruggerlo.

Ogni tassello di questo puzzle deve combaciare alla perfezione, affinché l’azione del Risvegliato possa avere successo. A ciò collaborano i Manipolati Viventi, che lavorano inconsciamente per sostenere il Risvegliato nella sua missione catartica che riscatterà tutti loro dall’Oblio.

La distruzione è una forma di creazione.

Donnie deve dunque distruggere il multiverso (con tutto il portato di oscurità proveniente dal suo inconscio) sfruttando la potenza delle energie di thanatos per annientare la copia corrotta dell’universo tangente generatasi a seguito dell’irruzione dell’Artefatto dalla Quarta Dimensione. Solo dopo la distruzione il Risvegliato potrà essere Demiurgo e generare un nuovo universo.

Una mia interpretazione che non ho ritrovato da nessuna parte: Donnie è il bodhisattva che accetta il sacrificio per salvare le vite della madre della sorella e della sua futura amata; egli accetta l’oblio, l’annullamento rispetto al Divenire con consapevolezza (vedi la sua risata finale).

(continua… ?).

In questo porco mondo: Il pacco

– Secondo te?

– Cosa.

– Non fare lo gnorri.

– Ma di che parli?

– Lo sai bene di cosa.

– Cosa.

– Tu dovresti saperlo cosa significa per me quella consegna.

– Consegna? Quale consegna.

– Niente, lascia stare.

– No, ora mi dici, perché davvero non so a cosa ti riferisci.

– É pazzesco, caschi sempre in piedi.

– Eh?

– Eppure mi fidavo di te.

– Ma esattamente qual é l’oggetto di questa discussione?

– Lasciamo perdere che è meglio. Francamente non me lo sarei mai aspettato da te.

– Ma aspettare… cosa? Continuo a non capire.

(L’orologio ticchetta e segna le 18 e 13. Fuori pioviggina. Tutto sembra calmo e grigio. Lei mette l’acqua su a bollire. Lui rimane sul divano nella penombra).

– Questo silenzio poi!

– Cosa dovrei rispondere? Non so nulla di consegne! Aspettavi un pacco?

– Non sei attento.

– Ci sta un pacco? Dove?

(Lui si alza e comincia a rovistare nel salone in cerca del pacco).

– Lascia perdere, non fare questo sforzo.

– Ma qui non ci sta nessun accidenti di pacco! Dovrei vedere un pacco? Vuoi un mio parere precisamente su cosa?

– Sei solo un egoista, ecco cosa sei, un egoista.

– Ma se sono stato fino a un’ora fa ad aiutare tua madre con il trasloco!

(Lei sorseggia la tisana. Lo sguardo rivolto alle finestre che danno sul parco abbandonato).

– In fin dei conti l’ho sempre saputo.

– … ma saputo che? Non capisco davvero!

– … sei una profonda delusione.

– Tesoro, io davvero non riesco a capire, te lo giuro. Non ho la più pallida idea…

(Suonano alla porta. È il postino. Avverte che non c’è nessun pacco da consegnare. Lei chiude la porta e piega le braccia al petto, poi produce un’espressione contrita, da sforzo: pare reggere un pacco invisibile. Lui riporta le lancette della pendola indietro di un’ora. Fuori piove a dirotto).

Nuova strategia della tensione?

L’omicidio-suicidio del marito della Donato – assieme ad altri attentati recenti nel destabilizzato scenario delle guerre strategiche in corso (vedi obiettivo Iran) – si inscrive nella nuova strategia della tensione in corso. Al governo abbiamo un apparente centro destra, gestito da una donna afferente al potere atlantista-europeista, ma non assimilabile alla nomenclatura di regime tollerata che va dall’asse Renzi/Calenda, passa dalle parti della Sinistra Italiana e giunge fino ai margini di Forza Italia. Le recenti parole della carciofara sul vero Grande Fratello mediatico italiano, ossia “La 7”, risultano davvero emblematiche. Potremmo fare un parallelismo, di certo azzardato, ma efficace da un punto di vista simbolico: Meloni come una sorta di Trump all’italiana (vedi questione vaccini, il non essere considerata consona dai salotti DEM, ecc.). Queste due macchiette provengono da ambiti e status profondamente differenti, ma hanno l’esclusivo pregio di risultare indigesti alla società “woke” della sorveglianza. Certamente la carciofara proviene da un universo tragicomico, ossia quello dell’ex MSI, con tutto il portato da Colonnello Buttiglione che tutto ciò implica. Ma qui la riflessione che voglio fare è un’altra. La strategia della tensione entra in ballo quando ci sono governi che non sono integralmente assimilabili e solubili alle plutocrazie occulte. Accadde in passato con la DC di Moro, col PSI di Craxi (ricordatevi le problematiche in politica estera), ossia quando l’asse della politica che conta incontra degli intralci ad opera di singolarità locali (ecco perché a breve, ad es., l’Iran verrà destabilizzato e omologato). Dunque questo è un momento cruciale per l’Italia, e prevedo importanti infiltrazioni di poteri occulti e della manovalanza della mafia nel breve periodo.

PS: Aggiungo un’altra mia riflessione: un tempo la sinistra era accusata di coltivare la cultura del sospetto da parte dei poteri forti. Adesso, dopo la svolta “woke”-scientista, fateci caso, la sinistra DEM è diventata la tenutaria delle “fake news”, per tramite del binomio post-laicista tra materialismo e nuova ideologia che pone la scienza come nuovo totem. Quindi si va da Cecchi Paone al Cicap, passando per Piero Angela e tutto l’apparato della virologia contemporanea.

Come muoversi nei meandri del totalitarismo “woke”

Quello che i fautori del pensiero liquido-gender-DEM-piddino-culturamato di regime non hanno ben inteso, è che non è tanto un problema di perizia musicale da contrapporre all’Imago – quasi a voler giustificare tale ridicolo modo di porsi (ah! ma voleva citare Céline Dion!) – bensì proprio il fatto che per veicolare certi contenuti di spessore occorra cavalcare l’onda del genderismo di parata! Questi travestimenti avevano senso quando Bowie si contrapponeva al costume imperante “scandalizzando” i benpensanti, e non adesso, nella mediaticità “woke” in cui tali posture vanno a rafforzare la norma, e costituiscono il requisito minimo per poter essere accettati dal Circo Mediatico.

In questo porco mondo: le signore con le scarpe con le dita di fuori

Gianpietruzzo non aveva mai sopportato le scarpe che lasciavano intravedere quel po’ di dita di piede. Soffriva in sommo grado se poi erano pure smaltate di rosso. La prima volta le aveva notate da piccolo nella signora Concetta vestita a festa per la messa. Gianpietruzzo era pervertito serio, non si faceva mancare nulla e niente lo scandalizzava. Ma quando si trattava di calzature femminili che lasciavano scoperta la punta dell’alluce smaltata di rosso… beh, a Gianpietruzzo venivano gli attacchi di panico e si sentiva soffocare.

Stamane, che giornata difficile! La dottoressa si era presentata all’ambulatorio con delle scarpe nere col tacco aperte davanti… pensa un po’, proprio oggi che Gianpietruzzo aveva la visita di controllo per via dei suoi problemi di asma. Mai la dottoressa Caceci si era presentata con quelle scarpe aperte davanti. Mai e poi mai. Altrimenti Gianpietruzzo avrebbe immediatamente cambiato il medico di base.

Santo aveva gli zoccoli con la suola di sughero.

Bastó concentrarsi su quelli, e per Gianpietruzzo fu possibile farsi visitare. Nessuna crisi d’asma all’orizzonte.

In questo porco mondo: Gero fa tutto quello che faccio io.

A me non piacciono le nonne che si lanciano di testa dai palazzi contro i cofani delle macchine. Anche a Gero non piacciono le nonne che si lanciano contro i cofani. In particolare quelle che si lanciano dal quarto piano. Gero mi copia. Gero ripete e fa le stesse cose che ho fatto prima io e le spaccia per sue.

Allora sono andato da Gero e gli ho detto, Gero perché mi copi? Non è giusto, fai tutto quello che faccio io e lo spacci per tuo. Lui ha negato. Io gli ho creduto.

L’indomani mattina raccontai in piazza che mi davano fastidio i gerani, che detestavo i gerani. Al pomeriggio Gero era in piazza a riferire che aveva tolto tutti i gerani da casa perché non li poteva più soffrire, i gerani, con quel loro profumo.

Allora sono tornato da Gero e gli ho ribadito che mi copiava e che ripeteva quel dicevo e facevo spacciandolo come suo. Lui non capiva a cosa mi riferissi e io gli ho rammentato la questione dei gerani. Al che Rosa, la moglie di Gero, ha cominciato a urlare e a dire che suo marito non copia nessuno e che lei lo ha sposato proprio per la sua originalità. A quel punto ho raccontato a Gina la storia delle vecchie e dei gerani, e le ho fatto notare che erano tutte cose che avevo pensato prima io di suo marito.

Dopo pochi giorni Gina ha lasciato Gero e si è fidanzata con me. A me piaceva Gina da prima che piacesse a Gero, con quei bei polpacci e quegli occhioni azzurri. Col senno di poi penso che tutta questa storia io l’abbia pensata prima delle nonne e dei gerani, forse ancora prima di conoscere Gero e sua moglie, che è poi diventata mia moglie.

I tanti volti di Ingrid

Pubblico un racconto tratto dal mio libro “Racconti Molesti”. La visione di un possibile futuro. Alcuni si riconosceranno. A costoro comunico. Erano mie visioni di decenni fa, oscure, tetre. Adesso sono mutate, adesso vedo luce.

I tanti volti di Ingrid

I

  •   In realtà non ci aveva fatto mai caso e da quella sera cominciò a pensarci sul serio. Scartò una scatola di biscotti e bevve un succo di frutta alla pera. Continuava a fissare il monolite nero ormai disattivato. Aveva appena giocato a uno dei videogame più complessi di sempre, “Hybrid”, un gioco di ruolo con forti elementi stealth. Aveva creato un personaggio femminile molto avvenente, l’aveva chiamata Ingrid (occhi color nocciola, gambe poderose, un succinto costumino color carne), l’aveva munita d’una clava al braccio destro e d’un’accetta al sinistro. Ormai ci giocava da mesi e, avendo acquisito dimestichezza col gameplay, poteva già disporre d’una discreta mappatura degli sterminati territori di Lindor. Del resto, la complessa personalità di Ingrid era frutto dell’ideale connubio fra i dialoghi e le scelte da intraprendere che avrebbero modificato in maniera sostanziale gli sviluppi del gioco. Forse c’era qualcosa da rivedere nel sistema di puntamento delle telecamere, ma, tutto sommato, si trattava di dettagli trascurabili. Dormire. Il letto. Domani sarebbe stata una giornata complessa. Rimaneva come un tarlo e in forma di molesta insidia, quell’interrogativo persistente: una volta spenta la playstation, cosa succedeva a Ingrid? 
  • Al mattino, sono in treno in direzione Lecce. Rientro a Bologna dopo alcuni giorni trascorsi nell’abbacinante luce del barocco, al seguito di dirigenti spenti, privi di brio, che consegneranno il turismo alla mediocrità dell’imprenditoria locale. Inforco la bici e mi immergo nella soffice spuma di nebbia. Le quattro e mezza, il tragitto verso casa, la notte negata; sono il doppelganger d’un Ninetto Davoli senza cracker, né panieri. Fischio canzoni partigiane per un contesto marziano e penso che alla fine ricorderò i miei solitari viaggi, le trattorie, gli spaghetti e le Peroni, assieme a quello smagato senso della prospettiva di un domani morente.

È come citofonare a qualcuno alle cinque del mattino per parlare di tecniche dell’abigeato

Così mi sento rispetto alla città, a questa nebbia oppressiva, all’indefesso aprirsi           della vita lavorativa che mortifica perfino i buoni odori e le fragranze che intuisco crepitare dal forno di Gino.

  • Aprì la porta di casa. Quattro mandate. Gli parve estranea, come disabitata, o meglio occupata da qualcun altro o da qualcos’altro. Notò il paradosso del disadorno proprio laddove campeggiavano alcuni quadri appesi alle pareti, a lui parve, senza una ragione, e anche le fotografie dislocate sulle mensole gli si mostrarono spettrali, come raggelate dalle sinistre luci dell’alba. Posò chiavi e telecomando sul portacenere di marmo all’ingresso e concentrò le sue attenzioni sulla PS4 e sull’igneo stadio silente in cui pareva versare. Vide una testa maciullata, una bambina dalle gambe malate, il volto di Ingrid tumefatto. Vide una ruota di fuoco, sentì l’angoscia del Limbo degli Inattivi e l’urlo di Isvara che squarciava mondi e universi simmetrici, e dunque il silenzio di istanti eterni, privi di una logica che potesse essere definita vagamente umana
  • Faccio colazione all’ora di pranzo mentre il cielo pare addensarsi in un turbine di grigio, minaccioso, a pressare su tetti e pareti, imponente, al di sopra degli sbuffi irriverenti dei comignoli che paiono bestemmie inutili, affronto del riparo. Continuo a girare il cucchiaino nella tazza schiumante di latte e genero una catena di mulinelli su cui sbriciolo i brandelli d’un cornetto ai frutti di bosco. Simulo “La caduta dei dannati” di Rubens, un esercizio cretino in cui alle tenebre giustappongo il biancore di latte e zuccheri, tirocinio quanto mai utile al fine d’una teurgia dell’inanimato. Impellente, giunge la disperata ricerca della mia stilo; scavo dentro al mio marsupio, la trovo e scrivo su un tovagliolino, quasi di getto, quanto segue: 

A me pare evidente che siamo il prodotto dei nostri pensieri, di atteggiamenti e azioni vissute in questo enorme simulatore che è l’Universo. Esattamente come in una sorta di videogame in cui il Player è l’unico a confutare il “Game Over”; egli, è l’Onnipotente, l’Osservatore, il “facitore” di una trama che è stata concepita da altre menti per renderlo Pantocratore, e Onnisciente. A tali margini di consapevolezza non può giungere il protagonista della trama, l’uomo, l’Eroe, il quale vive la tragedia del suo proprio mondo, simultaneamente a tanti altri Sé, nell’epopea del pixel. Ovviamente tutto ciò, la simultaneità degli universi paralleli dei players (chessò, tutti i monoliti playstation in cui si sta giocando in questo preciso istante, magari lo stesso gioco con sviluppi di trama infiniti e cangianti), è un’immagine concreta di ciò che potrebbe essere “il Sistema”. Siamo mortali dal punto di vista corporeo, ma essenzialmente indistruttibili dal punto di vista della coscienza. Il tema è la Coscienza. Questo lo avevano perfettamente inteso e teorizzato i popoli dei Veda.

Guardo intensamente il barman (Brahman), lo fisso nei suoi occhi da mucca; ma il suo non è sguardo mansueto. Guarda fuori, oltre le vetrate. Fissa il cielo.

  • Rientrò in casa fra le brume delle quattordici. Realizzò che quella tenebra non era reale e che non poteva esserci giornata così oscura e fuligginosa, neanche per il funesto inverno padano. Osservò ancora il monolite silente. Ingrid era intrappolata lì dentro. Sentì l’inanità delle cose morte, dell’informe, fu pervaso dalla consistenza dell’inerte, da tutto ciò che anelava alla vita, agli affetti, agli amori e che premeva contro la membrana della carne. Istintivamente portò il dito indice al pulsante di accensione e dopo qualche minuto la schermata con la mappa di Lindor si mostrò in tutto il preziosismo dei suoi dettagli; fu sufficiente schiacciare il pulsante centrale del joystick per veder comparire il conturbante volto di Ingrid e la poderosa e sensuale sua figura.

Uccido mostri, troll, ibridi, costrutti, orchi, creature elementali, streghe dell’acqua, necrofili, vampiri, folletti, megere, mutaforma, spiriti della foresta, berserker, lupi mannari, dragonidi, basilischi, viverne, arpie, grifoni, sirene, ciclopi, giganti dei ghiacci, hym, dame bianche, wraith, stermino ogni essere o creatura che intralcia il mio percorso, e la Missione, la ricerca di Lyl, mia figlia. Il mio corpo è coperto di chiazze di sangue scuro, bave verdognole, grumi di plasma guasto e di interiora, umori e schizzi d’ogni genere, scarti di placente eviscerate dal ventre di mostruose  madri. Il mio volto è furente e ogni mia fibra freme di rabbia e vendetta.  Tu sei pervaso dalla brama, sento il tuo sguardo feroce sulle mie cosce, vorresti possedermi, penetrare ogni mia fibra; ti eccita il vedermi insozzata dal sangue degli ilici. Ma io, come Sofia, non conosco la natura del mio sesso, genero per immanenza, mi incarno quale Venere spietata e vendicatrice. Sono Achamoth. Guardami bene in faccia: giungo dal trentesimo eone e cerco mia figlia…

  • Mi sveglio in preda alle convulsioni. Era vivido, era reale. Era lei. La camera da letto è invasa da una sorta di melassa grigia, di composta gelatinosa entro cui immergo i piedi alla ricerca delle pantofole. Pian piano conquisto la dimensione del lavandino e sciacquo la mia faccia gonfia. L’acqua è gelida, la mia barba ispida. Ogni cosa è intrisa di umido, di vivido vapore acqueo, come in un bagno turco venefico, mortale, concepito da un architetto freddo e privo di anima, al servizio di un satrapo sadico e dedito alla violenza. Eliminare messi ed ambasciatori. Questa frase mi accompagna per tutta la serata. Entro ed esco dai bar affollati ove ogni sorta di bocca addenta, mastica, macina, rumina nella ciarla, fra il chiacchiericcio isterico, con la forchettina in plastica a mo’ di bacchetta; entro ed esco alla ricerca di una grazia che non trovo, di uno sguardo complice nella notte aliena.
  • E’ tutto un mulinar di forchettine! Una vocina esile, querula, sussurra molesta alle mie orecchie. E’ quella di un vecchio bimbo ciccione con occhi da cinese e dal marcato accento romagnolo. Ride e ghigna. Mi segue, mi tampina, ansima, non riesce a tenere il mio passo.
  • Ih, ih… guarda su, guarda su! Altro che forchettine!… Guarda su!… Ih, ih – e indica col ditone il cielo che continua a mulinare, vorticoso nella notte, segnala l’enorme, osceno, inconcepibile gorgo. – Ih, ih, ih, altro che forchettine! Di plastica poi!,- e mi tallona coi suoi passettini da bimbetto. Mi fermo a un crocevia e riesco a distinguere a malapena il semaforo che lampeggia fra le nebbie, come la polena di un vascello in acque limacciose. Mi volto ed esclamo: – Vattene via! Lasciami in pace! – ma lui insiste e comincia a sghignazzare come un ossesso. E’ allora che mi decido a correre, vinco il mio imbarazzo e fuggo fra i portici non senza guardarmi alle spalle. Lo vedo sparire nel niente, al pari della strada, dell’edicola, del negozio di calzature.
  • Tornò a casa e si affrettò a chiudere tutte le persiane. Non voleva che l’oscenità pulsante fosse visibile. Possibile che nessuno si accorgesse di ciò che stava accadendo? Che nessuna tv ne parlasse, nessun giornale, niente e nessuno? Eppure era un fenomeno del tutto anomalo, mai visto prima. Si rimise a letto e alla sua mente apparve, senza una ragione apparente, un fotogramma dello sceneggiato tv “La Freccia Nera”. Ricordò che da piccolo, la guardava nella mitica tv “Phonola” a casa dei nonni, col braciere che si alternava alla stufa elettrica, sdraiato su raggelati divani assieme a cuginette, zie e fratellini. Case siciliane ghiacciate negli inverni dei Settanta e illuminate dalla tv in bianco e nero e dai lucori delle stufette. Tutti in una stanza; intorno, il gelo degli enormi e bui stanzoni dell’antica dimora pareva farsi carne da morto e pressare come una sostanza viva, cosciente della sua disumana anomalia. Suo nonno era l’unico a sfidare l’Artide e andava a letto alle diciannove, su, nei misteriosi “piani di sopra”, ove regnava la tenebra; spazi dominati dal refolo sinistro, teatro di sonorizzazioni aliene, di rumoristiche afferenti ad un concreto che la nostra mente non può né concepire, né esplorare. Portava con sé una candela. Ricordò ancora la ballata e quella musica che lo sconvolgeva fino a renderlo quasi impotente, seppur volitivo e disposto a non cedere; ripensò alla sensazione fisica di quello stringer di pugni e serrar di mascelle che preparavano all’allucinata battaglia che pareva imminente.
  • “Nel verde cuore della foresta

           gente libera fabbrica frecce

           frecce nere per chi veste i colori

          tinti nel sangue di tante vittime

          di Daniel Brackley e dei ciechi suoi schiavi.

          Ma quattro frecce hanno su scritto un nome,

quattro nomi di quattro furfanti,

quattro vendette per mille ingiustizie:

Nick Appleyard, la tua ha già colpito.

Tre ne restano, e non falliranno,

Bennet Hatch, tu hai ucciso saccheggiato e distrutto,

Sir Olivier, tu ricorda Harry Shelton

          Daniel Brackley, tu sei il più infame di tutti

          e giustizia presto sarà fatta”.

  • Mi risveglio ancora. E’ l’alba di una giornata senza luce. Mi alzo dal letto e accosto la mia faccia alla finestra. Le guance rosse e screziate del personaggio di ieri notte si materializzano sui vetri sotto forma di aloni. Ogni cosa, flora e fauna, dentro e fuori, sembra gocciolare in un liquefarsi di vita amorfa; in strada, poi, tutto è ricoperto da una sottile membrana di vapore acqueo che funge da filtro tra essere e essere, cosa e cosa, macchine, case e passanti. Entro nel caffè e osservo la nuova barista. E’ lei. Ingrid mi serve il cappuccino mentre con gli occhi mi fa cenno di guardare al cielo, alla Cosa. Io le faccio capire che non posso, che non devo. Lo faccio con una gestualità animalesca, scrollo le spalle, quasi grugnisco, ma lei continua a fissarmi con i suoi occhi verdi e piazza di fianco alla tazza un regale cornetto alla crema; indi lo schiaccia, pressa e scava con unghie laccate di nero, ne stupra la forma per poi leccare tutto ciò che ne fuoriesce. Io insisto con gesti ancestrali, sospiri, gemiti trattenuti che non posso guardare l’Oscenità. Ma lei continua a leccarsi le dita, le infila dentro al cappuccino, produce osceni mulinelli.
  • Accade, sta accadendo, guarda, girati, il cielo, è alle tue spalle.
  • Non posso.
  • Allora bevi e lecca le mie dita.

Faccio per alzarmi e andare via, ma lei mi afferra per il braccio e bisbiglia alle mie orecchie con voce metallica: ” Il principio terra costituisce la sfera dell’Uovo di Brahma. Dentro essa stanno Kaligni, le zone infere, le zone intermedie, la terra e il cielo fino al mondo di Brahma. Di là dall’uovo di Brahma, ci sono i cento Rudra. Gli uovi di Brahma sono innumerevoli”.

  • Decise di affrontare il problema. Acquistò provviste per almeno una settimana. Rientrò in casa con la ferma intenzione di andare avanti nel gioco. Le tapparelle erano rigorosamente chiuse, giorno e notte, per evitare ogni sorta di influenza esterna, e lo schermo in pausa da qualche ora: occorreva tenere accesa la console al fine di non consentire all’Oscenità di impadronirsi della vita di Ingrid. Una sorta di materia oscura, di nero fumo inodore, pareva debordare dalla tv spandendosi per i pavimenti dall’abitazione…Gli uovi di Brahma sono innumerevoli… Salì sulla groppa del suo drago dalle rilucenti scaglie colorate – Pistis il suo nome, – e prese il volo verso le inesplorate Terre di Julius ove lo attendeva una dura battaglia. In quelle lande occorre essere in possesso di peculiarità di un certo tipo; gli infausti territori richiedono requisiti di livello pari a “40” e al contempo lo sblocco di alcune armi speciali, ma non disponendo del tempo necessario a livellare il personaggio, si cimentò comunque nell’impresa, forte del suo risicato “38” e dello sblocco di alcune facoltà magiche. Arrivò nelle Terre di Julius dopo molte leghe percorse sul dorso di Pistis, e grande fu il suo scoramento quando apprese di dover abbandonare il fidato protettore sulle soglie di una selva dai colori grigi e violacei. Percorse i primi tratti di sottobosco con fare guardingo, la forza dei suoi quadricipiti non fu fiaccata dalla natura impervia del terreno; in compenso ebbe il corpo presto cosparso di graffi e ferite per via degli aculei dei rovi che parevano vivere, come i canini d’un essere informale. Vide il suo corpo. Vide i costumi succinti. Era Ingrid dagli occhi color di nocciola.
  • Il telefono, mia madre. Ne approfitto per mangiare; minestre già pronte, roba biologica che si ritrova in ogni supermercato. Riscaldo le pietanze sui fornelli elettrici. E’ pomeriggio. Mia madre mi parla di questioni per lei importanti; apprendo che è morta, dopo ben quindici anni, una determinata pianta grassa (la chiama per nome, deduco “Ciccina” o qualcosa del genere) e che viceversa la nonna gode ancora di ottima salute (assonanza pianta-nonna in cui colgo una sincera afflizione per la prima e una blanda confutazione circa lo stato della seconda). Riferisce anche di certi tramonti e della mitezza di questo autunno che non accenna a lasciare spazio ai rigori di novembre. Mi informa inoltre che il pacco con le marmellate dovrebbe essere spedito entro breve, giustificandosi alquanto per il ritardo causato da ragioni da imputare esclusivamente allo zio, da sempre concentrato sugli affari e molto poco incline a risolvere le impellenti questioni di famiglia. Metto ovviamente il telefono in viva voce e compio lo sciagurato gesto automatico di dare una sbirciata al cielo fra le fessure delle persiane. E sempre lì l’anomalia turbinante, l’occhio cieco dello sconfinato Tremendo. Per qualche istante credo di non riconoscere la voce di mammà, ogni famliarità mi appare allucinante e perfino le mie mani sembrano appartenere ad altro. Barcollo e divento preda di quel senso di estraneità che non ho mai provato ma che purtuttavia avverto come connaturato alla stessa mia ragione d’esistenza. Quel che resta di mia madre informa di gatti e lettiere, di firme notarili da apporre, di maglioni da tirare fuori da un certo qual determinato cassetto dell’armadio posto in aree pressoché inaccessibili, e io avverto la disgraziata urgenza del pensionato farsi sostanza, materia, deiezione, matassa vorticante entro un contesto spaziale parallelo, adiacente, ma al contempo distante miliardi di anni luce da questo ulteriore baratro che sembra costituire la morfologia della vita, o quantomeno della mia, di vita. Ci salutiamo giacché adduco una motivazione qualsiasi, falsa, corrotta, empia nel suo essere viziata dal niente, e ritorno ai fornelli. E’ il momento della zuppa di cereali e farro, è il momento dell’olio dello zio.

II

  • Qualcosa stava nascosto, un essere acquattato protetto dalle irti frasche, una sorta di coniglio selvatico. Ingrid dapprima lo catturò, poi vinta la sterile ma furibonda resistenza della piccola bestia, divorò le sue calde e fumanti carni e ne sputò parte delle interiora. Nella dura notte della selva che suggeriva temperature rigide a dispetto delle nudità del corpo, si diresse con la bocca ancora sanguinante verso una ripida scarpata resa appena visibile dai raggi lunari che penetravano fra le sinistre chiome dei boschi di betulle. Ingrid pareva un terrificante, spettrale vampiro, per quella miscela di azzurro, argento e rosso vermiglio che caratterizzava il quadro dello scenario. Nei pressi dei resti di un’abitazione rurale, sentì vibrare e fremere il suo corpo a seguito dell’attivazione del suo sesto senso, il myrht. Un frammento rosso della gonna di Lyl stava fra le spine di un arbusto dalle fattezze antropomorfe e, poco più avanti, le tracce di alcune orme parevano fresche, calpestate da poche ore; era quello il percorso da seguire. La vibrazione del joystick, segnale di pericolo imminente, lo indusse a prendersi una pausa, a fare alcuni passi per sgranchirsi le membra intorpidite. Gli parve d’esser seguito da occhi, da scintillanti occhi rossi di animale ancestrale, da una fiera chimerica fuori dalla portata del visibile. Li vide brillare per un istante allo specchio, proprio dietro le sue spalle. Fuori, in cielo, l’anomalia si era fatta vibrazione sorda, fonte sonora indefinita. Le stesse fondamenta della casa parevano fondersi in questo fremito indefinibile, disumano che pareva il rantolo ciclopico di un’entità proveniente da un altro eone. Tornò a sedersi e a perlustrare la zona. Vide distante, una fioca luce vermiglia che pareva roteare nell’orizzonte indefinito di quella notte tetra…
  • Verso le 19 mi rendo conto di essermi addormentato. Il gioco adesso è in pausa. Il volto di Ingrid pare pulsare nella fissità della sua immagine congelata da qualche ora. Cerca di comunicare con me, di dirmi che in questo interludio sono accadute infinite cose, che la fissità apparente è solo uno stadio, un momento critico da superare. Lo sento. Parliamo una lingua non verbale e le parole sono solo una traduzione maldestra di immagini e sensazioni che vanno ben oltre il livello sensoriale. Nell’afferrare la bottiglia d’acqua alla mia destra, constato che la mia mano è quella di una donna, mentre la sinistra è la mia solita mano, munita di grosse e tozze dita da marinaio. E’ una metamorfosi quella in atto, riguarda differenti stati dei mio io, differenti sessi. Ingrid accarezza il mio volto con dita affusolate.

Non aprire la finestra. Non aprirla.

  • Fuori dalla finestra vide distintamente la luce fioca. Adesso il gorgo era pulsante irrealtà di color rosso rubino. Dalla sua camera osservò la sterminata selva. Nessuna traccia della città. Lui lo sapeva. Si precipitò giù dalla tromba delle scale, non senza aver fatto prima scorta di barrette al cioccolato e di svariate confezioni di integratori. Il portoncino si aprì miracolosamente dal citofono. Lo scatto fu sinistro, folgorante. Fuori gli immani fusti di piante carnivore si contorcevano in terribili convulsioni e assordanti scricchiolii. A colpi d’ascia si creò un varco nello spaventoso e carnale dimenarsi della vegetazione che pareva agonizzare e godere al contempo. La foresta era tutto uno stridere sovracuto, un impercettibile frinire di metallo carnale che si faceva legge superna, legittimazione di regole, chimiche e criteri altri.

Un che di fanciullesco vibrava in quegli arbusti sferzati dalla sua accetta, che si ritiravano a seguito dello sconcertante fremito, come i tentacoli di un essere privo di forme a noi geometricamente tollerabili. Si fece strada in un ruscello di sangue e linfa, fra le agonie spaventose della foresta animata, in direzione di quel rosso pulsante. Il ricordo di Lyl corrodeva le sue budella, lo spingeva a procedere noncurante della fatica. 

Giunse ansimante e provato nei pressi di una collina rocciosa. La fitta e intricata vegetazione concedeva adesso qualche spazio, anzi, pareva lentamente ritirarsi nelle tenebre oppressive. Dietro la collina, il rumore sordo e sinistro, proveniente dalle stesse viscere di quel luogo alieno, segnava il tempo morto d’una clessidra lesionata. Solo allora realizzò che Lyl non era sua figlia, e che quel corpo sinuoso da valchiria non poteva essere il suo.

  • Sto impazzendo. A questo punto devo cominciare a considerare seriamente questo come un fatto. Non riconosco più le mie fattezze. I miei contorni allo specchio sono fuori fuoco, continuamente. Aleggia un’ombra di donna. La mia bocca, la sento turgida. I miei seni sono rotondi. Ecco. Torno in me per qualche istante. E’ una continua metamorfosi intermittente, senza soluzioni. Non serve sdraiarsi a letto. Non basta chiudere gli occhi. Lei è il mio doppelganger. Non c’è un dentro, non c’è un di fuori. La densità materica mortifica le mie fauci. Un impasto ferroso. La mia lingua sa di metallo. Oddio, il terribile cucchiaio ficcato in gola dal medico di base! Ero piccolo e avevo la febbre. Il terrore senza forma della Minaccia Ferrosa! Un mondo contiguo denso di metalli liquidi e freddi, una realtà tangenziale che mi era di presso, l’angosciante paura di questo strabordare di essenze prive di connotazione nel mio letto da febbricitante. Forse tutto è cominciato con quella visita medica.
  • Interludio: La Visitina del Dottorino

 Dorme dorme Giulianino, presto arriva il dottorino. 

Ma che strano poi che è, pare umano, ma il cucchiaio è la sua carne. 

E che fa ‘sto dottorino? Questi infila (lo cucchiaro) nella gola del bambino. 

Poveretto Giulianino, non potrà giammai scordare, quel sapore di ferroso che da altri mondi vièn! 

Per la gola! Per la gola! Viene indotta la sostanza! Per la gola! Per la gola! Dritta dentro nella panza!

No, no, no, fa Giulianino, no, no, no fa con la testa, mentre zia, nonni e cugini sono tutti in deferenza, in attesa del parere, dell’esimio gran dottore.

Questi finge noncuranza, mima professionalità. 

Ma Giuliano guarda il grigio di metallo dei suoi occhi e sente crescere quel mondo come un mostro nella panza…che si espande, che si espande, fuori pure dalla stanza.

Il cucchiaio nella gola mostra oceani di grigio, altri mondi senza un cielo, senza un sopra e senza un sotto. 

Tutto sembra liquefarsi, come in forme minerali, ma viventi senza vita, d’un sentire tutti eguali.

Ha finito dottorino? Chiede ingenua la zietta. Pronto pronto, signorina, gli risponde senza fretta.

Il ragazzo ha male in gola, che l’ho visto col cucchiaro, ma domani stara bene, gran cautela, gran riparo!

Giace inerte Giulianino, morta in cuore la speranza, di chi ha visto da piccino, d’altri mondi folle danza.

  • Alla sommità di quel colle scorse una piccola dimora. Un frammento di palazzo, che pareva una capsula piombata giù dagli abissi del firmamento. Era un intero appartamento, la sommità d’un terzo o quarto piano di una palazzina bolognese costruita negli anni Cinquanta, sradicata dal suo contesto e catapultata lì con innaturale simmetria. Pareva il gheriglio di una realtà estranea a quel contesto, un pezzo di costrutto logico nell’entropia. Si voltò indietro a osservare il groviglio immane di vegetazione che continuava a muoversi in maniera minacciosa, e poi i bagliori bianchi nel cielo violento e scuro. Diresse lo sguardo verso la stanza da dove proveniva il bagliore rosso con intervalli di emissione e intermittenze. Aprì la porta dell’appartamento e dovette chinarsi, giacché l’entrata era quasi conficcata sul terreno, così come tutta la parte anteriore della facciata. Percorse appena l’angusto corridoio facendosi strada nel terriccio, quando gli apparvero i contorni regolari del soggiorno e della cucina, talmente rispondenti ad una logica domestica da risultare disturbanti. Il confronto con le anomalie di quel mondo era insostenibile. Vomitò sul parquet. La casa parve riconoscerla, e familiari erano le caratteristiche morfologiche di quei luoghi, così come le suppellettili, disposte con gusto consapevole e senso della simmetria maniacale. I bagliori rossi provenivano dalla cucina e parevano in sincrono con il rombo sordo, anch’esso intermittente, proveniente dall’esterno. Si aqquattò come una felina. Le sue cosce affusolate, la muscolatura elastica, rispondevano in maniera sorprendente. Attivò il suo sesto senso e subito alle narici si presentarono nuovi odori, miscele e aromi. Annusò il pavimento e la fessura della porta chiusa attraverso la quale i bagliori parevano evocare presenze, caos, agitazione, mentre tutto viceversa taceva, tutto fuorché quel sordo rombo che vibrava assieme alle tenebre.

Aprì la porta di scatto e si trovò di fronte allo schienale di una poltrona in pelle. Poco più innanzi, una tv e una consolle. Lo schermo. L’emanazone dei bagliori rossi. Cautamente si mosse, con circospezione. Fece il giro alla sinistra del bracciolo verde. Seduta stava una donna. Anzi no. Vide se stesso travestito da donna, un se stesso catatonico, dal ghigno disumano.

III

Diario minimo. Appunti dall’Anno 0

(primi giorni…)

Trascorsi molti anni dai fatti che vi ho compulsivamente narrato, morta la mamma, morta la nonna, morti lo zio e la pianta grassa, eccomi in questo presente che a voi apparirà moderatamente futuristico. Ho una moglie che assomiglia a Ingrid e una figlia che assomiglia a Ingrid. Si chiamano Brigida e Cornelia. Possiamo definirci una bella famiglia, unita e felice.

All’epoca mi fu diagnosticato un disturbo schizoide della personalità e venni ricoverato per qualche mese. Ciò non impedì alla Cosa di palesarsi in ogni parte del pianeta e con caratteristiche differenti in base alla cultura, al livello di tecnologizzazione della varie nazioni e di tutte le aree densamente popolate. L’Italia fu devastata dalle bombe e in particolare Bologna venne ferita a morte da tutta una serie di attentati. Tuttavia il paese si risollevò e trovò la forza, nella tragedia di superare le barriere che dal dopoguerra lo invischiavano in feudali logiche di corporativismi e mafie.

Adesso l’Italia è un paese moderno e dalla patente “bio”, e il suo PIL registra livelli mai raggiunti negli ultimi lustri, pari quasi a quelli dell’Etiopia. Io sono diventato PL, che in sostanza sta per “livellatore della personalità”; praticamente aiuto a superare i disturbi relativi al little crunch, ovvero a sublimare il rischio di collasso nei soggetti più fragili, dato che il rapporto tra i vari livelli del reale, nel connubio con ciò che qualche decennio fa sarebbe stato definito come “virtuale”, può ancora determinare stati di forte shock nei soggetti più anziani. 

Ma in genere il nostro lavoro è destinato a scomparire, giacché le nuove generazioni saranno perfettamente inserite nel cosiddetto “Programma Pneuma”, un complesso sistema in grado di preparare soma e psiche alla nuova coscienza della realtà.

Nei decenni passati, i danni alla psiche, i disturbi delle personalità venivano “curati” tramite costose sedute terapeutiche e psicofarmaci di vario genere. Tuttavia, il graduale palesarsi della Cosa, indussel’umanità a prendere atto in breve tempo che tali disturbi altro non erano che preveggenza e sentore, contatto con la singolarità

(giorni successivi)

Questo processo ineluttabile collocava per la prima volta l’intera storia dell’uomo entro ambiti extradimensionali, li costringeva a vivere nella consapevolezza fisica di una realtà disposta a ventaglio. Tutto ciò venne “mostrato”, diffuso, secondo una tecnica del tutto nuova: il Virtex. Queste entità energetiche trovarono il modo di generare una struttura comunicativa in grado d’essere recepita anche da creature sotto-dimensionali. Dapprima furono connesse alcune tra le menti più fervide del pianeta, in grado di costruire i macchinari adatti. Tali uomini furono scelti fra i pochissimi in grado di realizzare in maniera indotta questi generatori di Virtex. 

Successivamente le macchine presero a funzionare a pieno regime, diffondendo quelle che potremmo definire le immagini (il termine è inappropriato, trattasi di strutture vibrazionali complesse) delle realtà attive esterne alla nostra  tridimensionalità (si badi mondi reali, concreti, pulsanti di vita). Tale forma comunicativa veniva messa in atto secondo principi che potremmo assimilare, per semplificare, a quelli della antiche rivelazioni del passato. 

E così la realtà creata dal pensiero e dall’immaginazione, le presenze notturne, le qualità medianiche, i sogni lucidi caratterizzati da brusche interruzioni, come da spina elettrica improvvisamente estratta (molti sognavano in maniera “lucida”, consapevoli cioè di stare vivendo un sogno simulato, indotto) cominciarono pian piano a rivelarsi per ciò che erano tramite il Virtex. Si manifestavano, in buona sostanza, come inferenze, dettagli di una fisicità per noi assurda e inconcepibile, ma dotata di coscienza.

Fu chiaro che la “crepa” (così fu definito lo stadio anomalo di contatto con l’extradimensionale) poteva prodursi fin dall’infanzia, grazie a dei traumi apparentemente banali, a malattie, a ritualità inconsce, a tutto ciò che condusse alle straordinarie visioni dei santi o degli illuminati, alle dottrine, alle religioni, alle guerre durante il corso della storia umana PV (pre-Virtex).

Ma soprattutto fu chiara una cosa: l’umanità realizzò per trasmissione diretta e non mediata (non con l’ausilio di simboli e linguaggi), che questi processi di conoscenza erano prodotti da entità sovradimensionali e che buona parte dei miti riguardavano sempre e soltanto rivelazioni di realtà parallele e concrete, di vite altre pulsanti. Inoltre furono azzerati a seguito dell’induzione da Virtex, tutti gli schermi cerebrali relativi alle antropomorfizzazioni del cervello. Vennero meno, per così dire, le naturali limitazioni strutturali del mentale, necessarie alla diffusione e alla prosperità della nostra specie su questo pianeta. Così la mente di ciascun homo sapiens sapiens potè finalmente aprirsi al Reale (nessun uomo prima era in grado di fruire la realtà, se non cogliendo necessariamente e in maniera associativa delle icone che lo riportassero a interpretare i segni come essenze antropomorfe)

Fu un altro gigantesco passo avanti nella storia della specie, forse il più importante.

I millenni trascorsi nell’adorazione di divinità, i tempi remoti avvolti da una nube di mistero, furono soggetti a un disvelamento rapido e stupefacente (la cultura tantrica kashmira parlava appunto di disvelamento, millenni prima). In breve tempo ci apparve la natura della realtà squadernata, aperta, come un frutto acerbo spaccato fra le mani.

Fu un’esperienza sbalorditiva e man mano che questa cosa si estendeva a macchia d’olio, divenne subito chiaro che il limite di ogni sofferenza, di ogni nevrosi era proprio quello relativo al limite in sé, giacché questo sentire poneva l’essere – ogni essere,- in una posizione di ascolto e ricezione pressoché assoluta, quantomeno per le capacità del nostro organismo senziente.

La ritualità ancestrale, questa sorta di disperata mimesi, di emulazione della Cosa, sopravvisse nelle tradizioni dei popoli, e di esse e in esse si nutrì, nel turbine delle fondazioni e delle eclissi degli imperi. Ciò fu chiaro alle masse dell’Era Tecnologica, e all’apprendimento per “induzione”, dal momento che fu annichilito il “Velo di Maya” dello spazio tempo. Questa trasposizione fu un’importante chiave di volta per ogni essere umano, perché questo paradosso veniva fruito per la prima volta come dato esperienziale, senziente e non come concetto. Era come liberarsi di tutta la filosofia antica e contemporanea in un respiro! Il Virtex era in grado di ridestare alcuni stadi percettivi silenti ma compresenti in ogni essere vivente. Fu chiaro da subito che il predominio dell’intelligenza non era il criterio necessario alla vita e alla natura espressiva del Creato. Anzi, per taluni aspetti, questa qualità poteva rappresentare una sorta di avvelenamento. I Dogi, così chiamammo le entità sovradimensionali a partire dall’Era della Coscienza, la definivano con un termine che per noi umani fu tradotto con “Interferenza”, ma che nell’uso comune fu chiamata Antivirtex.

Fu naturale dunque attivare una sorta di azzeramento di calendari e criteri temporali in funzione di questa nuova dimensione telepatica della conoscenza che prese via via ad attraversarci. E così fu inaugurato l’ANNO 0, funzione simbolica di un temporalità che oramai pareva promanare per ogni dove, in ogni direzionalità…

(giorni ancora successivi)

Quanto vi scrivo è uno degli ultimi lasciti della memoria, della capacità associativa di relazione tra suoni e parole, di scrivere e leggere discernere nella giungla dei segni alfabetici che fra breve saranno semplici granelli di sabbia nell’oceano della materia. Ogni barriera linguistica, ogni credo, ogni ideologia viene a sciogliersi, a liquefarsi come burro fuso, dolcemente. I Dogi irradiano le nostre vite d’una sostanza che potrei definire una sorta di melassa, di nettare che tracima e cola da un assurdo orlo, inconcepibile, posto altrove ma al contempo qui. Come posso dire…come l’addensarsi tridimensionale di un quadro del Beato Angelico…come assaporare il disegno di una pesca…

(dentro l’anno zero)

Passeggiare è… è uno spettacolo! La gente sta ancora a bocca aperta, sbalordita a fronte di tutto questo miracolo perenne. Il processo cerebrale, la natura stessa del pensiero… tutto è come inghiottito e risputato, sì risputato…gli orologi girano, girano, girano, ma sono sempre le sei del mattino… una meravigliosa aurora all’orizzonte perenne, meravigliosa aurora… meravigliosa…

Mia figlia è un oceano di luce… schizza da tutte le parti assieme a me, per ogni dove, senza una prospettiva… viaggiamo velocissimi ma al contempo siamo fermi, immobili… e ogni nostro gesto… come dire… è perenne, eterno…

(dentro l’anno zero)

… oh il sorriso di mia moglie… i suoi denti bianchissimi… le labbra come un ruscello rosa…

(dentro l’anno zero)

… luce dentro e… fuori…

(dentro l’anno zero)

La bellezza di quella che chiamate materia oscura…

(dentro l’anno zero)

… i nostri corpi essenza di sancrito, numeri e lettere… ci stiamo… trasformando…

(dentro l’anno zero)

Questa è una storia dell’umanità che non può essere narrata. Non ora. Non qui. 

Chi sono io? Beh, adesso ve lo spiego.

Io sono una persona molto modesta, più modesta di tutti voi messi insieme. Quando dico “modestamente” lo dico in una tale maniera da risultare irresistibile. Una volta dissi modestamente di fronte a tre bellissime donne, ed esse diventarono mie geishe. Le cacciai l’indomani.

La mia proverbiale umiltà è superiore a quella di qualsiasi terrestre, e sovrasta quella di tutti i profeti e i santi di tutte le religioni di ogni tempo e luogo. Quindi sono umile in sommo grado. Sono assolutamente umile. Per me ha senso usare il superlativo umilissimo.

Che dire della mia generosità. Nessuno mi eguaglia in generosità. Sono talmente generoso da privarmi di donare al prossimo, di vivere questa privazione con assoluto sacrificio e dedizione. Una volta regalai una casa a un passante ma di ciò non mi vanto punto.

Appunto, dicevamo della mia bravura. Sono bravissimo in tutto e non sto qui ad elencare, a parte che in musica, letteratura, filosofia, teatro, recitazione, meditazione, bellezza, scienza. Forse potrei specificare, en passant, di essere bravissimo in intelligenza. Ma non starei qui a specificare. Ho un quoziente intellettivo incredibilmente superiore rispetto alla media, ma non sto qui a specificare. Una volta un tizio mi disse che il mio quoziente intellettivo era talmente elevato da rendermi più alto di quel che sono. Ma non stiamo qui a specificare. Sappiate solo che di bravi come me ne potrete trovare pochi sulla Terra.

In quanto a saggezza e a sapienza non mi sento meno competente di voi, anche se saggiamente penso che non possiate competere con la mia sapienza. Ma faccio questa affermazione con assoluta vergogna, giacché la mia modestia mi impedisce di farvi notare quanto poi io sia di gran lunga più saggio e sapiente di voi.

*omaggio a Daniil Charms

In questo porco mondo: Bacinella da piedi azzurra in plastica per vecchi

Orazio collezionava bacinelle da piedi in plastica per vecchi. Ne aveva di ogni colore e le guardava e contemplava ogni giorno. Un giorno una di queste bacinelle parló.

Bacinella da piedi azzurra in plastica per vecchi: – Orazio, Orazio!

Orazio: – Chi è, chi è che parla!

Bacinella da piedi azzurra in plastica per vecchi: – Sono Pippo! Pippo sono!

Orazio: – Pippo? Il fruttivendolo che è morto scivolando con le collage ballando il tip tap nel tinello?

Bacinella da piedi azzurra in plastica per vecchi: – Sì, sì…

Orazio: – ma…

Bacinella da piedi azzurra in plastica per vecchi: – tap… tap… tatatàc

Orazio: – ma che razz…

Bacinella da piedi azzurra in plastica per vecchi: – tap… tap… tatatàctip… ratatàc!

Orazio: – bravo! Sei bravo! Bravo sei!

Bacinella da piedi azzurra in plastica per vecchi: tap… tap… tatatàctip… ratatàc!… tip… tiritip…

(Fuori dalla finestra origliano e si masturbano i paesani)

Spleen e vecchie sdentate

Sondare l’animo umano è come navigare sugli oceani. Nella bonaccia il mare è olio, e lo spleen è una vecchia sdentata che morde lo stomaco. Nel fortunale le onde sono cattedrali dal culto pulsante che occorre officiare, e l’urlo dello schizofrenico è grandine sulle vetrate di un pomeriggio nefasto.

Osservo le mie piante. Crescono silenti, e offrono pace e misericordia ai bisognosi. Occorre parlare un altro linguaggio però. Una lingua fatta di parole vuote, di alfabeti muti che sanno di bolle saponose, di segni che rimandano all’ ineluttabilità del punto.

In questo porco mondo: l’uomo che non sapeva finire le storie

C’era un uomo che aveva mille idee ma non sapeva come raccontarle o scriverle.

“Era il quarto giorno di naufragio, ero stremato e aggrappato al legno che mi sorreggeva sulle acque. Mi parve allora di avvistare un’imbarcazione… fui colto dall’emozione, il cuore mi saltò quasi in gola… era una caraveglia… scusate una caramella… volevo dire una carcamella… anzi no, una caccavella… aspettate, respiro un attimo, intendevo proprio una cartaveglia… cioè una minisveglia… mannaggia! una coprisella… aspettate! Ci sono! una calabrisella… sarebbe più opportuno dire una…

In questo porco mondo: il toy boy

Incontro una mia amica.

– Mio marito non mi soddisfa. Voglio un toy boy.

– Posso farlo io, se vuoi.

– No, ci conosciamo troppo. E poi lo voglio biondo e con gli occhi azzurri.

– Mi metto parrucca bionda e lenti a contatto azzurre.

– Mmm… vuoi essere il mio toy boy?

– Si.

Passa un turista biondo con gli occhi azzurri.

– Vuoi essere il toy boy della mia amica?

– No, my name is Tony Body.

Il turista se ne va.

– Peccato, andava bene.

– Io ci ho provato. Così almeno non penserai a un mio interesse personale. Compro parrucca e lenti?

– Eh ma la gente del paese che può pensare?

– Niente. Mica mi si riconosce truccato!

– Eh, ma ci dovremmo vedere a casa mia o a casa tua. Il paese è piccolo.

Nel frattempo cade una vecchia dal terzo piano e si spezza tutte e due le gambe sul cofano di una vecchia Twingo.

– Come sta signora?

– Già, come sta?

– Mi fanno male le gambe. Ma mi volevo suicidare perché non trovo un toy boy.

– Anche lei vuole un toy boy?

– Anche la mia amica vuole un toy boy!

– Se vuole può venire lui. Si mette parrucca e lentine. Non lo riconoscerà nessuno.

– Si vengo io signora!

– Ok, però prima mi devono ingessare le gambe.

Un ambulanza si porta via la vecchia. Morirà durante il tragitto. Una folata di vento spazza via le foglie secche che creano un accenno di mulinello.

– Mi sa che mi tengo mio marito.

– Ok. Ci si vede in giro.

Sogno del 15/4/2024: smaterializzazione del corpo.

Siamo davanti a una sorta di scogliera del catanese. Alcuni bagnanti segnalano la presenza di delfini. Mi avvicino alla sporgenza e noto che si stanno avvicinando anche delle orche gigantesche e via via dei pesci sempre più grossi che sembrano creature mostruose e chimeriche. I bagnanti scappano, quando un enorme vortice par generarsi e dalle profondità degli abissi fuoriesce una bocca enorme, un immane pesce palla dentato che divora buona parte della costa. Sono fra i sopravvissuti, tutti cominciamo a correre distanziandoci dal litorale, qualcuno urla che si sono aperti i cancelli dell’inferno e che è la fine del mondo. Imbocchiamo una sorta di tunnel illuminato da lanterne che sfocia in una grotta costellata di tombe. Sono tombe antiche ove sono sepolti gli antichi fondatori di un culto cristiano scomparso. Ne scelgo una di fretta: occorre cliccare sulla data di morte e ruotare la croce. Questo consente la smaterializzazione del mio corpo. È qualcosa di devastante, del tutto differente da come immaginavo. Posso dire finalmente di averla sperimentata. Il corpo penetra nel terreno e attraverso per un tempo indefinito sedimenti di terra. La terra, la roccia, la tenebra sono ovunque, non esiste spazio, tutto è adiecenza. La sensazione è angosciante: il corpo non c’è, ma la memoria del respirare rimane. Quindi la sensazione è quella di soffocare senza poter soffocare. Una voce mi richiama al risveglio e dice: presto ti ci abituerai.

A me stesso

Avviso ai naviganti e ai delatori di professione.
La mia è in fondo una storia di ricercata solitudine. Nessuno mi ha mai regalato nulla. Ho fatto tutto da me, spesso contro il volere dei più. E se realizzo tutto quel che ho fatto finora, non mi par vero che possa averlo fatto io da solo tutto questo. Questo per precisare. A muovermi sono delirio e visionarietà, non certo denari e prebende. Ho fatto e farò ciò fino all’ultimo giorno, con metodo e devozione quotidiana. Come sempre e indipendentemente da risultati e successi, poiché agire in ambito artistico e culturale è una missione, una vocazione, avente scopi tutt’altro che terreni. Giacchè non posso tollerare falsità in corpo e anima, la mia è una inconscia forma di purificazione, essendo il mio privato quasi sempre pubblico: non ho grandi segreti e ambisco alla scarnificazione. Chi parla a vanvera dovrebbe prima passare da questo tirocinio quotidiano, esser capace di tenere la barra a dritta nel fortunale, vivere l’umiliazione come dono e sprone. (Francesco Cusa 14 aprile 2024).

In questo porco mondo: i sopravvissuti del panificio “Nina”

La signora Nina ha un panificio e vende pane raffermo. Ciononostante la signora Nina ha sempre la fila fuori.

Arriva Gino e compra un chilo di pane raffermo.

Poi tocca a Marisa che compra due chili di pane raffermo.

Quando è il turno della Morte la signora Nina incarta una baguette di pane marcio. La solita di ogni giorno. La Morte la fa sparire sotto il suo manto nero, poi con un colpo di falce trancia di netto la testa di Nina. La raccoglie e la dona ai ragazzini del paese per giocare a palla.

Da quell’anno, nel mese della sua dipartita, si gioca il torneo di calcetto in onore di Nina. Alle squadre vengono donate le magliette con lo sponsor “Panificio Nina”, e a gestire il tutto è adesso il figlio Cranio, così chiamato per via della sua testa che pare un cranio.

Di quella famosa fila sono rimasti in vita Ciccio Mustazzu, Pina Mangiavasteddi, Tuccio Mutanni Calati, e Pippa Mutanni Cusuti.

Morte e vita dell’arte.

Ho imparato solo una cosa nella vita. Quello che definisci e organizzi muore. Quando generi una forma essa muore. Dunque vivo nel perenne divenire. Sembra precarietà e invece è continuità. In questo senso l’arte è morte perenne in costante permutazione. Simula la vita impregnando il presente di futuro, ma essa “muore” quando si fa opera e si concretizza in forma. L’opera è morte dell’artista e vita dell’arte.

Maledetta Pasqua!

PASCQUAH…
Io ho troppe cose da fare. Non capisco la festa. La vacanza, poi! la detesto. Odio quest’aria di “festa”, con la gente in festa, i vestiti in festa, le scarpe in festa, le campane che suonano. E basta con ‘ste campane a sbatacchiare nel 2024 per mano di preti disturbati e megalomani! Mi dà fastidio la festa “comandata”. Ma comandata poi da chi? (Ovviamente fuori dalle ritualità del passato per cui tali eventi avevano senso e simbolo). In sommo grado odio la Pasqua con questo sole primaverile che mi fa girare i coglioni e che non ti fa mai capire che cosa devi indossare: togli giubbotto-metti giubbotto. Solo il Ferragosto batte la Pasqua in quanto a fastidio. La Pasqua con le famiglie in viaggio, le uova da spaccare e i bambini brutti e belli a rompere palle e uova, uova e palle. La sorpresa dovrebbe essere la pagella con la bocciatura dentro l’uovo, altro che giocattoli, giocattoli e ancora giocattoli! E poi quella insostenibile “pasquetta” col vezzeggiativo scritta in minuscolo e la gente a impestare campagne e a distruggere ecosistemi con ste grigliate del cazzo. Per non parlare del primo maggio imminente. Vogliono la festa ‘sti lavoratori da remoto. Il “ponte”. Vogliono fare il ponte ‘sti parassiti. Quanto non sopporto la parola “ponte”…

PS in foto: al coniglio non gliene sbatte un cazzo di ‘ste ovette in cerchio.

Il futuro è già qui

Una società che comunica telepaticamente non avrà più bisogno di parlare, leggere o scrivere. Questo “costo” relativo a cinquemila anni di alfabetizzazione, a breve non sarà più “sostenibile”. Questi processi sono alla base delle strategie politiche ed economiche del prossimo futuro. In realtà si tratta di un “ritorno” a facoltà un tempo “naturali” e funzionali all’evoluzione biologica della specie. L’implementazione sarà ovviamente biotecnologica, per quanto quelle passate non possano dirsi propriamente biologiche, se non per convenzione. L’ homo videns è solo un anello di congiunzione e di passaggio e presto saranno da aggiornare tutte le sei funzioni attribuibili al linguaggio di Jakobson: referenziale, emotiva, conativa, fatica, metalinguistica e poetica.

Tre sogni del marzo 2024: L’Oceano Eterno, l’aereo con la preziosa documentazione, la donna senza un dente

Ero in una sorta di isolotto di scogli in mezzo a un oceano eterno e privo di terre. Comprendo che dall’altra parte dell’isolotto in roccia potrebbe esserci un passaggio, ma che per arrivarci occorre tuffarsi in mare ed essere trascinati dalle terribili correnti che potrebbero portarmi verso il Nulla Oceanico. Faccio molti tentativi e scampo all’oblio aggrappandomi di volta in volta alle rocce affioranti. Ferito e provato riesco tuttavia nel mio disperato intento e ad approdare dall’altra parte. Mi arrampico così sulla china frastagliata dell’isolotto quando scorgo delle orribili creature, dei vermi che sembrano quelli del film “Dune”; i più piccoli sono aggressivi ma lenti, le madri, enormi, sparano degli enormi pezzi di roccia nella mia direzione. Riesco comunque a farla franca e, attraverso una sorta di portale, giungo nei pressi di uno sconcertante villaggio, che consiste di un insieme indefinito di stanze-dedalo. Con stupore mi accordo di avere ancora i vermi alle calcagna. Allora si compie una sorta di gioco macabro che consiste nel fare entrare una creatura alla volta in una stanza e proseguire chiudendo la nuova porta dietro di stanza in stanza. Sento le terribili grida di quelle bestie una volta chiusa la porta, e così procedo di stanza in stanza fino al mio tragico risveglio…

Era un sogno quello di stanotte talmente assurdo da non essere neanche trasferibile. Posso dire di me due piloti un aereo e sono in possesso di arnesi essenziali in affidamento, attrezzi atti a sbloccare il codice prezioso di una porta in una cantina segreta. Un atterraggio di emergenza in aperta campagna. Mi salvo e cerco soccorso nel paese che si inerpica su di un colle. Giunto a destinazione mi rendo conto che la cantina si trova proprio in quel remoto villaggio. Avendo dimenticato i preziosi “tools” nel relitto, mi precipito di nuovo in quella campagna a valle facendo dei calcoli astrusi al fine di beccare di nuovo l’esatta ubicazione dell’aereo. Ma ciò che di incommensurabile è successo prima o poi è stato eternamente sigillato…

Ero una donna dal naso adunco e bruttarella in una sorta di Medioevo alla Mad Max che aveva perso il dente incisivo davanti. Avevo un costume che con una leva generava una selva di aculei da cartone giapponese. In guerra, alla caccia di non so bene cosa per un paese impervio, incontro due uomini in armi che discendono da due anguste scale. I loro costumi sono qualcosa di talmente meraviglioso e bellico da provocarmi i brividi mentre cerco solo di provare a descriverli. Prima ero a cena, seduta in una tavolata immensa, e mostravo imbarazzo per via del via del mio dente mancante, ma nessuno sembrava farci caso. Il resto è qualcosa di assurdo, qualcosa che sta in mezzo fra un quadro di Bacon e l’ordito che regola il senso della Biblioteca di Babele.  Per cui non posso dire altro, giacché quel che ho visto non è descrivibile. Dico solo che è spaventoso, meraviglioso e incommensurabile che questa cosa che adesso chiamo sogno, possa essere scaturita dalla mia mente. Qui si ferma questo abbozzo di testimonianza. Oltre non posso e non riesco ad andare.

Cenni su “Il quarto viaggio di Sindbad il Marinaio”

Nei viaggi di Sindbad, fa specie constatare il contrasto tra la sua umanità e generosità a corte e la sua spietatezza quando si tratta di uccidere uomini e donne per la sua sopravvivenza. Come nel quarto viaggio, quando egli si trova prigioniero nel pozzo profondo ove vengono gettati vivi gli sposi e le spose che avessero perso la moglie o il marito. Questo “candore” di fronte all’assassinio crudele, per quanto funzionale alla sopravvivenza, genera uno straniamento nel lettore moderno, giacché poi la narrazione sembra tendere verso una sorta di generosità e di “bene” da parte di tutti coloro che vengono in soccorso dello stesso Sindbad. Si tratta spesso di uomini di mare magnanimi e illuminati, che nulla hanno a che pretendere dalle ricchezze accumulate dal marinaio, e che agiscono sempre in nome dell’Altissimo. Così questo iato crudele pare armonizzarsi, per assurdo, grazie alla candida indifferenza della prosa del narratore, che prosegue limpida rimuovendo le atrocità in funzione di una causa nobile e catartica.

Sogno del 15/3/2024: la Catania araba

… giungo dopo molto cammino verso una sorta di Catania Sud, dove avrei parcheggiato la macchina dopo una misteriosa festa ad Acitrezza (per assurdo percorro e piedi la strada da Acitrezza fino a San Pietro Clarenza, e poi da lì scendo verso la città. Anche nel sogno mi chiedo dove avrò lasciato la mia autovettura). Giunto in una sorta di Porta Aci “portale”, situata in realtà poco dopo San Giovanni Galermo, vedo aprirsi una straordinaria Catania dalle influenze architettoniche arabe, la osservo distendersi con le sue bianche case e declinare fino all’abbacinante mare che vagola sullo sfondo. Mi addentro così dentro un dedalo di chiostri e portici, con molti hammam a cielo aperto, la sublime loggia del Gufo, dalle cui vetrate scorgo pregiatissime opere risalenti alla cultura egizia, il prestigioso hotel “Enkfurt”, che si protende con la sua struttura cubica per parecchi isolati secondo un inganno prospettico sofisticato, e la celebre tortuosa via ad “S” che rimanda ad altri percorsi della città alta. Cammino su pavimenti levigatissimi di un nero grafite, accompagnato dalle melodie arabe che i vari gruppi sparsi agli angoli delle strade spandono con leggiadra maestria. Di tanto in tanto entro dentro curatissime stanze di legno, dove coppie di turisti entrano per denudarsi, richiamati dalla bacchetta della donna in burqa che sovrintende il rispetto del luogo… mi sveglio.

La malattia fisica e psicologica: allontanare certe forme di parassitismo energetico

Io ho finalmente inteso, dopo molti anni di elargizioni, amori e malanni, che alcune persone particolarmente ricettive si ammalano a seguito di contatti con persone disturbate. Per “disturbo” non intendo necessariamente un problema di natura psicologica (la psiche è solamente l’epidermide della reale percezione), quanto propriamente un disturbo di frequenza emessa, che poi influenza atteggiamenti, azioni, culture e ideologie. Siamo tutti interconnessi da sempre, con buona pace di chi teme il futuro network globale, e tali interferenze sono leggibili a chi è sensibile a determinate frequenze e ha portato avanti negli anni un certo tipo di ricerca meditativa e speculativa.

Il problema di fondo è che spesso tali forme di parassitismo energetico sono a noi contigue per rapporti parentali, di coppia, amorosi, di amicizia, agendo in maniera esponenziale quando ci si ritrova in contesti collettivi quali quelli di riunioni, incontri, ecc. Queste interferenze malsane sono inoltre potenziate dai social network, che rendono immediate e potenziate tali connessioni (entanglement da interconnessione), e spesso si traducono in forme di malessere fisico e psicologico, poi nosologizzate dalle retoriche della medicina e della psicologia di regime.

Col tempo, forse troppo tardi, ho cominciato a distaccarmi da certi affetti, anche da rapporti profondi e importanti nella cerchia delle amicizie più care. È forse la scelta più difficile da operare, soprattutto quando si è uniti da legami di sangue, di lavoro, di interesse ecc. Ho potuto constatare, ma solo dopo anni e anni di meditazione e studio, che certi miei disturbi venivano amplificati dal contatto ravvicinato con persone a me anche molto care. Meditare aiuta molto in questo senso, perché amplifica le nostre naturali facoltà ancestrali di riconoscimento di un reale pericolo. Oramai non faccio più fatica ad ammettere che buona parte dei nostri disturbi e malattie vengono causati da determinate interferenze e dalla relativa patologica nostra incapacità di troncare determinate relazioni. Purtroppo si tratta di scelte traumatiche che possono portare spesso a traumi emotivi, a perdita del lavoro, isolamento, denigrazione ecc. Per converso, alcune interferenze con esseri con noi affini, hanno il merito di alleviarci da determinati influssi, spesso assimilando il nostro malessere, allo scopo ancestrale di diluire e distribuire le disarmonie del nostro essere. Ovviamente, si tratta quasi sempre di processi inconsci, non intenzionali, di flussi che si miscelano per processi attrattivi e di repulsione. Non bisogna, inoltre, commettere l’errore di pensare alla purificazione come un processo che nega la biodiversità. Si tratta piuttosto di comprendere quando tagliare certi rapporti, comunque necessari al nostro processo evolutivo, che si nutre anche di dolore e sofferenza, anch’essi, purtuttavia, necessari alla maturazione della nostra evoluzione tramite stati progressivi di catarsi.

L’invito è quello di: meditare, meditare, meditare.

PS Occorre fare attenzione anche agli incontri occasionali. Per esempio, ho avuto modo di appurare che una determinata serie di disturbi mi è stata causata da un contatto di gomito con uno sconosciuto nella metropolitana di New York nel 2011. Questo l’ho scoperto grazie a una seduta con una iniziata al culto zoroastriano in quel di Instanbul.

I limiti dell’empirismo scientista

I limiti dell’empirismo scientista sono quelli legati al “successo” della prassi sperimentale, e non prevedono il fallimento come maieutica alla conoscenza, se non come infinita variabile tesa al raggiungimento di un “risultato”. Trascurare il valore intrinseco del fallimento come strumento di apprendimento e crescita nella ricerca e conoscenza, implica una prospettiva limitata e funzionale che potrebbe compromettere la comprensione profonda dei fenomeni e la capacità di affrontare sfide complesse, poiché il fallimento può offrire preziose lezioni e rivelare aspetti non considerati inizialmente, a patto di non essere fruito come mero scarto, negativizzazione rispetto a un ideale di positività binaria e lineare.

Abbracciare la complessità dei percorsi intellettuali e le connessioni inaspettate tra le idee significa rispettare la flessibilità dei processi di apprendimento conoscitivo, cortocircuitare il metodo al fine di coglierne e sondarne i limiti sfidando continuamente le restrizioni connaturate alla sua stessa fisiologia. Nello scarto si cela comunque un nocciolo semantico di verità, un che di irriducibile che l’attuale postura ideologica dello scientismo, paradossalmente, rigetta.

Qui un sunto di Sheldrake su come Richard Dawkins e gli scettici riescano a manipolare la discussione sulle prove scientifiche.

Sogno del 5 marzo 2024: distruzione della Terra

Siamo in un centro sportivo, una sorta di Spa che frequento insieme a una mia amica che esiste in questa realtà onirica (ma non nel nostro mondo). Lei mi piace, però non ho il coraggio di provarci. Accade che andiamo poi sulla terrazza della Spa a prendere un drink quando… li vedo. Sono le solite cinque astronavi rotonde che si muovono in gruppi di due e di tre. Dalla terrazza del centro sportivo si vede tutto il golfo di Catania, e in lontananza le ciminiere del petrolchimico di Priolo. Io so che stanno per attaccare e cominceranno proprio da lì. Nel sogno sono perfettamente consapevole della gravità della situazione e, naturalmente, dell’eccezionalità del momento che prelude all’imminente apocalisse. Le astronavi sparano sul petrolchimico ed è subito un’immane colonna di fiamme: tutto brucia in lontananza. Io scappo tirandomi dietro la mia amica, gli altri sembrano sorpresi e stanno quasi a godersi lo spettacolo. Sulle strade imperversa già il caos, la gente si riversa per le vie in maniera caotica, quando le navicelle cominciano a fare fuoco su case e palazzi. Nella calca perdo la mia amica, e al contempo rammento che nel B&B distante pochi isolati, sta Giovanni Benvenuti, a Catania per dei concerti da tenere insieme. Corro trafelato in direzione del sito, evitando le macerie e i detriti, schivando i corpi dei morti, che sono già tantissimi… lo incontro a metà strada, una sorta di via Etnea che curva su Via Umberto.

– È successo quel che temevamo – gli faccio. Lui annuisce. Corriamo in cerca di qualche riparo, e giungiamo nei pressi di un’edicola che sta all’angolo di un paradosso che vede Pizza Roma aprirsi su un grande viale che ricorda quello dei Fori Imperiali a Roma. Stranamente, l’edicolante è ancora sul posto. Giovanni mi chiede che tenterà la via dell’aeroporto, nella speranza di partire. Io cerco di dissuaderlo. Gli ripeto che è impossibile tentare quella via, che ci sono parecchi chilometri. Lui sembra però fermo nella sua decisione. Mi chiede un favore: compra un libro (non mi ricordo quale) e scrive una dedica alla città, a testimonianza del suo passaggio qui. Mi dice che lo deve a suo padre. Lo vedo quindi sparire e correre verso il distante aeroporto, schivando i raggi delle navicelle che continuano a fare macerie di palazzi e viali. Io rimango assieme all’edicolante. Sono stanco di fuggire e accetto la fine delle cose con animo sereno. Penso che Giovanni non ce la farà, e l’ultima immagine che conservo nella mia pupilla, è quella di lui che attraversa una nuvola nera radioattiva. Poi un bagliore accecante.

In questo porco mondo: Cassandra Vomit

Oggi ho incontrato Giannino che vomitava.

“Ciao Giannino, stai male?”

“Sì vomito sempre. Però studio le mie chiazze di vomito e prevedo il futuro. Penso sia un dono di San Giannino”.

“Ah, e che vedi riguardo al mio futuro?”

“Vedo che fra poco vomiterai”.

E così che cominciai a vomitare pure io, quando si avvicinó Salvuccio.

“Ehi ragazzi che fate? State male?”

“Si! Però vomitiamo e prevediamo il futuro. Vuoi sapere che prevediamo per te? Si? Bene, anche tu a breve vomiterai.

Cosicché tutti e tre vomitammo lungo le strade del paese.

Nel frangente si accostò Guglielminpietro, abbastanza a sconvolto da quella tremenda visione.

“Signori state male? Che succede?”

Al che tutti e tre in coro come un sol uomo esclamammo: “vomitiamo ma prevediamo il futuro! Vuoi sapere che ti accadrà a breve?”

E così anche Guglielminpietro prese a vomitare senza ritegno, e pian piano così fecero tutti gli abitanti del piccolo borgo marinaro. Le strade erano allagate di vomito sacro, e le folle di tutti i villaggi e delle città vicine accorrevano per scoprire cosa riservava loro il futuro.

(Adesso cambia il narratore di questa storiella)

Il paese cambió nome e da quei giorni venne chiamato “Cassandra Vomit”, in onore di un viaggiatore inglese giunto da Southampton, un noto ricercatore di aruspici da vomito di fama mondiale. Lui e la sua squadra di ricercatori giunsero a conclusione che tale caratteristica oracolare era riservata esclusivamente ai residenti del piccolo comune alla data del giorno (omissis), del mese (omissis), dell’anno (omissis), ossia dal primo sintomo del vomitante oracolare, tal signor Giannino. La conclusione del celebre studio attesta che nessuna prova scientifica può rivelarsi dirimente a questo proposito.

A Cassandra Vomit si adora San Giannino, e frotte di turisti accorrono da più parti del globo per immergersi nei centri termali dei vomitanti, fare abluzioni, saperne di più sul futuro prossimo e gustare gli straordinari prodotti locali. Purtroppo, per ragioni di ordine pubblico, l’accesso è riservato a poche migliaia di turisti a settimana, anche se tanti alberghi stanno sorgendo nei dintorni del ridente borgo marino.

Estasi della vita e della morte

La carne non basta. Tutti noi sentiamo nel profondo che i nostri limiti corporei sono una barriera contro il delirio della Luce e della Tenebra. Lo sguardo distratto, talvolta, si posa sull’inerte del tavolo da cucina, e una sensazione d’immensità ci assale mentre, nel tripudio della lotta fra tramonto e crepuscolo, va intrufolandosi la gioia nella sua essenza più reale e a noi interdetta. Che farne di tale semantica? Come tradurre questi geroglifici se non lasciandosi cullare dall’estatica “verità che è sempre un po’ più grande del vero”? La mia vita è ormai tesa all’ascolto di tale risonanza magica, e ogni mio gesto – artistico, funzionale, involontario – a me par rispondere alle logiche di questo incantamento dislocato su diversi piani del percepito, eternamente fisso e al contempo errante, come un fluido misterioso. A questa sorta di presagio sento di dover venerare l’idolo del mio venir meno, e nel linguaggio erotico cogliere il barlume di questo confine in cui si mimetizza il soprannaturale, come in certe liriche di san Giovanni della Croce, in cui la descrizione diventa la brocca traboccante di contenuti abissali.

“Tutto ciò che ci parla viene dal versante della morte”, scrive Patrizia Campo: è il suono della perenne metamorfosi che stravolge le nostre coordinate percettive, al fine di renderci pronti per quel fatidico momento in cui non bisognerà mai abbassare lo sguardo.

In questo porco mondo: il critico jazz che esplode

Un giovane jazzista, indignato per la pessima critica ricevuta da parte di un noto critico di jazz, decise di recarsi nella sua abitazione a chiedere spiegazioni. Suonó il campanello una, due, tre volte, finché il notissimo critico non si decise ad aprire la porta di casa con fare scocciato. Il celebre critico era avvolto in una vestaglia pregiata, sotto indossava dei pantacollant, ai piedi delle ciabattine sfavillanti. Il giovane jazzista provó ad articolare qualche parola di protesta, ma il conosciutissimo critico di jazz replicó con tutta una serie di urla stentoree, quasi a voler rimarcare la sua passata carriera da cantante lirico. Il giovane jazzista, intimorito da cotanta autorevole veemenza, parve un attimo esitare, ma un istante dopo il rispettatissimo critico di jazz esplose, e tutte le sue frattaglie, budella e viscere finirono in faccia e sui vestiti del giovane jazzista. Il giovane jazzista non rimase tanto impressionato dall’esplosione del critico universale di jazz, quanto, piuttosto, dal fatto che il suo album di jazz stroncato dal critico potentissimo, aveva come titolo “Frattaglie”. Aveva scritto l’illustrissimo critico: “… frattaglie sparse, lacerti di una musica che del jazz non conserva che lo strumentario”, e dopo l’esplosione del superlativo critico (forse proprio grazie a quello shock), il giovane jazzista aveva inteso che, col senno di poi, il venerabile critico non aveva poi tutti i torti, e che probabilmente c’era del vero in quello scritto sul suo all’album Frattaglie.

Il giovane jazzista prese così a vagare per il corso, tutto ricoperto di sangue e frattaglie di coltissimo critico, noncurante dei guardi atterriti della gente.

Con gli anni, il giovane jazzista continuó a far visita alla tomba del superlativo critico di jazz; egli era uno dei pochi che, a distanza di lustri, andava a portare dei fiori e a spolverare la foto di quel luminare.

L’album “Frattaglie” è ancora disponibile su Amazon in vantaggiosissima offerta.

Sogno del 13/2/2024: La nave aliena

La tv annuncia a reti unificate la presenza di un oggetto alieno che va avvicinandosi alla Terra. Dall’oggetto, annuncia lo speaker, viene ripetuto e inviato a tutti i media e in tutte le lingue il seguente messaggio: “Prepararsi, è un atto una scannerizzazione del pianeta. Questo è solo il primo atto cui seguiranno future operazioni di colonizzazione. Inutile reagire. Nessuna tecnologia terrestre è in grado di ostacolare questa esplorazione preventiva”. Lo speaker aggiunge che non è dato sapere da quale parte dell’universo giunga quest’astronave, e che nulla si conosce nel merito di queste razze aliene.

Io sono un adolescente e vivo a San Pietro Clarenza. Sono sceso in piazza come tutti, e come tutti sto con gli occhi sgranati a osservare il cielo… poi la avvistiamo. “Ooohhh… Madonna!!!”. Si tratta di un corpo celeste che ruota su se stesso, composto da cinque “quadrati” con al centro una sorta di “cerchio” grigio, a loro volta suddivisi in tre e due, a formare una sorta di “testa” e di “coda” perennemente in rotazione. Deve essere un oggetto spaziale enorme, perché è visibile da distanze notevoli e si avvicina a velocità non commensurabili. Giunge in pochi secondi sopra di noi ad oscurare il cielo. Noi cominciamo a scappare, come fa la folla nei film catastrofici, urlando e correndo all’impazzata. Il paesino si trasforma in un’immensa metropoli, e tutti noi fuggiamo attraverso un ponte che collega i due estremi della metropoli. Poi, annunciato da un devastante suono di fanfara (che realizzerò dopo essere identico a quello di un’immane risonanza magnetica), un enorme raggio verde si spande dall’astronave come a scannerizzare tutta l’area geografica per chilometri e chilometri. Siamo attraversati da questa luce color clorofilla e, dopo pochi secondi, osserviamo l’oggetto allontanarsi a velocità inconcepibili. Rimaniamo basiti, increduli e silenziosi, nell’attesa di un’invasione imminente.

“I miti greci” raccontati in catanese: di Vittorio Costa.

Vittorio Costa è un signore di novantaquattro anni che ha deciso, dopo una vita spesa nella conduzione dell’impresa di famiglia, di dedicare parte della sua rinnovata giovinezza alla scrittura, pubblicando libri di ricerca su Catania, sulla tradizione popolare della città, sulla sua gastronomia ecc.

Mi è stato fatto dono, da parte di suo figlio Alberto, di questo bellissimo volume, una vera e propria summa di sapere e creatività, ove la trasposizione della mitologia ellenica ha modo di rinnovarsi mediante la rutilante metamorfosi della lingua. Il catanese assurge così a ruolo di lingua “mitica”, arricchendo sarcasticamente di pantagruelico e di fiabesco il già mostruoso cosmo della mitologia greca, trasformando la necessità documentale storica in narrazione confidenziale, popolare e, in definitiva, restituendo nella giusta prospettiva l’affabulazione del raccontare (che da ciò deriva poi la cultura orale: dalla Babele di lingue che nei porti del Mediterraneo nutriva l’immaginario di quei popoli).

Narciso, Europa, Minosse, Ermafrodito vengono trasformati alchemicamente dalla riscrittura di Costa, con quelle “u” sonore che sono il tratto caratterizzante del siciliano orientale, vere e proprie coppe contenenti visivamente il portato di una sapienza millenaria che qui trova modo di far rinascere i protagonisti e i luoghi della narrazione.

È una trasposizione colta quella di Vittorio Costa, che genera intrecci e labirinti sofisticati nella traduzione-creazione di un dialetto che par farsi musica, e riecheggiare, come una cantilena antica, i suoni eterni del Mediterraneo, le vite e le morti degli eroi a noi prossimi e al contempo sideralmente distanti.

Per multisale…

Quanto adoro la desolazione delle multisale deserte. Mi sembra di essere un sopravvissuto in un mondo alieno da videogioco. È come se riuscissi a cogliere, nel paradosso dell’assenza dell’umano, la pura essenza della vitalità, in questo scarto sottrattivo di presenza che quasi mi commuove. Le mie visite solitarie alle multisale, sono dei veri e propri viaggi esplorativi, un esercizio speleologico di scavo interiore che implica forti suggestioni nell’animo. L’Inerte della plastificazione delle vecchie locandine e dei gadget ormai fuori moda, è la traccia flebile di pomeriggi trascorsi da famiglie ormai disciolte. A volte ho incontrato la Morte, nascosta con la falce dietro un paravento caramellato. Lei, mia sorella, mia amica fedele.

In questo porco mondo: gente che precipita dai palazzi

L’altro giorno Pippo Crisafulli è cascato dall’ottavo piano su una camionetta della frutta e non si è fatto nulla. Contemporaneamente sono cascate la signora Pina Gaggegi di sessant’anni dal quinto piano e, cinque minuti dopo, Orazio Sapienza, detto “Sparacogna”, di cinquant’anni dal nono piano, tutt’è due dentro al cassonetto della monnezza. Alle diciotto e quarantacinque sono cascate dal dodicesimo piano due vecchie, che però erano già morte: la signora Fisichella di ottantanove anni e la signora Guglielmino di ottantotto anni. Vi chiederete, immagino, se Pina Gaggeggi e Orazio Sapienza sono sopravvissuti. Bene, bene stanno! Se ne sono usciti con qualche leggera escoriazione, mentre le due vecchie precipitate già morte hanno a loro volta ucciso Mela Lipari di trentacinque anni e Lucio Cucè di quarantacinque che andavano a trovare in motorino la signora Tuccia Rapisarda in Viale Mario Rapisardi. Verso mezzanotte è cascato giù anche Padre Angelozzo dal ventesimo piano, il quale, nel tentativo di salvarsi, ha trascinato con sé la perpetua Carmela Conforto e quattro chierichetti nudi ancora non ben identificati. Di questi sei corpi è rimasta solo una poltiglia arancione, un braccio da prete mozzato recante una croce in mano, e due chiappe flaccide da perpetua. Solo così è stato possibile identificare Padre Angelozzo e la perpetua Carmela Conforto. Intorno alla zona sono state montate tende da circo da trapezisti. I ragazzini ci giocano tutto il giorno tra salti e rimbalzi. La polizia locale indaga. Pippo Crisafulli non rilascia interviste. E neanche la Gaggeggi e il Sapienza, che si sono espressi con un risoluto “no comment” a fronte delle pressanti domande dei giornalisti inviati in zona. Non si registrano altre cadute al momento, a parte quelle dei bambini che ogni tanto si sbucciano le ginocchia incespicando o ruzzolando dalle reti da circo.

La pizza di Salvo

Salvo sembra un personaggio uscito fuori da un romanzo di Balzac. Ha le sembianze antiche di un francese rivoluzionario. La pizza di Salvo può essere un capolavoro. Dipende da come si sveglia, da come gli gira, dal tempo che fa (la qualità di base, essendo comunque sempre eccelsa). Parliamo di pizza “à la romana”, di quella bella scrocchiarella che va a coniugarsi con la straordinaria qualità degli ingredienti selezionati dal nostro pizzaiolo preferito. Stasera era una di quelle sere speciali, una di quelle sere in cui la perfezione va a far la rima con la sottigliezza: la pasta croccante, frantumandosi col fiore di zucca, quasi si squagliava nel bollore della mozzarella fior di latte, fra lo stupore del pomodoro che giungeva fra l’aspro e il dolce a far da contrappunto. Sono uscito fuori appagato più del solito, e ho realizzato che la genialità è figlia d’un’imperfezione che si sgretola, di ciò che si rivela nel frammento e si esalta nel sapore consumato dalla fiamma.

In questo porco mondo: La Bacinella Celeste

Oggi ho incontrato una vecchia con una bacinella celeste di plastica. Che se ne fa, le ho chiesto. Mi ci metto i piedi a bagnomaria, ha risposto. Un istante dopo, un giovinastro in motorino impenna e la investe proprio all’incrocio con Via dell’Abluzione di Piedi da Vecchia. Lei muore stecchita sul colpo, la bacinella prende a rotolare come una ruota celeste per la strada in discesa verso il mare. Io e il giovinastro inseguiamo la bacinella celeste. La bacinella celeste però sembra accelerare sempre di più e si allontana a distanze siderali, ruota come una ruota dei chakra di una divinità indoiranica, squarcia il velo di Maya, creando un gap, un paradosso temporale in cui la vecchia è adesso una neonata e io e il giovinastro siamo una coppia di fatto che l’ha adottata con l’utero in affitto. Che vi posso dire. Io e il giovinastro, che si chiama Tony Bove, conduciamo adesso una vita monotona nella nostra casa tutta porte e finestre che danno su cortili murati, e la neonata, un tempo vecchia decrepita, abbiamo deciso di chiamarla Celestina, in onore della bacinella. Se rimpiango il passato? Beh, certo che lo rimpiango. Ma che posso farci? Evidentemente avevo questa mansione da perorare in questo frangente di vita. Celestina mi sorride sempre e guarda al futuro delle cose con quello sguardo senza tempo che mi ricorda le campagne al tramonto. Il Bove dorme. Io sono eterosessuale, mio malgrado. Ma che posso farci? Così è la vita e la dobbiamo accettare.

“I Devoti di San Bastardo”, un mio racconto pubblicato nel libro “Novelle Crudeli” con il disegno di Claudia Scavone

Voci narrano di un paese dell’entroterra siculo, Vignafiorita, arroccato tra i monti peloritani e raggiungibile solo attraverso impervie e tortuose mulattiere, in cui, fino a tempi non troppo remoti, aveva luogo una singolare e alquanto inedita festa patronale. Col farsi dell’estate, il 21 giugno, alle prime luci dell’alba, tra rintocchi di campane, fuochi e botti d’ogni risma, sul sagrato della chiesetta della Santissima Maria e Addolorata, ogni anno veniva trainata da uno stuolo di devoti una statua di santo. Questa vedeva luce a fatica, dopo un anno di segregazione negli antichi sotterranei della chiesa, ove era confinata per cagioni di decoro e di rispetto alle superne effigie dell’altare e delle navate.
Come estratta da un immane forcipe, la sagoma santa, trainata da una cordata di devoti in costume da satiro, finiva con lo sbucare dal grazioso portico in ferro battuto quasi all’improvviso, nell’indetermi- natezza nitida di quegli abbagli mattutini, fra le ali di folla vibranti di soggezione. Ne veniva fuori un simulacro imponente, una caricatura sconcertante sostenuta da un gigantesco fercolo, quella di uno smisurato monaco pazzo in saio marrone posto in un’assurda posa da “sciatore”, con i pugni chiusi paralleli alle tempie e le gambe in perenne trazione. Un monaco dal viso contratto in una smorfia d’odio, i denti serrati e gli occhi sbarrati e iniettati d’un ancor più inconcepibile luminescenza di sclerotica, sinistre fattezze che rimandavano a quelle d’un forsennato che avesse brama di luce e fame d’aria, a un prigioniero torturato e voglioso di vendetta più che a un pio servitore di Dio.

A quella allucinata visione, pian piano lo stupore, la concitazione e il trambusto dei fedeli in trepidante attesa, lasciavano prender spazio all’angoscia del mormorio, al vociare sparuto che andava via via spegnendosi in una cappa di rispettoso e inquetante silenzio, in miracolosa assonanza con il subitaneo scemare degli spari e dei rintocchi delle enormi campane, che ora risuonavano lontane e remote, come scampoli di mulinelli di fuliggine per gioghi di correnti appena abbozzate.
San Bastardo campeggiava nell’agghiacciante mutismo di uomini, animali e cose.
Anche se era ritenzione di pochi interminabili attimi, quella repentina sordità finiva con l’assumere le caratteristiche di un orrore senza giustificazione, dunque intollerabile.
«C’avissi a veniri na motti subitanea a me cugnatu!»
«’Na paralisi a lu risgraziatu ri me cucinu!»

Distanti, urlate a squarciagola, le prime sporadiche e solitarie imprecazioni, montando una a una, determinavano un crescendo di improperi, fino a divenire dileggio furente, coro, baccanale, orgia della contumelia. Erano le cosiddette “malanove”, ovvero maledizioni da augurare, preconizzando malattie e financo la morte per nemici, amici, parenti, fratelli, sorelle, padri, madri, nonni, zii e badanti. Come una polveriera, allora il sagrato cominciava a ribollire di bestemmie e insulti d’ogni tipo, di maledizioni auspicate al prossimo in una sorta di Babele del Dileggio, mentre il fercolo, riprendendo a muoversi avanzando a fatica verso la piazza, pareva animarsi d’un furore antico e mefitico. Lì attendeva, come un alveare brulicante, la cenciosa calca di paesani e forestieri, mattanza di gente corrosa e consumata dall’attesa, nella spa- smodica urgenza d’urlare la propria malanova nella speranza che potesse essere presto esaudita.
San Bastardo s’avanzava fra occhi iniettati di sangue, bocche sdentate, colli che parevano esplodere, mani callose, salive, scaracchi, urla, tastate, graffi, spintoni, dita negli occhi, strilli rochi e strazianti; egli s’ergeva sulle plebi numinoso di radiosa malvagità, pregno d’una radiazione malefica, carismatico.
«Fammi soffriri ’u maritu tradituri!» «C’avissiru a cascari tutti li renti a lu chiancheri!»

«Facci moriri lu picciriddu nta la panza di ’dda gran buttana!»
«Na botta ri vilenu a li cani ri ma soggiru!»
Così, a spasmi e strattoni, come un corpo improprio per un lungo budello, procedeva il fercolo, mentre la ridda inferocita, concitata e tumultuosa, s’accalcava disperatamente alla statua.
Del resto, San Bastardo, una volta preso l’abbrivio, non avrebbe più arrestato la sua corsa e una volta giunto alla “Calata della Pietrasanta” non ci sarebbe stato modo di recuperare per quelli rimasti troppo indietro. Il momento antecedente a quello della ripida discesa era quindi una sorta di ultima spiaggia per i più anziani e bisognosi.
Come da tradizione la statua veniva trainata anche in discesa, in una progressiva accelerazione culminante nell’arrivo alla Piazza della Misericordia, laddove s’apparava il tripudio finale di fuochi, immancabile suggello finale alla copertura della sacra effigie mediante la “Coperta del Diavolazzo”.
Tutto ciò, la brevità di questo rituale, sconcertava. Finiva col lasciare interdetti i più, financo quelli che erano riusciti pienamente a sfogarsi: l’attesa trepidante di un anno, macerando dentro ogni sopruso o torto subito, pareva così vanificarsi nello spazio d’un nonnulla, d’una deflagrazione monca. In ogni caso lo si sapeva; quello era il portato d’un rituale che si perdeva nella notte dei tempi e per certi aspetti la “Copertura di San Bastardo” rappresentava per gli abitanti di Vignafiorita la calata di un sipario di rassegnazione e di definitiva tumulazione delle invidie e dei dissapori.

Questo antefatto, in chiave novellistica, si rendeva necessario per riferire di quel che successe in quell’anno (pare il 1898 in base a sparute e raffazzonate fonti), anno in cui qualcosa andò storto.
La leggenda racconta di un improvviso arresto del carro di San Bastardo, dovuto, pare, a un enorme “mazzacane”, un sasso enorme finito chissà come nel bel mezzo della Calata della Pietrasanta durante la fase della vorticosa discesa, con relativa rottura del mozzo delle ruote anteriori e successivo ribaltamento del carro.
Pare che la statua di San Bastardo con il pesantissimo fercolo, rovinando addosso alle genti, abbia finito col provocare decine di vittime, trascinandole nella fragorosa corsa fino al piano. Il Bufardaci, a tal proposito, riporta a proposito della conseguente rottura della statua e ai successivi tumulti, «Ch’essa, spezzatasi in tre tronconi, fu a colpi di martello ridotta a brani minuti, e ne lo gran tramestìo de la foga e del delirio, per bona parte a cagion de la concupiscienza de le sacre reliquie, furon calpestati li corpi de li vivi e puro quelli de li morti».

La mancanza del rito della copertura deve poi aver contribuito alla successiva biblica catastrofe. Almeno così riferiscono le fonti orali. Si racconta di violenze inenarrabili, di lotte a scontri all’ultimo sangue, di scene di isteria collettiva e persino di atti di cannibalismo. Il paese fu successivamente messo a ferro e fuoco, e con l’arrivo di un emissario pontificio furono distrutti o trasferiti in Vaticano tutti gli archivi contenenti i documenti, gli atti di nascita e di morte custoditi nella parrocchia.
Di Vignafiorita non rimane più nulla.
Sul sito dove si pensa fosse ubicato il paese, adesso regnano piccoli lembi di bosco di roverella e di leccio, nonché la cosiddetta macchia mediterranea, con predominanza di eriche, cisto, corbezzoli e ginestre.

FINE

IL LIBRO POTETE TROVARLO QUI: https://www.ibs.it/novelle-crudeli-dall-orrore-dal-libro-francesco-cusa/e/9788898644032

In questo porco mondo: Gino

La telecamera inquadra Gino, il suo cranio, il suo posteriore e la sua postura precaria. Inquadra Gino che é sovrappeso e indossa un maglione arancione con sopra una salopette.

Ma chi è Gino?

Boh! Chi lo sa con certezza. In paese si vocifera che sia apparso dal nulla, così dal niente… a un certo momento e in un certo punto del paese è apparso Gino, si è palesato Gino, si è manifestato Gino.

Da quel fatidico giorno di novembre, tutti, in paese, hanno preso ad adorare Gino, ad avere il culto di Gino. Per conto suo Gino, peraltro, essendo vivo in carne e ossa, se ne sta immobile con quell’accenno di sorriso a guardare il mare, lui con la sua salopette e il maglione arancione, fermo e immobile a guardare non si sa bene cosa, col mare in tempesta e col mare in bonaccia, Gino, stava lì con quella sua postura e quel sorriso che sembrava alludere a una mano sbilenca di carte, sotto il sole cocente, il vento e la pioggia.

A dirla tutta, anche il medico del paese venne a visitare Gino, sotto pressione dei paesani, e ha misurato la pressione, il battito di Gino… tutto regolare tutto perfetto, a dirla tutta. Proponeva, il dottore del paese, di provare a chiamare un ambulanza, di tentare di ricoverarlo, macché, ma neanche per sogno, rispondevano compatti i paesani, guai a toccare Gino, che nessuno si azzardasse di muoverlo, urlavano compatti i paesani. Le vecchie del paese, a dirla tutta, erano certe che fosse il nuovo Gesù Cristo, Gino, ma il prete, don Gaetano, ammoniva dall’alto del suo campanile col megafono gracchiante che no, che Gesù non si sarebbe mai palesato con quelle sembianze, con quella orrenda salopette e il cranio pelato, e minacciava le vecchie, don Gaetano, urlando dall’alto del campanile che non avrebbe impartito loro il sacramento la domenica, il prete col suo megafono gracchiante. Ma intanto le voci circolavano, la gente mormorava, sobillava, azzardava, profetizzava, alludeva, dai paesi vicini, da quelli lontani, si vociferava di Gino che guardava il mare, apparso così dal nulla, della salopette, del maglione arancione.

Vennero pullman organizzati di paesani fedeli, giunsero i carrozzoni dei panini, si allestirono giostre, i paesani affittavano le loro case agli stranieri a prezzi esorbitanti, a dirla tutta. Vennero le telecamere di Rete 4 e inquadrarono Gino da dietro, con una zoomata verso il mare, inquadrarono il suo cranio, il suo posteriore e la sua postura precaria, inquadrarono Gino in sovrappeso vestito del suo bel maglione arancione con sopra una salopette.

Il paese scoppiava di altri paesani, che invitavano a loro volta altri paesani ancora più lontani, tutti a vedere Gino, che nel frattempo era stato messo dentro a una teca trasparente per evitare che altri paesani estranei lo toccassero, lo violassero, lo carpissero, lo baciassero, mentre nel paese tutti mangiavano panini dei carrozzoni e defecavano nelle case vecchie che ora erano diventate piccoli alberghi con famiglie di paesani di paesi lontani ammassati in stanze, a quattro a quattro, a otto a otto, sui letti a castello, sui sacchi a pelo, e nessuno puliva, perché si doveva fare la fila per vedere Gino, una fila interminabile di paesani che bloccava tutte le corsie delle strade fino all’A 18.

Venne la polizia. Venne l’esercito. Venne il ministro della Sanità. Venne un importante vescovo. Ma nessuno riusciva ad avvicinarsi a Gino. Non poterono avvicinarsi la polizia, l’esercito, il ministro e neanche il vescovo mandato dal papa. Nel frattempo, a dirla tutta, i paesani si accalcavano dalle regioni limitrofe, arrivavano treni, navi, aerei da tutto il mondo per vedere Gino, i paesani mangiavano e defecavano, mangiavano pezzi di asfalto, tetti di case, lampioni, finestre, macchine, e i satelliti inquadravano dall’alto, dagli spazi siderali, questa enorme massa nera di paesani che si accalcava come un enorme formicaio, a divorare i paesi, le città, la Sicilia e tutte le altre regioni, una nuova Apocalisse dicevano i telegiornali di tutte le lingue, una nuova Apocalisse con epicentro “Gino”, urlavano trafelati gli anchor man prima di fuggire dagli studi, un’enorme massa nera di paesani che si mangiava il pianeta, finché non rimasero solo i satelliti a documentare questo fatto, nella speranza che un giorno, una qualche civiltà avanzata, possa avere accesso a questi filmati dei satelliti, possa avere testimonianza dei paesani, di Gino, della fine della vita sulla Terra.

Fine… così, troncando un po’, fiaccando l’eccesso di aspettative, a dirla tutta.